DLIAnno diCristoDLI. IndizioneXIV.Vigiliopapa 14.Giustinianoimperadore 25.Totilare 11.L'anno X dopo il consolato di Basilio.Circa questi tempi, durando tuttavia la guerra traGiustinianoAugusto e i Persiani, venne in pensiero all'imperadore di proibire a' suoi che non comperassero da lì innanzi le sete dai Persiani; perchè una tal merce era allora al maggior segno cara, e portava fuori degli stati dell'imperio delle grandi somme d'oro con profitto de' Persiani, i quali soli la traevano dall'India, e la vendevano poscia agli Europei con eccessivo guadagno. Questo editto fu cagione che alcuni monaci tornati dall'India si esibissero d'introdurre in Europa la fabbrica della seta, e ne descrissero la maniera all'imperadore, che molto se ne maravigliò, e gl'incoraggì, con promessa di gran premio, ad eseguire l'impresa. Per tanto quei monaci ritornarono nell'India, e di colà portarono a Costantinopoli molte uova di vermi da seta, che fatti poi nascere, e nutriti colle foglie di gelsi mori, cominciarono a dar seta, e ne introdussero l'arte o fabbrica nel romano imperio, dove poi si propagò ed è giunta a quel segno che ora si vede. Giù si preparavaGiovanni, nipote di Vitaliano, alla partenza da Salona coll'armata navale cesarea destinata contra i Goti, quando arrivò ordine dell'imperadore che non si movesse, ed aspettasse l'arrivo diNarseteeunuco, già destinato capitan generale dell'armi di Cesare in Italia. Si partì da Costantinopoli esso Narsete con un bell'accompagnamento di truppe, e colla cassa di guerra ben provveduta di danaro. Gli convenne fermarsi per qualche tempo in Filippopoli, perchè gli Unni, cioè i Tartari, aveano fatto una irruzion nella Tracia, saccheggiando il paese (disgrazia famigliare in que' tempi a tutti i confini settentrionali dell'imperio d'Oriente), ed impedivano i cammini. Finalmente, sbrigato da quella canaglia, proseguì il suo viaggio. Intanto il reTotila, presentita la venuta di Narsete, richiamò in Roma alcuni de' senatori, ed ordinò loro di aver cura della città, con lasciar gli altri nella Campania. Ma li teneva come schiavi, nè essi poterono riavere porzione alcuna de' beni sì del pubblico che dei privati. Poscia, allestite circa trecento navi lunghe, e caricatele di Goti, le spinse verso le spiagge della Grecia. Fecero costoro uno sbarco in Corfù, e devastarono quell'isola colle altre appresso; passarono in terra ferma, e diedero il sacco a varie terre; e costeggiando per quelle riviere, presero varii legni che conducevano vettovaglie per servigio dell'armata di Narsete. Era già gran tempo che i Goti tenevano assediata per terra e per mare la città d'Ancona; laonde quel presidio si trovava ridotto a gravi angustie per la penuria di viveri.Valeriano, che comandava in Ravenna per l'imperadore, non avendo altro ripiego per soccorrerli, scrisse lettera a Salona, pregando Giovanni, giacchè tante milizie avea condotte colà, di accorrere a salvar quella città dall'imminente pericolo di rendersi. Giovanni, benchè avesse ordini in contrario dalla corte, pure credendo meglio fatto di non ubbidire in circostanze tali, con trecento navi lunghe, piene di suemilizie, venne a trovar Valeriano, che seco unì altre dodici navi, ed amendue passarono a Sinigaglia. Ciò saputo dai Goti, vennero loro incontro con quarantasette navi cariche del fiore della lor gente, ed attaccarono la zuffa. Ma non erano da mettere in confronto dei Greci, bene addottrinati nelle battaglie navali, i Goti affatto novizii in quel mestiere. Perciò rimasero facilmente disfatti, con salvarsi appena undici dei loro legni. Il resto venne in poter dei Greci. Portata dai fuggitivi la nuova di questa disavventura agli altri ch'erano all'assedio di Ancona, fu cagione che sgombrassero in fretta il paese, e scappassero ad Osimo, lasciando in preda de' Greci le loro tende e bagagli. Questa percossa indebolì non poco le forze e il coraggio de' Goti. Tornò dipoi Valeriano a Ravenna, e Giovanni a Salona.In questo medesimo tempoArtabanegiunto in Sicilia[Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 24.], e preso il comando dell'armi cesaree, costrinse alla resa que' pochi presidii che Totila avea quivi lasciati ne' luoghi forti: cose tutte che accrebbero la costernazione de' Goti. Nè già restava speranza alcuna d'indurre Giustiniano Augusto a qualche ragionevol accomodamento. S'erano ben essi più volte esibiti di cedergli ogni lor pretensione sopra la Sicilia e Dalmazia, e di pagargli un annuo tributo, e di unir seco l'armi loro ad ogni sua requisizione come sudditi. Neppure fu data risposta alle lor proposizioni. NondimenoTotila, principe di animo grande, punto non si sgomentava per tali contrarietà. Egli in quest'anno, raunata una possente flotta, la spedì in Corsica e Sardegna, dipendenti allora dal governo cesareo dell'Africa, e, senza trovarvi contrasto, sottopose quelle illustri isole al suo dominio. Tardi v'accorseGiovanni, generale dell'armi imperiali in Africa, colla sua flotta. Sbarcate le sue schiere in Sardegna, si pose a bloccare la città diCagliari. E non l'avesse mai fatto; perchè dal presidio gotico, uscito fuori, fu con tal empito assalito, ch'ebbe bisogno di buone gambe per salvarsi con quei che poterono seguitarlo nelle navi, e seco se ne tornarono malcontenti a Cartagine. La città di Crotone in questi giorni era strettamente assediata dai Goti, e ogni dì più venendo meno i viveri, ebbe maniera di spedire un messo ad Artabane in Sicilia, per chiedergli soccorso. Sappiamo ancora da Procopio, che uditasi in Costantinopoli la morte poco dinanzi seguita diTeodeberto, potentissimo re dei Franchi, Giustiniano mandò per ambasciatoreLeonziosenatore aTeodebaldosuo figliuolo e successore, per domandargli la restituzion dei luoghi occupati dai Franchi nella Liguria e Venezia, ed insieme per intavolare una lega con esso lui contra de' Goti. Teodebaldo rispose, che nulla era stato occupato da suo padre ai Greci in Italia, e che quanto vi possedeano i Franchi, l'aveano amichevolmente ricevuto da Totila che n'era padrone. Si scusò poi di non potere entrare in lega, perchè durava un accordo stabilito dal padre coi Goti con queste condizioni, che amendue le nazioni desistessero dal farsi guerra, e quietamente possedessero quanto aveano in Italia. Che se riuscisse a Totila di prevalere contra dell'imperadore, allora verrebbono ad una transazione che fosse la più utile e decorosa. Inviò poi Teodebaldo anch'egli a Costantinopoli i suoi ambasciatori, e, senza volere dare aiuto ai Greci, tenne forte le conquiste fatte da suo padre in Italia. Quali queste fossero, non bene apparisce. Se vogliam credere al padre Pagi, in quest'anno ebbe fine il regno de'Gepidi, i quali da molto tempo possedevano la Dacia, e signoreggiavano ancora nel Sirmio. Erano confinanti ad essi i popolilongobardi, siccome possessori della Pannonia, e non poche liti bollivano fra queste due potenti nazioni, siccome fu accennato di sopra. Per attestatodi Procopio[Procop., de Bell. Pers., lib. 4, cap. 25.], il re de' Gepidi, voglioso di vendicarsi coi Longobardi, mosse lor guerra in questi tempi. Reggeva allora la nazion longobardica il reAudoino. Questi subito ricorse a Giustiniano Augusto, con fare istanze di soccorso in vigore de' patti della lega che passava fra loro. Mandò veramente lo imperadore in suo aiuto non poche squadre d'armati, comandate daGiustinoeGiustiniano, figliuoli diGermano, e da altri capitani; ma queste si fermarono in Ulpia città dell'Illirico per una sedizione (vera o finta che fosse) insorta fra i cittadini a cagione delle controversie allora bollenti in materia di religione. Proseguì il viaggio solamenteAmalafrido, figliuolo diAmalberga, figlia diAmalafrida, sorella del reTeoderico, e diErmenfridogià re della Turingia. Io non so perchè Procopio il chiamiGoto, dopo averci indicato suo padre ch'era Turingio. La parentela spronò Amalafrida al soccorso del re Audoino, perciocchè una sua sorella, verisimilmente quella che presso Paolo Diacono porta il nome diRodelinda, fu moglie d'esso reAudoino. Giordano storico[Jordan., de Regnor. Success.]chiama la moglie d'Audoinofiglia di una sorella di Teodato re dei Longobardi; e veramenteTeodatoebbe per moglieAmalafridasorella del re Teoderico. Ora, per attestato dì Procopio, si venne ad un'atroce battaglia fra i Gepidi e Longobardi, in cui con tanta bravura e fortuna menarono le mani i Longobardi, che ne fu rotto e quasi tutto estinto sul campo l'esercito dei Gepidi.Qui il padre Pagi pretende che a tutti i patti si sia ingannato Procopio, con dire succeduto questo gran fatto d'armi sottoAudoinore de' Longobardi, perchè, per attestato di Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 27.]e dell'abate Biclariense[Abbas Biclariensis, in Chron.], a' tempi del reAlboino, figliuolo di esso Audoino, accadde la terribil rotta dei Gepidi; e si ha da Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]che Alboino cominciò a regnare nell'anno 543. Racconta in fatti Paolo Diacono che si fece giornata campale fra que' Barbari, in cui restarono interamente sconfitti i Gepidi, e tanta fu la rabbia de' Longobardi vincitori, che non diedero quartiere ad alcuno, di modo che la potente nazione dei Gepidi rimase disfatta, nè ebbe più re da lì innanzi. E perciocchè Procopio, in raccontando i fatti dell'anno susseguente 553, mette tuttavia vivoToresino, ossiaTurisendo, re de' Gepidi, vuole esso Pagi che ancor qui lo stesso Procopio prendesse abbaglio, attestando del pari Paolo Diacono e l'abate Biclariense che nel tempo di quel memorabil conflitto regnava fra i Gepidi nonToresino, maCunimondosuo figliuolo, che restò anch'egli vittima del furor de' Longobardi. Ma il Pagi non usò qui la sua solita diligenza ed attenzione; cioè confuse in una due diverse battaglie, altra essendo quella che accadde in quest'anno, regnandoToresinofra i Gepidi, eAudoinofra i Longobardi, di cui appunto conservò memoria Paolo Diacono al primo libro della storia longobardica al capitolo ventesimoterzo, e in cui restò mortoTurismondofigliuolo del re Toresino; e di questa prima battaglia fa menzione anche l'autore della Miscella[Hist. Miscella, lib. 16.]. L'altra si vede narrata dal medesimo Paolo Diacono al capitolo vigesimosettimo di esso libro primo, e dall'abate Biclariense, allorchèCunimondoera re de' Gepidi, edAlboinode' Longobardi. Procopio narra cose avvenute a' suoi giorni, e ch'egli poteva ben sapere; e nominando egli più volte il reAudoino, vivente in quest'anno, indarno si vuol produrre contra la di lui autorità Sigeberto, scrittore che fiorì dopo l'anno 1100, il quale fa morto Audoino nel 543, con error manifesto, siccome vedremo. Mette anche Sigebertoda lì a poco con altro errore la morte di Totila, e il fine del regno de' Goti nell'anno 546. Procopio, dico, nell'anno seguente 553, ci assicura cheToresino, oTurisendo, re de' Gepidi, era tuttavia vivente e regnante fra i Gepidi. Scrive inoltre che un certoIldisgosi ricoverò presso i Gepidi, ed un certoUstrigotopresso i Longobardi, ed essersi accordati i re di quelle due nazioni per uccidere entrambi que' rifugiati. Adunque durava tuttavia il regno dei Gepidi. Ma quel che decide la presente quistione, si è la chiara testimonianza diMenandro protettore, storico di questo medesimo secolo, e continuatore della storia di Agatia, non osservato dal padre Pagi. Alcuni pezzi della sua opera si leggono negli Estratti delle legazioni[Hist. Byz., tom. 1, pag. 110.]. Egli dunque narra, che mentre era imperadoreGiustino, il successore di Giustiniano, bolliva una fiera inimicizia fraAlboino re dei LongobardieCunimondo re de' Gepidi, ed avere il primo fatto ricorso agliAbari, ossienoAvari, cioè agli Unni, che noi chiamiamo Tartari, e stabilita lega con loro, come accenna anche Paolo Diacono; dopo di che fece la guerra ai Gepidi.Cunimondoricorse all'imperadoreGiustino; ma questi non volle mischiarsi nelle loro liti. Però non sotto Giustiniano Augusto, ma sotto il suo successore Giustino succedette il secondo fatto di armi, che portò seco la distruzione del regno de' Gepidi, narrato da Paolo Diacono, e diverso dal primo, di cui parla Procopio. Serviranno tali notizie pel proseguimento della storia d'Italia. Intanto merita di esser fatta menzione, cheGiordanostorico, appellato indebitamente fin quiGiornande, a cagione di qualche testo scorretto, dopo aver accennata la prima sanguinosa battaglia fra i Gepidi e i Longobardi, narrata anche da Procopio, diede fine al suo Trattato istoricode regnorum successione, terminato perciò nel corrente anno.Dalla prefazione di esso libro si scorge ch'egli avea prima composto l'altro librode Rebus Geticis, cioè nell'anno 550, perchè ivi fa menzione nella nascita diGermano, figliuolo postumo diGermanopatrizio, di cui poco fa parlammo, e diMatasuntafigliuola diAmalasunta. Era questo Giordano di nazioneGoto. Sigeberto[Sigebertus, in Chronico.]il fa anchevescovo, ed alcuni perciò l'han creduto troppo buonamente vescovo di Ravenna. Quanto a me, siccome dissi nella prefazione alle sue opere[Rer. Italicar. Scriptor., tom. 1.], tengo ch'egli fossemonaco; e non sarebbe gran cosa che avesse avuta la sua stanza in Ravenna, allora sottoposta a Giustiniano Augusto, al vedere come egli parli d'esso imperadore e dei Greci. In quest'anno seguì un gran dibattimento in Costantinopoli per cagione di tre capitoli cheVigiliopapa,Dazioarcivescovo di Milano, ed altri di Italia sosteneano contro la pretensione e prepotenza di Giustiniano Augusto, che s'era ostinato a volerli condannati, lasciandosi indurre daTeodorovescovo di Cesarea in Cappadocia, capo degli eretici acefali. Pubblicò esso Augusto un editto intorno a questa controversia, con abusarsi della sua autorità e con discapito del suo nome. Perchè se gli oppose Vigilio, nè volle consentire, fu maltrattato; e temendo di peggio, come potè il meglio, scappò a Calcedone, con rifugiarsi nella chiesa di santa Eufemia di quella città, che era il più riverito asilo sacro dell'Oriente in questi tempi.
L'anno X dopo il consolato di Basilio.
Circa questi tempi, durando tuttavia la guerra traGiustinianoAugusto e i Persiani, venne in pensiero all'imperadore di proibire a' suoi che non comperassero da lì innanzi le sete dai Persiani; perchè una tal merce era allora al maggior segno cara, e portava fuori degli stati dell'imperio delle grandi somme d'oro con profitto de' Persiani, i quali soli la traevano dall'India, e la vendevano poscia agli Europei con eccessivo guadagno. Questo editto fu cagione che alcuni monaci tornati dall'India si esibissero d'introdurre in Europa la fabbrica della seta, e ne descrissero la maniera all'imperadore, che molto se ne maravigliò, e gl'incoraggì, con promessa di gran premio, ad eseguire l'impresa. Per tanto quei monaci ritornarono nell'India, e di colà portarono a Costantinopoli molte uova di vermi da seta, che fatti poi nascere, e nutriti colle foglie di gelsi mori, cominciarono a dar seta, e ne introdussero l'arte o fabbrica nel romano imperio, dove poi si propagò ed è giunta a quel segno che ora si vede. Giù si preparavaGiovanni, nipote di Vitaliano, alla partenza da Salona coll'armata navale cesarea destinata contra i Goti, quando arrivò ordine dell'imperadore che non si movesse, ed aspettasse l'arrivo diNarseteeunuco, già destinato capitan generale dell'armi di Cesare in Italia. Si partì da Costantinopoli esso Narsete con un bell'accompagnamento di truppe, e colla cassa di guerra ben provveduta di danaro. Gli convenne fermarsi per qualche tempo in Filippopoli, perchè gli Unni, cioè i Tartari, aveano fatto una irruzion nella Tracia, saccheggiando il paese (disgrazia famigliare in que' tempi a tutti i confini settentrionali dell'imperio d'Oriente), ed impedivano i cammini. Finalmente, sbrigato da quella canaglia, proseguì il suo viaggio. Intanto il reTotila, presentita la venuta di Narsete, richiamò in Roma alcuni de' senatori, ed ordinò loro di aver cura della città, con lasciar gli altri nella Campania. Ma li teneva come schiavi, nè essi poterono riavere porzione alcuna de' beni sì del pubblico che dei privati. Poscia, allestite circa trecento navi lunghe, e caricatele di Goti, le spinse verso le spiagge della Grecia. Fecero costoro uno sbarco in Corfù, e devastarono quell'isola colle altre appresso; passarono in terra ferma, e diedero il sacco a varie terre; e costeggiando per quelle riviere, presero varii legni che conducevano vettovaglie per servigio dell'armata di Narsete. Era già gran tempo che i Goti tenevano assediata per terra e per mare la città d'Ancona; laonde quel presidio si trovava ridotto a gravi angustie per la penuria di viveri.Valeriano, che comandava in Ravenna per l'imperadore, non avendo altro ripiego per soccorrerli, scrisse lettera a Salona, pregando Giovanni, giacchè tante milizie avea condotte colà, di accorrere a salvar quella città dall'imminente pericolo di rendersi. Giovanni, benchè avesse ordini in contrario dalla corte, pure credendo meglio fatto di non ubbidire in circostanze tali, con trecento navi lunghe, piene di suemilizie, venne a trovar Valeriano, che seco unì altre dodici navi, ed amendue passarono a Sinigaglia. Ciò saputo dai Goti, vennero loro incontro con quarantasette navi cariche del fiore della lor gente, ed attaccarono la zuffa. Ma non erano da mettere in confronto dei Greci, bene addottrinati nelle battaglie navali, i Goti affatto novizii in quel mestiere. Perciò rimasero facilmente disfatti, con salvarsi appena undici dei loro legni. Il resto venne in poter dei Greci. Portata dai fuggitivi la nuova di questa disavventura agli altri ch'erano all'assedio di Ancona, fu cagione che sgombrassero in fretta il paese, e scappassero ad Osimo, lasciando in preda de' Greci le loro tende e bagagli. Questa percossa indebolì non poco le forze e il coraggio de' Goti. Tornò dipoi Valeriano a Ravenna, e Giovanni a Salona.
In questo medesimo tempoArtabanegiunto in Sicilia[Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 24.], e preso il comando dell'armi cesaree, costrinse alla resa que' pochi presidii che Totila avea quivi lasciati ne' luoghi forti: cose tutte che accrebbero la costernazione de' Goti. Nè già restava speranza alcuna d'indurre Giustiniano Augusto a qualche ragionevol accomodamento. S'erano ben essi più volte esibiti di cedergli ogni lor pretensione sopra la Sicilia e Dalmazia, e di pagargli un annuo tributo, e di unir seco l'armi loro ad ogni sua requisizione come sudditi. Neppure fu data risposta alle lor proposizioni. NondimenoTotila, principe di animo grande, punto non si sgomentava per tali contrarietà. Egli in quest'anno, raunata una possente flotta, la spedì in Corsica e Sardegna, dipendenti allora dal governo cesareo dell'Africa, e, senza trovarvi contrasto, sottopose quelle illustri isole al suo dominio. Tardi v'accorseGiovanni, generale dell'armi imperiali in Africa, colla sua flotta. Sbarcate le sue schiere in Sardegna, si pose a bloccare la città diCagliari. E non l'avesse mai fatto; perchè dal presidio gotico, uscito fuori, fu con tal empito assalito, ch'ebbe bisogno di buone gambe per salvarsi con quei che poterono seguitarlo nelle navi, e seco se ne tornarono malcontenti a Cartagine. La città di Crotone in questi giorni era strettamente assediata dai Goti, e ogni dì più venendo meno i viveri, ebbe maniera di spedire un messo ad Artabane in Sicilia, per chiedergli soccorso. Sappiamo ancora da Procopio, che uditasi in Costantinopoli la morte poco dinanzi seguita diTeodeberto, potentissimo re dei Franchi, Giustiniano mandò per ambasciatoreLeonziosenatore aTeodebaldosuo figliuolo e successore, per domandargli la restituzion dei luoghi occupati dai Franchi nella Liguria e Venezia, ed insieme per intavolare una lega con esso lui contra de' Goti. Teodebaldo rispose, che nulla era stato occupato da suo padre ai Greci in Italia, e che quanto vi possedeano i Franchi, l'aveano amichevolmente ricevuto da Totila che n'era padrone. Si scusò poi di non potere entrare in lega, perchè durava un accordo stabilito dal padre coi Goti con queste condizioni, che amendue le nazioni desistessero dal farsi guerra, e quietamente possedessero quanto aveano in Italia. Che se riuscisse a Totila di prevalere contra dell'imperadore, allora verrebbono ad una transazione che fosse la più utile e decorosa. Inviò poi Teodebaldo anch'egli a Costantinopoli i suoi ambasciatori, e, senza volere dare aiuto ai Greci, tenne forte le conquiste fatte da suo padre in Italia. Quali queste fossero, non bene apparisce. Se vogliam credere al padre Pagi, in quest'anno ebbe fine il regno de'Gepidi, i quali da molto tempo possedevano la Dacia, e signoreggiavano ancora nel Sirmio. Erano confinanti ad essi i popolilongobardi, siccome possessori della Pannonia, e non poche liti bollivano fra queste due potenti nazioni, siccome fu accennato di sopra. Per attestatodi Procopio[Procop., de Bell. Pers., lib. 4, cap. 25.], il re de' Gepidi, voglioso di vendicarsi coi Longobardi, mosse lor guerra in questi tempi. Reggeva allora la nazion longobardica il reAudoino. Questi subito ricorse a Giustiniano Augusto, con fare istanze di soccorso in vigore de' patti della lega che passava fra loro. Mandò veramente lo imperadore in suo aiuto non poche squadre d'armati, comandate daGiustinoeGiustiniano, figliuoli diGermano, e da altri capitani; ma queste si fermarono in Ulpia città dell'Illirico per una sedizione (vera o finta che fosse) insorta fra i cittadini a cagione delle controversie allora bollenti in materia di religione. Proseguì il viaggio solamenteAmalafrido, figliuolo diAmalberga, figlia diAmalafrida, sorella del reTeoderico, e diErmenfridogià re della Turingia. Io non so perchè Procopio il chiamiGoto, dopo averci indicato suo padre ch'era Turingio. La parentela spronò Amalafrida al soccorso del re Audoino, perciocchè una sua sorella, verisimilmente quella che presso Paolo Diacono porta il nome diRodelinda, fu moglie d'esso reAudoino. Giordano storico[Jordan., de Regnor. Success.]chiama la moglie d'Audoinofiglia di una sorella di Teodato re dei Longobardi; e veramenteTeodatoebbe per moglieAmalafridasorella del re Teoderico. Ora, per attestato dì Procopio, si venne ad un'atroce battaglia fra i Gepidi e Longobardi, in cui con tanta bravura e fortuna menarono le mani i Longobardi, che ne fu rotto e quasi tutto estinto sul campo l'esercito dei Gepidi.
Qui il padre Pagi pretende che a tutti i patti si sia ingannato Procopio, con dire succeduto questo gran fatto d'armi sottoAudoinore de' Longobardi, perchè, per attestato di Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 27.]e dell'abate Biclariense[Abbas Biclariensis, in Chron.], a' tempi del reAlboino, figliuolo di esso Audoino, accadde la terribil rotta dei Gepidi; e si ha da Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]che Alboino cominciò a regnare nell'anno 543. Racconta in fatti Paolo Diacono che si fece giornata campale fra que' Barbari, in cui restarono interamente sconfitti i Gepidi, e tanta fu la rabbia de' Longobardi vincitori, che non diedero quartiere ad alcuno, di modo che la potente nazione dei Gepidi rimase disfatta, nè ebbe più re da lì innanzi. E perciocchè Procopio, in raccontando i fatti dell'anno susseguente 553, mette tuttavia vivoToresino, ossiaTurisendo, re de' Gepidi, vuole esso Pagi che ancor qui lo stesso Procopio prendesse abbaglio, attestando del pari Paolo Diacono e l'abate Biclariense che nel tempo di quel memorabil conflitto regnava fra i Gepidi nonToresino, maCunimondosuo figliuolo, che restò anch'egli vittima del furor de' Longobardi. Ma il Pagi non usò qui la sua solita diligenza ed attenzione; cioè confuse in una due diverse battaglie, altra essendo quella che accadde in quest'anno, regnandoToresinofra i Gepidi, eAudoinofra i Longobardi, di cui appunto conservò memoria Paolo Diacono al primo libro della storia longobardica al capitolo ventesimoterzo, e in cui restò mortoTurismondofigliuolo del re Toresino; e di questa prima battaglia fa menzione anche l'autore della Miscella[Hist. Miscella, lib. 16.]. L'altra si vede narrata dal medesimo Paolo Diacono al capitolo vigesimosettimo di esso libro primo, e dall'abate Biclariense, allorchèCunimondoera re de' Gepidi, edAlboinode' Longobardi. Procopio narra cose avvenute a' suoi giorni, e ch'egli poteva ben sapere; e nominando egli più volte il reAudoino, vivente in quest'anno, indarno si vuol produrre contra la di lui autorità Sigeberto, scrittore che fiorì dopo l'anno 1100, il quale fa morto Audoino nel 543, con error manifesto, siccome vedremo. Mette anche Sigebertoda lì a poco con altro errore la morte di Totila, e il fine del regno de' Goti nell'anno 546. Procopio, dico, nell'anno seguente 553, ci assicura cheToresino, oTurisendo, re de' Gepidi, era tuttavia vivente e regnante fra i Gepidi. Scrive inoltre che un certoIldisgosi ricoverò presso i Gepidi, ed un certoUstrigotopresso i Longobardi, ed essersi accordati i re di quelle due nazioni per uccidere entrambi que' rifugiati. Adunque durava tuttavia il regno dei Gepidi. Ma quel che decide la presente quistione, si è la chiara testimonianza diMenandro protettore, storico di questo medesimo secolo, e continuatore della storia di Agatia, non osservato dal padre Pagi. Alcuni pezzi della sua opera si leggono negli Estratti delle legazioni[Hist. Byz., tom. 1, pag. 110.]. Egli dunque narra, che mentre era imperadoreGiustino, il successore di Giustiniano, bolliva una fiera inimicizia fraAlboino re dei LongobardieCunimondo re de' Gepidi, ed avere il primo fatto ricorso agliAbari, ossienoAvari, cioè agli Unni, che noi chiamiamo Tartari, e stabilita lega con loro, come accenna anche Paolo Diacono; dopo di che fece la guerra ai Gepidi.Cunimondoricorse all'imperadoreGiustino; ma questi non volle mischiarsi nelle loro liti. Però non sotto Giustiniano Augusto, ma sotto il suo successore Giustino succedette il secondo fatto di armi, che portò seco la distruzione del regno de' Gepidi, narrato da Paolo Diacono, e diverso dal primo, di cui parla Procopio. Serviranno tali notizie pel proseguimento della storia d'Italia. Intanto merita di esser fatta menzione, cheGiordanostorico, appellato indebitamente fin quiGiornande, a cagione di qualche testo scorretto, dopo aver accennata la prima sanguinosa battaglia fra i Gepidi e i Longobardi, narrata anche da Procopio, diede fine al suo Trattato istoricode regnorum successione, terminato perciò nel corrente anno.Dalla prefazione di esso libro si scorge ch'egli avea prima composto l'altro librode Rebus Geticis, cioè nell'anno 550, perchè ivi fa menzione nella nascita diGermano, figliuolo postumo diGermanopatrizio, di cui poco fa parlammo, e diMatasuntafigliuola diAmalasunta. Era questo Giordano di nazioneGoto. Sigeberto[Sigebertus, in Chronico.]il fa anchevescovo, ed alcuni perciò l'han creduto troppo buonamente vescovo di Ravenna. Quanto a me, siccome dissi nella prefazione alle sue opere[Rer. Italicar. Scriptor., tom. 1.], tengo ch'egli fossemonaco; e non sarebbe gran cosa che avesse avuta la sua stanza in Ravenna, allora sottoposta a Giustiniano Augusto, al vedere come egli parli d'esso imperadore e dei Greci. In quest'anno seguì un gran dibattimento in Costantinopoli per cagione di tre capitoli cheVigiliopapa,Dazioarcivescovo di Milano, ed altri di Italia sosteneano contro la pretensione e prepotenza di Giustiniano Augusto, che s'era ostinato a volerli condannati, lasciandosi indurre daTeodorovescovo di Cesarea in Cappadocia, capo degli eretici acefali. Pubblicò esso Augusto un editto intorno a questa controversia, con abusarsi della sua autorità e con discapito del suo nome. Perchè se gli oppose Vigilio, nè volle consentire, fu maltrattato; e temendo di peggio, come potè il meglio, scappò a Calcedone, con rifugiarsi nella chiesa di santa Eufemia di quella città, che era il più riverito asilo sacro dell'Oriente in questi tempi.