DCXXIII

DCXXIIIAnno diCristoDCXXIII. IndizioneXI.Bonifazio Vpapa 5.Eraclioimperadore 14.Adaloaldore 9.L'anno XII dopo il consolato diEraclio Augusto.Nel dì 10 di marzo del presente anno si mosse di nuovoEracliodella sua regia, e a gran giornate arrivò in Armenia[Theoph., in Chronogr.], da dove con sue lettere invitòCosroealla pace; altrimenti gli minacciava d'entrare ostilmente nella Persia. Se ne rise il fiero tiranno. Allora Eraclio, dopo avere con una magnanima orazione maggiormente incoraggiata l'armata dei fedeli di Gesù Cristo, passò nel paese nemico, con bruciare quante città e castella s'incontravano per cammino. In mezzo alla state trovarono essi un'ariatemperata e rugiadosa, che servì loro di ristoro, e parve cosa miracolosa. Erasi portato il re Cosroe con quarantamila bravi combattenti presso la città di Gazaco, ed eccoti Eraclio che a dirittura va per trovarlo. Furono sorprese e messe a fil di spada le guardie avanzate de' Persiani, nè di più vi volle perchè Cosroe si desse alla fuga. S'impadronì Eraclio della città di Gazaco, dove si trovò il tempio del Fuoco, tuttavia adorato da que' Barbari, e il tesoro di Creso già re della Lidia (lo creda chi lo vuol credere), e si scoprì l'impostura de' carboni che que' falsi sacerdoti faceano credere miracolosamente sempre accesi. Da Gazaco si portò l'esercito cristiano alla città di Tebarmaes, ed in essa entrato, consegnò alle fiamme anch'ivi il tempio del Fuoco e tutte le abitazioni. Intanto Cosroe, avendo gli sproni della paura ai fianchi, si andava ritirando e fuggendo, e dietro di luogo in luogo gli marciava il prode imperadore, prendendo e guastando tutto il paese. In questa maniera passò l'anno secondo della guerra di Persia, ed avvicinandosi il verno, fu messo in consulta, dove si avessero a prendere i quartieri. Alcuni proponevano che si svernasse in Albania, provincia vicina al mar Caspio; altri che s'andasse contra di Cosroe. La sacra Scrittura, secondo l'uso osservato da tant'altri in questi tempi, quella fu che decise essendosi trovato in un versetto della medesima, aperta all'improvviso, parole indicanti di fermarsi in Albania. Conduceva seco Eraclio Augusto, oltre ad un gran bottino, ben cinquantamila prigioni persiani. Accortosi egli de' fieri patimenti di quella povera gente, non gli soffrì il cuore di vederli maggiormente penare, e fattili tutti slegare, donò loro la libertà. Le lagrime che accompagnarono l'allegrezza di que' miseri, e i lor voti che un sì buono imperadore liberasse la Persia da Cosroe, peste di tutto il mondo, furono i loro ringraziamenti. Non disconverrà alla storia d'Italia il far qui menzione di un fatto riferitoda Fredegario[Fredeg., in Chron., cap. 48.]sotto il presente anno. Erano gli Sclavi, ossia Schiavoni, divenuti molto tempo fa padroni di parte dell'Illirico, cioè della Carintia, Bossina, Schiavonia. Ma aveano de' vicini troppo potenti che li calpestavano, cioè gli Unni, chiamati Avari, padroni della Pannonia e d'altre provincie. Non bastava che gli Sclavi pagassero tributo aCacano, cioè al re di que' popoli. Venivano ogni anno gl'iniqui Avari a svernare addosso ai poveri Sclavi, si servivano liberamente delle lor mogli e figliuole, e gli opprimevano in altre maniere. Ora accadde che un certoSamone, franco di nazione e mercante, andò a trafficare nel paese degli Sclavi, e trovò che quella gente, non potendo più sofferire gli oltraggi e strapazzi degli Avari, aveano cominciato a ribellarsi agli Avari. Samone s'unì con loro, e col suo senno e valore fu cagione che gli Sclavi guadagnarono una vittoria con grande strage degli Avari. Tal credito s'acquistò egli con ciò, che lo elessero per loro re, e in molte altre battaglie con gli Unni restò superiore. Regnò trentacinque anni, e di dodici mogli schiavone ch'egli ebbe, lasciò ventidue figliuoli maschi e quindici femmine. Non fu avvertito questo fatto da Giovanni Lucido ne' suoi libri del regno della Dalmazia e Croazia.

L'anno XII dopo il consolato diEraclio Augusto.

Nel dì 10 di marzo del presente anno si mosse di nuovoEracliodella sua regia, e a gran giornate arrivò in Armenia[Theoph., in Chronogr.], da dove con sue lettere invitòCosroealla pace; altrimenti gli minacciava d'entrare ostilmente nella Persia. Se ne rise il fiero tiranno. Allora Eraclio, dopo avere con una magnanima orazione maggiormente incoraggiata l'armata dei fedeli di Gesù Cristo, passò nel paese nemico, con bruciare quante città e castella s'incontravano per cammino. In mezzo alla state trovarono essi un'ariatemperata e rugiadosa, che servì loro di ristoro, e parve cosa miracolosa. Erasi portato il re Cosroe con quarantamila bravi combattenti presso la città di Gazaco, ed eccoti Eraclio che a dirittura va per trovarlo. Furono sorprese e messe a fil di spada le guardie avanzate de' Persiani, nè di più vi volle perchè Cosroe si desse alla fuga. S'impadronì Eraclio della città di Gazaco, dove si trovò il tempio del Fuoco, tuttavia adorato da que' Barbari, e il tesoro di Creso già re della Lidia (lo creda chi lo vuol credere), e si scoprì l'impostura de' carboni che que' falsi sacerdoti faceano credere miracolosamente sempre accesi. Da Gazaco si portò l'esercito cristiano alla città di Tebarmaes, ed in essa entrato, consegnò alle fiamme anch'ivi il tempio del Fuoco e tutte le abitazioni. Intanto Cosroe, avendo gli sproni della paura ai fianchi, si andava ritirando e fuggendo, e dietro di luogo in luogo gli marciava il prode imperadore, prendendo e guastando tutto il paese. In questa maniera passò l'anno secondo della guerra di Persia, ed avvicinandosi il verno, fu messo in consulta, dove si avessero a prendere i quartieri. Alcuni proponevano che si svernasse in Albania, provincia vicina al mar Caspio; altri che s'andasse contra di Cosroe. La sacra Scrittura, secondo l'uso osservato da tant'altri in questi tempi, quella fu che decise essendosi trovato in un versetto della medesima, aperta all'improvviso, parole indicanti di fermarsi in Albania. Conduceva seco Eraclio Augusto, oltre ad un gran bottino, ben cinquantamila prigioni persiani. Accortosi egli de' fieri patimenti di quella povera gente, non gli soffrì il cuore di vederli maggiormente penare, e fattili tutti slegare, donò loro la libertà. Le lagrime che accompagnarono l'allegrezza di que' miseri, e i lor voti che un sì buono imperadore liberasse la Persia da Cosroe, peste di tutto il mondo, furono i loro ringraziamenti. Non disconverrà alla storia d'Italia il far qui menzione di un fatto riferitoda Fredegario[Fredeg., in Chron., cap. 48.]sotto il presente anno. Erano gli Sclavi, ossia Schiavoni, divenuti molto tempo fa padroni di parte dell'Illirico, cioè della Carintia, Bossina, Schiavonia. Ma aveano de' vicini troppo potenti che li calpestavano, cioè gli Unni, chiamati Avari, padroni della Pannonia e d'altre provincie. Non bastava che gli Sclavi pagassero tributo aCacano, cioè al re di que' popoli. Venivano ogni anno gl'iniqui Avari a svernare addosso ai poveri Sclavi, si servivano liberamente delle lor mogli e figliuole, e gli opprimevano in altre maniere. Ora accadde che un certoSamone, franco di nazione e mercante, andò a trafficare nel paese degli Sclavi, e trovò che quella gente, non potendo più sofferire gli oltraggi e strapazzi degli Avari, aveano cominciato a ribellarsi agli Avari. Samone s'unì con loro, e col suo senno e valore fu cagione che gli Sclavi guadagnarono una vittoria con grande strage degli Avari. Tal credito s'acquistò egli con ciò, che lo elessero per loro re, e in molte altre battaglie con gli Unni restò superiore. Regnò trentacinque anni, e di dodici mogli schiavone ch'egli ebbe, lasciò ventidue figliuoli maschi e quindici femmine. Non fu avvertito questo fatto da Giovanni Lucido ne' suoi libri del regno della Dalmazia e Croazia.


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