CDV

CDVAnno diCristoCDV. IndizioneIII.Innocenzopapa 5.Arcadioimperad. 23 e 11.Onorioimperadore 13 e 11.Teodosio IIimperadore 4.ConsoliFlavio Stiliconeper la seconda volta edAntemio.Stando l'imperadore Onorio in Ravenna, pubblicò editti[Gothofr., Chron. Cod. Theodos.]rigorosi contra de' Donatisti, più pertinaci ed insolenti che mai in Africa, comandando l'unione fra essi ed i cattolici: rimedio che riuscì poi salutevole per quella cristianità. Era entrato, o pure entrò in quest'annoRadagaisoin Italia con quel diluvio di Barbari che ho detto di sopra, con saccheggi e crudeltà inudite, scorrendo dappertutto senza opposizione alcuna. L'imperadore Onorio andò raunando quante soldatesche potè; prese ancora al suo soldo molte squadre di Goti, Alani ed Unni, condotti da Uldino e Saro lor capitani. Ma Stilicone maestro di guerra non volle già avventurarsi a battaglia o resistenza alcuna in campagna aperta. Andò solamente costeggiando i movimenti di sì sterminata oste, finchè la medesima si diede a valicar l'Apennino con pensiero di continuare il cammino alla volta di Roma, città che piena di spavento si tenne ancora come perduta. E in Roma appunto questa terribil congiuntura diede motivo ai pagani, che tuttavia ivi restavano, di attribuire tutti questi mali alla religion cristiana, e all'avere abbandonato gli antichi dii, e di prorompere perciò in orride bestemmie, con proporre eziandio di rimettere in piedi gli empii lor sagrifizii e riti. Anzi costoro in lor cuore si rallegravano, perchè Radagaiso, pagano anch'egli, avesse da venire a visitarli, sperando con ciò di veder risorgere la tanto depressa loro superstizione. Ma non era ancora giunto il tempo che Dio avea destinato dipunire Roma, capitale del romano imperio bensì, ma anche di tutti i vizii, e in cui per anche l'idolatria ostinatamente si nascondea, e la superbia apertamente regnava. Secondochè osservarono Paolo Orosio e sant'Agostino, colla venuta di Alarico, e poi di Radagaiso, Dio mostrò in lontananza a quella città il gastigo acciocchè si emendasse e facesse penitenza; ma indarno lo mostrò. Nè volle permettere che questo re pagano giugnesse a punire i Romani, perchè la sua crudeltà avrebbe potuto portarvi un universale eccidio, e ridurla in una massa di pietre. Fu infatti, secondo tutte le apparenze, miracoloso il fine di questa tragedia, per cui la costernazione s'era sparsa per tutta l'Italia. Appena Radagaiso fu giunto di là dell'Apennino, che Stilicone colle truppe romane ed ausiliarie cominciò a tagliargli le strade, a togliergli il soccorso dei viveri, ed a ristringerlo. Il ridusse la mano di Dio nelle montagne di Fiesole presso Firenze, e quella innumerabil moltitudine di Barbari si vide serrata fra quelle angustie ed oppressa dalla fame, e con perdere il coraggio e il consiglio, si diede per vinta. Attesta il suddetto Orosio che non vi fu bisogno di metter mano alle spade e di venire a battaglia, e che i Romani mangiando e bevendo e giocando terminarono questa guerra. Radagaiso senza saputa de' suoi tentò di salvarsi solo colla fuga, ma caduto in mano de' Romani, fu da lì a poco levato di vita. Restò schiava la maggior parte dei suoi, che a guisa di vili pecore erano sì per poco venduti, che con uno scudo d'oro se ne comperava un branco. E questo fine ebbero i passi e le minaccie di quest'altro re barbaro con ammirazione di tutti. Ma ben diversamente Zosimo, storico[Zosimus, lib. 5, cap. 26.]greco de' medesimi tempi, racconta quel fatto. Se a lui crediamo, Stilicone, con poderoso esercito di trenta legioni romane e colle truppe ausiliarie, all'improvviso assalì que' Barbari, e passò a fil dispada l'immensa lor moltitudine, a riserva di pochi che rimasero schiavi: del che egli riportò le lodi ed acclamazioni di tutta l'Italia.Si dee anche aggiugnere una particolarità degna di memoria, che Paolino, scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, ci ha conservata[Paulin., Vit. S. Ambros.]. Aveva il santo arcivescovo promesso di visitar spesso i Fiorentini suoi cari. Oranel tempo che Radagaiso(son parole da me volgarizzate di Paolino)assediava la stessa città di Firenze, trovandosi quei cittadini come disperati, il santo prelato(che nell'anno 397 avea terminati i suoi giorni)apparve in sogno ad uno di essi, e gli promise nel dì seguente la liberazione: cosa che da lui riferita ai cittadini, li riempiè di coraggio. In fatti nel giorno appresso, arrivato che fu Stilicone, allora conte, coll'esercito suo, si riportò vittoria de' nemici. Questa notizia l'ho io avuta da Pansofia piissima donna.Tali parole suppliranno a quanto manca nel racconto di Paolo Orosio. Fa menzione eziandio sant'Agostino[S. August., lib. 5 de Civit. Dei, cap. 23.]di quel gran fatto, con iscrivere cheRadagaiso in un sol giorno con tanta prestezza fu sconfitto, che senz'essere non dirò morto, ma neppur ferito uno de' Romani, restò il di lui esercito, che era di più di centomila persone, abbattuto, ed egli poco dopo preso co' figliuoli e tagliato a pezzi. Dice ancora in uno de' suoi sermoni[Idem, Serm. 29 in Lucam.], cheRadagaiso fu vinto coll'aiuto di Dio in maravigliosa maniera. Prospero[Prosper, in Chron.]notò che il grande esercito di Radagaiso era diviso in tre parti, e però più facile riuscì il superarlo. Non ci maraviglieremmo di questa diversità di relazioni, se non fossimo anche oggidì avvezzi a udir delle battaglie descritte con troppo gran divario da chi le riferisce. Vien rapportata dal cardinal Baronio, dal Petativo, dal Gotofredo e da altri non pochi questainsigne vittoria all'anno susseguente 406, nel quale veramente Marcellino conte istorico la mette. Ma, secondochè osservarono il Sigonio e il Pagi, si ha essa da riferire all'anno presente, in cui vien raccontata da Prospero nella sua Cronaca e da Isidoro in quella de' Goti. E di questa verità ci assicura san Paolino vescovo di Nola, che recitando a dì 14 di gennaio dell'anno 406 il suo poema XIII in onore di san Felice, che io diedi alla luce[Anecdot. Latin. Tom. I.], scrive, restituita la pace, e sconfitti i Goti che già vicini minacciavano Roma stessa. Ecco le sue parole:Candida pax laetum grata vice temporis annumPost hyemes actas tranquillo lamine ducit, ec.Aggiugne che i santi aveano impetrata da Dio la conservazione dell'imperio romano.Instantesque Getas ipsis jam faucibus Urbis.Pellere, et exitium, seu vincula vertere in ipsos,Qui minitabantur romanis ultima regnis.Finalmente che s'era in ciò mirata la potenza di Cristo:.... mactatis pariter cum Rege profanoHostibus.Dalle quali parole, conformi ancora a quelle di Prospero nella Cronica, intendiamo non sussistere l'asserzion di Orosio che ci rappresentò seguita quella vittoria senza verun combattimento e senza strage de' Barbari. Il Sigonio[Sigonius, de Regno Occident., lib. 10.]saggiamente immaginò che la battaglia seguisse sotto Fiorenza, e che, ritiratosi Radagaiso con gli avanzi dell'esercito nei monti di Fiesole, fosse poi dalla fame forzato a rendersi. Fiorivano specialmente in questi tempi sanGirolamoin Palestina, sant'Agostinoin Africa, sanPrudenziopoeta in Ispagna, e sanGiovanni Grisostomoesiliato nell'Armenia, oltre ad altri santi e scrittori. Ma era infestata la Chiesa di Dio dai Donatisti eretici nell'Africa,e da Pelagio e Celestio e da Vigilanzio, altri eretici in Italia e nelle Gallie.

Consoli

Flavio Stiliconeper la seconda volta edAntemio.

Stando l'imperadore Onorio in Ravenna, pubblicò editti[Gothofr., Chron. Cod. Theodos.]rigorosi contra de' Donatisti, più pertinaci ed insolenti che mai in Africa, comandando l'unione fra essi ed i cattolici: rimedio che riuscì poi salutevole per quella cristianità. Era entrato, o pure entrò in quest'annoRadagaisoin Italia con quel diluvio di Barbari che ho detto di sopra, con saccheggi e crudeltà inudite, scorrendo dappertutto senza opposizione alcuna. L'imperadore Onorio andò raunando quante soldatesche potè; prese ancora al suo soldo molte squadre di Goti, Alani ed Unni, condotti da Uldino e Saro lor capitani. Ma Stilicone maestro di guerra non volle già avventurarsi a battaglia o resistenza alcuna in campagna aperta. Andò solamente costeggiando i movimenti di sì sterminata oste, finchè la medesima si diede a valicar l'Apennino con pensiero di continuare il cammino alla volta di Roma, città che piena di spavento si tenne ancora come perduta. E in Roma appunto questa terribil congiuntura diede motivo ai pagani, che tuttavia ivi restavano, di attribuire tutti questi mali alla religion cristiana, e all'avere abbandonato gli antichi dii, e di prorompere perciò in orride bestemmie, con proporre eziandio di rimettere in piedi gli empii lor sagrifizii e riti. Anzi costoro in lor cuore si rallegravano, perchè Radagaiso, pagano anch'egli, avesse da venire a visitarli, sperando con ciò di veder risorgere la tanto depressa loro superstizione. Ma non era ancora giunto il tempo che Dio avea destinato dipunire Roma, capitale del romano imperio bensì, ma anche di tutti i vizii, e in cui per anche l'idolatria ostinatamente si nascondea, e la superbia apertamente regnava. Secondochè osservarono Paolo Orosio e sant'Agostino, colla venuta di Alarico, e poi di Radagaiso, Dio mostrò in lontananza a quella città il gastigo acciocchè si emendasse e facesse penitenza; ma indarno lo mostrò. Nè volle permettere che questo re pagano giugnesse a punire i Romani, perchè la sua crudeltà avrebbe potuto portarvi un universale eccidio, e ridurla in una massa di pietre. Fu infatti, secondo tutte le apparenze, miracoloso il fine di questa tragedia, per cui la costernazione s'era sparsa per tutta l'Italia. Appena Radagaiso fu giunto di là dell'Apennino, che Stilicone colle truppe romane ed ausiliarie cominciò a tagliargli le strade, a togliergli il soccorso dei viveri, ed a ristringerlo. Il ridusse la mano di Dio nelle montagne di Fiesole presso Firenze, e quella innumerabil moltitudine di Barbari si vide serrata fra quelle angustie ed oppressa dalla fame, e con perdere il coraggio e il consiglio, si diede per vinta. Attesta il suddetto Orosio che non vi fu bisogno di metter mano alle spade e di venire a battaglia, e che i Romani mangiando e bevendo e giocando terminarono questa guerra. Radagaiso senza saputa de' suoi tentò di salvarsi solo colla fuga, ma caduto in mano de' Romani, fu da lì a poco levato di vita. Restò schiava la maggior parte dei suoi, che a guisa di vili pecore erano sì per poco venduti, che con uno scudo d'oro se ne comperava un branco. E questo fine ebbero i passi e le minaccie di quest'altro re barbaro con ammirazione di tutti. Ma ben diversamente Zosimo, storico[Zosimus, lib. 5, cap. 26.]greco de' medesimi tempi, racconta quel fatto. Se a lui crediamo, Stilicone, con poderoso esercito di trenta legioni romane e colle truppe ausiliarie, all'improvviso assalì que' Barbari, e passò a fil dispada l'immensa lor moltitudine, a riserva di pochi che rimasero schiavi: del che egli riportò le lodi ed acclamazioni di tutta l'Italia.

Si dee anche aggiugnere una particolarità degna di memoria, che Paolino, scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, ci ha conservata[Paulin., Vit. S. Ambros.]. Aveva il santo arcivescovo promesso di visitar spesso i Fiorentini suoi cari. Oranel tempo che Radagaiso(son parole da me volgarizzate di Paolino)assediava la stessa città di Firenze, trovandosi quei cittadini come disperati, il santo prelato(che nell'anno 397 avea terminati i suoi giorni)apparve in sogno ad uno di essi, e gli promise nel dì seguente la liberazione: cosa che da lui riferita ai cittadini, li riempiè di coraggio. In fatti nel giorno appresso, arrivato che fu Stilicone, allora conte, coll'esercito suo, si riportò vittoria de' nemici. Questa notizia l'ho io avuta da Pansofia piissima donna.Tali parole suppliranno a quanto manca nel racconto di Paolo Orosio. Fa menzione eziandio sant'Agostino[S. August., lib. 5 de Civit. Dei, cap. 23.]di quel gran fatto, con iscrivere cheRadagaiso in un sol giorno con tanta prestezza fu sconfitto, che senz'essere non dirò morto, ma neppur ferito uno de' Romani, restò il di lui esercito, che era di più di centomila persone, abbattuto, ed egli poco dopo preso co' figliuoli e tagliato a pezzi. Dice ancora in uno de' suoi sermoni[Idem, Serm. 29 in Lucam.], cheRadagaiso fu vinto coll'aiuto di Dio in maravigliosa maniera. Prospero[Prosper, in Chron.]notò che il grande esercito di Radagaiso era diviso in tre parti, e però più facile riuscì il superarlo. Non ci maraviglieremmo di questa diversità di relazioni, se non fossimo anche oggidì avvezzi a udir delle battaglie descritte con troppo gran divario da chi le riferisce. Vien rapportata dal cardinal Baronio, dal Petativo, dal Gotofredo e da altri non pochi questainsigne vittoria all'anno susseguente 406, nel quale veramente Marcellino conte istorico la mette. Ma, secondochè osservarono il Sigonio e il Pagi, si ha essa da riferire all'anno presente, in cui vien raccontata da Prospero nella sua Cronaca e da Isidoro in quella de' Goti. E di questa verità ci assicura san Paolino vescovo di Nola, che recitando a dì 14 di gennaio dell'anno 406 il suo poema XIII in onore di san Felice, che io diedi alla luce[Anecdot. Latin. Tom. I.], scrive, restituita la pace, e sconfitti i Goti che già vicini minacciavano Roma stessa. Ecco le sue parole:

Candida pax laetum grata vice temporis annumPost hyemes actas tranquillo lamine ducit, ec.

Candida pax laetum grata vice temporis annum

Post hyemes actas tranquillo lamine ducit, ec.

Aggiugne che i santi aveano impetrata da Dio la conservazione dell'imperio romano.

Instantesque Getas ipsis jam faucibus Urbis.Pellere, et exitium, seu vincula vertere in ipsos,Qui minitabantur romanis ultima regnis.

Instantesque Getas ipsis jam faucibus Urbis.

Pellere, et exitium, seu vincula vertere in ipsos,

Qui minitabantur romanis ultima regnis.

Finalmente che s'era in ciò mirata la potenza di Cristo:

.... mactatis pariter cum Rege profanoHostibus.

.... mactatis pariter cum Rege profano

Hostibus.

Dalle quali parole, conformi ancora a quelle di Prospero nella Cronica, intendiamo non sussistere l'asserzion di Orosio che ci rappresentò seguita quella vittoria senza verun combattimento e senza strage de' Barbari. Il Sigonio[Sigonius, de Regno Occident., lib. 10.]saggiamente immaginò che la battaglia seguisse sotto Fiorenza, e che, ritiratosi Radagaiso con gli avanzi dell'esercito nei monti di Fiesole, fosse poi dalla fame forzato a rendersi. Fiorivano specialmente in questi tempi sanGirolamoin Palestina, sant'Agostinoin Africa, sanPrudenziopoeta in Ispagna, e sanGiovanni Grisostomoesiliato nell'Armenia, oltre ad altri santi e scrittori. Ma era infestata la Chiesa di Dio dai Donatisti eretici nell'Africa,e da Pelagio e Celestio e da Vigilanzio, altri eretici in Italia e nelle Gallie.


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