DIAnno diCristoDI. IndizioneIX.Simmacopapa 4.Anastasioimperadore 11.Teodericore 9.ConsoliRufio Magno Fausto AvienoeFlavio Pompeo.Avienoprimo fra questi due consoli appartiene all'Occidente. È creduto dal padre Pagi figliuolo e nipote di quelGennadio Avienoch'era stato console nell'anno 450. Se così è, secondo i conti del medesimo Pagi, avrebbe dovuto appellarsijuniore: il che nondimeno non apparisce nei Fasti. Quanto a me io il credo figliuolo diFausto, a cui Ennodio scrive una lettera[Ennod., Ep. V, lib. 1.]congratulandosi per la dignità consolare conferita adAvienodi lui figliuolo. L'altro console, cioèPompeo, fu creato in Oriente, ed era figliuolo diFlavio Ipazio, cioè di un fratello di Anastasio imperadore, come il Du-Cange[Du-Cange, Famil. Byzant. in Anast.]osservò. Divenuto, come dicemmo, padrone di tutta l'antica BorgognaGundobado, diede fuori in questo anno, o pure nel susseguente, le leggi dei Borgognoni che tuttavia esistono, colle quali, secondo l'asserzione di Gregorio Turonense, egli mise freno alla rapacità e crudeltà del suo popolo, acciocchènon opprimessero i Romani, cioè i vecchi abitanti di quelle contrade, sperando con ciò di acquistarsi la loro benevolenza. In esse leggi, fra l'altre cose, egli permise iduelli, come un rimedio creduto allora tollerabile per ischivar mali e violenze maggiori nelle private inimicizie. Ma nel secolo nono, Agobardo, dottissimo arcivescovo di Lione, scrisse un suo Trattatocontra la legge di Gundobado, cioè contra quella, da cui erano permessi i duelli, mostrando fin d'allora l'iniquità e temerità di chi rimetteva al giudizio dell'armi la dichiarazione della verità e falsità delle cose, ossia dell'innocenza e del reato delle persone. Celebre ancora è la conferenza tenuta dasanto Avito, vescovo di Vienna del Delfinato, in compagnia dei vescovi d'Arles, Marsilia e Valenza, con gli ariani, alla presenza dello stesso re Gundobado, per desiderio che aveano que' zelanti prelati di condurre esso dall'arianismo alla religion cattolica. Restarono convinti gli ariani, ed alcuni d'essi ancora abbracciarono la cattolica fede; ma Gundobado dimorò saldo ne' suoi errori, con dire fra l'altre cose:Se la vostra fede è la vera, perchè mai i vostri vescovi non impediscono il re de' Franchi che mi ha mossa guerra, e si è collegato co' miei nemici per distruggermi?Abbiamo da Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.]sotto il presente anno, che celebrandosi in Costantinopoli i giuochi teatrali sotto Costanzo prefetto della città, una delle fazioni, nemica dellacerulea, ossia dellaveneta, vi introdusse occultamente una gran copia di spade e sassi, e nel più bello dello spettacolo si scagliò contra degli emuli con tal furia e barbarie, che ben tremila persone vi restarono uccise. Dal che si intende che non i soli condottieri delle carrette e de' cavalli formavano le fazioni diverse d'allora, ma anche il popolo, il quale, secondo il suo capriccio, teneva per l'una parte o per l'altra, e dovea comparire allo spettacolo colla veste odivisa della sua fazione. Abbiam veduto nel precedente anno che il poco fa mentovatoGundobadore dei Borgognoni, colla morte diGodigiselosuo fratello, avea slargati i confini del suo regno. Nel presente, se crediamo al padre Daniele[Daniel, Histoire de Franc., tom. 1.], i Franchi e Teoderico re di Italia fecero lega insieme contra del medesimo borgognone, con patto di dividere le conquiste che si facessero, ancorchè l'una delle parti non aiutasse l'altra: nel qual caso dovesse la non operante aver la sua tangente delle conquiste, con isborsar nondimeno una somma d'oro all'altra parte vincitrice. Spedì Teoderico il suo esercito, ma con ordine di andar lentamente, per veder prima ch'esito sortiva la guerra tra i Franchi e Gundobado. Furono rotti in una sanguinosa battaglia i Borgognoni, ed occupata gran parte del loro paese dai Franchi. Allora l'armata di Teoderico passò in fretta l'Alpi, e addusse per iscusa del ritardo la difficultà delle strade. Ciò non ostante, i Franchi mantennero la parola, con dividere i paesi conquistati, e ricevere da Teoderico l'oro pattuito; ed in tal guisa cominciò una parte della Gallia ad essere posseduta dai Goti e dai Germani, cioè dai Franchi. Così il padre Daniele, che da Procopio[Procop., de Bell. Goth. lib. 1, cap. 12.]prese la notizia di questa guerra, ne disegnò il tempo, cioè il presente anno, e n'addusse ancora i motivi, da lui però immaginati. Ma è fuor di dubbio che non in questi tempi, ma sì bene molti anni dipoi, cioè nell'anno 523, fu fatta questa guerra, e non già contraGundobado, ma sì bene contraSigismondosuo figliuolo. Infatti Gregorio Turonense scrive che tutto il regno della Borgogna fu in potere di Gundobado dopo la morte del fratello. E poi narrata la vittoria di Clodoveo riportata sopra i Visigoti, dice che il regno di Clodoveo arrivòsino a' confini dei Borgognoni. Più chiaramentescrive Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.]che Gundobadoregnum, quod perdiderat, cum eo, quod Godegeselus habuerat, receptum, usque in diem mortis suae feliciter gubernavit.Finalmente avendo Ennodio recitato il suo panegirico al re Teoderico nell'anno 506, e nel seguente con toccare ed esaltare in esso anche le men riguardevoli imprese di lui, ma senza dir menoma parola d'acquisto alcuno fino allora fatto nelle Gallie: di più non occorre per conchiudere, che non può appartenere all'anno presente il racconto di Procopio, ma bensì l'anno 523, come si farà vedere.
Consoli
Rufio Magno Fausto AvienoeFlavio Pompeo.
Avienoprimo fra questi due consoli appartiene all'Occidente. È creduto dal padre Pagi figliuolo e nipote di quelGennadio Avienoch'era stato console nell'anno 450. Se così è, secondo i conti del medesimo Pagi, avrebbe dovuto appellarsijuniore: il che nondimeno non apparisce nei Fasti. Quanto a me io il credo figliuolo diFausto, a cui Ennodio scrive una lettera[Ennod., Ep. V, lib. 1.]congratulandosi per la dignità consolare conferita adAvienodi lui figliuolo. L'altro console, cioèPompeo, fu creato in Oriente, ed era figliuolo diFlavio Ipazio, cioè di un fratello di Anastasio imperadore, come il Du-Cange[Du-Cange, Famil. Byzant. in Anast.]osservò. Divenuto, come dicemmo, padrone di tutta l'antica BorgognaGundobado, diede fuori in questo anno, o pure nel susseguente, le leggi dei Borgognoni che tuttavia esistono, colle quali, secondo l'asserzione di Gregorio Turonense, egli mise freno alla rapacità e crudeltà del suo popolo, acciocchènon opprimessero i Romani, cioè i vecchi abitanti di quelle contrade, sperando con ciò di acquistarsi la loro benevolenza. In esse leggi, fra l'altre cose, egli permise iduelli, come un rimedio creduto allora tollerabile per ischivar mali e violenze maggiori nelle private inimicizie. Ma nel secolo nono, Agobardo, dottissimo arcivescovo di Lione, scrisse un suo Trattatocontra la legge di Gundobado, cioè contra quella, da cui erano permessi i duelli, mostrando fin d'allora l'iniquità e temerità di chi rimetteva al giudizio dell'armi la dichiarazione della verità e falsità delle cose, ossia dell'innocenza e del reato delle persone. Celebre ancora è la conferenza tenuta dasanto Avito, vescovo di Vienna del Delfinato, in compagnia dei vescovi d'Arles, Marsilia e Valenza, con gli ariani, alla presenza dello stesso re Gundobado, per desiderio che aveano que' zelanti prelati di condurre esso dall'arianismo alla religion cattolica. Restarono convinti gli ariani, ed alcuni d'essi ancora abbracciarono la cattolica fede; ma Gundobado dimorò saldo ne' suoi errori, con dire fra l'altre cose:Se la vostra fede è la vera, perchè mai i vostri vescovi non impediscono il re de' Franchi che mi ha mossa guerra, e si è collegato co' miei nemici per distruggermi?Abbiamo da Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.]sotto il presente anno, che celebrandosi in Costantinopoli i giuochi teatrali sotto Costanzo prefetto della città, una delle fazioni, nemica dellacerulea, ossia dellaveneta, vi introdusse occultamente una gran copia di spade e sassi, e nel più bello dello spettacolo si scagliò contra degli emuli con tal furia e barbarie, che ben tremila persone vi restarono uccise. Dal che si intende che non i soli condottieri delle carrette e de' cavalli formavano le fazioni diverse d'allora, ma anche il popolo, il quale, secondo il suo capriccio, teneva per l'una parte o per l'altra, e dovea comparire allo spettacolo colla veste odivisa della sua fazione. Abbiam veduto nel precedente anno che il poco fa mentovatoGundobadore dei Borgognoni, colla morte diGodigiselosuo fratello, avea slargati i confini del suo regno. Nel presente, se crediamo al padre Daniele[Daniel, Histoire de Franc., tom. 1.], i Franchi e Teoderico re di Italia fecero lega insieme contra del medesimo borgognone, con patto di dividere le conquiste che si facessero, ancorchè l'una delle parti non aiutasse l'altra: nel qual caso dovesse la non operante aver la sua tangente delle conquiste, con isborsar nondimeno una somma d'oro all'altra parte vincitrice. Spedì Teoderico il suo esercito, ma con ordine di andar lentamente, per veder prima ch'esito sortiva la guerra tra i Franchi e Gundobado. Furono rotti in una sanguinosa battaglia i Borgognoni, ed occupata gran parte del loro paese dai Franchi. Allora l'armata di Teoderico passò in fretta l'Alpi, e addusse per iscusa del ritardo la difficultà delle strade. Ciò non ostante, i Franchi mantennero la parola, con dividere i paesi conquistati, e ricevere da Teoderico l'oro pattuito; ed in tal guisa cominciò una parte della Gallia ad essere posseduta dai Goti e dai Germani, cioè dai Franchi. Così il padre Daniele, che da Procopio[Procop., de Bell. Goth. lib. 1, cap. 12.]prese la notizia di questa guerra, ne disegnò il tempo, cioè il presente anno, e n'addusse ancora i motivi, da lui però immaginati. Ma è fuor di dubbio che non in questi tempi, ma sì bene molti anni dipoi, cioè nell'anno 523, fu fatta questa guerra, e non già contraGundobado, ma sì bene contraSigismondosuo figliuolo. Infatti Gregorio Turonense scrive che tutto il regno della Borgogna fu in potere di Gundobado dopo la morte del fratello. E poi narrata la vittoria di Clodoveo riportata sopra i Visigoti, dice che il regno di Clodoveo arrivòsino a' confini dei Borgognoni. Più chiaramentescrive Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.]che Gundobadoregnum, quod perdiderat, cum eo, quod Godegeselus habuerat, receptum, usque in diem mortis suae feliciter gubernavit.Finalmente avendo Ennodio recitato il suo panegirico al re Teoderico nell'anno 506, e nel seguente con toccare ed esaltare in esso anche le men riguardevoli imprese di lui, ma senza dir menoma parola d'acquisto alcuno fino allora fatto nelle Gallie: di più non occorre per conchiudere, che non può appartenere all'anno presente il racconto di Procopio, ma bensì l'anno 523, come si farà vedere.