CDXXXAnno diCristoCDXXX. IndizioneXIII.Celestinopapa 9.Teodosio IIimp. 29 e 23.Valentiniano IIIimperad. 6.ConsoliTeodosio Augustoper la tredicesima volta eValentiniano Augustoper la terza.Dappoichè furono passati in Africa i Vandali, pare, secondo sant'Isidoro[Isidorus, in Chron. Svevor.], che gli Svevi sotto il re loroErmerico, non avendo più ostacolo, s'impadronissero della Gallizia. Ma non l'ebbero tutta, e seguì ancora un accordo co' popoli di quella parte, che non si lasciò mettere ilgiogo. Perciocchè scrive Idacio[Idacius, in Chronic.]sotto il presente anno, che essendo entrati gli Svevi nelle parti di mezzo della Gallizia, e mettendole a sacco, la plebe, che s'era ritirata nelle castella più forti, fece strage di una parte di essi, ed un'altra parte rimase prigioniera nelle lor mani, di modo che quei Barbari furono costretti a stabilir la pace con gli abitanti, sì se vollero riavere i lor prigioni. Racconta inoltre lo stesso Idacio che nelle Gallie venne fatto ad Aezio di trucidare un corpo di Goti, che ostilmente erano venuti fin presso ad Arles, con far prigione Arnolfo capo di essi. Aveano ben costoro pace coi Romani, ma non sapeano astenersi dal bottinare sopra i confinanti, quando se la vedeano bella. E colla medesima fortuna sconfisse i Giutunghi e Nori, ma senza dire in qual parte. Per quanto abbiam veduto altrove, e s'ha da Ammiano Marcellino[Ammian. Marcellin., lib. 17, c. 6.], erano i Giutunghi popoli dell'Alemagna. Desippo storico dice[Dexippus, in Eclog. Legat.]che i Giutunghi erano popoli della Scitia ossia Tartaria, forse perch'erano venuti di là. Certamente stavano non lungi dalla Rezia ai tempi di sant'Ambrosio, che ne parla in una sua lettera[Ambros., Epist. XXVIII, Class. I.]. I Nori si dee credere che fossero i popoli del Norico, che in questi tempi si ribellarono. E chiaramente lo attesta Apollinare Sidonio[Sidonius, in Panegyr. Aviti.]nel panegirico di Avito imperadore, con aggiugnere che Aezio in tali guerre nulla operò senza la compagnia di Avito, persona allora privata. E perciocchèFelice, di cui si è fatta menzione di sopra, generale delle armate di Valentiniano, fu innalzato alla dignità di patrizio,Aeziogli succedette nel generalato, per testimonianza di san Prospero[Prosper, in Chron.]. Già dicemmo pentito Bonifacio conte in Africa d'aver preso l'armi contra del suo sovrano, e di aver chiamato colà i Vandali dalla Spagna. A indurlo alla pace ericonciliazione con Galla Placidia Augusta, probabilmente fu inviato in AfricaDarioconte, di cui parla sant'Agostino in una sua lettera al medesimo[August., Epist. CCXXIX et CCXXX.]. E Dario stesso, in iscrivendo al santo vescovo, dice che se non ha estinto, ha almen differito i danni della guerra. Sappiamo inoltre che in questi tempiSegisvolto, generale di Valentiniano in essa Africa, mandò da Cartagine ad Ippona a sant'Agostino[August., Collat. cum maxim. num. 1.]Massimino vescovo ariano, per conferire con esso lui; il che ci fa argomentare che questo generale comandava tanto in Cartagine che in Ippona. E questo non si può intendere accaduto se non dopo la pace fatta con Bonifacio, che signoreggiava in quelle contrade, nè era stato vinto dall'armi dell'imperadore.Tornato dunque in sè stesso Bonifacio e bramando di rimediare al male fatto, per attestato di Procopio[Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.], si studiò d'indurre i Vandali a ritornarsene in Ispagna, con adoperare quante preghiere potè, e promettendo loro magnifiche ricompense. Ma un pazzo gitta un sasso nel pozzo, e cento savii nol possono cavare. Si risero in fatti di lui que' Barbari, parendo loro di essere burlati; e in fine dalle dolci si venne alle brusche, con essere seguito un fatto d'armi, nel quale restò sconfitto l'infelice Bonifazio. Si ritirò egli in Ippone Regio ossia Ippona, oggidì Bona città marittima e fortissima della Numidia, dove era vescovosanto Agostinosuo singolare amico[Possidius, Vita S. Augustin., cap. 28.]. Colà ancora si rifugiarono come in luogo sicuro molti altri vescovi. Perciò i Vandali col re loroGensericoverso il fine di maggio, o sul principio di giugno del presente anno, passarono all'assedio di quella città, che sostenne lunghissimo tempo gli assalti e il furore di que' Barbari. Ed appunto nel terzo mese di quell'assedio infermatosi il gran lume dell'Africa e della Chiesa di Dio, cioè il suddetto sant'Agostino,diede fine ai suoi giorni nel dì 28 d'agosto di questo anno, e non già del precedente, come scrisse Marcellino conte, raccogliendosi la verità dell'anno da san Prospero[Prosper, in Chron. Notis, Histor. Pelagian., lib. 2, c. 9.]e dalle lettere di Capreolo vescovo di Cartagine al concilio efesino, e da Liberato diacono nel suo Breviario. Finirono ancora di vivere in quest'annoAurelioinsigne vescovo di Cartagine, edAlipiovescovo di Tagaste, primate della Numidia, celebre amico di sant'Agostino. Il vedere quei santi prelati le incredibili calamità delle lor contrade, e senza rimedio, non v'ha dubbio che dovette influire nella lor malattia e morte; e sant'Agostino fra gli altri in quel frangente pregava Dio, che o liberasse la città dai Barbari o se altra era la sua sovrana volontà, desse fortezza ai suoi servi, per uniformarsi al divino volere, oppure che levasse lui da questo secolo. Un gran fuoco s'era intanto acceso in Oriente per l'eresia di Nestorio, empio vescovo di Costantinopoli.Cirillosanto e zelante vescovo alessandrino quegli fu che più degli altri imbracciò lo scudo in difesa della Chiesa e della sentenza cattolica. Ma tanto egli quanto Nestorio ricorsero alla Sede apostolica romana, maestra di tutte le chiese. PerciòCelestino, pontefice di gran pietà e valore, raunò un concilio di vescovi in Roma, ed in esso condannò gli errori di Nestorio. Sopra ciò è da vedere gli Annali Ecclesiastici del cardinal Baronio e la Critica del padre Pagi. Nulladimeno perchè Nestorio era pertinace, nè gli mancava gente che il favoriva, e fra gli altri si contavaTeodoretocelebre vescovo e scrittore di que' tempi, il piissimo imperador Teodosio intimò un concilio universale da tenersi nell'anno susseguente in Efeso, per mettere fine a tali controversie ed orrori. In questo medesimo anno, secondochè abbiamo da Prospero[Prosper, in Chron.], da Marcellino conte[Marcellin. Comes, in Chronico.]e daIdacio[Idacius, in Chronico.], in un tumulto di soldati eccitato in Ravenna fu uccisoFelicegenerale dianzi dell'imperadore, ed allora patrizio, e con esso lui Padusia sua moglie e Grunito diacono. L'iniquo Aezio, tante volte disopra nominato, fu l'autore di tali omicidii, secondo Prospero, per avere, diceva egli, presentito che costoro gli tendevano insidie. Ma questa insolenza tanto più dovette irritar l'animo di Placidia contra di lui, e gli effetti se ne videro dipoi.
Consoli
Teodosio Augustoper la tredicesima volta eValentiniano Augustoper la terza.
Dappoichè furono passati in Africa i Vandali, pare, secondo sant'Isidoro[Isidorus, in Chron. Svevor.], che gli Svevi sotto il re loroErmerico, non avendo più ostacolo, s'impadronissero della Gallizia. Ma non l'ebbero tutta, e seguì ancora un accordo co' popoli di quella parte, che non si lasciò mettere ilgiogo. Perciocchè scrive Idacio[Idacius, in Chronic.]sotto il presente anno, che essendo entrati gli Svevi nelle parti di mezzo della Gallizia, e mettendole a sacco, la plebe, che s'era ritirata nelle castella più forti, fece strage di una parte di essi, ed un'altra parte rimase prigioniera nelle lor mani, di modo che quei Barbari furono costretti a stabilir la pace con gli abitanti, sì se vollero riavere i lor prigioni. Racconta inoltre lo stesso Idacio che nelle Gallie venne fatto ad Aezio di trucidare un corpo di Goti, che ostilmente erano venuti fin presso ad Arles, con far prigione Arnolfo capo di essi. Aveano ben costoro pace coi Romani, ma non sapeano astenersi dal bottinare sopra i confinanti, quando se la vedeano bella. E colla medesima fortuna sconfisse i Giutunghi e Nori, ma senza dire in qual parte. Per quanto abbiam veduto altrove, e s'ha da Ammiano Marcellino[Ammian. Marcellin., lib. 17, c. 6.], erano i Giutunghi popoli dell'Alemagna. Desippo storico dice[Dexippus, in Eclog. Legat.]che i Giutunghi erano popoli della Scitia ossia Tartaria, forse perch'erano venuti di là. Certamente stavano non lungi dalla Rezia ai tempi di sant'Ambrosio, che ne parla in una sua lettera[Ambros., Epist. XXVIII, Class. I.]. I Nori si dee credere che fossero i popoli del Norico, che in questi tempi si ribellarono. E chiaramente lo attesta Apollinare Sidonio[Sidonius, in Panegyr. Aviti.]nel panegirico di Avito imperadore, con aggiugnere che Aezio in tali guerre nulla operò senza la compagnia di Avito, persona allora privata. E perciocchèFelice, di cui si è fatta menzione di sopra, generale delle armate di Valentiniano, fu innalzato alla dignità di patrizio,Aeziogli succedette nel generalato, per testimonianza di san Prospero[Prosper, in Chron.]. Già dicemmo pentito Bonifacio conte in Africa d'aver preso l'armi contra del suo sovrano, e di aver chiamato colà i Vandali dalla Spagna. A indurlo alla pace ericonciliazione con Galla Placidia Augusta, probabilmente fu inviato in AfricaDarioconte, di cui parla sant'Agostino in una sua lettera al medesimo[August., Epist. CCXXIX et CCXXX.]. E Dario stesso, in iscrivendo al santo vescovo, dice che se non ha estinto, ha almen differito i danni della guerra. Sappiamo inoltre che in questi tempiSegisvolto, generale di Valentiniano in essa Africa, mandò da Cartagine ad Ippona a sant'Agostino[August., Collat. cum maxim. num. 1.]Massimino vescovo ariano, per conferire con esso lui; il che ci fa argomentare che questo generale comandava tanto in Cartagine che in Ippona. E questo non si può intendere accaduto se non dopo la pace fatta con Bonifacio, che signoreggiava in quelle contrade, nè era stato vinto dall'armi dell'imperadore.
Tornato dunque in sè stesso Bonifacio e bramando di rimediare al male fatto, per attestato di Procopio[Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.], si studiò d'indurre i Vandali a ritornarsene in Ispagna, con adoperare quante preghiere potè, e promettendo loro magnifiche ricompense. Ma un pazzo gitta un sasso nel pozzo, e cento savii nol possono cavare. Si risero in fatti di lui que' Barbari, parendo loro di essere burlati; e in fine dalle dolci si venne alle brusche, con essere seguito un fatto d'armi, nel quale restò sconfitto l'infelice Bonifazio. Si ritirò egli in Ippone Regio ossia Ippona, oggidì Bona città marittima e fortissima della Numidia, dove era vescovosanto Agostinosuo singolare amico[Possidius, Vita S. Augustin., cap. 28.]. Colà ancora si rifugiarono come in luogo sicuro molti altri vescovi. Perciò i Vandali col re loroGensericoverso il fine di maggio, o sul principio di giugno del presente anno, passarono all'assedio di quella città, che sostenne lunghissimo tempo gli assalti e il furore di que' Barbari. Ed appunto nel terzo mese di quell'assedio infermatosi il gran lume dell'Africa e della Chiesa di Dio, cioè il suddetto sant'Agostino,diede fine ai suoi giorni nel dì 28 d'agosto di questo anno, e non già del precedente, come scrisse Marcellino conte, raccogliendosi la verità dell'anno da san Prospero[Prosper, in Chron. Notis, Histor. Pelagian., lib. 2, c. 9.]e dalle lettere di Capreolo vescovo di Cartagine al concilio efesino, e da Liberato diacono nel suo Breviario. Finirono ancora di vivere in quest'annoAurelioinsigne vescovo di Cartagine, edAlipiovescovo di Tagaste, primate della Numidia, celebre amico di sant'Agostino. Il vedere quei santi prelati le incredibili calamità delle lor contrade, e senza rimedio, non v'ha dubbio che dovette influire nella lor malattia e morte; e sant'Agostino fra gli altri in quel frangente pregava Dio, che o liberasse la città dai Barbari o se altra era la sua sovrana volontà, desse fortezza ai suoi servi, per uniformarsi al divino volere, oppure che levasse lui da questo secolo. Un gran fuoco s'era intanto acceso in Oriente per l'eresia di Nestorio, empio vescovo di Costantinopoli.Cirillosanto e zelante vescovo alessandrino quegli fu che più degli altri imbracciò lo scudo in difesa della Chiesa e della sentenza cattolica. Ma tanto egli quanto Nestorio ricorsero alla Sede apostolica romana, maestra di tutte le chiese. PerciòCelestino, pontefice di gran pietà e valore, raunò un concilio di vescovi in Roma, ed in esso condannò gli errori di Nestorio. Sopra ciò è da vedere gli Annali Ecclesiastici del cardinal Baronio e la Critica del padre Pagi. Nulladimeno perchè Nestorio era pertinace, nè gli mancava gente che il favoriva, e fra gli altri si contavaTeodoretocelebre vescovo e scrittore di que' tempi, il piissimo imperador Teodosio intimò un concilio universale da tenersi nell'anno susseguente in Efeso, per mettere fine a tali controversie ed orrori. In questo medesimo anno, secondochè abbiamo da Prospero[Prosper, in Chron.], da Marcellino conte[Marcellin. Comes, in Chronico.]e daIdacio[Idacius, in Chronico.], in un tumulto di soldati eccitato in Ravenna fu uccisoFelicegenerale dianzi dell'imperadore, ed allora patrizio, e con esso lui Padusia sua moglie e Grunito diacono. L'iniquo Aezio, tante volte disopra nominato, fu l'autore di tali omicidii, secondo Prospero, per avere, diceva egli, presentito che costoro gli tendevano insidie. Ma questa insolenza tanto più dovette irritar l'animo di Placidia contra di lui, e gli effetti se ne videro dipoi.