DCXVI

DCXVIAnno diCristoDCXVI. IndizioneIV.Deusdeditpapa 2.Eraclioimperadore 7.Adaloaldore 2.L'anno V dopo il consolato diEraclio Augusto.L'Italia in questi tempi godeva una invidiabile pace, perchèTeodelindanon amava disturbi e imbrogli di guerra nella minorità del figliuolo; e molto più tornava il conto all'esarcoGiovanniLemigio di non far novità in tempi che l'impero in Oriente si trovava tutto sossopra per la guerra dei Persiani, e spogliato in maniera, che in tanti bisogni credetteEraclioAugusto di potersi valere dei sacri vasi delle chiese per pagare i Barbari circonvicini, e impedire che non concorressero anch'eglino alla total rovina dell'imperio suo. Ma in Ravenna nell'anno precedente era succeduta, o succedette in questo, una funesta rivoluzione, accennata con due parole da Anastasio bibliotecario[Anast. Bibliothec., in Vit. Deusdedit.]: cioè irritati i cittadini di Ravenna o dalla superbia e dai mali trattamenti dell'esarco suddetto, oppure dagli esorbitanti aggravii loro imposti, si sollevaronocontra di lui, e l'uccisero con tutti i giudici che avea condotti seco. Andata questa nuova a Costantinopoli, Eraclio non tardò a spedire in ItaliaEleuteriopatrizio ed esarco, il quale, giunto a Ravenna, formò de' rigorosi processi contra gli uccisori del suo antecessore, e diede un grande esercizio alle scuri. Meglio in somma stavano gl'Italiani sotto i Longobardi che sotto i Greci. Intanto in Oriente seguitavano ad andare alla peggio gli affari dell'imperio romano. I Persiani, secondochè abbiam da Teofane[Theoph., in Chronogr.]e da Cedreno[Cedren. in Annal.], entrarono nell'Egitto, presero la città d'Alessandria, e s'impadronirono di tutte quelle contrade e della Libia, sino ai confini degli Etiopi. Ma non pare che tenessero salde sì vaste conquiste, soggiugnendo quello storico, che, fatta una gran moltitudine di schiavi e un incredibil bottino, se ne tornarono al loro paese. In sì terribil congiuntura il santo patriarca di Alessandria,Giovanniil limosiniero, se ne fuggì nell'isola di Cipri, dove santamente morì, con lasciare dopo di sè una memoria immortale dell'incomparabil sua carità. Ci resta la sua vita scritta daLeonziovescovo di Lemissa. Ma qui non terminarono le tempeste dell'Oriente. O nell'anno precedente, o in questo, un altro esercito di Persiani, condotto da Saito generale, arrivò fin sotto la città di Calcedone, cioè a dire in faccia a Costantinopoli, e quivi si accampò. Se si vuole prestar fede a Teofane, egli obbligò alla resa quella città. Comunque passasse questo fatto, racconta Niceforo patriarca costantinopolitano nel suo compendio istorico[Nicephorus Costantinopolitanus, in Chron.], che Caito avendo invitato l'imperadore Eraclio ad un abboccamento, questi non ebbe difficoltà di passare lo Stretto e di parlar con lui. Il general persiano con somma venerazione lo accolse, e il consigliò di mandar seco ambasciatori al reCosroe, per trattar della pace. All'udir questeparole parve ad Eraclio che s'aprisse il cielo in suo furore; e in fatti spedì al re di PersiaOlimpioprefetto del pretorio,Leonzioprefetto di Costantinopoli, due de' primi ufficiali della sua corte, edAnastasioprete. L'autore della Cronica Alessandrina[Chron. Alex.]rapporta anche l'orazione recitata da questi ambasciatori a Cosroe. Ma così bell'apparato andò poi a finire in una lagrimevole scena. Disapprovò il barbaro re la condotta del suo generale Saito, che in vece dell'imperadore Eraclio gli avesse menato davanti i di lui legati; e però, fattagli cavar la pelle, e formarne un otre, crudelmente il fece morire. Poscia cacciati in prigione gli ambasciatori cesarei, in varie forme li maltrattò, e dopo averli tenuti lungamente in quelle miserie, finalmente levò loro la vita. Può essere che l'assedio di Calcedone e l'ambasceria al re Cosroe sieno da riferire, secondo il padre Pagi, all'anno precedente; ma potrebbe anche appartenere al presente una parte di questa tragedia. Crede il buon Ughelli[Ughellius Italia Sacr. T. 8.]nell'Italia sacra, dove parla de' vescovi di Benevento, che appartenga all'anno 613 (vuol dire all'anno presente 616) un diploma d'Arichi ossia Arigiso I duca di Benevento, datoanno XXIV gloriosissimi ducatus sui, mense martio, Indictione quarta. Qual diploma non è di Arigiso I, ma sì bene di Arigiso II duca di Benevento, e fu dato nel marzo dell'anno 781.

L'anno V dopo il consolato diEraclio Augusto.

L'Italia in questi tempi godeva una invidiabile pace, perchèTeodelindanon amava disturbi e imbrogli di guerra nella minorità del figliuolo; e molto più tornava il conto all'esarcoGiovanniLemigio di non far novità in tempi che l'impero in Oriente si trovava tutto sossopra per la guerra dei Persiani, e spogliato in maniera, che in tanti bisogni credetteEraclioAugusto di potersi valere dei sacri vasi delle chiese per pagare i Barbari circonvicini, e impedire che non concorressero anch'eglino alla total rovina dell'imperio suo. Ma in Ravenna nell'anno precedente era succeduta, o succedette in questo, una funesta rivoluzione, accennata con due parole da Anastasio bibliotecario[Anast. Bibliothec., in Vit. Deusdedit.]: cioè irritati i cittadini di Ravenna o dalla superbia e dai mali trattamenti dell'esarco suddetto, oppure dagli esorbitanti aggravii loro imposti, si sollevaronocontra di lui, e l'uccisero con tutti i giudici che avea condotti seco. Andata questa nuova a Costantinopoli, Eraclio non tardò a spedire in ItaliaEleuteriopatrizio ed esarco, il quale, giunto a Ravenna, formò de' rigorosi processi contra gli uccisori del suo antecessore, e diede un grande esercizio alle scuri. Meglio in somma stavano gl'Italiani sotto i Longobardi che sotto i Greci. Intanto in Oriente seguitavano ad andare alla peggio gli affari dell'imperio romano. I Persiani, secondochè abbiam da Teofane[Theoph., in Chronogr.]e da Cedreno[Cedren. in Annal.], entrarono nell'Egitto, presero la città d'Alessandria, e s'impadronirono di tutte quelle contrade e della Libia, sino ai confini degli Etiopi. Ma non pare che tenessero salde sì vaste conquiste, soggiugnendo quello storico, che, fatta una gran moltitudine di schiavi e un incredibil bottino, se ne tornarono al loro paese. In sì terribil congiuntura il santo patriarca di Alessandria,Giovanniil limosiniero, se ne fuggì nell'isola di Cipri, dove santamente morì, con lasciare dopo di sè una memoria immortale dell'incomparabil sua carità. Ci resta la sua vita scritta daLeonziovescovo di Lemissa. Ma qui non terminarono le tempeste dell'Oriente. O nell'anno precedente, o in questo, un altro esercito di Persiani, condotto da Saito generale, arrivò fin sotto la città di Calcedone, cioè a dire in faccia a Costantinopoli, e quivi si accampò. Se si vuole prestar fede a Teofane, egli obbligò alla resa quella città. Comunque passasse questo fatto, racconta Niceforo patriarca costantinopolitano nel suo compendio istorico[Nicephorus Costantinopolitanus, in Chron.], che Caito avendo invitato l'imperadore Eraclio ad un abboccamento, questi non ebbe difficoltà di passare lo Stretto e di parlar con lui. Il general persiano con somma venerazione lo accolse, e il consigliò di mandar seco ambasciatori al reCosroe, per trattar della pace. All'udir questeparole parve ad Eraclio che s'aprisse il cielo in suo furore; e in fatti spedì al re di PersiaOlimpioprefetto del pretorio,Leonzioprefetto di Costantinopoli, due de' primi ufficiali della sua corte, edAnastasioprete. L'autore della Cronica Alessandrina[Chron. Alex.]rapporta anche l'orazione recitata da questi ambasciatori a Cosroe. Ma così bell'apparato andò poi a finire in una lagrimevole scena. Disapprovò il barbaro re la condotta del suo generale Saito, che in vece dell'imperadore Eraclio gli avesse menato davanti i di lui legati; e però, fattagli cavar la pelle, e formarne un otre, crudelmente il fece morire. Poscia cacciati in prigione gli ambasciatori cesarei, in varie forme li maltrattò, e dopo averli tenuti lungamente in quelle miserie, finalmente levò loro la vita. Può essere che l'assedio di Calcedone e l'ambasceria al re Cosroe sieno da riferire, secondo il padre Pagi, all'anno precedente; ma potrebbe anche appartenere al presente una parte di questa tragedia. Crede il buon Ughelli[Ughellius Italia Sacr. T. 8.]nell'Italia sacra, dove parla de' vescovi di Benevento, che appartenga all'anno 613 (vuol dire all'anno presente 616) un diploma d'Arichi ossia Arigiso I duca di Benevento, datoanno XXIV gloriosissimi ducatus sui, mense martio, Indictione quarta. Qual diploma non è di Arigiso I, ma sì bene di Arigiso II duca di Benevento, e fu dato nel marzo dell'anno 781.


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