DCXIAnno diCristoDCXI. IndizioneXIV.Bonifazio IVpapa 4.Eraclioimperadore 2.Agilolfore 21.ConsoleEraclio Augusto.Nelle calende del primo gennaio dopo la assunzione sua al trono, preseEraclioimperadore il consolato, secondo il rito antico degli altri Augusti. Ma egli nei principii del suo governo trovò sì sfasciato l'imperio, che non sapea dove volgersi per impedirne la rovina. Soprattutto l'affliggeva l'aver per nemici i Persiani, che ogni dì più divenivano orgogliosi e potenti colle spoglie del romano imperio. Essi in quest'anno s'impadronirono di Apamea e di Edessa, con fare schiavi innumerabili cristiani, ed arrivar fino ad Antiochia. Eraclio spedì quante milizie potè per fermare il corso a questo impetuoso torrente, e nel mese di maggio si venne ad una giornata campale, in cui l'armata cesarea fu messa a filo di spada, talmente che pochi si salvarono colla fuga. Per conto dell'Italia l'imperadore credette ben fatto di richiamare a Costantinopoli l'esarco di RavennaSmeraldo, forse perchè conosceva di abbisognare l'Italia d'un uffiziale di maggior sua confidenza. Venne dunque in suo luogo al governo de' paesi restati in Italia sotto il dominio cesareoGiovanni Lemigiopatrizio, il quale, secondo l'uso introdotto, in qualità d'esarco fece la sua residenza in Ravenna. Questi non tardò a ratificar la pace ossia tregua d'un anno col reAgilolfo[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 42.], pagando nondimeno per averla; perchè, siccome vedremo, bisognava che i Greci per la lor debolezza comperassero a danari contanti dai Longobardi la quiete delle loro città in Italia. Rapporta il Sigonio all'anno 615 la terribile invasione fatta dagli Avari nel ducato del Friuli; Ermanno Contratto[Hermannus Contractus, in Chron.]all'anno 613, e Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]all'anno 616. Certo la cronologia di questi due scrittori ha slogature tali circa questi tempi, che non merita d'essere da noi seguitata. Io, quantunque confessi di non avere indizio sicuro dell'anno preciso di questa calamità, pure crederei di poterla più fondatamente riferire al presente, dacchè PaoloDiacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 38.]dopo aver narrata la morte di Foca e l'innalzamento di Eraclio, immediatamente soggiugne:Circa haec tempora rex Avarorum, quem sua lingua Cacanum appellant, cum innumerabili multitudine veniens, Venetiarum fines ingressus est.Gli Unni dunque, o vogliam dire i Tartari, chiamati Avari, padroni della Pannonia e di gran parte dell'Illirico, gente masnadiera ed avvezza alle rapine, e che esercitava, ora nella Tracia contra de' Greci imperadori, ed ora contra dei Franchi nella Baviera, l'esecrabil loro mestiere, arrivarono in quest'anno a sfogare la loro avidità anche nell'Italia. Davano essi il nome diCacanoal capo loro, nome equivalente a quello di re, come di sopra fu detto; e il re d'essi in questi tempi era un giovane vago di gloria e brioso, che messo insieme uno sterminato esercito, venne a dirittura verso il Friuli.Gisolfoduca di quella contrada, vedendo venir sì strepitosa tempesta, ordinò tosto che tutte le castella del suo ducato si fortificassero, acciocchè servissero di rifugio anche gli abitatori della campagna. Nomina Paolo fra questeCormona,Nomaso,Osopo,Artenia,Reunia,Ghemona, edIbligene. Intanto esso duca, con quanti Longobardi potè raunare, andò coraggiosamente a fronte de' nemici, ed attaccò battaglia. Ma la fortuna, che ordinariamente si dichiara per i più, non fece di meno questa volta. Combatterono con gran valore i Longobardi, ma in fine sopraffatti dall'immensa moltitudine dei Barbari, lasciarono quasi tutti sul campo la vita, e fra i morti restò ancoraGisolfo. Rimasti padroni della campagna gli Unni, attesero a saccheggiare e bruciar le case, e nello stesso tempo assediarono la città del Foro di Giulio, oggidìCividal di Friuli, dove s'era rinchiusaRomilda, già moglie del duca Gisolfo, con quattro suoi figliuoli maschi, cioèTasone,Cacone,RadoaldoeGrimoaldo, e quattro figliuole, due delle quali erano chiamatePappaeGaila. L'infame Romilda, guatato dalle mura Cacano, giovane di bello aspetto, che girava intorno alla città, innamorossene, e mandò segretamente ad offerirgli la resa della città, s'egli voleva prender lei per moglie. Acconsentì ben volentieri il Barbaro alla proposizione, ed apertagli una porta della città, v'entrò; ma appena entrato, lasciò la briglia alla sua crudeltà. Dopo un generale saccheggio, la città fu consegnata alle fiamme, e tutti i cittadini con Romilda e coi suoi figliuoli menati verso l'Ungheria in ischiavitù, con far loro credere di volerli rilasciare ai confini. Ma giunti che furono colà, nel consiglio degli Avari, fu risoluto di uccidere quei miseri, alla riserva delle donne e de' fanciulli: il che penetrato dai figliuoli del morto duca Gisolfo, fu cagione, che saliti tosto a cavallo, si diedero alla fuga. In groppa d'uno de' fratelli cavalcavaGrimoaldotuttavia fanciullo, e il più picciolo fra essi; ma correndo il cavallo, non poteva tenersi forte e cadde in terra. Allora il fratello maggiore, giudicando che fosse meglio il levargli la vita, che il lasciarlo schiavo fra i Barbari, presa la lancia, volle trafiggerlo. Ma il fanciullo piangendo cominciò a gridare che non gli nocesse, perchè era da tanto di star saldo a cavallo. Allora il fratello stesa la mano, e presolo per un braccio, il rimise sulla groppa nuda del cavallo, e diede di sproni. Gli Avari accortisi della fuga di questi giovani, tennero loro dietro, e riuscì ad uno di essi più veloce degli altri di aggraffare Grimoaldo, senza però nuocergli, non solo a cagione della tenera sua età, ma ancora perchè il vide garzoncello di bellissimo aspetto, con occhi vivi e bionda capigliatura. Se n'andava di mal animo lo sventurato fanciullo col suo rapitore; e intendeva molto bene la sua disgrazia; però pensando alla maniera di sbrigarsene, con coraggio troppo superiore alla età sua, cavato fuori il pugnale che pendeva del fianco del Barbaro, con quanta forza potè, con esso il percosse nel capoe il fece stramazzare a terra. Allora Grimoaldo tutto allegro diede volta al cavallo, e tanto galoppò, che raggiunse i fratelli, ai quali narrato quanto gli era accaduto, raddoppiò la loro allegrezza. Ciò vien così distesamente narrato da Paolo Diacono perchèGrimoaldoarrivò poi ad essere duca di Benevento, e in fine re de' Longobardi; e il fratello suoRadoaldoanch'egli resse il ducato di Benevento.Gli Avari tornati al loro paese (non si sa per qual cagione, se non perchè erano crudeli in eccesso) uccisero tutti gl'Italiani seco menati, riserbando schiavi i fanciulli e le donne. E Cacano conoscendo il merito di Romilda, traditrice del popolo suo, per ricompensarla ed insieme per mantenere la sua parola, dormì con essa una notte come con una moglie. Nella seguente notte dipoi la consegnò a dodici de' suoi, acciocchè ne facessero le voglie loro. Finalmente in un palo pubblicamente rizzato la fece impalare con dirle:Questo è marito ben degno d'una pari tua.Ma furono ben differenti da sì esecrabil madre le figliuole condotte anche esse in ischiavitù. Premendo lor sopra ogni cosa di conservare intatta la loro purità, usavano di tenere in seno della carne cruda di pollo, che nel calore putrefacendosi mandava un puzzolente odore, di modo che se loro voleva accostarsi alcuno degli Avari, dava subito indietro maledicendole; e credendo che naturalmente in quella guisa puzzassero, andavano poi coloro dicendo, che tutte le donne longobarde erano fetenti. In questa gloriosa maniera quelle nobili donzelle scamparono dalla libidine degli Avari, e meritarono da Dio il premio della loro virtù, benchè fossero più volte vendute, perchè non era conosciuta la loro origine e nobiltà, d'essere poi riscattate dai fratelli e nobilmente maritate. Paolo Diacono scrive che, per quanto si diceva, una d'esse fu data in moglie al re degli Alamanni, e l'altra al principe della Baviera. Ma noi non sappiamoche in questi tempi vi fosse un re degli Alamanni. Forse v'era un duca. Aggiugne dipoi lo stesso istorico la propria genealogia, con dire che Leofi suo trisavolo venne coi Longobardi in Italia, nell'anno 568, e morendo lasciò dopo di sè cinque piccioli figliuoli, che in quella funesta occasione furono tutti condotti schiavi nell'Ungheria dagli Unni Avari. Uno d'essi, bisavolo di Paolo, dopo molti anni di schiavitù scappato, ritornò in Italia, ma nulla potè ricuperare dei beni paterni. Aiutato nondimeno dai parenti ed amici, si rimise bene in arnese, e presa moglie, ne ebbe un figliuolo per nome Arichi, ossia Arigiso, che procreò Varnefrido padre d'esso Paolo Diacono, al quale siam debitori della storia dei Longobardi. Senza il lume ch'egli ci ha procurato, si troverebbe involta in troppe tenebre la storia d'Italia di questi tempi. Ma il buon Paolo nulla dice di quel che facesseAgilolfore (se pur sotto di lui occorse questa terribile irruzione di Barbari), oppure cosa operasse il di lui successore, caso che la tragedia fosse succeduta più tardi. Può essere che il re d'allora pensasse solamente a ben munire e provvedere i luoghi forti; o ch'egli anche uscisse in campagna con quanto sforzo potè, e che questa fosse la cagion per cui gli Avari se ne tornassero al loro paese, senza pensare di fissar il piede in Italia. I Persiani in quest'anno[Theoph. in Chronogr.]seguitando la guerra presero altre città cristiane in Oriente, condussero via molte migliaia di schiavi, e fecero infiniti altri mali, giacchè niun si opponeva, essendosi consumate tutte le truppe agguerrite dell'imperio ne' calamitosi anni addietro. Pare che a quest'anno appartenga la irruzione degli Sclavi fatta nell'Istria[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 42.], suggetta ad esso imperadore, dove tagliarono a pezzi le truppe cesaree, e commisero inuditi saccheggi.Grasolfofratello dell'ucciso Gisolfo pare che fosse in appresso creatoduca del Friuli, ma forse ottenne, siccome diremo, quest'onore solamente nel l'anno 635.
Console
Eraclio Augusto.
Nelle calende del primo gennaio dopo la assunzione sua al trono, preseEraclioimperadore il consolato, secondo il rito antico degli altri Augusti. Ma egli nei principii del suo governo trovò sì sfasciato l'imperio, che non sapea dove volgersi per impedirne la rovina. Soprattutto l'affliggeva l'aver per nemici i Persiani, che ogni dì più divenivano orgogliosi e potenti colle spoglie del romano imperio. Essi in quest'anno s'impadronirono di Apamea e di Edessa, con fare schiavi innumerabili cristiani, ed arrivar fino ad Antiochia. Eraclio spedì quante milizie potè per fermare il corso a questo impetuoso torrente, e nel mese di maggio si venne ad una giornata campale, in cui l'armata cesarea fu messa a filo di spada, talmente che pochi si salvarono colla fuga. Per conto dell'Italia l'imperadore credette ben fatto di richiamare a Costantinopoli l'esarco di RavennaSmeraldo, forse perchè conosceva di abbisognare l'Italia d'un uffiziale di maggior sua confidenza. Venne dunque in suo luogo al governo de' paesi restati in Italia sotto il dominio cesareoGiovanni Lemigiopatrizio, il quale, secondo l'uso introdotto, in qualità d'esarco fece la sua residenza in Ravenna. Questi non tardò a ratificar la pace ossia tregua d'un anno col reAgilolfo[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 42.], pagando nondimeno per averla; perchè, siccome vedremo, bisognava che i Greci per la lor debolezza comperassero a danari contanti dai Longobardi la quiete delle loro città in Italia. Rapporta il Sigonio all'anno 615 la terribile invasione fatta dagli Avari nel ducato del Friuli; Ermanno Contratto[Hermannus Contractus, in Chron.]all'anno 613, e Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]all'anno 616. Certo la cronologia di questi due scrittori ha slogature tali circa questi tempi, che non merita d'essere da noi seguitata. Io, quantunque confessi di non avere indizio sicuro dell'anno preciso di questa calamità, pure crederei di poterla più fondatamente riferire al presente, dacchè PaoloDiacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 38.]dopo aver narrata la morte di Foca e l'innalzamento di Eraclio, immediatamente soggiugne:Circa haec tempora rex Avarorum, quem sua lingua Cacanum appellant, cum innumerabili multitudine veniens, Venetiarum fines ingressus est.Gli Unni dunque, o vogliam dire i Tartari, chiamati Avari, padroni della Pannonia e di gran parte dell'Illirico, gente masnadiera ed avvezza alle rapine, e che esercitava, ora nella Tracia contra de' Greci imperadori, ed ora contra dei Franchi nella Baviera, l'esecrabil loro mestiere, arrivarono in quest'anno a sfogare la loro avidità anche nell'Italia. Davano essi il nome diCacanoal capo loro, nome equivalente a quello di re, come di sopra fu detto; e il re d'essi in questi tempi era un giovane vago di gloria e brioso, che messo insieme uno sterminato esercito, venne a dirittura verso il Friuli.
Gisolfoduca di quella contrada, vedendo venir sì strepitosa tempesta, ordinò tosto che tutte le castella del suo ducato si fortificassero, acciocchè servissero di rifugio anche gli abitatori della campagna. Nomina Paolo fra questeCormona,Nomaso,Osopo,Artenia,Reunia,Ghemona, edIbligene. Intanto esso duca, con quanti Longobardi potè raunare, andò coraggiosamente a fronte de' nemici, ed attaccò battaglia. Ma la fortuna, che ordinariamente si dichiara per i più, non fece di meno questa volta. Combatterono con gran valore i Longobardi, ma in fine sopraffatti dall'immensa moltitudine dei Barbari, lasciarono quasi tutti sul campo la vita, e fra i morti restò ancoraGisolfo. Rimasti padroni della campagna gli Unni, attesero a saccheggiare e bruciar le case, e nello stesso tempo assediarono la città del Foro di Giulio, oggidìCividal di Friuli, dove s'era rinchiusaRomilda, già moglie del duca Gisolfo, con quattro suoi figliuoli maschi, cioèTasone,Cacone,RadoaldoeGrimoaldo, e quattro figliuole, due delle quali erano chiamatePappaeGaila. L'infame Romilda, guatato dalle mura Cacano, giovane di bello aspetto, che girava intorno alla città, innamorossene, e mandò segretamente ad offerirgli la resa della città, s'egli voleva prender lei per moglie. Acconsentì ben volentieri il Barbaro alla proposizione, ed apertagli una porta della città, v'entrò; ma appena entrato, lasciò la briglia alla sua crudeltà. Dopo un generale saccheggio, la città fu consegnata alle fiamme, e tutti i cittadini con Romilda e coi suoi figliuoli menati verso l'Ungheria in ischiavitù, con far loro credere di volerli rilasciare ai confini. Ma giunti che furono colà, nel consiglio degli Avari, fu risoluto di uccidere quei miseri, alla riserva delle donne e de' fanciulli: il che penetrato dai figliuoli del morto duca Gisolfo, fu cagione, che saliti tosto a cavallo, si diedero alla fuga. In groppa d'uno de' fratelli cavalcavaGrimoaldotuttavia fanciullo, e il più picciolo fra essi; ma correndo il cavallo, non poteva tenersi forte e cadde in terra. Allora il fratello maggiore, giudicando che fosse meglio il levargli la vita, che il lasciarlo schiavo fra i Barbari, presa la lancia, volle trafiggerlo. Ma il fanciullo piangendo cominciò a gridare che non gli nocesse, perchè era da tanto di star saldo a cavallo. Allora il fratello stesa la mano, e presolo per un braccio, il rimise sulla groppa nuda del cavallo, e diede di sproni. Gli Avari accortisi della fuga di questi giovani, tennero loro dietro, e riuscì ad uno di essi più veloce degli altri di aggraffare Grimoaldo, senza però nuocergli, non solo a cagione della tenera sua età, ma ancora perchè il vide garzoncello di bellissimo aspetto, con occhi vivi e bionda capigliatura. Se n'andava di mal animo lo sventurato fanciullo col suo rapitore; e intendeva molto bene la sua disgrazia; però pensando alla maniera di sbrigarsene, con coraggio troppo superiore alla età sua, cavato fuori il pugnale che pendeva del fianco del Barbaro, con quanta forza potè, con esso il percosse nel capoe il fece stramazzare a terra. Allora Grimoaldo tutto allegro diede volta al cavallo, e tanto galoppò, che raggiunse i fratelli, ai quali narrato quanto gli era accaduto, raddoppiò la loro allegrezza. Ciò vien così distesamente narrato da Paolo Diacono perchèGrimoaldoarrivò poi ad essere duca di Benevento, e in fine re de' Longobardi; e il fratello suoRadoaldoanch'egli resse il ducato di Benevento.
Gli Avari tornati al loro paese (non si sa per qual cagione, se non perchè erano crudeli in eccesso) uccisero tutti gl'Italiani seco menati, riserbando schiavi i fanciulli e le donne. E Cacano conoscendo il merito di Romilda, traditrice del popolo suo, per ricompensarla ed insieme per mantenere la sua parola, dormì con essa una notte come con una moglie. Nella seguente notte dipoi la consegnò a dodici de' suoi, acciocchè ne facessero le voglie loro. Finalmente in un palo pubblicamente rizzato la fece impalare con dirle:Questo è marito ben degno d'una pari tua.Ma furono ben differenti da sì esecrabil madre le figliuole condotte anche esse in ischiavitù. Premendo lor sopra ogni cosa di conservare intatta la loro purità, usavano di tenere in seno della carne cruda di pollo, che nel calore putrefacendosi mandava un puzzolente odore, di modo che se loro voleva accostarsi alcuno degli Avari, dava subito indietro maledicendole; e credendo che naturalmente in quella guisa puzzassero, andavano poi coloro dicendo, che tutte le donne longobarde erano fetenti. In questa gloriosa maniera quelle nobili donzelle scamparono dalla libidine degli Avari, e meritarono da Dio il premio della loro virtù, benchè fossero più volte vendute, perchè non era conosciuta la loro origine e nobiltà, d'essere poi riscattate dai fratelli e nobilmente maritate. Paolo Diacono scrive che, per quanto si diceva, una d'esse fu data in moglie al re degli Alamanni, e l'altra al principe della Baviera. Ma noi non sappiamoche in questi tempi vi fosse un re degli Alamanni. Forse v'era un duca. Aggiugne dipoi lo stesso istorico la propria genealogia, con dire che Leofi suo trisavolo venne coi Longobardi in Italia, nell'anno 568, e morendo lasciò dopo di sè cinque piccioli figliuoli, che in quella funesta occasione furono tutti condotti schiavi nell'Ungheria dagli Unni Avari. Uno d'essi, bisavolo di Paolo, dopo molti anni di schiavitù scappato, ritornò in Italia, ma nulla potè ricuperare dei beni paterni. Aiutato nondimeno dai parenti ed amici, si rimise bene in arnese, e presa moglie, ne ebbe un figliuolo per nome Arichi, ossia Arigiso, che procreò Varnefrido padre d'esso Paolo Diacono, al quale siam debitori della storia dei Longobardi. Senza il lume ch'egli ci ha procurato, si troverebbe involta in troppe tenebre la storia d'Italia di questi tempi. Ma il buon Paolo nulla dice di quel che facesseAgilolfore (se pur sotto di lui occorse questa terribile irruzione di Barbari), oppure cosa operasse il di lui successore, caso che la tragedia fosse succeduta più tardi. Può essere che il re d'allora pensasse solamente a ben munire e provvedere i luoghi forti; o ch'egli anche uscisse in campagna con quanto sforzo potè, e che questa fosse la cagion per cui gli Avari se ne tornassero al loro paese, senza pensare di fissar il piede in Italia. I Persiani in quest'anno[Theoph. in Chronogr.]seguitando la guerra presero altre città cristiane in Oriente, condussero via molte migliaia di schiavi, e fecero infiniti altri mali, giacchè niun si opponeva, essendosi consumate tutte le truppe agguerrite dell'imperio ne' calamitosi anni addietro. Pare che a quest'anno appartenga la irruzione degli Sclavi fatta nell'Istria[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 42.], suggetta ad esso imperadore, dove tagliarono a pezzi le truppe cesaree, e commisero inuditi saccheggi.Grasolfofratello dell'ucciso Gisolfo pare che fosse in appresso creatoduca del Friuli, ma forse ottenne, siccome diremo, quest'onore solamente nel l'anno 635.