DCXXVIAnno diCristoDCXXVI. IndizioneXIV.Onorio Ipapa 2.Eraclioimperadore 17.Arioaldore 2.L'anno XV dopo il consolato diEraclio Augusto.Un grave pericolo corse in questo anno l'imperio romano in Oriente. PerciocchèCosroere della Persia, veggendo ardere la propria casa, nè sapendo la maniera di ripulsare il prode imperadore Eraclio, che gli era con gran vigore addosso, ricorse ad altri partiti per abbatterlo. Tanto si adoperò con ambasciate e regali che contrasse lega conCacano, ossia col re degli Avari, dominante nella Pannonia, quel medesimo, a cui Eraclio avea raccomandato i suoi figliuoli, uomo che tenea soppiedi le promesse, i patti e la religione. Mosse questo re infedele anche i Bulgari, i Gepidi, gli Schiavoni a imprender seco l'assedio di Costantinopoli. In fatti, nel mese di giugno, comes'ha da Niceforo costantinopolitano[Niceph., in Breviar.]e dalla Cronica Alessandrina[Chronic. Alexandr.], che minutamente descrive questi avvenimenti, comparve davanti a Costantinopoli l'armata terrestre e marittima dell'indegno Cacano, con ferma credenza di poter sottomettere quella regal città, mentre Eraclio si trovava così impegnato nella guerra coi Persiani. Nello stesso tempo Cosroe spedì un'armata comandata da Sarbaro suo generale all'assedio di Calcedone (segno che o non l'avea presa, o non l'avea conservata nell'anno 616), acciocchè andasse di concerto coll'iniquo Cacano alla rovina dell'imperio romano. Appena ebbe Eraclio Augusto scoperti i disegni di costoro, che inviò la terza parte delle sue truppe alla difesa di Costantinopoli, entro la qual cittàBuono, chiamato da altriBonoso, governatore, in cui gareggiava colla prudenza il coraggio, fece quanti preparamenti potè per sostenersi contra di un sì furioso torrente d'armati. Furono dati varii assalti alla città di Costantinopoli, adoperate le torri, gli arieti, le testuggini, i mangani ed altre macchine militari per espugnarla; ma fu corrisposto con egual bravura dagli assediati. Si trattò più volte di aggiustamento, ma infruttuosamente sempre, perchè il superbo Cacano stava forte in volere la resa della città: dal che era ben lontano il prode governatore. Nulla profittavano nel loro assedio i Barbari, quando riuscì agli Armeni cristiani di dare colle lor barche addosso a quelle degli Schiavoni nemici, e di sbaragliarle. Grande fu la strage di que Barbari, rimasti vittime delle spade cristiane, o precipitati nel mare, il quale, per attestato di Niceforo, in tal congiuntura si vide tinto di color di sangue. Questo colpo fece risolvere Cacano a levar l'assedio; e da altri fu creduto che disgustati gli Schiavoni per quella disavventura, abbandonato il campo, sene tornassero al loro paese: il che fosse cagione che anche il re degli Avari si trovasse forzato a seguitarli. Attribuì il popolo di Costantinopoli la sua liberazione ad un particolare aiuto di Dio, e alla protezione ed intercessione della santissima Vergine Madre di Dio, di cui era divotissima quella città.Intanto l'imperador Eraclio, siccome abbiam da Teofane[Theoph., in Chronogr.], avendo diviso l'esercito in due, ne diede una parte aTeodorocuropalata, cioè maggiordomo maggior della corte, suo fratello, acciocchè andasse incontro aSaegeneral di Cosroe, che conduceva un'armata di bella gente sì, ma di nuova leva. Coll'altra parte esso imperadore s'incamminò verso il paese dei Lazii, situato nella Colchide sul fine del Ponto Eussino, ossia del mar Nero. Non sì tosto Teodoro si trovò a fronte di Sae, che attaccò la zuffa. Levossi in quello stante un temporale, che regalò di grossa gragnuola i Persiani, senza che ne toccasse ai Cristiani, sopra i quali era sereno il cielo: e ciò fu considerato per miracolo. Seguitarono essi Cristiani a menar le mani, tantochè misero in rotta il nemico, di cui non poca parte trovò qui la sepoltura. Arse d'incredibile sdegno Cosroe contra di Sae all'avviso di questa perdita, e comandò che venisse alla corte. Ma il misero per l'afflizione e disperazione caduto infermo, terminò per istrada i suoi giorni. D'ordine nondimeno del barbaro re condotto alla corte il di lui cadavero salato, fu esposto agli oltraggi del popolo, e caricato di bastonate, senza che esso rispondesse una parola o gittasse un sospiro. Avea intanto l'imperadore Eraclio[Niceph., in Brev. Hist.]per mezzo d'ambasciatori e con regali trattato coiTurchi, appellatiGazari, anch'essi di nazione Unni e Tartari, affine di muoverli a' danni de' Persiani. In fatti costoro, rotte le porte Caspie (m'immagino io che sieno le porte o chiuse del monte Caucaso), piombaronoda quelle parti addosso alla Persia, dando il guasto dovunque capitavano, e facendo prigioni quanti cadevano nelle lor mani. Era capo di costoroZiebelo, che dopo Cacano veniva riputato il più temuto e stimato signore fra gli Unni, ossia fra i Tartari. Trovandosi l'imperadore in quelle vicinanze, volle costui abboccarsi seco, e l'abboccamento seguì presso a Fifili città de' Persiani, i quali dalle mura furono spettatori di quel congresso. Appena giunse Ziebelo davanti all'Augusto Eraclio, che balzato da cavallo, si gittò disteso colla faccia per terra, onore insolito fra' Cristiani, ma praticato da que' Barbari verso i loro principi. Altrettanto fece tutto l'esercito turchesco che era con lui. Fece saper l'imperadore a Ziebelo che rimontasse a cavallo e s'accostasse. Così fece egli, e quando fu alla presenza sua, Eraclio si cavò la corona di capo e la pose in quello del Barbaro, con chiamarlo anche figliuolo. Invitò a pranzo lui e i suoi baroni, e terminato che fu il convito, donò a lui tutti i vasi e gli utensili con un manto regale ed orecchini di perle, e ai di lui baroni di sua mano dispensò altri donativi. Per impegnare ancora con legami più stretti il Barbaro in questa lega, ed acciocchè non gli venisse talento d'imitare il perfido Cacano, gli mostrò il ritratto diEudocia, sua figliuola, con dirgli:Già ti ho dichiarato mio figliuolo. Mira ancor questa mia figliuola Augusta de' Romani. Se contra de' nemici mi recherai aiuto, io te la prometto in isposa. Ziebelo sopraffatto da questi favori e dalla beltà di quella principessa, tutto promise e diede tosto ad Eraclio quarantamila dei suoi combattenti, con ordine di servire a lui come a sè stesso.Portata che fu a Cosroe la nuova della lega seguita fra Eraclio ed i Turchi, pien di timore e d'affanno spedì tosto lettera a Sarbaro suo generale, con ordine di lasciar Calcedone, e di ricondurre sollecitamente la sua armata inPersia, per opporla ad Eraclio. Cadde questa lettera fortunatamente in mano dell'imperadore; e perchè a lui premeva di non aver contrasto dall'armi di Sarbaro, finse un'altra lettera di Cosroe, e la sigillò col sigillo regale, in cui l'avvisava, che entrato l'imperador de' Romani coi Turchi nella Persia, era stato sconfitto dall'armi sue; e però che attendesse alla conquista di Calcedone, nè rimovesse dalle greche contrade. Nasce qui un scabrosissimo nodo di storia, perchè Teofane, dopo aver narrata la lega suddetta col re dei Turchi, salta a dire che costoro, venendo il verno, se ne tornarono alle lor case, prima che terminasse l'anno in cui Eraclio fece varie imprese contra de' Persiani; e qui imbroglia forte il racconto, dicendo in un luogo succeduti quei fattiIX octobris die Indictione XV; il che vorrebbe dire nell'autunno dell'anno presente 626; e in un altromensis decembris die XII, qui sabbati dies fuit: il che appartiene al fine dell'anno susseguente 627. E certo hanno avuta ragion di dire i padri Petavio e Pagi, che mancano nel testo di Teofane le memorie d'un anno della guerra di Persia. Il Pagi ha diffusamente trattato questo punto. Egli crede succeduto l'abboccamento di Eraclio col Turco nell'anno seguente; io nel presente, credendo che qua si possa riferire ciò che scrive Giorgio Elmacino[Elmacinus, Hist. Sarac. lib. 1, pag. 13.]antichissimo scrittore della Storia saracenica. Racconta egli all'anno quarto dell'egira, cioè all'anno di Cristo 625, avere il re Cosroe, sdegnato contra di Siariare, cioè contra Sarbaro ossia Sarbaraza, suo generale, dato ordine a Marzubano di ucciderlo. QuestoMarzubanoverisimilmente è lo stesso cheMarzabane, mentovato negli atti di sant'Anastasio, martirizzato circa questi tempi dai Persiani. Capitata la letterain mano dell'imperadore Eraclio, questi ne fece avvertito Sarbaro il quale chiaritosi del fatto, passò ai servigi dell'imperadore con assaissimi altri uffiziali. Secondo Teofane, questo fatto di Sarbaro succedette più tardi, cioè l'anno 628 con circostanze diverse, siccome vedremo. Seguita poi a dire Elmacino, avere Eraclio scrittoad Chacanum regem Hararorum(si dee scrivereHazarorum, cioè de' Turchi chiamatiCazari, oGazari) per ottener da lui quarantamila cavalli, con promettergli in ricompensa del servigio una sua figliuola per moglie, nel che va d'accordo con Teofane. Andato dipoi Eraclio nella Soria, cominciò a prendere molte città a lui già tolte dai Persiani, e a mettervi de' suoi governatori. Era sparsa la maggior parte delle truppe di Cosroe per la Soria e Mesopotamia; Eraclio a poco a poco le mise a fil di spada, o le ebbe prigioniere. Diede poi Cosroe il comando dell'armata sua a Marzubano, ed intanto Eraclio si trovava occupato in sottomettere l'Armenia, la Soria e l'Egitto (cosa nondimeno poco credibile, perchè tante forze non aveva Eraclio) con disfar tutti i reggimenti persiani, che s'incontravano in quelle parti. Aggiugne dipoi Eraclio che avea nella sua armatatrecentomila cavalli, e circa altriquarantamilacavalli gazari, cioè turchi. In vece ditrecentomila, senza timor di fallare si dee scriveretrentamila. Ora si può credere che quanto vien qui narrato da Elmacino appartenga al presente anno quinto della guerra di Persia, e a parte del seguente, tanto più perchè Niceforo[Niceph., in Breviar.]attesta che Eraclio col rinforzo avuto dai Turchi entrò nella Persia, e smantellò molte città e i templi del Fuoco, dovunque si trovavano. Sembra anche probabile che egli svernasse nel paese nemico.
L'anno XV dopo il consolato diEraclio Augusto.
Un grave pericolo corse in questo anno l'imperio romano in Oriente. PerciocchèCosroere della Persia, veggendo ardere la propria casa, nè sapendo la maniera di ripulsare il prode imperadore Eraclio, che gli era con gran vigore addosso, ricorse ad altri partiti per abbatterlo. Tanto si adoperò con ambasciate e regali che contrasse lega conCacano, ossia col re degli Avari, dominante nella Pannonia, quel medesimo, a cui Eraclio avea raccomandato i suoi figliuoli, uomo che tenea soppiedi le promesse, i patti e la religione. Mosse questo re infedele anche i Bulgari, i Gepidi, gli Schiavoni a imprender seco l'assedio di Costantinopoli. In fatti, nel mese di giugno, comes'ha da Niceforo costantinopolitano[Niceph., in Breviar.]e dalla Cronica Alessandrina[Chronic. Alexandr.], che minutamente descrive questi avvenimenti, comparve davanti a Costantinopoli l'armata terrestre e marittima dell'indegno Cacano, con ferma credenza di poter sottomettere quella regal città, mentre Eraclio si trovava così impegnato nella guerra coi Persiani. Nello stesso tempo Cosroe spedì un'armata comandata da Sarbaro suo generale all'assedio di Calcedone (segno che o non l'avea presa, o non l'avea conservata nell'anno 616), acciocchè andasse di concerto coll'iniquo Cacano alla rovina dell'imperio romano. Appena ebbe Eraclio Augusto scoperti i disegni di costoro, che inviò la terza parte delle sue truppe alla difesa di Costantinopoli, entro la qual cittàBuono, chiamato da altriBonoso, governatore, in cui gareggiava colla prudenza il coraggio, fece quanti preparamenti potè per sostenersi contra di un sì furioso torrente d'armati. Furono dati varii assalti alla città di Costantinopoli, adoperate le torri, gli arieti, le testuggini, i mangani ed altre macchine militari per espugnarla; ma fu corrisposto con egual bravura dagli assediati. Si trattò più volte di aggiustamento, ma infruttuosamente sempre, perchè il superbo Cacano stava forte in volere la resa della città: dal che era ben lontano il prode governatore. Nulla profittavano nel loro assedio i Barbari, quando riuscì agli Armeni cristiani di dare colle lor barche addosso a quelle degli Schiavoni nemici, e di sbaragliarle. Grande fu la strage di que Barbari, rimasti vittime delle spade cristiane, o precipitati nel mare, il quale, per attestato di Niceforo, in tal congiuntura si vide tinto di color di sangue. Questo colpo fece risolvere Cacano a levar l'assedio; e da altri fu creduto che disgustati gli Schiavoni per quella disavventura, abbandonato il campo, sene tornassero al loro paese: il che fosse cagione che anche il re degli Avari si trovasse forzato a seguitarli. Attribuì il popolo di Costantinopoli la sua liberazione ad un particolare aiuto di Dio, e alla protezione ed intercessione della santissima Vergine Madre di Dio, di cui era divotissima quella città.
Intanto l'imperador Eraclio, siccome abbiam da Teofane[Theoph., in Chronogr.], avendo diviso l'esercito in due, ne diede una parte aTeodorocuropalata, cioè maggiordomo maggior della corte, suo fratello, acciocchè andasse incontro aSaegeneral di Cosroe, che conduceva un'armata di bella gente sì, ma di nuova leva. Coll'altra parte esso imperadore s'incamminò verso il paese dei Lazii, situato nella Colchide sul fine del Ponto Eussino, ossia del mar Nero. Non sì tosto Teodoro si trovò a fronte di Sae, che attaccò la zuffa. Levossi in quello stante un temporale, che regalò di grossa gragnuola i Persiani, senza che ne toccasse ai Cristiani, sopra i quali era sereno il cielo: e ciò fu considerato per miracolo. Seguitarono essi Cristiani a menar le mani, tantochè misero in rotta il nemico, di cui non poca parte trovò qui la sepoltura. Arse d'incredibile sdegno Cosroe contra di Sae all'avviso di questa perdita, e comandò che venisse alla corte. Ma il misero per l'afflizione e disperazione caduto infermo, terminò per istrada i suoi giorni. D'ordine nondimeno del barbaro re condotto alla corte il di lui cadavero salato, fu esposto agli oltraggi del popolo, e caricato di bastonate, senza che esso rispondesse una parola o gittasse un sospiro. Avea intanto l'imperadore Eraclio[Niceph., in Brev. Hist.]per mezzo d'ambasciatori e con regali trattato coiTurchi, appellatiGazari, anch'essi di nazione Unni e Tartari, affine di muoverli a' danni de' Persiani. In fatti costoro, rotte le porte Caspie (m'immagino io che sieno le porte o chiuse del monte Caucaso), piombaronoda quelle parti addosso alla Persia, dando il guasto dovunque capitavano, e facendo prigioni quanti cadevano nelle lor mani. Era capo di costoroZiebelo, che dopo Cacano veniva riputato il più temuto e stimato signore fra gli Unni, ossia fra i Tartari. Trovandosi l'imperadore in quelle vicinanze, volle costui abboccarsi seco, e l'abboccamento seguì presso a Fifili città de' Persiani, i quali dalle mura furono spettatori di quel congresso. Appena giunse Ziebelo davanti all'Augusto Eraclio, che balzato da cavallo, si gittò disteso colla faccia per terra, onore insolito fra' Cristiani, ma praticato da que' Barbari verso i loro principi. Altrettanto fece tutto l'esercito turchesco che era con lui. Fece saper l'imperadore a Ziebelo che rimontasse a cavallo e s'accostasse. Così fece egli, e quando fu alla presenza sua, Eraclio si cavò la corona di capo e la pose in quello del Barbaro, con chiamarlo anche figliuolo. Invitò a pranzo lui e i suoi baroni, e terminato che fu il convito, donò a lui tutti i vasi e gli utensili con un manto regale ed orecchini di perle, e ai di lui baroni di sua mano dispensò altri donativi. Per impegnare ancora con legami più stretti il Barbaro in questa lega, ed acciocchè non gli venisse talento d'imitare il perfido Cacano, gli mostrò il ritratto diEudocia, sua figliuola, con dirgli:Già ti ho dichiarato mio figliuolo. Mira ancor questa mia figliuola Augusta de' Romani. Se contra de' nemici mi recherai aiuto, io te la prometto in isposa. Ziebelo sopraffatto da questi favori e dalla beltà di quella principessa, tutto promise e diede tosto ad Eraclio quarantamila dei suoi combattenti, con ordine di servire a lui come a sè stesso.
Portata che fu a Cosroe la nuova della lega seguita fra Eraclio ed i Turchi, pien di timore e d'affanno spedì tosto lettera a Sarbaro suo generale, con ordine di lasciar Calcedone, e di ricondurre sollecitamente la sua armata inPersia, per opporla ad Eraclio. Cadde questa lettera fortunatamente in mano dell'imperadore; e perchè a lui premeva di non aver contrasto dall'armi di Sarbaro, finse un'altra lettera di Cosroe, e la sigillò col sigillo regale, in cui l'avvisava, che entrato l'imperador de' Romani coi Turchi nella Persia, era stato sconfitto dall'armi sue; e però che attendesse alla conquista di Calcedone, nè rimovesse dalle greche contrade. Nasce qui un scabrosissimo nodo di storia, perchè Teofane, dopo aver narrata la lega suddetta col re dei Turchi, salta a dire che costoro, venendo il verno, se ne tornarono alle lor case, prima che terminasse l'anno in cui Eraclio fece varie imprese contra de' Persiani; e qui imbroglia forte il racconto, dicendo in un luogo succeduti quei fattiIX octobris die Indictione XV; il che vorrebbe dire nell'autunno dell'anno presente 626; e in un altromensis decembris die XII, qui sabbati dies fuit: il che appartiene al fine dell'anno susseguente 627. E certo hanno avuta ragion di dire i padri Petavio e Pagi, che mancano nel testo di Teofane le memorie d'un anno della guerra di Persia. Il Pagi ha diffusamente trattato questo punto. Egli crede succeduto l'abboccamento di Eraclio col Turco nell'anno seguente; io nel presente, credendo che qua si possa riferire ciò che scrive Giorgio Elmacino[Elmacinus, Hist. Sarac. lib. 1, pag. 13.]antichissimo scrittore della Storia saracenica. Racconta egli all'anno quarto dell'egira, cioè all'anno di Cristo 625, avere il re Cosroe, sdegnato contra di Siariare, cioè contra Sarbaro ossia Sarbaraza, suo generale, dato ordine a Marzubano di ucciderlo. QuestoMarzubanoverisimilmente è lo stesso cheMarzabane, mentovato negli atti di sant'Anastasio, martirizzato circa questi tempi dai Persiani. Capitata la letterain mano dell'imperadore Eraclio, questi ne fece avvertito Sarbaro il quale chiaritosi del fatto, passò ai servigi dell'imperadore con assaissimi altri uffiziali. Secondo Teofane, questo fatto di Sarbaro succedette più tardi, cioè l'anno 628 con circostanze diverse, siccome vedremo. Seguita poi a dire Elmacino, avere Eraclio scrittoad Chacanum regem Hararorum(si dee scrivereHazarorum, cioè de' Turchi chiamatiCazari, oGazari) per ottener da lui quarantamila cavalli, con promettergli in ricompensa del servigio una sua figliuola per moglie, nel che va d'accordo con Teofane. Andato dipoi Eraclio nella Soria, cominciò a prendere molte città a lui già tolte dai Persiani, e a mettervi de' suoi governatori. Era sparsa la maggior parte delle truppe di Cosroe per la Soria e Mesopotamia; Eraclio a poco a poco le mise a fil di spada, o le ebbe prigioniere. Diede poi Cosroe il comando dell'armata sua a Marzubano, ed intanto Eraclio si trovava occupato in sottomettere l'Armenia, la Soria e l'Egitto (cosa nondimeno poco credibile, perchè tante forze non aveva Eraclio) con disfar tutti i reggimenti persiani, che s'incontravano in quelle parti. Aggiugne dipoi Eraclio che avea nella sua armatatrecentomila cavalli, e circa altriquarantamilacavalli gazari, cioè turchi. In vece ditrecentomila, senza timor di fallare si dee scriveretrentamila. Ora si può credere che quanto vien qui narrato da Elmacino appartenga al presente anno quinto della guerra di Persia, e a parte del seguente, tanto più perchè Niceforo[Niceph., in Breviar.]attesta che Eraclio col rinforzo avuto dai Turchi entrò nella Persia, e smantellò molte città e i templi del Fuoco, dovunque si trovavano. Sembra anche probabile che egli svernasse nel paese nemico.