DCXXIVAnno diCristoDCXXIV. IndizioneXII.Bonifazio Vpapa 6.Eraclioimperadore 15.Adaloaldore 10.L'anno XIII dopo il consolato diEraclio Augusto.Mandò in quest'anno il reCosroeun suo generale appellatoSarablaga, uomo ben provveduto di superbia, nell'Albania, per impedire all'imperadore Eraclio di avanzarsi nella Persia. Ancorchè costui conducesse con esso lui un forte esercito, tuttavia non osò mai affrontarsi coi Greci, contento di andarli ristrignendo,con istarsene sulle montagne, e occupare i siti stretti, per gli quali s'entrava nel dominio persiano. Non istette per questo di marciare l'animoso Augusto verso le nemiche contrade, risoluto di andar a trovare nel cuore del suo paese il re Cosroe; sempre ricordevole de' suoi ambasciatori da lui ritenuti prigioni contro il diritto delle genti, e fatti dipoi levar di vita. Questa spina stava forte in cuore di Eraclio. Venne un altro esercito di Persiani, condotto daSarbaroossiaSarbaraza, che si unì con Sarablaga, ed era anche in marcia il terzo sotto il comando diSae: quando i due primi generali, per gelosia che non fosse attribuita la vittoria all'ultimo, determinarono di dar eglino la battaglia senza di lui, e si accostarono verso la sera col loro campo a quello di Eraclio, per attaccar la zuffa nella mattina seguente. Eraclio, ciò presentito, segretamente continuò tutta la notte il viaggio, e andò a postar la sua armata in un bel piano ricco di foraggi. I Persiani, credendo che Eraclio avesse presa la fuga, gli arrivarono addosso la mattina appresso, senza mettersi in ordinanza. E male per loro, perchè i Cristiani, a guisa di lioni combattendo, ne tagliarono a pezzi assaissimi, e sbandarono gli altri. Ma nel bollore di questa mischia ecco soppraggiugnere Sae coll'esercito suo. Contra di costui si rivolse lo sforzo maggiore de' Cristiani con tal empito, che misero ancor lui in iscompiglio, e presero tutto il suo equipaggio. Non istettero poi molto Sarbaraza e Sae a raccogliere tutte le loro forze disperse e la gente fuggita, con formare un poderoso esercito, risoluti di venir di nuovo alle mani. Eraclio, che si trovava nel cuore del paese nemico, senza fortezze di salvaguardia in occasione di disgrazie, prese il partito di ritirarsi. Gli erano sempre alle spalle i Persiani, e tale fu la stretta, che i Lazii, gli Abasgi ed Iberi suoi collegati abbandonarono lo esercito cristiano, e se n'andarono ai loro paesi. Non si perdette d'animo perquesto il coraggioso imperadore, e con bella orazione ravvivò il coraggio nei suoi soldati, con ricordare a tutti che il Dio degli eserciti stava per loro, e che occorrendo conseguirebbono la corona de' martiri e gloria presso i posteri; ma che coll'assistenza di Dio anche i pochi potevano sbaragliare i molti. Ciò fatto, schierò tutta l'armata per attaccar la battaglia; ma questa non si attaccò, e stettero tutto quel dì a guardarsi l'un l'altro i due eserciti. La sera l'imperadore mise in marcia i suoi, e i nemici credendo di poterli prevenire per una scortatoia, andarono ad imbrogliarsi in certe paludi con grave loro pericolo. Giunse finalmente Eraclio nell'Armenia persiana, e quivi si accampò, giacchè era vicino il verno. Prese quartiere anche Sarbaraza in quelle contrade col suo esercito, accresciuto di molto nel cammino; ma buona parte d'essi, avvisandosi che fosse già terminata la campagna, se ne andarono alle lor case. N'ebbe avviso Eraclio, e seppe profittarne. Era allora ben rigido il verno; tuttavia, scelti i più robusti soldati e cavalli dell'armata, e, fattene due squadre, l'una ne mandò innanzi ad assalire i nemici, ed egli in persona tenne dietro coll'altra. Camminarono tutta la notte e verso il far del giorno arrivarono alla terra di Salbano, senza che i Persiani sospettassero punto di aver l'onore di questa visita. Sentita la venuta de' Cristiani, quei Barbari sbalzarono fuor dei letti, ma attorniati dalle spade nemiche, restarono quivi tutti svenati, eccettochè uno, il quale portò la nuova a Sarbaraza, acquartierato nelle vicinanze. Non si curò quel bravo general persiano di vestirsi, ma nudo e scalzo saltato a cavallo, si salvò colla fuga. Sopraggiunsero i Cristiani, che molti di coloro esentarono dal peso della guerra con ucciderli, o farli prigioni. I satrapi persiani, le lor mogli e il fiore della lor nobiltà s'erano ritirati sopra i tetti delle case, e quivi pensavano di difendersi; ma attaccato il fuoco ad esse, partene perì nelle fiamme, e parte si arrendè ai vincitori. Toccarono fra l'altre cose all'imperadore Eraclio l'armi di Sarbaraza, cioè lo scudo d'oro, la spada, la lancia, le scarpe e una cintura di oro e di gemme. Tornossene poi il glorioso imperadore al suo campo, finito l'anno terzo della guerra di Persia, e in quelle parti svernò quietamente sino alla primavera ventura.
L'anno XIII dopo il consolato diEraclio Augusto.
Mandò in quest'anno il reCosroeun suo generale appellatoSarablaga, uomo ben provveduto di superbia, nell'Albania, per impedire all'imperadore Eraclio di avanzarsi nella Persia. Ancorchè costui conducesse con esso lui un forte esercito, tuttavia non osò mai affrontarsi coi Greci, contento di andarli ristrignendo,con istarsene sulle montagne, e occupare i siti stretti, per gli quali s'entrava nel dominio persiano. Non istette per questo di marciare l'animoso Augusto verso le nemiche contrade, risoluto di andar a trovare nel cuore del suo paese il re Cosroe; sempre ricordevole de' suoi ambasciatori da lui ritenuti prigioni contro il diritto delle genti, e fatti dipoi levar di vita. Questa spina stava forte in cuore di Eraclio. Venne un altro esercito di Persiani, condotto daSarbaroossiaSarbaraza, che si unì con Sarablaga, ed era anche in marcia il terzo sotto il comando diSae: quando i due primi generali, per gelosia che non fosse attribuita la vittoria all'ultimo, determinarono di dar eglino la battaglia senza di lui, e si accostarono verso la sera col loro campo a quello di Eraclio, per attaccar la zuffa nella mattina seguente. Eraclio, ciò presentito, segretamente continuò tutta la notte il viaggio, e andò a postar la sua armata in un bel piano ricco di foraggi. I Persiani, credendo che Eraclio avesse presa la fuga, gli arrivarono addosso la mattina appresso, senza mettersi in ordinanza. E male per loro, perchè i Cristiani, a guisa di lioni combattendo, ne tagliarono a pezzi assaissimi, e sbandarono gli altri. Ma nel bollore di questa mischia ecco soppraggiugnere Sae coll'esercito suo. Contra di costui si rivolse lo sforzo maggiore de' Cristiani con tal empito, che misero ancor lui in iscompiglio, e presero tutto il suo equipaggio. Non istettero poi molto Sarbaraza e Sae a raccogliere tutte le loro forze disperse e la gente fuggita, con formare un poderoso esercito, risoluti di venir di nuovo alle mani. Eraclio, che si trovava nel cuore del paese nemico, senza fortezze di salvaguardia in occasione di disgrazie, prese il partito di ritirarsi. Gli erano sempre alle spalle i Persiani, e tale fu la stretta, che i Lazii, gli Abasgi ed Iberi suoi collegati abbandonarono lo esercito cristiano, e se n'andarono ai loro paesi. Non si perdette d'animo perquesto il coraggioso imperadore, e con bella orazione ravvivò il coraggio nei suoi soldati, con ricordare a tutti che il Dio degli eserciti stava per loro, e che occorrendo conseguirebbono la corona de' martiri e gloria presso i posteri; ma che coll'assistenza di Dio anche i pochi potevano sbaragliare i molti. Ciò fatto, schierò tutta l'armata per attaccar la battaglia; ma questa non si attaccò, e stettero tutto quel dì a guardarsi l'un l'altro i due eserciti. La sera l'imperadore mise in marcia i suoi, e i nemici credendo di poterli prevenire per una scortatoia, andarono ad imbrogliarsi in certe paludi con grave loro pericolo. Giunse finalmente Eraclio nell'Armenia persiana, e quivi si accampò, giacchè era vicino il verno. Prese quartiere anche Sarbaraza in quelle contrade col suo esercito, accresciuto di molto nel cammino; ma buona parte d'essi, avvisandosi che fosse già terminata la campagna, se ne andarono alle lor case. N'ebbe avviso Eraclio, e seppe profittarne. Era allora ben rigido il verno; tuttavia, scelti i più robusti soldati e cavalli dell'armata, e, fattene due squadre, l'una ne mandò innanzi ad assalire i nemici, ed egli in persona tenne dietro coll'altra. Camminarono tutta la notte e verso il far del giorno arrivarono alla terra di Salbano, senza che i Persiani sospettassero punto di aver l'onore di questa visita. Sentita la venuta de' Cristiani, quei Barbari sbalzarono fuor dei letti, ma attorniati dalle spade nemiche, restarono quivi tutti svenati, eccettochè uno, il quale portò la nuova a Sarbaraza, acquartierato nelle vicinanze. Non si curò quel bravo general persiano di vestirsi, ma nudo e scalzo saltato a cavallo, si salvò colla fuga. Sopraggiunsero i Cristiani, che molti di coloro esentarono dal peso della guerra con ucciderli, o farli prigioni. I satrapi persiani, le lor mogli e il fiore della lor nobiltà s'erano ritirati sopra i tetti delle case, e quivi pensavano di difendersi; ma attaccato il fuoco ad esse, partene perì nelle fiamme, e parte si arrendè ai vincitori. Toccarono fra l'altre cose all'imperadore Eraclio l'armi di Sarbaraza, cioè lo scudo d'oro, la spada, la lancia, le scarpe e una cintura di oro e di gemme. Tornossene poi il glorioso imperadore al suo campo, finito l'anno terzo della guerra di Persia, e in quelle parti svernò quietamente sino alla primavera ventura.