DCXXXV

DCXXXVAnno diCristoDCXXXV. IndizioneVIII.Onorio Ipapa 11.Eraclioimperadore 26.Arioaldore 11.L'anno XXIV dopo il consolato diEraclio Augusto.Fredegario all'anno 630 racconta[Fredegarius, in Chron., cap. 68.]due fatti, che, secondo la Cronologia longobardica, debbono essere succeduti più tardi; perciocchè li mette nell'anno penultimo od ultimo della vita del reArioaldo; e questi, per le ragioni che addurremo in parlando del reRotarisuo successore, si dee credere vivuto fino all'anno seguente 636. Confinavano gli Sclavi, da noi chiamati Schiavoni, colle provincie della Germania sottoposte aDagobertore de' Franchi. Si sa che arrivava il loro dominio fino ai confini della Baviera dipendente da esso re. Forse ancora possedevano il Tirolo e il paese oggidì di Saltzburg; anzi pare che si accostassero all'Alemagna, oggidì la Svevia. Fu da una tribù di questi Sclavi per soprannome chiamati Vinidi, o Guinidi, uccisa una quantità di mercatanti sudditi del re Dagoberto, e spogliata dei loro averi. Per mezzo diSicariosuo ambasciatore Dagoberto ne fece domandar l'emenda aSamone, che già dicemmo divenuto re degli Sclavi. Ma non avea Samone tal possesso sopra de' suoi sudditi, tuttavia pagani, da potergli astringere a restituire il maltolto; e però, con buone parole, pregò l'ambasciatore di fare in maniera che il re Dagoberto non rompesse per questo accidente l'amicizia con gli Schiavoni.Che amicizia?rispose allora Sicario.I Cristiani servi di Dio non è possibile che abbiano amicizia con dei cani.Allora Samone assai informato della vita poco cristiana del re Dagoberto e de' suoi sudditi, replicò:Se voi siete servi di Dio, ancor noi siam cani di Dio; e però commettendo voi tante azioni contra di Dio, abbiamo licenza da lui di morsicarvi.Portate queste parole al re Dagoberto, dichiarò la guerra agli Sclavi. Crodoberto duca degli Alamanni gli assalì dal suo canto; altrettanto fecero i Longobardi dalla parte della Carniola e Carintia, e riuscì ad entrambi gli eserciti di dare una rotta agli Sclavi, e di condur via una gran copia di prigioni. Ma nel progresso della guerra toccò la peggio all'armata del re Dagoberto, nè altro di più dice Fredegario che succedesse dalla parte dei Longobardi. Probabilmente allora avvenne ciò che abbiamo da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 40.]. Narra egli cheTasoneeCaccone, fratelli e duchi amendue del Friuli (di Tasone io lo credo ben certo, ma con dubbio se tale ancor fosse Caccone) fecero guerra agli Schiavoni, e s'impadronironodella città di Cilley, che fu una volta colonia de' Romani, ed oggidì è parte del ducato della Stiria, con arrivar sino ad un luogo appellato Medaria, di cui forse non resta più il nome. Perciò, secondo l'attestato dello storico suddetto, gli Schiavoni di quella contrada cominciarono a pagare, e pagarono dipoi tributo ai duchi del Friuli fino ai tempi del ducaRatchis. Nel medesimo anno pretende il medesimo Fredegario[Fredegar., cap. 69.]che accadesse la morte diTasoneduca, narrata parimente da Paolo Diacono con qualche diversità di circostanze. DacchèArioaldo, siccome già avvertimmo, salì sul trono dei Longobardi, egli ebbe per contradditore il suddetto duca del Friuli Tasone. Riesce a me verisimile che Arioaldo non ricorresse all'armi per mettere in dovere Tasone, che gli fu sempre disubbidiente e ribello, perchè questi dovea star bene in grazia dei re franchi e forse in lega con loro; nè tornava il conto ad Arioaldo di maggiormente stuzzicare il vespaio. Ma volendo egli pure liberarsi da questo interno nemico, ricorse ad una furberia. Pagavano in que' tempi, per attestato d'esso Fredegario, gli esarchi di Ravenna trecento libbre d'oro annualmente al re dei Longobardi, per avere la pace da lui. Ora il re Arioaldo segretamente s'intese conIsaccoallora esarco, promettendogli, se gli veniva fatto di levare dal mondo Tasone duca, di rilasciare in avvenire cento libbre di oro, cioè la terza parte del regalo annuo che si faceva alla sua camera. Non cadde in terra la proposizione. Cominciò l'astuto esarco a cercar le vie di compiere questo brutto contratto, e fece segretamente proporre a Tasone, non giàduca della Toscana, come lo stesso Fredegario scrisse, ma bensì del Friuli, come ce ne assicura Paolo Diacono, di unir le sue armi con lui contra del re Arioaldo, e l'invitò a Ravenna. Tasone, che non si sarebbe mai avvisato della rete a lui tesa, venne, accompagnato daalcune squadre d'armati, a Ravenna. L'esarco mandò ad incontrarlo con gran festa, ma il pregò di fare restar fuori della città le sue genti, non attentandosi d'introdurle per timor dell'imperadore. Entrò dunque nella città Tasone con poco seguito, ed appena entrato, miseramente venne tagliato a pezzi co' suoi dai Greci.In questa maniera finì Tasone i suoi giorni. Paolo Diacono racconta anche egli questo fatto, con dire cheGregorio patrizio dei Romani(creduto da Adriano Valesio[Hadrianus, Valesius in Not. ad Panegyr. Barengarii.]e dal Fontanini, esarco di Ravenna, quando è certo che in questi tempiIsaccoera tuttavia esarco) invitò esso Tasone duca alla città di Opitergio, oggidì Oderzo, con dichiararlo suo figliuolo; onore che, come di sopra abbiam detto, si praticava molto in questi tempi, e di tosargli la barba nella maniera che portavano allora i Romani, affinchè si conoscesse aver egli abbracciato il partito dell'imperadore. Andò alla buona esso Tasone con Caccone suo fratello ad Oderzo; e non sì tosto fu dentro coi suoi, che vide serrar le porte e uscire contra di lui gente armata. Conosciuto l'inganno dai due fratelli e dal loro seguito, si disposero a vendere almen cara la vita; e datosi l'uno all'altro l'ultimo addio, cominciarono disperatamente a combattere, e dopo una grande strage dei Romani, caddero infine anch'essi trafitti da più spade a terra. Questo Gregorio patrizio dovea comandare in quelle parti per l'imperadore, ed eseguì probabilmente ciò che gli fu ordinato dall'esarco Isacco. Seguita poi a dire Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 41.], che nel ducato del Friuli succedetteGrasolfofratello di Gisolfo già duca di quel paese. E cheRadoaldoeGrimoaldonon sapendo accomodarsi a stare sotto la potestà del zio paterno, essendo già cresciuti in età, si misero in una barchetta, e con essaper mare giunsero ai lidi del ducato di Benevento, e furono a trovarArichio vogliam direArigiso, duca di quella contrada, che era stato lor aio, e li raccolse come se fossero stati propri figliuoli. In questi tempi sempre più arridendo la fortuna agli Arabi ossia ai Saraceni, con uno smisurato esercito passaron essi alla volta di Damasco[Theoph., in Chronogr.]. Fu ad incontrarli l'esercito cesareo composto di quarantamila combattenti, e condotto daBaane; ma non potè resistere alla forza di que' Barbari, e quasi tutto restò o trucidato dalle spade nemiche, o affogato nel fiume Jermocta. Dopo di che essi Barbari assediarono e presero la città di Damasco e tutta la provincia della Fenicia, dove si fecero un buon nido. Quindi passarono in Egitto con tutte le lor forze.Ciro, patriarca di Alessandria, per ischivar questo pericolo, aveva dianzi accordata un'annual somma di danaro a quella mala gente. Se l'ebbe a male l'imperadorEraclio, e mandò in EgittoGiovanniduca di Barcena[Niceph., in Brev. Hist., pag. 17.]con ordine di non pagare un soldo, e gli diede un'armata che fu appresso disfatta dai Barbari vittoriosi. Susseguentemente inviò colàMarianosuo cameriere per comandante dell'armi, e con commissione d'intendersi col patriarca Ciro, per trovare rimedio a sì scabrose contingenze. Ciro, che era ben veduto daOmarocalifa, e da tutto l'esercito de' Saraceni, consigliò all'imperadore che si accordasse un tributo annuo a quegl'infedeli, il quale, senza scomodo dell'erario, si ricaverebbe dalle mercatanzie; e che l'imperadore desse per moglie ad esso Omaro una delle sue figliuole, perchè teneva quasi per certo che costui si farebbe cristiano. Non piacque il parere ad Eraclio, e piuttosto volle avventurare un'altra battaglia. Ancor questa terminò colla total disfatta dell'esercito di Mariano. Allora fu scritto a Ciro, che trattasse per far accettare ai Saraceni lecondizioni proposte; ma non fu più a tempo. Gli Arabi aveano preso l'Egitto, e sel vollero ritenere; anzi quivi posero la sede principale del loro imperio, con cominciarsi da lì innanzi ad udire i califi e i soldani d'Egitto di razza araba, ossia saracena. Elmacino, siccome vedremo, mette più tardi la total conquista dell'Egitto fatta da essi Saraceni.

L'anno XXIV dopo il consolato diEraclio Augusto.

Fredegario all'anno 630 racconta[Fredegarius, in Chron., cap. 68.]due fatti, che, secondo la Cronologia longobardica, debbono essere succeduti più tardi; perciocchè li mette nell'anno penultimo od ultimo della vita del reArioaldo; e questi, per le ragioni che addurremo in parlando del reRotarisuo successore, si dee credere vivuto fino all'anno seguente 636. Confinavano gli Sclavi, da noi chiamati Schiavoni, colle provincie della Germania sottoposte aDagobertore de' Franchi. Si sa che arrivava il loro dominio fino ai confini della Baviera dipendente da esso re. Forse ancora possedevano il Tirolo e il paese oggidì di Saltzburg; anzi pare che si accostassero all'Alemagna, oggidì la Svevia. Fu da una tribù di questi Sclavi per soprannome chiamati Vinidi, o Guinidi, uccisa una quantità di mercatanti sudditi del re Dagoberto, e spogliata dei loro averi. Per mezzo diSicariosuo ambasciatore Dagoberto ne fece domandar l'emenda aSamone, che già dicemmo divenuto re degli Sclavi. Ma non avea Samone tal possesso sopra de' suoi sudditi, tuttavia pagani, da potergli astringere a restituire il maltolto; e però, con buone parole, pregò l'ambasciatore di fare in maniera che il re Dagoberto non rompesse per questo accidente l'amicizia con gli Schiavoni.Che amicizia?rispose allora Sicario.I Cristiani servi di Dio non è possibile che abbiano amicizia con dei cani.Allora Samone assai informato della vita poco cristiana del re Dagoberto e de' suoi sudditi, replicò:Se voi siete servi di Dio, ancor noi siam cani di Dio; e però commettendo voi tante azioni contra di Dio, abbiamo licenza da lui di morsicarvi.Portate queste parole al re Dagoberto, dichiarò la guerra agli Sclavi. Crodoberto duca degli Alamanni gli assalì dal suo canto; altrettanto fecero i Longobardi dalla parte della Carniola e Carintia, e riuscì ad entrambi gli eserciti di dare una rotta agli Sclavi, e di condur via una gran copia di prigioni. Ma nel progresso della guerra toccò la peggio all'armata del re Dagoberto, nè altro di più dice Fredegario che succedesse dalla parte dei Longobardi. Probabilmente allora avvenne ciò che abbiamo da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 40.]. Narra egli cheTasoneeCaccone, fratelli e duchi amendue del Friuli (di Tasone io lo credo ben certo, ma con dubbio se tale ancor fosse Caccone) fecero guerra agli Schiavoni, e s'impadronironodella città di Cilley, che fu una volta colonia de' Romani, ed oggidì è parte del ducato della Stiria, con arrivar sino ad un luogo appellato Medaria, di cui forse non resta più il nome. Perciò, secondo l'attestato dello storico suddetto, gli Schiavoni di quella contrada cominciarono a pagare, e pagarono dipoi tributo ai duchi del Friuli fino ai tempi del ducaRatchis. Nel medesimo anno pretende il medesimo Fredegario[Fredegar., cap. 69.]che accadesse la morte diTasoneduca, narrata parimente da Paolo Diacono con qualche diversità di circostanze. DacchèArioaldo, siccome già avvertimmo, salì sul trono dei Longobardi, egli ebbe per contradditore il suddetto duca del Friuli Tasone. Riesce a me verisimile che Arioaldo non ricorresse all'armi per mettere in dovere Tasone, che gli fu sempre disubbidiente e ribello, perchè questi dovea star bene in grazia dei re franchi e forse in lega con loro; nè tornava il conto ad Arioaldo di maggiormente stuzzicare il vespaio. Ma volendo egli pure liberarsi da questo interno nemico, ricorse ad una furberia. Pagavano in que' tempi, per attestato d'esso Fredegario, gli esarchi di Ravenna trecento libbre d'oro annualmente al re dei Longobardi, per avere la pace da lui. Ora il re Arioaldo segretamente s'intese conIsaccoallora esarco, promettendogli, se gli veniva fatto di levare dal mondo Tasone duca, di rilasciare in avvenire cento libbre di oro, cioè la terza parte del regalo annuo che si faceva alla sua camera. Non cadde in terra la proposizione. Cominciò l'astuto esarco a cercar le vie di compiere questo brutto contratto, e fece segretamente proporre a Tasone, non giàduca della Toscana, come lo stesso Fredegario scrisse, ma bensì del Friuli, come ce ne assicura Paolo Diacono, di unir le sue armi con lui contra del re Arioaldo, e l'invitò a Ravenna. Tasone, che non si sarebbe mai avvisato della rete a lui tesa, venne, accompagnato daalcune squadre d'armati, a Ravenna. L'esarco mandò ad incontrarlo con gran festa, ma il pregò di fare restar fuori della città le sue genti, non attentandosi d'introdurle per timor dell'imperadore. Entrò dunque nella città Tasone con poco seguito, ed appena entrato, miseramente venne tagliato a pezzi co' suoi dai Greci.

In questa maniera finì Tasone i suoi giorni. Paolo Diacono racconta anche egli questo fatto, con dire cheGregorio patrizio dei Romani(creduto da Adriano Valesio[Hadrianus, Valesius in Not. ad Panegyr. Barengarii.]e dal Fontanini, esarco di Ravenna, quando è certo che in questi tempiIsaccoera tuttavia esarco) invitò esso Tasone duca alla città di Opitergio, oggidì Oderzo, con dichiararlo suo figliuolo; onore che, come di sopra abbiam detto, si praticava molto in questi tempi, e di tosargli la barba nella maniera che portavano allora i Romani, affinchè si conoscesse aver egli abbracciato il partito dell'imperadore. Andò alla buona esso Tasone con Caccone suo fratello ad Oderzo; e non sì tosto fu dentro coi suoi, che vide serrar le porte e uscire contra di lui gente armata. Conosciuto l'inganno dai due fratelli e dal loro seguito, si disposero a vendere almen cara la vita; e datosi l'uno all'altro l'ultimo addio, cominciarono disperatamente a combattere, e dopo una grande strage dei Romani, caddero infine anch'essi trafitti da più spade a terra. Questo Gregorio patrizio dovea comandare in quelle parti per l'imperadore, ed eseguì probabilmente ciò che gli fu ordinato dall'esarco Isacco. Seguita poi a dire Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 41.], che nel ducato del Friuli succedetteGrasolfofratello di Gisolfo già duca di quel paese. E cheRadoaldoeGrimoaldonon sapendo accomodarsi a stare sotto la potestà del zio paterno, essendo già cresciuti in età, si misero in una barchetta, e con essaper mare giunsero ai lidi del ducato di Benevento, e furono a trovarArichio vogliam direArigiso, duca di quella contrada, che era stato lor aio, e li raccolse come se fossero stati propri figliuoli. In questi tempi sempre più arridendo la fortuna agli Arabi ossia ai Saraceni, con uno smisurato esercito passaron essi alla volta di Damasco[Theoph., in Chronogr.]. Fu ad incontrarli l'esercito cesareo composto di quarantamila combattenti, e condotto daBaane; ma non potè resistere alla forza di que' Barbari, e quasi tutto restò o trucidato dalle spade nemiche, o affogato nel fiume Jermocta. Dopo di che essi Barbari assediarono e presero la città di Damasco e tutta la provincia della Fenicia, dove si fecero un buon nido. Quindi passarono in Egitto con tutte le lor forze.Ciro, patriarca di Alessandria, per ischivar questo pericolo, aveva dianzi accordata un'annual somma di danaro a quella mala gente. Se l'ebbe a male l'imperadorEraclio, e mandò in EgittoGiovanniduca di Barcena[Niceph., in Brev. Hist., pag. 17.]con ordine di non pagare un soldo, e gli diede un'armata che fu appresso disfatta dai Barbari vittoriosi. Susseguentemente inviò colàMarianosuo cameriere per comandante dell'armi, e con commissione d'intendersi col patriarca Ciro, per trovare rimedio a sì scabrose contingenze. Ciro, che era ben veduto daOmarocalifa, e da tutto l'esercito de' Saraceni, consigliò all'imperadore che si accordasse un tributo annuo a quegl'infedeli, il quale, senza scomodo dell'erario, si ricaverebbe dalle mercatanzie; e che l'imperadore desse per moglie ad esso Omaro una delle sue figliuole, perchè teneva quasi per certo che costui si farebbe cristiano. Non piacque il parere ad Eraclio, e piuttosto volle avventurare un'altra battaglia. Ancor questa terminò colla total disfatta dell'esercito di Mariano. Allora fu scritto a Ciro, che trattasse per far accettare ai Saraceni lecondizioni proposte; ma non fu più a tempo. Gli Arabi aveano preso l'Egitto, e sel vollero ritenere; anzi quivi posero la sede principale del loro imperio, con cominciarsi da lì innanzi ad udire i califi e i soldani d'Egitto di razza araba, ossia saracena. Elmacino, siccome vedremo, mette più tardi la total conquista dell'Egitto fatta da essi Saraceni.


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