CDXI

CDXIAnno diCristoCDXI. IndizioneIX.Innocenzopapa 11.Onorioimperadore 19 e 17.Teodosio IIimper. 10 e 4.ConsoleTeodosio Augustoper la quarta volta senza collega.Per quest'anno ancora continuòBonosianoad esercitar la carica di prefetto di Roma, ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano. Credevasi Costantino tiranno di avere stabilito il suo dominio anche in Ispagna, allorchè inviò colàCostantesuo figliuolo, dichiarato poscia daluiAugusto. Ma avvenne cheGeronzio, il più bravo de' generali ch'egli avesse, uomo per altro perfido e cattivo, rivoltò contra di lui l'armi nella medesima Spagna, e tirati nel suo sentimento quanti soldati romani si trovarono in quelle parti, creò col consenso loro imperadore un certoMassimo, che Olimpiodoro chiama suo figliuolo[Olympiodorus, apud Photium.], ma da Paolo Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 42.], autore più degno di fede, perchè spagnuolo ed allora vivente, non vien riconosciuto per tale. Frigerido storico presso Gregorio Turonese[Gregor. Turon., Hist., lib. 2, cap. 8.], il chiama uno de' clienti di Geronzio: il che s'accorda con Sozomeno[Sozom., lib. 9, cap. 13.]là dove scrive che costui era familiare di Geronzio, uomo per altro di bassa nascita e senza ambizione, che allora militava nelle guardie del corpo dell'imperadore. Pare eziandio che supponga dichiarato Augusto questo Massimo solamente, dappoichè Geronzio giunto nella Gallia ebbe atterrato Costante. Comunque sia, certo è che Geronzio, lasciato questo fantasma in Tarragona, giacchè quella provincia restava illesa dai Barbari, co' quali, secondo Olimpiodoro, egli avea fatto un trattato di pace; e raunate quante milizie romane potè, ed aggiunte ancora molte dei Barbari che erano nella Gallia, si mosse contra di Costante e di Costantino con isperanza di sottoporre le Gallie al suo imperadore. Giunto pertanto a Vienna del Delfinato, trovò ch'era ivi alla difesa Costante figliuolo del tiranno. Ebbe la maniera di aver la città, e di far tagliare la testa al difensore. Dopo di che si rivolse contra del di lui padre Costantino, il quale s'era rinserrato e fortificato in Arles. Sozomeno scrive che appena fu udita da esso Costantino la ribellion di Geronzio e di Massimo, che spedì di là del Reno Edobico suo capitano a chieder soccorso ai Franchi e agli Alemanni, e con questa speranzas'accinse a sostener bravamente l'assedio posto da Geronzio a quella città.Erano in tale stato gli affari della Gallia, quando Iddio, che mortifica e vivifica, accordò alla pietà d'Onorio Augusto ciò che mancava a questo buon principe, con provvederlo di un braccio gagliardo ed atto a sostenere il vacillante imperio, voglio dire di un nuovo generale d'armata. Questi fuCostanzo, personaggio non barbaro, ma suddito de' Romani, nato nell'Illirico, come asserisce Olimpiodoro[Olympiodorus, apud Phothium, pag. 183 et 193.], in Panese o sia Naisso, città della Dacia novella. Lo avea la natura formato degno di comandare ad altri, grande di corpo, con fronte larga, occhi grandi e vivaci, i quali chinandosi sul collo del cavallo, egli movea di qua e di là con velocità per osservare tutto quel che passava. All'aspetto era talmente serio, che sembrava melanconico e scuro; ma nella mensa e nei conviti si facea conoscere assai gaio ed ameno, e scherzava egregiamente fin coi buffoni. Valoroso di sua persona e con senno capace di trattar grandi affari e di comandare un'armata; fra gli altri suoi costumi, niente era avido dell'oro; virtù nulladimeno, di cui parve che si dimenticasse, dappoichè arrivò al non più oltre della fortuna. Aveva egli da giovinetto servito negli eserciti romani a' tempi di Teodosio il Grande, e per varii gradi era giunto ad avere il titolo di conte, allorchè Onorio l'elesse per generale dell'armata che dovea passare in Francia contro al tiranno Costantino. Per compagno e luogotenente gli fu datoUlfila, il cui nome ci fa abbastanza intendere, ch'egli era o Goto o pure Unno di nazione. E siccome osservò Paolo Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 42.], la condotta di questo uffiziale, cioè di Costanzo, fece conoscere quanto più utile era all'imperio l'aver de' generali romani che dei barbari, come s'era lungamente praticato inaddietro. Passò nella Gallia, e alla comparsa sua nelle vicinanze d'Arles, città allora assediata da Geronzio, tra l'essersi risvegliato nell'esercito romano di esso Geronzio l'amore e la venerazione verso il legittimo lor signore ed imperadore, e mercè del credito, e probabilmente dei segreti maneggi di Costanzo, i soldati di Geronzio, per altro mal soddisfatti del suo imperioso e severo procedere, per la maggior parte l'abbandonarono, e vennero sotto le bandiere del medesimo Costanzo conte. Non perdè tempo Geronzio a scappare, e con pochi si ritirò in Ispagna. Ma quivi i soldati spagnuoli, conceputo dello sprezzo per lui a cagion di questa fuga, determinarono di ammazzarlo. In fatti l'assediarono una notte in casa sua, ma bravamente si difese coll'aiuto de' suoi servi sino alla mattina, in cui fuggendo avrebbe forse anch'egli potuto salvare la vita, ma per amore di Nonnechia sua moglie nol fece. Toltagli poi ogni speranza di salute, perchè i soldati aveano attaccato il fuoco alla casa, ucciso prima un Alano suo servo fedele, e la moglie, che istantemente il pregarono di non lasciarli in vita, poscia con un pugnale ch'egli si spinse nel cuore, finì anch'egli di vivere: se pure, come Onorio racconta, non furono i soldati che risparmiarono a lui la fatica di uccidersi. Sozomeno[Sozom., lib. 9, cap. 13.], che racconta questo fatto, loda la moglie di costui, come donna d'animo virile, perchè cristiana, aggiugnendo ch'ella ebbe un fine degno della sua religione, con aver per quel suo coraggio lasciata una sempiterna memoria di sè stessa ai posteri; senza badare che presso i gentili erano ben in pregio simili bravure, ma secondo la religion di Cristo un tal furore non si può scusar da peccato. La caduta di Geronzio si tirò dietro quella del suo imperadoreMassimo, che, abbandonato da' soldati della Gallia, fu spogliato della porpora e degradato, con essergli nondimeno donata la vita, perchè essendo uomo umile e modesto,parve che non si avesse più da temere di lui. Olimpiodoro all'incontro narra che costui dopo la morte di Geronzio se ne fuggì presso i barbari suoi collegati. Questo avenne solamente l'anno seguente, secondochè narra s. Prospero nella sua Cronica. Truovasi poi, per attestato di Prospero Tirone (o sia d'altro autore), che circa l'anno 419 Massimo colla forza si fece signoredelle Spagne, e che nel 422 preso, fu trionfalmente condotto a Ravenna e mostrato al popolo nei tricennali d'Onorio Augusto. Marcellino conte, e Giordano storici scrivono lo stesso. Perciò Adriano Valesio e il Pagi sono stati d'avviso che il medesimo Massimo rinnovasse la ribellione in Ispagna, e che in fine si rifugiasse tra i Barbari: opinione che si rende quasi certissima dalle parole d'Orosio, là dove scrive, prima di dar fine alla sua Cronica, parlando del deposto Massimo:Costui di presente bandito vive mendico fra i Barbari in Ispagna.Qualche partito di malcontenti dovette di nuovo mettere in teatro questo imperadore da scena, ma ebbe corta durata. Nel Codice Teodosiano[Cod. Theod., lib. 15, tit. 14.]esistono varii editti di Onorio contra di costui.Ma non può già sussistere il dirsi da Prospero suddetto che questo prese lasignoria delle Spagne. Di qualche provincia sì, ma non già di tutte quelle provincie. Già vedemmo che v'erano entrati i Vandali, Alani e Svevi, e questi in buona parte della Spagna seguitavano a signoreggiare, cioè ad esercitare quanti atti poteano di crudeltà. Idacio, vescovo in Ispagna circa questi medesimi tempi, ci lasciò autentica memoria delle barbariche loro azioni; perciocchè fecero strage de' popoli, e saccheggiarono quante città e castella non ebbero forze da resistere alle lor armi. A questi mali tenne dietro una spaventosa carestia, per cui si trovarono madri sì disumanate che uccisero la lor prole per cibarsene. Succedette anche la peste che desolò le interepopolazioni. Anche Olimpiodoro, presso Fozio, fa menzione dell'orrenda fame che afflisse la Spagna. E non erano già minori in quel tempo i peccati degli Spagnuoli di quei dei Galli e degl'Italiani, per cavare dalla mano di Dio i flagelli. Basta leggere Salviano nei suoi libri del governo di Dio. Contuttociò non fu pigra la misericordia dell'Altissimo a recar sollievo alle tribulazioni della provincia ispana, coll'ispirare in quest'anno pensieri di pace a que' Barbari. Conoscendo essi in fine ch'era meglio il darsi alla coltura delle campagne che vivere di rapina, si accordarono con que' pochi abitanti del paese, a' quali era riuscito di salvarsi dalle loro spade e dal furor della fame[Isidorus, in Chron. Goth.]. I Vandali, re de' quali eraGonderico, e gli Svevi conErmericore loro, occuparono la Galizia, in cui si comprendeva allora la Castiglia vecchia; gli Alani presero la Lusitania, oggidì il Portogallo, e la provincia di Cartagena, ed altri Vandali, chiamati Silengi, la Betica, dove è Siviglia: essendosi poi creduto che l'Andaluzia d'oggidì prendesse il nome da costoro, e sia corrotto quel nome daVandalicia. Sicchè la Spagna tarragonese è da credere che tuttavia stesse salda nella divozione e fedeltà verso il romano imperio. In questi tempi ancora non andarono esenti da gravi flagelli l'Egitto, la Palestina, la Soria e la Fenicia per le incursioni de' Saraceni, o sia degli Arabi, attestandolo san Girolamo[Hieronymus, in Epist. ad Marcellio.]. Dopo avere il generale d'Onorio,Costanzoconte, nelle Gallie sbrigato l'affare di Geronzio, si pose anch'egli all'assedio di Arles, entro la qual città era tuttavia inchiuso il tiranno Costantino. Costui per la speranza de' soccorsi che aspettava dai popoli oltrarenani, si sostenne per ben quattro mesi; quando eccoti in fatti avvicinarsi questo soccorso condotto daEdobicogenerale d'esso Costantino, e con tali forze, che fu in pensiero il generale d'Onorio di ritirarsiin Italia. La necessità il costrinse a fermarsi, perchè Edobico era giunto non molto lungi, e potea troppo incomodarlo nella ritirata. Prese dunque risoluzione di venire ad una giornata campale, e passato il Rodano, accortamente si postò colla fanteria per ricevere in fronte i nemici, e comandò che Ulfila, altro generale, si mettesse colla cavalleria in un'imboscata, per assalirli alla coda. Così fu fatto, e lo stratagemma con tanta felicità riuscì, che l'esercito nemico atterrito si mise in fuga, con restarne assaissimi estinti sul campo, e molt'altri, impetrato quartiere, rimasero prigionieri. Edobico, generale di queste truppe, mercè delle buone gambe del suo cavallo si mise in salvo, e ricoverossi in casa di certo Ecdicio, obbligato a lui per molti benefizii, e però creduto suo ottimo amico. La ricompensa che n'ebbe, fu di perder ivi la testa, che fu da Ecdicio portata ai generali d'Onorio per la speranza di un gran premio. Questi il ringraziarono molto, ed avendo egli poi voluto fermarsi nel campo, gli fu detto all'orecchio che l'armata romana non sentiva piacere di conversare con persona solita a trattar sì bene gli ospiti suoi amici.Dopo questa vittoria rinforzato maggiormente l'assedio, Costantino veggendosi perduto, deposte le insegne imperiali, si ritirò in chiesa, e si fece ordinar prete dal vescovo di quella città, avvisandosi con questo ripiego di salvare la vita. Gli assediati allora capitolarono la resa, ed ottennero il perdono. Costantino e Giuliano suo figlio tolti di chiesa furono inviati con buona scorta all'imperadore a Ravenna, ma non vi giunsero, perchè Onorio ricordevole che Costantino avea tempo fa tolta la vita agl'innocenti parenti d'esso Augusto[Friger., apud Gregor. Turonens., lib. 2, cap. 8. Hist. Franc.], mandò ordine, giunti che furono al Mincio, che venissero decapitati, senza farsi scrupolo che da' suoi generali fosse loro statapromessa con giuramento la sicurezza della vita, allorchè si renderono gli Arelatensi. Le teste di costoro, se crediamo ad Olimpiodoro[Olympiodorus, apud Photium, pag. 183 et 186.], furono portate a Cartagine, ed ivi esposte al pubblico sopra un palo, dove, dic'egli, erano ancor quelle di Massimo ed Eugenio tiranni, uccisi al tempo di Teodosio. Ma non sarebbe gran cosa che quel testo fosse scorretto, e che s'avesse a leggere Roma o altra città. Pareva che dopo la vittoria suddetta avesse da rimettersi la pace nelle Gallie; ed appunto lasciò scritto Sozomeno che tutte quelle provincie ritornarono all'ubbidienza d'Onorio Augusto, e furono da lì innanzi governate dagli uffiziali di lui. Ma, per quanto andremo vedendo, seguitarono a signoreggiar nelle Gallie molti Barbari ed alcuni tiranni. Sappiamo inoltre da Frigerido storico, citato da Gregorio Turonense, che durante lo stesso assedio d'Arles, venne nuova a Costanzo generale d'Onorio dalla Gallia occidentale, comeGiovino, personaggio nobilissimo di que' paesi, aveva assunto il titolo diAugustoe gli ornamenti imperiali, e marciava con un poderoso esercito di Borgognoni, Alamanni, Franchi ed Alani, per soccorrere gli assediati; il che diede motivo a Costanzo di accordare un'onesta capitolazione ai cittadini d'Arles, acciocchè gli aprissero le porte. Non so poi dire se in questo, o pure nel seguente anno accadesse ciò che narra il suddetto Frigerido, cioè, che Decimo Rustico e molti nobili della provincia d'Auvergne, seguaci di esso Giovino tiranno, furono presi dai generali d'Onorio, e crudelmente fatti morire. Presso il Mezzabarba esistono medaglie battute col nome di questo nuovo tiranno[Mediob., Numismat. Imperat.]. Onorio imperadore intanto seguitava a stare in Ravenna, ed in quest'anno fece solennizzare in Roma l'anno ventesimo del suo imperio.

Console

Teodosio Augustoper la quarta volta senza collega.

Per quest'anno ancora continuòBonosianoad esercitar la carica di prefetto di Roma, ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano. Credevasi Costantino tiranno di avere stabilito il suo dominio anche in Ispagna, allorchè inviò colàCostantesuo figliuolo, dichiarato poscia daluiAugusto. Ma avvenne cheGeronzio, il più bravo de' generali ch'egli avesse, uomo per altro perfido e cattivo, rivoltò contra di lui l'armi nella medesima Spagna, e tirati nel suo sentimento quanti soldati romani si trovarono in quelle parti, creò col consenso loro imperadore un certoMassimo, che Olimpiodoro chiama suo figliuolo[Olympiodorus, apud Photium.], ma da Paolo Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 42.], autore più degno di fede, perchè spagnuolo ed allora vivente, non vien riconosciuto per tale. Frigerido storico presso Gregorio Turonese[Gregor. Turon., Hist., lib. 2, cap. 8.], il chiama uno de' clienti di Geronzio: il che s'accorda con Sozomeno[Sozom., lib. 9, cap. 13.]là dove scrive che costui era familiare di Geronzio, uomo per altro di bassa nascita e senza ambizione, che allora militava nelle guardie del corpo dell'imperadore. Pare eziandio che supponga dichiarato Augusto questo Massimo solamente, dappoichè Geronzio giunto nella Gallia ebbe atterrato Costante. Comunque sia, certo è che Geronzio, lasciato questo fantasma in Tarragona, giacchè quella provincia restava illesa dai Barbari, co' quali, secondo Olimpiodoro, egli avea fatto un trattato di pace; e raunate quante milizie romane potè, ed aggiunte ancora molte dei Barbari che erano nella Gallia, si mosse contra di Costante e di Costantino con isperanza di sottoporre le Gallie al suo imperadore. Giunto pertanto a Vienna del Delfinato, trovò ch'era ivi alla difesa Costante figliuolo del tiranno. Ebbe la maniera di aver la città, e di far tagliare la testa al difensore. Dopo di che si rivolse contra del di lui padre Costantino, il quale s'era rinserrato e fortificato in Arles. Sozomeno scrive che appena fu udita da esso Costantino la ribellion di Geronzio e di Massimo, che spedì di là del Reno Edobico suo capitano a chieder soccorso ai Franchi e agli Alemanni, e con questa speranzas'accinse a sostener bravamente l'assedio posto da Geronzio a quella città.

Erano in tale stato gli affari della Gallia, quando Iddio, che mortifica e vivifica, accordò alla pietà d'Onorio Augusto ciò che mancava a questo buon principe, con provvederlo di un braccio gagliardo ed atto a sostenere il vacillante imperio, voglio dire di un nuovo generale d'armata. Questi fuCostanzo, personaggio non barbaro, ma suddito de' Romani, nato nell'Illirico, come asserisce Olimpiodoro[Olympiodorus, apud Phothium, pag. 183 et 193.], in Panese o sia Naisso, città della Dacia novella. Lo avea la natura formato degno di comandare ad altri, grande di corpo, con fronte larga, occhi grandi e vivaci, i quali chinandosi sul collo del cavallo, egli movea di qua e di là con velocità per osservare tutto quel che passava. All'aspetto era talmente serio, che sembrava melanconico e scuro; ma nella mensa e nei conviti si facea conoscere assai gaio ed ameno, e scherzava egregiamente fin coi buffoni. Valoroso di sua persona e con senno capace di trattar grandi affari e di comandare un'armata; fra gli altri suoi costumi, niente era avido dell'oro; virtù nulladimeno, di cui parve che si dimenticasse, dappoichè arrivò al non più oltre della fortuna. Aveva egli da giovinetto servito negli eserciti romani a' tempi di Teodosio il Grande, e per varii gradi era giunto ad avere il titolo di conte, allorchè Onorio l'elesse per generale dell'armata che dovea passare in Francia contro al tiranno Costantino. Per compagno e luogotenente gli fu datoUlfila, il cui nome ci fa abbastanza intendere, ch'egli era o Goto o pure Unno di nazione. E siccome osservò Paolo Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 42.], la condotta di questo uffiziale, cioè di Costanzo, fece conoscere quanto più utile era all'imperio l'aver de' generali romani che dei barbari, come s'era lungamente praticato inaddietro. Passò nella Gallia, e alla comparsa sua nelle vicinanze d'Arles, città allora assediata da Geronzio, tra l'essersi risvegliato nell'esercito romano di esso Geronzio l'amore e la venerazione verso il legittimo lor signore ed imperadore, e mercè del credito, e probabilmente dei segreti maneggi di Costanzo, i soldati di Geronzio, per altro mal soddisfatti del suo imperioso e severo procedere, per la maggior parte l'abbandonarono, e vennero sotto le bandiere del medesimo Costanzo conte. Non perdè tempo Geronzio a scappare, e con pochi si ritirò in Ispagna. Ma quivi i soldati spagnuoli, conceputo dello sprezzo per lui a cagion di questa fuga, determinarono di ammazzarlo. In fatti l'assediarono una notte in casa sua, ma bravamente si difese coll'aiuto de' suoi servi sino alla mattina, in cui fuggendo avrebbe forse anch'egli potuto salvare la vita, ma per amore di Nonnechia sua moglie nol fece. Toltagli poi ogni speranza di salute, perchè i soldati aveano attaccato il fuoco alla casa, ucciso prima un Alano suo servo fedele, e la moglie, che istantemente il pregarono di non lasciarli in vita, poscia con un pugnale ch'egli si spinse nel cuore, finì anch'egli di vivere: se pure, come Onorio racconta, non furono i soldati che risparmiarono a lui la fatica di uccidersi. Sozomeno[Sozom., lib. 9, cap. 13.], che racconta questo fatto, loda la moglie di costui, come donna d'animo virile, perchè cristiana, aggiugnendo ch'ella ebbe un fine degno della sua religione, con aver per quel suo coraggio lasciata una sempiterna memoria di sè stessa ai posteri; senza badare che presso i gentili erano ben in pregio simili bravure, ma secondo la religion di Cristo un tal furore non si può scusar da peccato. La caduta di Geronzio si tirò dietro quella del suo imperadoreMassimo, che, abbandonato da' soldati della Gallia, fu spogliato della porpora e degradato, con essergli nondimeno donata la vita, perchè essendo uomo umile e modesto,parve che non si avesse più da temere di lui. Olimpiodoro all'incontro narra che costui dopo la morte di Geronzio se ne fuggì presso i barbari suoi collegati. Questo avenne solamente l'anno seguente, secondochè narra s. Prospero nella sua Cronica. Truovasi poi, per attestato di Prospero Tirone (o sia d'altro autore), che circa l'anno 419 Massimo colla forza si fece signoredelle Spagne, e che nel 422 preso, fu trionfalmente condotto a Ravenna e mostrato al popolo nei tricennali d'Onorio Augusto. Marcellino conte, e Giordano storici scrivono lo stesso. Perciò Adriano Valesio e il Pagi sono stati d'avviso che il medesimo Massimo rinnovasse la ribellione in Ispagna, e che in fine si rifugiasse tra i Barbari: opinione che si rende quasi certissima dalle parole d'Orosio, là dove scrive, prima di dar fine alla sua Cronica, parlando del deposto Massimo:Costui di presente bandito vive mendico fra i Barbari in Ispagna.Qualche partito di malcontenti dovette di nuovo mettere in teatro questo imperadore da scena, ma ebbe corta durata. Nel Codice Teodosiano[Cod. Theod., lib. 15, tit. 14.]esistono varii editti di Onorio contra di costui.

Ma non può già sussistere il dirsi da Prospero suddetto che questo prese lasignoria delle Spagne. Di qualche provincia sì, ma non già di tutte quelle provincie. Già vedemmo che v'erano entrati i Vandali, Alani e Svevi, e questi in buona parte della Spagna seguitavano a signoreggiare, cioè ad esercitare quanti atti poteano di crudeltà. Idacio, vescovo in Ispagna circa questi medesimi tempi, ci lasciò autentica memoria delle barbariche loro azioni; perciocchè fecero strage de' popoli, e saccheggiarono quante città e castella non ebbero forze da resistere alle lor armi. A questi mali tenne dietro una spaventosa carestia, per cui si trovarono madri sì disumanate che uccisero la lor prole per cibarsene. Succedette anche la peste che desolò le interepopolazioni. Anche Olimpiodoro, presso Fozio, fa menzione dell'orrenda fame che afflisse la Spagna. E non erano già minori in quel tempo i peccati degli Spagnuoli di quei dei Galli e degl'Italiani, per cavare dalla mano di Dio i flagelli. Basta leggere Salviano nei suoi libri del governo di Dio. Contuttociò non fu pigra la misericordia dell'Altissimo a recar sollievo alle tribulazioni della provincia ispana, coll'ispirare in quest'anno pensieri di pace a que' Barbari. Conoscendo essi in fine ch'era meglio il darsi alla coltura delle campagne che vivere di rapina, si accordarono con que' pochi abitanti del paese, a' quali era riuscito di salvarsi dalle loro spade e dal furor della fame[Isidorus, in Chron. Goth.]. I Vandali, re de' quali eraGonderico, e gli Svevi conErmericore loro, occuparono la Galizia, in cui si comprendeva allora la Castiglia vecchia; gli Alani presero la Lusitania, oggidì il Portogallo, e la provincia di Cartagena, ed altri Vandali, chiamati Silengi, la Betica, dove è Siviglia: essendosi poi creduto che l'Andaluzia d'oggidì prendesse il nome da costoro, e sia corrotto quel nome daVandalicia. Sicchè la Spagna tarragonese è da credere che tuttavia stesse salda nella divozione e fedeltà verso il romano imperio. In questi tempi ancora non andarono esenti da gravi flagelli l'Egitto, la Palestina, la Soria e la Fenicia per le incursioni de' Saraceni, o sia degli Arabi, attestandolo san Girolamo[Hieronymus, in Epist. ad Marcellio.]. Dopo avere il generale d'Onorio,Costanzoconte, nelle Gallie sbrigato l'affare di Geronzio, si pose anch'egli all'assedio di Arles, entro la qual città era tuttavia inchiuso il tiranno Costantino. Costui per la speranza de' soccorsi che aspettava dai popoli oltrarenani, si sostenne per ben quattro mesi; quando eccoti in fatti avvicinarsi questo soccorso condotto daEdobicogenerale d'esso Costantino, e con tali forze, che fu in pensiero il generale d'Onorio di ritirarsiin Italia. La necessità il costrinse a fermarsi, perchè Edobico era giunto non molto lungi, e potea troppo incomodarlo nella ritirata. Prese dunque risoluzione di venire ad una giornata campale, e passato il Rodano, accortamente si postò colla fanteria per ricevere in fronte i nemici, e comandò che Ulfila, altro generale, si mettesse colla cavalleria in un'imboscata, per assalirli alla coda. Così fu fatto, e lo stratagemma con tanta felicità riuscì, che l'esercito nemico atterrito si mise in fuga, con restarne assaissimi estinti sul campo, e molt'altri, impetrato quartiere, rimasero prigionieri. Edobico, generale di queste truppe, mercè delle buone gambe del suo cavallo si mise in salvo, e ricoverossi in casa di certo Ecdicio, obbligato a lui per molti benefizii, e però creduto suo ottimo amico. La ricompensa che n'ebbe, fu di perder ivi la testa, che fu da Ecdicio portata ai generali d'Onorio per la speranza di un gran premio. Questi il ringraziarono molto, ed avendo egli poi voluto fermarsi nel campo, gli fu detto all'orecchio che l'armata romana non sentiva piacere di conversare con persona solita a trattar sì bene gli ospiti suoi amici.

Dopo questa vittoria rinforzato maggiormente l'assedio, Costantino veggendosi perduto, deposte le insegne imperiali, si ritirò in chiesa, e si fece ordinar prete dal vescovo di quella città, avvisandosi con questo ripiego di salvare la vita. Gli assediati allora capitolarono la resa, ed ottennero il perdono. Costantino e Giuliano suo figlio tolti di chiesa furono inviati con buona scorta all'imperadore a Ravenna, ma non vi giunsero, perchè Onorio ricordevole che Costantino avea tempo fa tolta la vita agl'innocenti parenti d'esso Augusto[Friger., apud Gregor. Turonens., lib. 2, cap. 8. Hist. Franc.], mandò ordine, giunti che furono al Mincio, che venissero decapitati, senza farsi scrupolo che da' suoi generali fosse loro statapromessa con giuramento la sicurezza della vita, allorchè si renderono gli Arelatensi. Le teste di costoro, se crediamo ad Olimpiodoro[Olympiodorus, apud Photium, pag. 183 et 186.], furono portate a Cartagine, ed ivi esposte al pubblico sopra un palo, dove, dic'egli, erano ancor quelle di Massimo ed Eugenio tiranni, uccisi al tempo di Teodosio. Ma non sarebbe gran cosa che quel testo fosse scorretto, e che s'avesse a leggere Roma o altra città. Pareva che dopo la vittoria suddetta avesse da rimettersi la pace nelle Gallie; ed appunto lasciò scritto Sozomeno che tutte quelle provincie ritornarono all'ubbidienza d'Onorio Augusto, e furono da lì innanzi governate dagli uffiziali di lui. Ma, per quanto andremo vedendo, seguitarono a signoreggiar nelle Gallie molti Barbari ed alcuni tiranni. Sappiamo inoltre da Frigerido storico, citato da Gregorio Turonense, che durante lo stesso assedio d'Arles, venne nuova a Costanzo generale d'Onorio dalla Gallia occidentale, comeGiovino, personaggio nobilissimo di que' paesi, aveva assunto il titolo diAugustoe gli ornamenti imperiali, e marciava con un poderoso esercito di Borgognoni, Alamanni, Franchi ed Alani, per soccorrere gli assediati; il che diede motivo a Costanzo di accordare un'onesta capitolazione ai cittadini d'Arles, acciocchè gli aprissero le porte. Non so poi dire se in questo, o pure nel seguente anno accadesse ciò che narra il suddetto Frigerido, cioè, che Decimo Rustico e molti nobili della provincia d'Auvergne, seguaci di esso Giovino tiranno, furono presi dai generali d'Onorio, e crudelmente fatti morire. Presso il Mezzabarba esistono medaglie battute col nome di questo nuovo tiranno[Mediob., Numismat. Imperat.]. Onorio imperadore intanto seguitava a stare in Ravenna, ed in quest'anno fece solennizzare in Roma l'anno ventesimo del suo imperio.


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