CDXLVI

CDXLVIAnno diCristoCDXLVI. IndizioneXIV.Leonepapa 7.TeodosioII imper. 45 e 39.ValentinianoIII imperad. 22.ConsoliFlavio Aezioper la terza volta eQuinto Aurelio Simmaco.Per attestato di Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.], in quest'anno fu gravemente afflitta la città di Costantinopoli dalla fame, e aquesto malore tenne dietro la peste. Attaccatosi anche il fuoco al tempio maggiore di essa città, tutto andò in preda delle fiamme. Abbiamo inoltre da Idacio[Idacius, in Chron.], che mandato in IspagnaVitogenerale dell'armata cesarea, costui con un rinforzo ancora di Goti andò a fare il bravo nella provincia di Cartagine e nella Betica, figurandosi di poter ricuperare dalle mani degli Svevi quelle contrade. Ma sopraggiunto con le sue forzeRechilare d'essi Svevi, il coraggioso condottier de' Romani si raccomandò alle gambe: il che fu cagione che gli stessi Svevi diedero un terribil guasto a quel paese. Intanto i popoli della Bretagna erano fieramente infestati, non solo dai Pitti, gente barbara venuta ne' precedenti secoli in quella parte della gran Bretagna che oggidì appelliamo Scozia, ma eziandio dagli Scoti, anch'essi barbara gente, che s'erano anticamente impadroniti dell'Ibernia, oggidì Irlanda, e che diedero poscia il nome alla Scozia, dappoichè n'ebbero cacciati i Pitti. Abbiamo da Beda[Beda, Histor. lib. 1, cap. 13.]e dall'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 14.]che i Britanni in quest'anno mandarono, per cagione di questa calamità, una lettera piena di lagrime e di guai ad Aezio generalissimo di Valentiniano e console la terza volta, scongiurandolo d'inviar loro soccorsi, perchè non poteano tener saldo contra la forza di quei Barbari veramente crudeli. Scrisse san Girolamo[Hieron., lib. 2 contra Jovinian.]di aver veduto nella Gallia, quando era giovane, alcuni degli Scoti, gente britannica, i quali mangiavano carne umana. E che costoro, benchè trovassero alla campagna gregge di porci, buoi e pecore, pur solamente si dilettavano di tagliar le natiche ai pastori e le mammelle alle donne, tenendo questo pel miglior boccone delle lor tavole. Aezio compatì i Britanni, ma non potè dar loro aiuto alcuno, perchè era necessitato a tener di vista Attila redegli Unni, che andava rodendo varie provincie, con prendere e desolare città e castella. Questa narrazione, autenticata da Beda, ci fa intendere che Attila seguitava tuttavia a tener in apprensione tanto l'imperio orientale quanto l'occidente, con far delle scorrerie e rovinar città nelle provincie romane. Forse anche a questi tempi, e non già, come pretende il padre Pagi, è da attribuire l'invasione e la pace degli Unni, ch'egli rapporta all'anno 441 e 442.Questo ferocissimo re Attila, di professione idolatra, signoreggiando ad immensi popoli, era talmente salito in credito di crudeltà e potenza, che facea paura all'Europa tutta. Prisco istorico, che, per testimonianza di Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.], fu inviato a lui ambasciatore da Teodosio Augusto, lasciò scritto: che avendo egli passato nel suo viaggio la Tisia, la Tibisia e la Dricca (forse il Tibisco e la Drava), arrivò a quel luogo, dove Fidicola, il più bravo dei Goti, fu ucciso per inganno dei Sarmati. Poco lungi trovò un borgo, in cui era il re Attila, borgo a guisa di una città vastissima colle mura di legnami così ben commessi, che non si scopriva la lor commessura. V'erano vaste sale, camere e portici con pulizia disposti, e nel mezzo un ampio cortile che dava assai a conoscere essere quello un palazzo regale. E tale era l'abitazion barbarica d'Attila, ch'egli preferiva a tutte le città da lui prese. Descrivendo poi la persona d'Attila, aggiugne che spirava superbia il suo passeggiare, girando egli di qua e di là gli occhi, acciocchè dal movimento stesso del corpo apparisse la sua possanza. Era vago di guerreggiare, ma procedeva con riguardo ne' combattimenti; a chi il supplicava, compariva indulgente; e il trovava favorevole chiunque si arrendeva a lui sulla sua parola: di statura bassa, con petto largo, testa grande, occhi piccioli, poca barba, capelli mezzo canuti, naso schiacciato, di colorescuro: uomo, secondo il suo naturale, di sommo ardire, ma accresciuto dall'essergli stata portata da un bifolco una spada, trovata per accidente, ch'egli si figurò essere la spada di Marte. Per altro certa cosa è che gliUnni, presso i LatiniHunni, furono popoli della Scitia, cioè della Tartaria, la quale si stende per un immenso tratto dell'Asia settentrionale.Chunnisono ancora chiamati dagli antichi, perchè pronunziavano con asprezza l'aspirazione. Ammiano Marcellino[Ammian., lib. 31, cap. 2.], descrivendo i movimenti di costoro circa l'anno di Cristo 375, ce li rappresenta tali, quali appunto anche oggidì sono i Tartari confinanti colla Russia; gente fiera, avvezza a vivere sotto le tende e al nudo cielo, e a sofferire il sole e la pioggia e la neve, servendosi di rado di tetto alcuno, vivendo, come le bestie, di radici d'erbe e di carne mezzo cruda. Senza abitazione fissa passavano da un luogo all'altro, e combattevano su cavalli brutti, ma veloci, non mai con ischiere ordinate, ma tumultuariamente, fuggendo, tornando, secondochè se la vedeano bella. Il loro vestito era di pelli d'animali; e perchè non nascesse loro la barba, si abbrustolavano le guance con ferri infocati, di modo che parevano piuttosto bestie da due piedi, o fantocci di legno fatti con un'accetta, che uomini. Fin dove arrivasse allora il dominio di Attila, nol possiam discernere. Probabile è che avesse già stese le stabili sue conquiste fino al Danubio, con passar anche di qua, e che possedesse, se non tutta, almeno in parte la Sarmazia, oggidì Polonia, e la Dacia antica, cioè quella che è oggidì Transilvania, con altri paesi. Si sa ancora da Prisco che Attila avea assediata e presa la città di Sirmio vicina a Tauruno, oggidì Belgrado. Però, come già avvertì il Bonfinio[Bonfinius, Rer. Hungar., decad. 1, lib. 3.], e come si ricava dall'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 14.], da san Prospero[Prosper, in Chron.]e da Giordano storico[Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.], gli Unni signoreggiavano anche nella Pannonia. Già abbiam detto che costoro erano colle scorrerie penetrati di qua dal Danubio con devastare la Mesia e la Tracia. Ed appunto Prospero Tirone[Prosper Tiro, in Chron.], dopo aver narrato la morte di Bleda, ucciso dal fratello Attila, al susseguente anno scrive che l'Oriente patì una terribil rovina, perchè non meno di settanta città furono date a sacco e devastate dagli Unni, non avendo potuto Teodosio Augusto impetrare soccorso alcuno dall'imperador d'Occidente. Diede in quest'anno Valentiniano Augusto due leggi[Cod. Theod., tom. 6, in Append.]in Roma, colle quali prescrive buone regole, affinchè sieno valide le ultime volontà delle persone.

Consoli

Flavio Aezioper la terza volta eQuinto Aurelio Simmaco.

Per attestato di Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.], in quest'anno fu gravemente afflitta la città di Costantinopoli dalla fame, e aquesto malore tenne dietro la peste. Attaccatosi anche il fuoco al tempio maggiore di essa città, tutto andò in preda delle fiamme. Abbiamo inoltre da Idacio[Idacius, in Chron.], che mandato in IspagnaVitogenerale dell'armata cesarea, costui con un rinforzo ancora di Goti andò a fare il bravo nella provincia di Cartagine e nella Betica, figurandosi di poter ricuperare dalle mani degli Svevi quelle contrade. Ma sopraggiunto con le sue forzeRechilare d'essi Svevi, il coraggioso condottier de' Romani si raccomandò alle gambe: il che fu cagione che gli stessi Svevi diedero un terribil guasto a quel paese. Intanto i popoli della Bretagna erano fieramente infestati, non solo dai Pitti, gente barbara venuta ne' precedenti secoli in quella parte della gran Bretagna che oggidì appelliamo Scozia, ma eziandio dagli Scoti, anch'essi barbara gente, che s'erano anticamente impadroniti dell'Ibernia, oggidì Irlanda, e che diedero poscia il nome alla Scozia, dappoichè n'ebbero cacciati i Pitti. Abbiamo da Beda[Beda, Histor. lib. 1, cap. 13.]e dall'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 14.]che i Britanni in quest'anno mandarono, per cagione di questa calamità, una lettera piena di lagrime e di guai ad Aezio generalissimo di Valentiniano e console la terza volta, scongiurandolo d'inviar loro soccorsi, perchè non poteano tener saldo contra la forza di quei Barbari veramente crudeli. Scrisse san Girolamo[Hieron., lib. 2 contra Jovinian.]di aver veduto nella Gallia, quando era giovane, alcuni degli Scoti, gente britannica, i quali mangiavano carne umana. E che costoro, benchè trovassero alla campagna gregge di porci, buoi e pecore, pur solamente si dilettavano di tagliar le natiche ai pastori e le mammelle alle donne, tenendo questo pel miglior boccone delle lor tavole. Aezio compatì i Britanni, ma non potè dar loro aiuto alcuno, perchè era necessitato a tener di vista Attila redegli Unni, che andava rodendo varie provincie, con prendere e desolare città e castella. Questa narrazione, autenticata da Beda, ci fa intendere che Attila seguitava tuttavia a tener in apprensione tanto l'imperio orientale quanto l'occidente, con far delle scorrerie e rovinar città nelle provincie romane. Forse anche a questi tempi, e non già, come pretende il padre Pagi, è da attribuire l'invasione e la pace degli Unni, ch'egli rapporta all'anno 441 e 442.

Questo ferocissimo re Attila, di professione idolatra, signoreggiando ad immensi popoli, era talmente salito in credito di crudeltà e potenza, che facea paura all'Europa tutta. Prisco istorico, che, per testimonianza di Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.], fu inviato a lui ambasciatore da Teodosio Augusto, lasciò scritto: che avendo egli passato nel suo viaggio la Tisia, la Tibisia e la Dricca (forse il Tibisco e la Drava), arrivò a quel luogo, dove Fidicola, il più bravo dei Goti, fu ucciso per inganno dei Sarmati. Poco lungi trovò un borgo, in cui era il re Attila, borgo a guisa di una città vastissima colle mura di legnami così ben commessi, che non si scopriva la lor commessura. V'erano vaste sale, camere e portici con pulizia disposti, e nel mezzo un ampio cortile che dava assai a conoscere essere quello un palazzo regale. E tale era l'abitazion barbarica d'Attila, ch'egli preferiva a tutte le città da lui prese. Descrivendo poi la persona d'Attila, aggiugne che spirava superbia il suo passeggiare, girando egli di qua e di là gli occhi, acciocchè dal movimento stesso del corpo apparisse la sua possanza. Era vago di guerreggiare, ma procedeva con riguardo ne' combattimenti; a chi il supplicava, compariva indulgente; e il trovava favorevole chiunque si arrendeva a lui sulla sua parola: di statura bassa, con petto largo, testa grande, occhi piccioli, poca barba, capelli mezzo canuti, naso schiacciato, di colorescuro: uomo, secondo il suo naturale, di sommo ardire, ma accresciuto dall'essergli stata portata da un bifolco una spada, trovata per accidente, ch'egli si figurò essere la spada di Marte. Per altro certa cosa è che gliUnni, presso i LatiniHunni, furono popoli della Scitia, cioè della Tartaria, la quale si stende per un immenso tratto dell'Asia settentrionale.Chunnisono ancora chiamati dagli antichi, perchè pronunziavano con asprezza l'aspirazione. Ammiano Marcellino[Ammian., lib. 31, cap. 2.], descrivendo i movimenti di costoro circa l'anno di Cristo 375, ce li rappresenta tali, quali appunto anche oggidì sono i Tartari confinanti colla Russia; gente fiera, avvezza a vivere sotto le tende e al nudo cielo, e a sofferire il sole e la pioggia e la neve, servendosi di rado di tetto alcuno, vivendo, come le bestie, di radici d'erbe e di carne mezzo cruda. Senza abitazione fissa passavano da un luogo all'altro, e combattevano su cavalli brutti, ma veloci, non mai con ischiere ordinate, ma tumultuariamente, fuggendo, tornando, secondochè se la vedeano bella. Il loro vestito era di pelli d'animali; e perchè non nascesse loro la barba, si abbrustolavano le guance con ferri infocati, di modo che parevano piuttosto bestie da due piedi, o fantocci di legno fatti con un'accetta, che uomini. Fin dove arrivasse allora il dominio di Attila, nol possiam discernere. Probabile è che avesse già stese le stabili sue conquiste fino al Danubio, con passar anche di qua, e che possedesse, se non tutta, almeno in parte la Sarmazia, oggidì Polonia, e la Dacia antica, cioè quella che è oggidì Transilvania, con altri paesi. Si sa ancora da Prisco che Attila avea assediata e presa la città di Sirmio vicina a Tauruno, oggidì Belgrado. Però, come già avvertì il Bonfinio[Bonfinius, Rer. Hungar., decad. 1, lib. 3.], e come si ricava dall'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 14.], da san Prospero[Prosper, in Chron.]e da Giordano storico[Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.], gli Unni signoreggiavano anche nella Pannonia. Già abbiam detto che costoro erano colle scorrerie penetrati di qua dal Danubio con devastare la Mesia e la Tracia. Ed appunto Prospero Tirone[Prosper Tiro, in Chron.], dopo aver narrato la morte di Bleda, ucciso dal fratello Attila, al susseguente anno scrive che l'Oriente patì una terribil rovina, perchè non meno di settanta città furono date a sacco e devastate dagli Unni, non avendo potuto Teodosio Augusto impetrare soccorso alcuno dall'imperador d'Occidente. Diede in quest'anno Valentiniano Augusto due leggi[Cod. Theod., tom. 6, in Append.]in Roma, colle quali prescrive buone regole, affinchè sieno valide le ultime volontà delle persone.


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