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CDLVAnno diCristoCDLV. IndizioneVIII.Leonepapa 16.Marcianoimperadore 6.Avitoimperadore 1.ConsoliValentiniano Augustoper l'ottava volta edAntemio.L'anno è questo in cui l'imperio di Occidente, già lacerato in varie parti dai Barbari, diede un gran crollo, e cominciòad avvicinarsi alla rovina. Il che avvenne per la morte diValentinianoimperadore, non naturale, ma violenta, a cui soggiacque egli o per la sua poca prudenza, o pel merito delle sue poco lodevoli azioni. Ascoltiamo prima Procopio[Procop., lib 1, cap. 4 de Bell. Vandal.], che narra l'origine di questa tragedia.Petronio Massimo, uno de' senatori più illustri e potenti di Roma, stato due volte console, avea per moglie una dama che insieme sapeva congiungere una rara bellezza con una singolar pudicizia. Se ne invaghì perdutamente Valentiniano, quantunque avesse per moglieEudossia, principessa di beltà non ordinaria; e conoscendo che nè i doni nè le preghiere e lusinghe avrebbono potuto espugnar quella rocca, si appigliò ad una risoluzione nefanda. Fatto chiamare in corte Massimo, e vintagli certa quantità di danaro, si fece dare in pegno il suo anello; dopo di che immediatamente spedì alla di lui moglie un messo, con dirle che per ordine di Massimo venisse tosto alla corte per salutar l'imperadrice. Ella, prestata fede all'anello, si mise in lettiga, e fu a palazzo, dove introdotta che fu dai ruffiani della corte in una camera, Valentiniano l'assalì, e non ostante la di lei resistenza sfogò le brutali sue voglie con essa. Tornata a casa piena di vergogna e dolore la donna si diede ad un dirotto pianto; e capitato il marito, caricatolo di villanie e d'imprecazioni, si sfogò seco, imputando a lui l'affronto ch'ella avea patito. Diede nelle smanie Massimo; ma siccome persona accorta trattenne e nascose il suo risentimento, cominciando da lì innanzi a meditar la morte dell'imperadore. Prima nondimeno volle sbrigarsi di Aezio patrizio, la cui morte, per quanto abbiam detto, fu sua occulta manifattura. Poscia, guadagnati gli amici di Aezio, ed incitati alla vendetta, per mezzo d'essi fece levar la vita a Valentiniano. Anche Teofane[Theoph., in Chronograph.], sulla fede, cred'io, di Procopio, descrive questo imperadorequal uomo pieno di vizii, e massimamente d'adulterii, per giugnere ai quali non lasciava indietro gl'incantesimi. Cedreno, Zonara e Niceforo, tutti autori greci, copiandosi l'un l'altro, dicono altrettanto; ma io non so perchè mai niuno degli storici latini abbia almeno accennato alcuna di tante malvagità di Valentiniano, nè come Eudossia imperadrice amasse tanto un marito quale a noi vien supposto, cioè macchiato di tanti tradimenti alla fede maritale. Dal solo Apollinare Sidonio il veggo chiamatosemivir amens. Comunque sia, egli è fuor di dubbio, secondo san Prospero[Prosper Tiro, in Chron.], che avendo Valentiniano imprudentemente accettati fra le sue guardie alcuni de' soldati ed amici di Aezio, già da lui ucciso, costoro aspettarono il tempo e l'occasion di vendicare la di lui morte. Uscito egli di Roma nel dì 27 di marzo, secondo la Cronica pubblicata dal Cuspiniano[Chronol. a Cuspiniano edita.], mentre era intento al giuoco del portarsi l'un l'altro, se gli scagliarono improvvisamente addosso costoro, e con varii colpi il distesero morto al suolo. Era seco quel mal arnese d'Eraclio suo eunuco, odiato da tutti, come promotore della rovina d'Aezio, e a lui parimenti toccò una salva di colpi, per i quali cadde morto; nè alcuno del numeroso regale corteggio si mosse alla difesa o vendetta del sovrano. Cassiodoro[Cassiodorius, in Chron.]e Vittor Turonese[Victor Turonensis, apud Canisium.]scrivono ch'egli fu ucciso nel campo Marzio. Prospero Tirone[Prosper Tiro, in Chron., edition. Canis.]dell'edizion del Canisio mette accaduta questa tragedia nel luogo appellato ai due Lauri; e Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.], coll'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 15.], nomina due di questi sicarii, cioè Ottila e Traustila, amendue già sgherri d'Aezio e Barbari di nazione.Dopo questa scenaPetronio Massimo, autore della morte non men d'Aezioche di Valentiniano III, non avendo più ostacolo, nel dì seguente si fece proclamare imperadore de' Romani. Il Reinesio[Reines., Inscript. Class. I, num. 39.]nell'albero della casa Anicia dimenticò di porre costui, quantunque in una medaglia riferita dal Goltzio[Goltzius, Numism.]e dal Mezzabarba[Mediobarb., Numism. Imperator.]egli si vegga chiamato D. N. FL. ANICIUS MAXIMUS P. F. AVG. Ma se fosse vero ciò che scrive Teofane[Theoph., in Chronogr.], cioè che questo Massimo era nipote di quel Massimo che a' tempi di Teodosio il grande strepitosamente usurpò l'imperio, non sarebbe egli da attribuire alla famiglia Anicia, perchè con essa nulla avea che fare Massimo il tiranno. Però o Petronio Massimo non fu Anicio, e quella medaglia è falsa; o, come è più probabile, Teofane prese abbaglio, ingannato dalla somiglianza del cognome. Non tardò Massimo, dappoichè fu alzato al trono imperiale, ad indurre, prima colle buone, poi colle brusche,Eudossiavedova a non piangere l'ucciso imperadore, e a prendere lui per marito, giacchè gli era poco dianzi mancata di vita la prima moglie. Eudossia, suo malgrado, vi consentì, perchè non sapea che per trama di lui fosse stato tolto di vita l'Augusto consorte. Procopio, Evagrio e Teofane coi lor copiatori, cioè Cedreno, Zonara e Niceforo, scrivono che la violenza fatta ad Eudossia fu maggiore di quel che ho detto: il che poi non s'accorda con quel che soggiungono; cioè, che essendo essi coniugati in letto, e ragionando degli affari loro, Massimo in confidenza le disse di aver egli procurata la morte di Valentiniano pel grande amore che a lei portava: stolto ch'ei fu a rivelare e mettere quel segreto in petto di donna, che si mostrava tuttavia tanto appassionata pel primo consorte. Internamente a questo avviso fremè di sdegno Eudossia, e pensando alla maniera di farnevendetta[Theoph., in Chronogr.], ed insieme di ricuperare la libertà, giacchè dopo la morte di Teodosio II suo padre e della zia Pulcheria non sapeva sperar aiuto dall'imperador d'Oriente, si appigliò ad una abbominevol risoluzione, che tornò poscia in rovina di Roma e di lei medesima. Cioè spedì ella segretamente in Africa lettere aGensericore de' Vandali, pregandolo di venir quanto prima a vendicar la morte di Valentiniano già suo collegato, con offerirgli ogni assistenza dal canto suo. Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.], Procopio[Procop., lib. 1, cap. 4 de Bell. Vand.]ed Evagrio[Evagr., Hist. Eccl., lib. 2.]attestano anch'essi che Genserico fu sollecitato con lettere assai calde dalla furente imperadrice a venir colle sue forze contra l'odiato suo consorte. A braccia aperte Genserico accolse l'invito, non già per carità verso d'Eudossia, ma per la speranza di un gran bottino; e messa in punto una formidabil flotta, comparve con essa alle spiaggie romane. Secondochè abbiamo da Idacio[Idacius, in Chron.], Massimo avea dichiarato CesarePalladiofigliuolo suo e della prima moglie, e congiunta seco in matrimonio una figliuola di Valentiniano, cioè, per quanto si crede,Eudocia, chiamata da altriEudossia, primogenita d'esso imperadore. Per quanto scrive san Prospero[Prosper, in Chron.], ossia Prospero Tirone, s'era già divulgato fra il popolo ch'egli era stato autore della morte d'Aezio e di Valentiniano, al vedere ch'egli non solamente non gastigò i loro uccisori, ma gli aveva anche presi sotto la sua protezione. Perciò la speranza conceputa che questo novello Augusto dovesse riuscire d'utilità alla repubblica si convertì in odio quasi universale contra di lui. Uditosi poi l'avviso d'essere approdata in vicinanza di Roma l'armata navale dei Vandali, molti nobili e popolari cominciarono a fuggire; e lo stesso Massimo, diffidandosi di poter fare resistenza a queiBarbari, dopo aver data a tutti licenza di andarsene, pieno di spavento, prese anche egli lo spediente di ritirarsi altrove. Ma nell'uscir di palazzo, svegliatosi un tumulto fra il popolo, fu da esso, e massimamente dai soldati e servitori di corte, tagliato a pezzi e gittato nel Tevere, senza che gli restasse neppur l'onore della sepoltura. Non tenne l'imperio se non due mesi e diciassette giorni, secondo san Prospero, e però cadde nel dì 11 di giugno la morte sua. Dovette eziandio restar vittima del furor popolarePalladiosuo figliuolo, giacchèEudociasua moglie si vede da lì a non molto maritata con Unneri cofigliuolo del re Genserico. Per altro ha qualche aria d'inverisimile la chiamata dei Barbari attribuita ad Eudossia Augusta, stante il breve spazio di due mesi, in cui si suppone rivelato da Massimo il suo segreto, chiamato dall'Africa Genserico, fatti da lui i convenevoli preparamenti, e giunta la sua flotta ai lidi romani, per tacere altri riflessi. Oltredichè, dopo i fatti, non si può dir quanto sia facile il popolo a sognare e spacciar voci false.Comunque sia, sbarcate le vandaliche milizie, tra le quali era anche una gran quantità di Mori, tratti dall'avidità della preda, nel dì 12 di giugno, e non già nel dì 12 di luglio, come scrive Mariano Scoto[Marian. Scotus, in Chron.](errore a cui non fece mente il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]), trovò poca difficoltà il re Genserico ad entrare in Roma, rimasta senza gente e presidio abile a far difesa, e lasciò libero il campo ai suoi di saccheggiar l'infelice città. L'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 15.], secondo la mia edizione, scrive che il santo pontefice Leone uscì fuori della città incontro al re barbaro, e non men col suo venerabile aspetto che colla sua eloquenza ottenne che non si ucciderebbono nè tormenterebbono i cittadini, e resterebbono salve dal fuoco le case. Durò il saccheggio quattordici dì, ne' quali fu fatta un'esatta ricerca ditutto il meglio che s'avessero gli abitatori, e rimase spogliata la misera città di tutte le sue ricchezze, che furono imbarcate ed inviate a Cartagine. Scrive Procopio[Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 5.]che coloro asportarono dall'imperial palazzo quanto v'era di buono, nè vi lasciarono pur un vaso di rame. Diedero parimente il sacco al tempio di Giove Capitolino, il quale è da stupire come tuttavia sussistesse, con portarne via la metà del tetto, ch'era d'ottimo bronzo indorato, ed una delle superbe e mirabili rarità di Roma. Corse fama che la nave in cui erano condotti gl'idoli dei Romani perisse nel viaggio. Furono inoltre menate in ischiavitù molte migliaia di cittadini romani, e fra essi, per attestato d'Idacio[Idacius, in Chronico.],Gaudenziofigliuolo d'Aezio. Provò allora anche la sconsigliata imperadrice Eudossia (se pur fu vero l'invito fatto a Genserico) i frutti della sua pazzia, in essersi fidata del re barbaro ed eretico; perciocchè anch'ella colle sue due figliuole,EudociaePlacidia, corse la medesima fortuna, essendo state tutte e tre condotte prigioniere a Cartagine. Genserico dopo alcuni anni, come diremo, diede per moglieEudociaadUnnericosuo primogenito, a cui ella col tempo partorì un figliuolo appellatoIlderico. Nella sola Cronica Alessandrina[Chron. Alexandr.]questa principessa vien chiamata non giàEudocia, maOnoria; e perciò tanto il Du-Cange quanto il padre Pagi credettero ch'ella avesse due nomi; e giunse il suddetto Pagi fino ad immaginare ch'essa prendesse dal nome diUnnericoossiaHonoricosuo consorte quello d'Onoria. Ma nulla di ciò, a mio credere, sussiste. Si dee tener per error de' copisti il nome diOnorianella Cronica Alessandrina, giacchè tutti gli altri scrittori la chiamano solamenteEudocia. E se il padre Pagi soggiugne che anche Prisco, istorico[Priscus, tom. 1 Hist. Byz.]di que' tempi, le dà il nome diOnoriaallafacciata 42, egli prese abbaglio, perchè si attenne alla versione latina, laddove il testo greco ha chiaramente ΕὐδωκίαEudocia, siccome ancora alla facciata 74. Falla eziandio l'autore della Miscella[Hist. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar., pag. 98.], secondo l'edizion mia, allorchè scrive che Eudocia fu maritata conTrasamondo figliuolo di Genserico. Ma è ben degna d'osservazione una particolarità ch'egli aggiunge, taciuta da tanti altri autori. Cioè che, dopo avere abbandonata Roma, i Vandali e Mori si sparsero per la Campania, saccheggiando, incendiando quanto incontrarono. Presero Capoa, e la distrussero sino ai fondamenti; altrettanto fecero a Nola città ricchissima. Non poterono aver Napoli nè altri luoghi forti, ma diedero il sacco a tutto il territorio, e condussero seco in ischiavitù chi era avanzato alle loro spade. Appresso racconta che Paolino, piissimo vescovo di Nola, dopo aver impiegato quanto avea pel riscatto de' poveri cristiani, altro non restandogli in fine, per compassione ad una misera vedova, andò egli stesso in Africa a liberare un di lei figliuolo, con rimaner egli schiavo; ma, conosciuta dipoi la sua santità, fu lasciato andar da que' Barbari con quanti Nolani si trovavano schiavi. Sembra, è vero, a tutta prima che questo autore abbia confuso le crudeltà commesse dai Goti sotto Alarico nell'anno 409, dopo la presa di Roma, con quest'altra disavventura della medesima città. Ma può stare benissimo che i Vandali portassero la loro fierezza anche nella Campania. San Gregorio il Grande, che fiorì sul fine del secolo susseguente, narra anch'egli il fatto suddetto di san Paolino[Gregor. Magnus, lib. 3, cap. 2 Dialogor.]:quum saevientiun Vandalorum tempore fuisset Italia in Campaniae partibus depopulata. E di qui si può prender maniera per isciorre un nodo avvertito dagli eruditi, i quali trattano come favola la schiavitù in Africa di san Paolino; perchè altro san Paolino vescovo di Nola non riconoscono se non quelloche fiorì a' tempi dei santi Girolamo ed Agostino. Ma il padre Gianningo della compagnia di Gesù giudiciosamente osservò[Acta Sanctorum, in Append. ad Vit. sancti Paulini ad diem 22 jun.], aver Nola avuto più d'un Paolino per suo vescovo, e che non sotto il primo, ma sotto uno de' suoi successori potè succedere il fatto di quella vedova, il quale incautamente nel Breviario e Martirologio romano vien attribuito al primo san Paolino. Ora ecco dall'autore della Miscella autenticate le conghietture del padre Gianningo, e doversi riferire a questi tempi la distruzione di Capoa e di Nola, e un altro san Paolino vescovo dell'ultima città. E così possiam credere, finchè dia l'animo ad alcuno di mostrarci che in ciò si sieno ingannati san Gregorio Magno e l'autore della Miscella.Sappiamo bensì che si dilungò dal vero sant'Isidoro in iscrivendo[Isidorus, in Chron. Vandal.]che Genserico solamente dopo la morte di Maioriano Augusto prese e saccheggiò Roma: il che sarebbe accaduto nell'anno di Cristo 462. È troppo patente un anacronismo tale. Lasciò parimente Evagrio[Evagr., lib 2, cap. 7 Hist. Eccl.], che Roma in tal congiuntura fu data alle fiamme; ma anch'egli s'ingannò. Pretende il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], coll'autorità di Anastasio bibliotecario[Anastas., in Vita Leonis Magni.], che i Vandali portassero rispetto alle tre primarie basiliche di Roma, e non ne asportassero i sacri vasi: intorno a che è di dire che non è ben chiaro quel passo. Certo è bensì che una gran quantità di sacre suppellettili con gemme e vasi di oro e d'argento, tolta alle chiese, trasportata fu in Africa da que' masnadieri. E Teofane[Theoph., in Chronogr.]aggiugne che furono del pari menati via i vasi del tempio di Gerusalemme, che Tito imperadore, dopo la presa di quella città, avea condotto a Roma. Questi poi, allorchè Belisario riacquistò l'Africa al romano imperio,per attestato di Procopio[Procop., de Bell. Vandal., lib. 2 cap. 9.], furono trasferiti a Costantinopoli. Si raccoglie poi da san Leone papa[SermoLXXXIs. Leonis, in Octava Apostol.], che fu istituita una festa in Roma in ringraziamento a Dio, perchè i Barbari avessero, con andarsene, lasciata in libertà quella città. Del pari merita ben d'essere qui rammentata l'incomparabil carità diDeogratias, vescovo di Cartagine, di cui abbiam parlato di sopra, giacchè questa viene a noi descritta da Vittore Vitense[Victor Vitensis, lib. 1 de Persecut. Vandal.]. Giunsero in Africa tante migliaia di schiavi cristiani, e ne fecero la division fra loro i Vandali e i Mori, con restar separati, secondo l'uso dei Barbari, le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori. Immediatamente quell'uomo di Dio vendè tutti i vasi d'oro e d'argento delle chiese per liberar quei che potè dalla schiavitù, ed impetrare per gli altri che i mariti stessero colle loro consorti, e i figliuoli coi lor padri. E perchè niun luogo bastava a capire tanta moltitudine di miseri cristiani, deputò per essi le due più ampie basiliche di Fausto e delle Nuove, con letti o stramazzi da poter quivi riposare, e diede anche il cibo giornaliero a proporzione delle persone. Non pochi parimente di quegl'infelici erano caduti infermi a cagion de' disagi patiti per la navigazione, o per la crudeltà di que' Barbari. Il santo vescovo, benchè vecchio, quasi ad ogni momento li visitava insieme coi medici, e coi cibi, perchè, secondo l'ordine di essi medici, a cadauno in sua presenza venisse somministrato il bisognevole. E non restava neppur la notte di far questo esercizio il pio prelato a guisa d'una amorevolissima balia, correndo a letto per letto, e interrogando come si portava ciascuno di quei poveri malati. Miravano con occhio livido i Vandali ariani la mirabile carità di questo vescovo cattolico, e varie volte mancò poco che sotto varii pretesti non l'uccidessero.Ma Iddio volle per sè da lì a qualche tempo quest'insigne operaio della sua vigna, con tal dolore de' cattolici di Cartagine, che allora maggiormente si credettero dati in mano ai Barbari, quando egli passò al cielo. Tre anni soli durò il suo vescovato, ma ne durerà presso i fedeli la memoria nel Martirologio romano a dì 22 di marzo.Fioriva in questi tempi con gran riputazione nelle GallieAvito, nominato più volte di sopra, di nobilissima casa della provincia d'Auvergne, come scrisse Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 2, cap 11.]. Dianzi era con lode intervenuto a varie battaglie; aveva esercitata la carica di prefetto del pretorio delle Gallie, ed ultimamente, mentre egli si godeva la sua quiete in villa, Massimo Augusto, conoscente non meno del di lui merito che della probità e valore, l'avea dichiarato generale dell'esercito romano in quelle parti. E ben ve n'era bisogno, perchè i Visigoti, i Franchi ed altri popoli, udita la morte di Valentiniano, cominciavano a far movimenti di guerra. Nè solamente gli conferì Massimo questa dignità, ma gli ordinò soprattutto di stabilir la pace con Teoderico II re de' Visigoti. A tale effetto avendo Avito mandato avantiMessianopatrizio a parlare col re, anche egli appresso passò a Tolosa, e quivi intavolò la pace desiderata. Quando ecco giugnere nello stesso tempo la nuova che Massimo imperadore era stato tagliato in brani dal popolo e da' soldati, e che Genserico, entrato in Roma, avea quivi lasciata la briglia alla sua crudeltà. Allora gli uffiziali romani, e il medesimo re Teoderico, consigliarono a gara Avito di prendere le redini dell'imperio, giacchè il trono imperiale era voto, nè si facea torto ad alcuno; e in Roma allora altro non v'era che pianto e miseria. Gli promise Teoderico, oltre alla pace, anche l'assistenza sua per liberare l'afflitta città, e far vendetta di Genserico. Se crediamo ad Apollinare Sidonio[Sidon., in Panegyr. Aviti.], maritod'una figliuola d'Avito stesso, egli ripugnò non poco ad accettar questa splendidissima offerta, e fecesi molto pregare; ma Gregorio Turonese[Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 11.]pretende che egli stesso si procurasse un sì maestoso impiego. In Tolosa dunque fu conchiusa la di lui assunzione al trono cesareo; ed essendo egli poi venuto ad Arles, luogo di sua residenza, in essa città col consentimento dell'esercito e de' popoli fu compiuta la funzione, con esser egli proclamato imperadore Augusto, e col prendere la porpora e il diadema. Credesi che ciò seguisse nel dì 10 di luglio. Da una iscrizione riferita dal padre Sirmondo[Sirmondus, in Notis ad Panegyr. Aviti.]possiamo raccogliere che questo imperadore portasse il nome diEparchio Avito. In una sola medaglia riferita dal Goltzio[Goltzius, Numism.]e dal Mezzabarba[Mediob., Numismat. Imp.], esso viene intitolato D. N. FLAVIVS MAECILIVS AVITVS P. F. AVG; ma non tutte le medaglie pubblicate dal Goltzio portarono l'autentica con loro, e senz'altro pruove, la sua non è qui decisiva. Marciano Augusto in quest'anno si mostrò favorevole al clero, ordinando[L. Generali I Lege, Cod. Justinian. de episc. et cleric.]che fosse lecito alle vedove, diaconesse e monache di lasciare nell'ultima volontà ciò che loro piacesse, alle chiese, ai cherici e monaci: il che prima era vietato per una legge di Valentiniano, Valente e Graziano, a cagion d'alcuni che frequentavano troppo e con troppa avidità le case d'esse femmine sotto pretesto di religione. Può anche appartenere al presente anno ciò che vien raccontato da Prisco storico[Priscus, tom. 1 Histor. Byzant., pag. 73.]di questi tempi. Cioè, ch'esso imperador Marciano, da che ebbe inteso il sacco di Roma, e che Genserico aveva condotta seco in Africa l'AugustaEudossiacolle principesse figliuole, non potendo rimediare al male già fatto, almeno spedì ambasciatori al re barbaro, comandandogli di guardarsidal più molestare l'Italia, e che rimettesse in libertà la vedova imperadrice colle figliuole. Genserico se ne rise, e rimandò i legati con buone parole, senza voler liberare quelle principesse. Dimorava tuttavia in questi tempi nella città di GerusalemmeEudocia, ossiaAtenaide, vedova di Teodosio II imperadore, e madre della suddetta Eudossia Augusta. Racconta Cirillo monaco, nella Vita di santo Eutimio abbate[Cotelerius, tom. 4 Monument. Eccl., p. 64.], che questa principessa seguitava l'eresia degli eutichiani, e per quante lettere le andassero scrivendoValeriosuo fratello (Valerianoè questi chiamato nella Cronica d'Alessandria) edOlibriogenero di sua figliuola, perchè abbandonasse quella setta, mai non s'indusse a cangiar sentimenti. Si sa ancora che san Leone papa[Leo Magnus, ep. LXXXVIII ad Julian.]scrisse alla medesima lettere esortatorie per questo, ed altrettanto avea fatto Valentiniano III Augusto suo genero, ma sempre indarno. Giunse finalmente a lei la funesta nuova ch'esso Valentiniano era stato ucciso, e che la figliuola colle nipoti era stata condotta prigioniera in Africa: allora Eudocia, battuta da tanti flagelli, fatto ricorso ai santi Simeone Stilita ed Eutimio, ritornò alla fede cattolica, con adoperarsi dipoi acciocchè molti altri abiurassero gli errori d'Eutichete. Le parole di Cirillo suddetto ci fan conoscere vero quanto si truova scritto da Procopio[Procop., de Bell. Vandal. lib. 1, cap. 5.]e da Teofane[Theoph., in Chronogr.]: cioè chePlacidia, figliuola minore di Valentiniano III imperadore, condotta colla madre Eudossia e colla sorella Eudocia in Africa da Genserico, era già maritata conOlibrionobilissimo senatore romano. Evagrio[Evagr., lib. 2, cap. 7 Hist. Eccl.]all'incontro chiaramente scrive che Placidia, dappoichè fu messa in libertàper ordin di Marciano Augusto, prese per marito essoOlibrio, fuggito a Costantinopoli dopo la entrata de' Vandali in Roma. Ma quil'autorità di Evagrio, benchè seguitata dal Du-Cange[Du-Cange, Famil. Byzant.], ha poco peso; perciocchè Placidia solamente dopo la morte di Marciano imperadore fu posta in libertà. Sembra eziandio che Prisco, istorico di que' tempi, asserisca[Priscus, Hist. Byz., tom. 1, pag. 74.]seguito quel matrimonio solamente dappoichè fu restituita alla primiera libertà questa principessa, con dire ἥν ἐγεγαμἠκει Ὀλίβιρος, cioè, secondo la versione latina del Cantoclaro,quam duxit Olibrius; ma si dovea più giustamente traslatarequam duxerat Olibrius.

Consoli

Valentiniano Augustoper l'ottava volta edAntemio.

L'anno è questo in cui l'imperio di Occidente, già lacerato in varie parti dai Barbari, diede un gran crollo, e cominciòad avvicinarsi alla rovina. Il che avvenne per la morte diValentinianoimperadore, non naturale, ma violenta, a cui soggiacque egli o per la sua poca prudenza, o pel merito delle sue poco lodevoli azioni. Ascoltiamo prima Procopio[Procop., lib 1, cap. 4 de Bell. Vandal.], che narra l'origine di questa tragedia.Petronio Massimo, uno de' senatori più illustri e potenti di Roma, stato due volte console, avea per moglie una dama che insieme sapeva congiungere una rara bellezza con una singolar pudicizia. Se ne invaghì perdutamente Valentiniano, quantunque avesse per moglieEudossia, principessa di beltà non ordinaria; e conoscendo che nè i doni nè le preghiere e lusinghe avrebbono potuto espugnar quella rocca, si appigliò ad una risoluzione nefanda. Fatto chiamare in corte Massimo, e vintagli certa quantità di danaro, si fece dare in pegno il suo anello; dopo di che immediatamente spedì alla di lui moglie un messo, con dirle che per ordine di Massimo venisse tosto alla corte per salutar l'imperadrice. Ella, prestata fede all'anello, si mise in lettiga, e fu a palazzo, dove introdotta che fu dai ruffiani della corte in una camera, Valentiniano l'assalì, e non ostante la di lei resistenza sfogò le brutali sue voglie con essa. Tornata a casa piena di vergogna e dolore la donna si diede ad un dirotto pianto; e capitato il marito, caricatolo di villanie e d'imprecazioni, si sfogò seco, imputando a lui l'affronto ch'ella avea patito. Diede nelle smanie Massimo; ma siccome persona accorta trattenne e nascose il suo risentimento, cominciando da lì innanzi a meditar la morte dell'imperadore. Prima nondimeno volle sbrigarsi di Aezio patrizio, la cui morte, per quanto abbiam detto, fu sua occulta manifattura. Poscia, guadagnati gli amici di Aezio, ed incitati alla vendetta, per mezzo d'essi fece levar la vita a Valentiniano. Anche Teofane[Theoph., in Chronograph.], sulla fede, cred'io, di Procopio, descrive questo imperadorequal uomo pieno di vizii, e massimamente d'adulterii, per giugnere ai quali non lasciava indietro gl'incantesimi. Cedreno, Zonara e Niceforo, tutti autori greci, copiandosi l'un l'altro, dicono altrettanto; ma io non so perchè mai niuno degli storici latini abbia almeno accennato alcuna di tante malvagità di Valentiniano, nè come Eudossia imperadrice amasse tanto un marito quale a noi vien supposto, cioè macchiato di tanti tradimenti alla fede maritale. Dal solo Apollinare Sidonio il veggo chiamatosemivir amens. Comunque sia, egli è fuor di dubbio, secondo san Prospero[Prosper Tiro, in Chron.], che avendo Valentiniano imprudentemente accettati fra le sue guardie alcuni de' soldati ed amici di Aezio, già da lui ucciso, costoro aspettarono il tempo e l'occasion di vendicare la di lui morte. Uscito egli di Roma nel dì 27 di marzo, secondo la Cronica pubblicata dal Cuspiniano[Chronol. a Cuspiniano edita.], mentre era intento al giuoco del portarsi l'un l'altro, se gli scagliarono improvvisamente addosso costoro, e con varii colpi il distesero morto al suolo. Era seco quel mal arnese d'Eraclio suo eunuco, odiato da tutti, come promotore della rovina d'Aezio, e a lui parimenti toccò una salva di colpi, per i quali cadde morto; nè alcuno del numeroso regale corteggio si mosse alla difesa o vendetta del sovrano. Cassiodoro[Cassiodorius, in Chron.]e Vittor Turonese[Victor Turonensis, apud Canisium.]scrivono ch'egli fu ucciso nel campo Marzio. Prospero Tirone[Prosper Tiro, in Chron., edition. Canis.]dell'edizion del Canisio mette accaduta questa tragedia nel luogo appellato ai due Lauri; e Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.], coll'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 15.], nomina due di questi sicarii, cioè Ottila e Traustila, amendue già sgherri d'Aezio e Barbari di nazione.

Dopo questa scenaPetronio Massimo, autore della morte non men d'Aezioche di Valentiniano III, non avendo più ostacolo, nel dì seguente si fece proclamare imperadore de' Romani. Il Reinesio[Reines., Inscript. Class. I, num. 39.]nell'albero della casa Anicia dimenticò di porre costui, quantunque in una medaglia riferita dal Goltzio[Goltzius, Numism.]e dal Mezzabarba[Mediobarb., Numism. Imperator.]egli si vegga chiamato D. N. FL. ANICIUS MAXIMUS P. F. AVG. Ma se fosse vero ciò che scrive Teofane[Theoph., in Chronogr.], cioè che questo Massimo era nipote di quel Massimo che a' tempi di Teodosio il grande strepitosamente usurpò l'imperio, non sarebbe egli da attribuire alla famiglia Anicia, perchè con essa nulla avea che fare Massimo il tiranno. Però o Petronio Massimo non fu Anicio, e quella medaglia è falsa; o, come è più probabile, Teofane prese abbaglio, ingannato dalla somiglianza del cognome. Non tardò Massimo, dappoichè fu alzato al trono imperiale, ad indurre, prima colle buone, poi colle brusche,Eudossiavedova a non piangere l'ucciso imperadore, e a prendere lui per marito, giacchè gli era poco dianzi mancata di vita la prima moglie. Eudossia, suo malgrado, vi consentì, perchè non sapea che per trama di lui fosse stato tolto di vita l'Augusto consorte. Procopio, Evagrio e Teofane coi lor copiatori, cioè Cedreno, Zonara e Niceforo, scrivono che la violenza fatta ad Eudossia fu maggiore di quel che ho detto: il che poi non s'accorda con quel che soggiungono; cioè, che essendo essi coniugati in letto, e ragionando degli affari loro, Massimo in confidenza le disse di aver egli procurata la morte di Valentiniano pel grande amore che a lei portava: stolto ch'ei fu a rivelare e mettere quel segreto in petto di donna, che si mostrava tuttavia tanto appassionata pel primo consorte. Internamente a questo avviso fremè di sdegno Eudossia, e pensando alla maniera di farnevendetta[Theoph., in Chronogr.], ed insieme di ricuperare la libertà, giacchè dopo la morte di Teodosio II suo padre e della zia Pulcheria non sapeva sperar aiuto dall'imperador d'Oriente, si appigliò ad una abbominevol risoluzione, che tornò poscia in rovina di Roma e di lei medesima. Cioè spedì ella segretamente in Africa lettere aGensericore de' Vandali, pregandolo di venir quanto prima a vendicar la morte di Valentiniano già suo collegato, con offerirgli ogni assistenza dal canto suo. Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.], Procopio[Procop., lib. 1, cap. 4 de Bell. Vand.]ed Evagrio[Evagr., Hist. Eccl., lib. 2.]attestano anch'essi che Genserico fu sollecitato con lettere assai calde dalla furente imperadrice a venir colle sue forze contra l'odiato suo consorte. A braccia aperte Genserico accolse l'invito, non già per carità verso d'Eudossia, ma per la speranza di un gran bottino; e messa in punto una formidabil flotta, comparve con essa alle spiaggie romane. Secondochè abbiamo da Idacio[Idacius, in Chron.], Massimo avea dichiarato CesarePalladiofigliuolo suo e della prima moglie, e congiunta seco in matrimonio una figliuola di Valentiniano, cioè, per quanto si crede,Eudocia, chiamata da altriEudossia, primogenita d'esso imperadore. Per quanto scrive san Prospero[Prosper, in Chron.], ossia Prospero Tirone, s'era già divulgato fra il popolo ch'egli era stato autore della morte d'Aezio e di Valentiniano, al vedere ch'egli non solamente non gastigò i loro uccisori, ma gli aveva anche presi sotto la sua protezione. Perciò la speranza conceputa che questo novello Augusto dovesse riuscire d'utilità alla repubblica si convertì in odio quasi universale contra di lui. Uditosi poi l'avviso d'essere approdata in vicinanza di Roma l'armata navale dei Vandali, molti nobili e popolari cominciarono a fuggire; e lo stesso Massimo, diffidandosi di poter fare resistenza a queiBarbari, dopo aver data a tutti licenza di andarsene, pieno di spavento, prese anche egli lo spediente di ritirarsi altrove. Ma nell'uscir di palazzo, svegliatosi un tumulto fra il popolo, fu da esso, e massimamente dai soldati e servitori di corte, tagliato a pezzi e gittato nel Tevere, senza che gli restasse neppur l'onore della sepoltura. Non tenne l'imperio se non due mesi e diciassette giorni, secondo san Prospero, e però cadde nel dì 11 di giugno la morte sua. Dovette eziandio restar vittima del furor popolarePalladiosuo figliuolo, giacchèEudociasua moglie si vede da lì a non molto maritata con Unneri cofigliuolo del re Genserico. Per altro ha qualche aria d'inverisimile la chiamata dei Barbari attribuita ad Eudossia Augusta, stante il breve spazio di due mesi, in cui si suppone rivelato da Massimo il suo segreto, chiamato dall'Africa Genserico, fatti da lui i convenevoli preparamenti, e giunta la sua flotta ai lidi romani, per tacere altri riflessi. Oltredichè, dopo i fatti, non si può dir quanto sia facile il popolo a sognare e spacciar voci false.

Comunque sia, sbarcate le vandaliche milizie, tra le quali era anche una gran quantità di Mori, tratti dall'avidità della preda, nel dì 12 di giugno, e non già nel dì 12 di luglio, come scrive Mariano Scoto[Marian. Scotus, in Chron.](errore a cui non fece mente il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]), trovò poca difficoltà il re Genserico ad entrare in Roma, rimasta senza gente e presidio abile a far difesa, e lasciò libero il campo ai suoi di saccheggiar l'infelice città. L'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 15.], secondo la mia edizione, scrive che il santo pontefice Leone uscì fuori della città incontro al re barbaro, e non men col suo venerabile aspetto che colla sua eloquenza ottenne che non si ucciderebbono nè tormenterebbono i cittadini, e resterebbono salve dal fuoco le case. Durò il saccheggio quattordici dì, ne' quali fu fatta un'esatta ricerca ditutto il meglio che s'avessero gli abitatori, e rimase spogliata la misera città di tutte le sue ricchezze, che furono imbarcate ed inviate a Cartagine. Scrive Procopio[Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 5.]che coloro asportarono dall'imperial palazzo quanto v'era di buono, nè vi lasciarono pur un vaso di rame. Diedero parimente il sacco al tempio di Giove Capitolino, il quale è da stupire come tuttavia sussistesse, con portarne via la metà del tetto, ch'era d'ottimo bronzo indorato, ed una delle superbe e mirabili rarità di Roma. Corse fama che la nave in cui erano condotti gl'idoli dei Romani perisse nel viaggio. Furono inoltre menate in ischiavitù molte migliaia di cittadini romani, e fra essi, per attestato d'Idacio[Idacius, in Chronico.],Gaudenziofigliuolo d'Aezio. Provò allora anche la sconsigliata imperadrice Eudossia (se pur fu vero l'invito fatto a Genserico) i frutti della sua pazzia, in essersi fidata del re barbaro ed eretico; perciocchè anch'ella colle sue due figliuole,EudociaePlacidia, corse la medesima fortuna, essendo state tutte e tre condotte prigioniere a Cartagine. Genserico dopo alcuni anni, come diremo, diede per moglieEudociaadUnnericosuo primogenito, a cui ella col tempo partorì un figliuolo appellatoIlderico. Nella sola Cronica Alessandrina[Chron. Alexandr.]questa principessa vien chiamata non giàEudocia, maOnoria; e perciò tanto il Du-Cange quanto il padre Pagi credettero ch'ella avesse due nomi; e giunse il suddetto Pagi fino ad immaginare ch'essa prendesse dal nome diUnnericoossiaHonoricosuo consorte quello d'Onoria. Ma nulla di ciò, a mio credere, sussiste. Si dee tener per error de' copisti il nome diOnorianella Cronica Alessandrina, giacchè tutti gli altri scrittori la chiamano solamenteEudocia. E se il padre Pagi soggiugne che anche Prisco, istorico[Priscus, tom. 1 Hist. Byz.]di que' tempi, le dà il nome diOnoriaallafacciata 42, egli prese abbaglio, perchè si attenne alla versione latina, laddove il testo greco ha chiaramente ΕὐδωκίαEudocia, siccome ancora alla facciata 74. Falla eziandio l'autore della Miscella[Hist. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar., pag. 98.], secondo l'edizion mia, allorchè scrive che Eudocia fu maritata conTrasamondo figliuolo di Genserico. Ma è ben degna d'osservazione una particolarità ch'egli aggiunge, taciuta da tanti altri autori. Cioè che, dopo avere abbandonata Roma, i Vandali e Mori si sparsero per la Campania, saccheggiando, incendiando quanto incontrarono. Presero Capoa, e la distrussero sino ai fondamenti; altrettanto fecero a Nola città ricchissima. Non poterono aver Napoli nè altri luoghi forti, ma diedero il sacco a tutto il territorio, e condussero seco in ischiavitù chi era avanzato alle loro spade. Appresso racconta che Paolino, piissimo vescovo di Nola, dopo aver impiegato quanto avea pel riscatto de' poveri cristiani, altro non restandogli in fine, per compassione ad una misera vedova, andò egli stesso in Africa a liberare un di lei figliuolo, con rimaner egli schiavo; ma, conosciuta dipoi la sua santità, fu lasciato andar da que' Barbari con quanti Nolani si trovavano schiavi. Sembra, è vero, a tutta prima che questo autore abbia confuso le crudeltà commesse dai Goti sotto Alarico nell'anno 409, dopo la presa di Roma, con quest'altra disavventura della medesima città. Ma può stare benissimo che i Vandali portassero la loro fierezza anche nella Campania. San Gregorio il Grande, che fiorì sul fine del secolo susseguente, narra anch'egli il fatto suddetto di san Paolino[Gregor. Magnus, lib. 3, cap. 2 Dialogor.]:quum saevientiun Vandalorum tempore fuisset Italia in Campaniae partibus depopulata. E di qui si può prender maniera per isciorre un nodo avvertito dagli eruditi, i quali trattano come favola la schiavitù in Africa di san Paolino; perchè altro san Paolino vescovo di Nola non riconoscono se non quelloche fiorì a' tempi dei santi Girolamo ed Agostino. Ma il padre Gianningo della compagnia di Gesù giudiciosamente osservò[Acta Sanctorum, in Append. ad Vit. sancti Paulini ad diem 22 jun.], aver Nola avuto più d'un Paolino per suo vescovo, e che non sotto il primo, ma sotto uno de' suoi successori potè succedere il fatto di quella vedova, il quale incautamente nel Breviario e Martirologio romano vien attribuito al primo san Paolino. Ora ecco dall'autore della Miscella autenticate le conghietture del padre Gianningo, e doversi riferire a questi tempi la distruzione di Capoa e di Nola, e un altro san Paolino vescovo dell'ultima città. E così possiam credere, finchè dia l'animo ad alcuno di mostrarci che in ciò si sieno ingannati san Gregorio Magno e l'autore della Miscella.

Sappiamo bensì che si dilungò dal vero sant'Isidoro in iscrivendo[Isidorus, in Chron. Vandal.]che Genserico solamente dopo la morte di Maioriano Augusto prese e saccheggiò Roma: il che sarebbe accaduto nell'anno di Cristo 462. È troppo patente un anacronismo tale. Lasciò parimente Evagrio[Evagr., lib 2, cap. 7 Hist. Eccl.], che Roma in tal congiuntura fu data alle fiamme; ma anch'egli s'ingannò. Pretende il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], coll'autorità di Anastasio bibliotecario[Anastas., in Vita Leonis Magni.], che i Vandali portassero rispetto alle tre primarie basiliche di Roma, e non ne asportassero i sacri vasi: intorno a che è di dire che non è ben chiaro quel passo. Certo è bensì che una gran quantità di sacre suppellettili con gemme e vasi di oro e d'argento, tolta alle chiese, trasportata fu in Africa da que' masnadieri. E Teofane[Theoph., in Chronogr.]aggiugne che furono del pari menati via i vasi del tempio di Gerusalemme, che Tito imperadore, dopo la presa di quella città, avea condotto a Roma. Questi poi, allorchè Belisario riacquistò l'Africa al romano imperio,per attestato di Procopio[Procop., de Bell. Vandal., lib. 2 cap. 9.], furono trasferiti a Costantinopoli. Si raccoglie poi da san Leone papa[SermoLXXXIs. Leonis, in Octava Apostol.], che fu istituita una festa in Roma in ringraziamento a Dio, perchè i Barbari avessero, con andarsene, lasciata in libertà quella città. Del pari merita ben d'essere qui rammentata l'incomparabil carità diDeogratias, vescovo di Cartagine, di cui abbiam parlato di sopra, giacchè questa viene a noi descritta da Vittore Vitense[Victor Vitensis, lib. 1 de Persecut. Vandal.]. Giunsero in Africa tante migliaia di schiavi cristiani, e ne fecero la division fra loro i Vandali e i Mori, con restar separati, secondo l'uso dei Barbari, le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori. Immediatamente quell'uomo di Dio vendè tutti i vasi d'oro e d'argento delle chiese per liberar quei che potè dalla schiavitù, ed impetrare per gli altri che i mariti stessero colle loro consorti, e i figliuoli coi lor padri. E perchè niun luogo bastava a capire tanta moltitudine di miseri cristiani, deputò per essi le due più ampie basiliche di Fausto e delle Nuove, con letti o stramazzi da poter quivi riposare, e diede anche il cibo giornaliero a proporzione delle persone. Non pochi parimente di quegl'infelici erano caduti infermi a cagion de' disagi patiti per la navigazione, o per la crudeltà di que' Barbari. Il santo vescovo, benchè vecchio, quasi ad ogni momento li visitava insieme coi medici, e coi cibi, perchè, secondo l'ordine di essi medici, a cadauno in sua presenza venisse somministrato il bisognevole. E non restava neppur la notte di far questo esercizio il pio prelato a guisa d'una amorevolissima balia, correndo a letto per letto, e interrogando come si portava ciascuno di quei poveri malati. Miravano con occhio livido i Vandali ariani la mirabile carità di questo vescovo cattolico, e varie volte mancò poco che sotto varii pretesti non l'uccidessero.Ma Iddio volle per sè da lì a qualche tempo quest'insigne operaio della sua vigna, con tal dolore de' cattolici di Cartagine, che allora maggiormente si credettero dati in mano ai Barbari, quando egli passò al cielo. Tre anni soli durò il suo vescovato, ma ne durerà presso i fedeli la memoria nel Martirologio romano a dì 22 di marzo.

Fioriva in questi tempi con gran riputazione nelle GallieAvito, nominato più volte di sopra, di nobilissima casa della provincia d'Auvergne, come scrisse Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 2, cap 11.]. Dianzi era con lode intervenuto a varie battaglie; aveva esercitata la carica di prefetto del pretorio delle Gallie, ed ultimamente, mentre egli si godeva la sua quiete in villa, Massimo Augusto, conoscente non meno del di lui merito che della probità e valore, l'avea dichiarato generale dell'esercito romano in quelle parti. E ben ve n'era bisogno, perchè i Visigoti, i Franchi ed altri popoli, udita la morte di Valentiniano, cominciavano a far movimenti di guerra. Nè solamente gli conferì Massimo questa dignità, ma gli ordinò soprattutto di stabilir la pace con Teoderico II re de' Visigoti. A tale effetto avendo Avito mandato avantiMessianopatrizio a parlare col re, anche egli appresso passò a Tolosa, e quivi intavolò la pace desiderata. Quando ecco giugnere nello stesso tempo la nuova che Massimo imperadore era stato tagliato in brani dal popolo e da' soldati, e che Genserico, entrato in Roma, avea quivi lasciata la briglia alla sua crudeltà. Allora gli uffiziali romani, e il medesimo re Teoderico, consigliarono a gara Avito di prendere le redini dell'imperio, giacchè il trono imperiale era voto, nè si facea torto ad alcuno; e in Roma allora altro non v'era che pianto e miseria. Gli promise Teoderico, oltre alla pace, anche l'assistenza sua per liberare l'afflitta città, e far vendetta di Genserico. Se crediamo ad Apollinare Sidonio[Sidon., in Panegyr. Aviti.], maritod'una figliuola d'Avito stesso, egli ripugnò non poco ad accettar questa splendidissima offerta, e fecesi molto pregare; ma Gregorio Turonese[Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 11.]pretende che egli stesso si procurasse un sì maestoso impiego. In Tolosa dunque fu conchiusa la di lui assunzione al trono cesareo; ed essendo egli poi venuto ad Arles, luogo di sua residenza, in essa città col consentimento dell'esercito e de' popoli fu compiuta la funzione, con esser egli proclamato imperadore Augusto, e col prendere la porpora e il diadema. Credesi che ciò seguisse nel dì 10 di luglio. Da una iscrizione riferita dal padre Sirmondo[Sirmondus, in Notis ad Panegyr. Aviti.]possiamo raccogliere che questo imperadore portasse il nome diEparchio Avito. In una sola medaglia riferita dal Goltzio[Goltzius, Numism.]e dal Mezzabarba[Mediob., Numismat. Imp.], esso viene intitolato D. N. FLAVIVS MAECILIVS AVITVS P. F. AVG; ma non tutte le medaglie pubblicate dal Goltzio portarono l'autentica con loro, e senz'altro pruove, la sua non è qui decisiva. Marciano Augusto in quest'anno si mostrò favorevole al clero, ordinando[L. Generali I Lege, Cod. Justinian. de episc. et cleric.]che fosse lecito alle vedove, diaconesse e monache di lasciare nell'ultima volontà ciò che loro piacesse, alle chiese, ai cherici e monaci: il che prima era vietato per una legge di Valentiniano, Valente e Graziano, a cagion d'alcuni che frequentavano troppo e con troppa avidità le case d'esse femmine sotto pretesto di religione. Può anche appartenere al presente anno ciò che vien raccontato da Prisco storico[Priscus, tom. 1 Histor. Byzant., pag. 73.]di questi tempi. Cioè, ch'esso imperador Marciano, da che ebbe inteso il sacco di Roma, e che Genserico aveva condotta seco in Africa l'AugustaEudossiacolle principesse figliuole, non potendo rimediare al male già fatto, almeno spedì ambasciatori al re barbaro, comandandogli di guardarsidal più molestare l'Italia, e che rimettesse in libertà la vedova imperadrice colle figliuole. Genserico se ne rise, e rimandò i legati con buone parole, senza voler liberare quelle principesse. Dimorava tuttavia in questi tempi nella città di GerusalemmeEudocia, ossiaAtenaide, vedova di Teodosio II imperadore, e madre della suddetta Eudossia Augusta. Racconta Cirillo monaco, nella Vita di santo Eutimio abbate[Cotelerius, tom. 4 Monument. Eccl., p. 64.], che questa principessa seguitava l'eresia degli eutichiani, e per quante lettere le andassero scrivendoValeriosuo fratello (Valerianoè questi chiamato nella Cronica d'Alessandria) edOlibriogenero di sua figliuola, perchè abbandonasse quella setta, mai non s'indusse a cangiar sentimenti. Si sa ancora che san Leone papa[Leo Magnus, ep. LXXXVIII ad Julian.]scrisse alla medesima lettere esortatorie per questo, ed altrettanto avea fatto Valentiniano III Augusto suo genero, ma sempre indarno. Giunse finalmente a lei la funesta nuova ch'esso Valentiniano era stato ucciso, e che la figliuola colle nipoti era stata condotta prigioniera in Africa: allora Eudocia, battuta da tanti flagelli, fatto ricorso ai santi Simeone Stilita ed Eutimio, ritornò alla fede cattolica, con adoperarsi dipoi acciocchè molti altri abiurassero gli errori d'Eutichete. Le parole di Cirillo suddetto ci fan conoscere vero quanto si truova scritto da Procopio[Procop., de Bell. Vandal. lib. 1, cap. 5.]e da Teofane[Theoph., in Chronogr.]: cioè chePlacidia, figliuola minore di Valentiniano III imperadore, condotta colla madre Eudossia e colla sorella Eudocia in Africa da Genserico, era già maritata conOlibrionobilissimo senatore romano. Evagrio[Evagr., lib. 2, cap. 7 Hist. Eccl.]all'incontro chiaramente scrive che Placidia, dappoichè fu messa in libertàper ordin di Marciano Augusto, prese per marito essoOlibrio, fuggito a Costantinopoli dopo la entrata de' Vandali in Roma. Ma quil'autorità di Evagrio, benchè seguitata dal Du-Cange[Du-Cange, Famil. Byzant.], ha poco peso; perciocchè Placidia solamente dopo la morte di Marciano imperadore fu posta in libertà. Sembra eziandio che Prisco, istorico di que' tempi, asserisca[Priscus, Hist. Byz., tom. 1, pag. 74.]seguito quel matrimonio solamente dappoichè fu restituita alla primiera libertà questa principessa, con dire ἥν ἐγεγαμἠκει Ὀλίβιρος, cioè, secondo la versione latina del Cantoclaro,quam duxit Olibrius; ma si dovea più giustamente traslatarequam duxerat Olibrius.


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