DLIIAnno diCristoDLII. IndizioneXV.Vigiliopapa 15.Giustinianoimperadore 26.Teiare 1.L'anno XI dopo il consolato di Basilio.Avea finora l'imperadorGiustinianoatteso con gran negligenza agli affari di Italia. Finalmente, come se si fosse svegliato da un grave sonno, tutto si diedea preparare i mezzi per distruggere il regno dei Goti. ElettoNarsetecapitan generale delle sue armi in Italia, soprattutto si studiò di provvederlo del maggior nerbo di chi prende a guerreggiare, cioè del denaro, acciocchè con questo assoldasse un fioritissimo esercito, soddisfacesse alle milizie esistenti in Italia, prive da gran tempo di paga, e potesse ancora sedurre i seguaci di Totila. Era Narsete piccolo di statura e gracile, non sapeva di lettere; mai non aveva studiato eloquenza; ma la felicità del suo ingegno, la sua attività e prudenza supplivano a tutto, e compariva mirabile la grandezza dell'animo in quest'uomo, che pur era eunuco[Agath., lib. 1 de Bell. Gothic.]. Adunque così bene assistito Narsete, trasse seco a Salona un'armata, secondo que' tempi, ben poderosa. Imperocchè molta gente aveva egli raccolto da Costantinopoli, dalla Tracia e dall'Illirico, correndo a folla le persone alla fama dei tesori imperiali ch'egli generosamente impiegava. Trovò in Salona le soldatesche già raunate daGermanopatrizio e daGiovannigenero d'esso Germano. Seco ancora si unì un corpo di due mila e dugento de' migliori e più scelti Longobardi, che il reAlboino, ad istanza di Giustiniano Augusto, spedì all'impresa d'Italia, colla giunta ancora di tre mila combattenti per servigio de' primi; così che sembrano simili agli uomini d'arme usati nei secoli posteriori in Italia. Inoltre ebbe Narsete tre mila cavalli Eruli, molti Unni, molti Persiani e quattrocento Gepidi con altre non poche truppe d'altri paesi. Restava di trovar la via di condurre in Italia tutto questo esercito. Per mare non appariva, perchè sarebbe stato necessario un immenso stuolo di navi. Per terra bisognava passare per luoghi, dove i Franchi tenevano dei presidii. Narsete senz'altro mandò a dimandare il passaggio ai Franchi, che lo negarono, col pretesto ch'egli menava seco dei Longobardilor capitali nemici. Segno è questo che i Franchi dovevano aver occupato le città di Trivigi, Padova e Vicenza, o almeno dei luoghi in quelle parti. Certo non erano padroni di Verona. Trovavasi Narsete in grande agitazione per questo, e tanto più perchè si venne a sapere, averTotilainviatoTeiasuo capitano col fiore de' Goti alla suddetta Verona per contrastare il passo all'armata nemica, la qual pure, quand'anche i Franchi avessero conceduto il passaggio, non potea tenere altra strada che quella di Verona, essendochè il Po in questi tempi formava delle sterminate paludi dove ora è il Ferrarese con altri paesi circonvicini. Avea inoltre Teia fatti incredibili lavorieri alle rive del Po, acciocchè non restasse aperto adito alcuno per quelle parti ai nemici. Prevalse dunque il parere di Giovanni nipote di Vitaliano, assai pratico de' cammini, il quale consigliò d'istradare l'armata per i lidi del mare Adriatico fino a Ravenna, col condurre seco un sufficiente numero di barche atte a far ponti per valicare i molti fiumi che vanno a sboccare nel mare. Così fu fatto, e felicemente con tutto il suo numeroso oste Narsete pervenne a Ravenna; cosa che non si erano mai aspettata i Goti. Fermatosi quivi nove giorni per rinfrescare e rimettere in lena le truppe, con esse poi s'inviò alla volta di Rimini, al cui fiume e ad uno stretto passo ebbe all'incontroUsdrilacapitano di quel presidio, uomo valoroso[Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 29.]. La morte di costui fece ritirare i suoi nella città ; laonde Narsete continuò il suo viaggio. Ma perchè nella via Flaminia, andando innanzi, si trovava Pietra Pertusa, fortezza quasi inespugnabile, che impediva il passo, voltò Narsete a man destra per valicar l'Apennino. Totila dimorava in questi tempi in Roma, aspettando che da Verona venissero a congiungersi seco le squadre comandate da Teia. Venute queste, ancorchè fosserorestati indietro due mila cavalli, mosse l'armata sua, e per la Toscana s'inoltrò sino all'Apennino in un luogo appellato Tagina, alquante miglia lungi dal campo di Narsete postato ad un luogo chiamato i Sepolcri dei Galli. Crede il Cluverio[Cluverius, Ital., lib. 2, cap. 6.]che que' siti fossero tra Matelica e Gubbio, e verso l'antica, ora desolata, terra di Sentino.Quivi si accinsero amendue le nemiche armate a decidere con un generale conflitto della sorte d'Italia. Procopio, secondo il costume di varii storici greci e latini, ci fa intendere le belle parlate che i due generali avrebbono dovuto fare ai lor soldati per animargli al combattimento. Ma quando, già schierati gli eserciti, si credeva inevitabile il fatto d'armi, Totila si ritirò indietro, per attender due mila combattenti che a momenti doveano arrivare. Arrivati poi questi, si venne alla giornata campale, che fu formidabile, sanguinosa e piena di morti, ma specialmente dalla parte dei Goti. Tacciato fu d'inescusabile imprudenza Totila, perchè ordinò ai suoi di non valersi nella zuffa nè di saette, nè di spade, ma solamente di picche e lance, servendosi all'incontro l'armata di Narsete di tutte le sue armi, fece tal guasto in quelle de' Goti, che finalmente la rovesciò e mise in fuga. Rimasero estinti sul campo circa sei mila Goti; altri si arrenderono, che furono poco appresso tagliati a pezzi dai Greci. Gli altri, coll'aiuto delle loro gambe o de' cavalli, si studiarono di salvare la vita. Sopraggiunse la notte, e Totila fuggendo anche egli cercava di mettersi in salvo. Ma, o sia che nel calore della battaglia fosse stato trafitto da una saetta, mentre al pari dei soldati valorosamente combatteva; o sia che nella fuga da un Gepida appellato Asbabo fosse ferito con una lancia nella schiena (che questo non si sa bene), giunto ch'egli fu ad un luogo chiamato Capra, fu bensì curata la sua ferita, ma da lì apoco di quella morì, e al corpo suo tumultariamente data fu sepoltura. Principe, benchè barbaro di nazione, pure degno d'essere registrato fra gli eroi dell'antichità ; tanto era stato il suo valore nelle azioni, la sua prudenza nel governo, la sua vigilanza ed attività nella decadenza d'un regno, che, trovato da lui sfasciato, s'era per sua cura rimesso in assai buono stato. Era eziandio lodata da tutti la sua continenza, e da molti la sua giustizia e clemenza, con altre virtù che meritavano bene un fine diverso. Questa vittoria, quantunque non isterminasse affatto la potenza dei Goti, pure le diede un gran crollo. Narsete, siccome persona ammaestrata nella vera pietà , la riconobbe dal favore e voler di Dio, e non già dalle mani degli uomini. Evagrio[Evagr., lib. 4, cap. 23.]l'attribuisce alla divozione professata dal medesimo Narsete alla beata Vergine madre di Dio, e il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]all'avere in questi tempi Giustiniano, dappoichè avea fatti varii strapazzi e violenze a papa Vigilio, rallentato il suo rigore, con dimostrare di voler pur rimettere in lui le controversie della religione. Ed in tanto il papa se ne stava come esiliato in Calcedone, e ritirato nel tempio di santa Eufemia. Dopo questo felice successo dell'armi cesaree in Italia, attese Narsete a cacciar via i Longobardi seco condotti, perchè costoro barbaramente incendiavano le case, e facevano violenza alle donne, anche rifugiate nei sacri templi. Caricatili dunque di doni, gl'inviò al lor paese, cioè nella Pannonia, ossia nell'Ungheria, facendoli accompagnare daValerianoe daDamianosuo nipote con un corpo di milizie, affinchè que' Barbari non commettessero disordini nel viaggio. Sbrigato Valeriano da costoro, condusse le sue brigate sotto Verona con pensiero di formarne l'assedio, se il presidio gotico non s'induceva a rendersi. Trovò in essi buona disposizione; ma ciò risaputo dai Franchiacquartierati in quel territorio, tanto si adoperarono, che il trattato andò a monte, e Valeriano si ritirò altrove.Intanto i Goti scampati dalla battaglia suddetta si ridussero a Pavia, e quivi crearono per loro reTeiafigliuolo diFridigerne, il più valoroso de' loro uffiziali. Trovò egli in quella città parte di quel tesoro che per sicurezza v'avea mandato Totila, e con esso tentò di tirare in lega i Franchi; e nello stesso tempo rimise in piedi un competente esercito. Narsete in questo mentre, dopo aver ordinato a Valeriano che si portasse al Po, per impedire i progressi dei Goti, col suo esercito prese Spoleti, Narni e Perugia, e quindi voglioso di mettere il piè in Roma, colà si portò. Per non tenere occupata tanta gente nella difesa di quell'ampia città , avea il re Totila fatta cingere di mura una picciola parte intorno alla mole d'Adriano, oggidì castello Sant'Angelo, formandovi una specie di fortezza. In essa riposero i Goti il meglio de' loro averi, con farvi buona guardia; del resto della città si prendevano poca cura. Non fu però difficile a Narsete il dare la scalata ad un sito delle mura, dove niuno si trovava alla difesa: con che s'impadronì di Roma. E strettosi dipoi intorno al castello, tal terrore diede a quella guarnigione, che in poco tempo essa capitolò la resa, salve le persone. Racconta qui Procopio, senza saper intendere i giudizii di Dio, come la presa di Roma fatta dai Greci riempiè di giubilo i Romani banditi, subito che l'intesero, e pur questa fu la loro rovina. Perciocchè i senatori, ed altri che erano nella Campania, si mossero tosto per rimpatriare; ma colti dai Goti che tenevano varie fortezze in quelle parti, furono messi a fil di spada. Altri, incontrandosi ne' Barbari che militavano nell'esercito di Narsete, ebbero la medesima sorte. Dianzi ancora aveva il re Totila, allorchè marciava contro a Narsete, scelti da varie città trecento figliuoli dei nobili Romani, sotto pretesto di tenerlicome suoi familiari, ma veramente perchè gli servissero d'ostaggio, e gli avea mandati di là dal Po. Trovatili il nuovo re Teia, tutti barbaramente li fece uccidere. Studiossi dipoi questo re, quanto potè, per muovere contra i Greci ancheTeodebaldore dei Franchi, offerendogli una gran somma di danaro; ma non gli venne fatto, perchè non volevano i Franchi spendere il loro sangue in servigio de' Goti, nè de' Greci, e solamente pensavano a far eglino soli la guerra per conquistare ed unire, se avessero potuto, ai lor dominii anche l'Italia. Vennero intanto in poter di Narsete il castello di Porto, Nepi e Pietra Pertusa. Mandò egli dipoiPacurio, all'assedio di Taranto, altri a quello di Civitavecchia ed a quello di Cuma, nel cui castello Totila avea riposta parte del suo tesoro, e messovi per governatoreAligernosuo minor fratello.
L'anno XI dopo il consolato di Basilio.
Avea finora l'imperadorGiustinianoatteso con gran negligenza agli affari di Italia. Finalmente, come se si fosse svegliato da un grave sonno, tutto si diedea preparare i mezzi per distruggere il regno dei Goti. ElettoNarsetecapitan generale delle sue armi in Italia, soprattutto si studiò di provvederlo del maggior nerbo di chi prende a guerreggiare, cioè del denaro, acciocchè con questo assoldasse un fioritissimo esercito, soddisfacesse alle milizie esistenti in Italia, prive da gran tempo di paga, e potesse ancora sedurre i seguaci di Totila. Era Narsete piccolo di statura e gracile, non sapeva di lettere; mai non aveva studiato eloquenza; ma la felicità del suo ingegno, la sua attività e prudenza supplivano a tutto, e compariva mirabile la grandezza dell'animo in quest'uomo, che pur era eunuco[Agath., lib. 1 de Bell. Gothic.]. Adunque così bene assistito Narsete, trasse seco a Salona un'armata, secondo que' tempi, ben poderosa. Imperocchè molta gente aveva egli raccolto da Costantinopoli, dalla Tracia e dall'Illirico, correndo a folla le persone alla fama dei tesori imperiali ch'egli generosamente impiegava. Trovò in Salona le soldatesche già raunate daGermanopatrizio e daGiovannigenero d'esso Germano. Seco ancora si unì un corpo di due mila e dugento de' migliori e più scelti Longobardi, che il reAlboino, ad istanza di Giustiniano Augusto, spedì all'impresa d'Italia, colla giunta ancora di tre mila combattenti per servigio de' primi; così che sembrano simili agli uomini d'arme usati nei secoli posteriori in Italia. Inoltre ebbe Narsete tre mila cavalli Eruli, molti Unni, molti Persiani e quattrocento Gepidi con altre non poche truppe d'altri paesi. Restava di trovar la via di condurre in Italia tutto questo esercito. Per mare non appariva, perchè sarebbe stato necessario un immenso stuolo di navi. Per terra bisognava passare per luoghi, dove i Franchi tenevano dei presidii. Narsete senz'altro mandò a dimandare il passaggio ai Franchi, che lo negarono, col pretesto ch'egli menava seco dei Longobardilor capitali nemici. Segno è questo che i Franchi dovevano aver occupato le città di Trivigi, Padova e Vicenza, o almeno dei luoghi in quelle parti. Certo non erano padroni di Verona. Trovavasi Narsete in grande agitazione per questo, e tanto più perchè si venne a sapere, averTotilainviatoTeiasuo capitano col fiore de' Goti alla suddetta Verona per contrastare il passo all'armata nemica, la qual pure, quand'anche i Franchi avessero conceduto il passaggio, non potea tenere altra strada che quella di Verona, essendochè il Po in questi tempi formava delle sterminate paludi dove ora è il Ferrarese con altri paesi circonvicini. Avea inoltre Teia fatti incredibili lavorieri alle rive del Po, acciocchè non restasse aperto adito alcuno per quelle parti ai nemici. Prevalse dunque il parere di Giovanni nipote di Vitaliano, assai pratico de' cammini, il quale consigliò d'istradare l'armata per i lidi del mare Adriatico fino a Ravenna, col condurre seco un sufficiente numero di barche atte a far ponti per valicare i molti fiumi che vanno a sboccare nel mare. Così fu fatto, e felicemente con tutto il suo numeroso oste Narsete pervenne a Ravenna; cosa che non si erano mai aspettata i Goti. Fermatosi quivi nove giorni per rinfrescare e rimettere in lena le truppe, con esse poi s'inviò alla volta di Rimini, al cui fiume e ad uno stretto passo ebbe all'incontroUsdrilacapitano di quel presidio, uomo valoroso[Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 29.]. La morte di costui fece ritirare i suoi nella città ; laonde Narsete continuò il suo viaggio. Ma perchè nella via Flaminia, andando innanzi, si trovava Pietra Pertusa, fortezza quasi inespugnabile, che impediva il passo, voltò Narsete a man destra per valicar l'Apennino. Totila dimorava in questi tempi in Roma, aspettando che da Verona venissero a congiungersi seco le squadre comandate da Teia. Venute queste, ancorchè fosserorestati indietro due mila cavalli, mosse l'armata sua, e per la Toscana s'inoltrò sino all'Apennino in un luogo appellato Tagina, alquante miglia lungi dal campo di Narsete postato ad un luogo chiamato i Sepolcri dei Galli. Crede il Cluverio[Cluverius, Ital., lib. 2, cap. 6.]che que' siti fossero tra Matelica e Gubbio, e verso l'antica, ora desolata, terra di Sentino.
Quivi si accinsero amendue le nemiche armate a decidere con un generale conflitto della sorte d'Italia. Procopio, secondo il costume di varii storici greci e latini, ci fa intendere le belle parlate che i due generali avrebbono dovuto fare ai lor soldati per animargli al combattimento. Ma quando, già schierati gli eserciti, si credeva inevitabile il fatto d'armi, Totila si ritirò indietro, per attender due mila combattenti che a momenti doveano arrivare. Arrivati poi questi, si venne alla giornata campale, che fu formidabile, sanguinosa e piena di morti, ma specialmente dalla parte dei Goti. Tacciato fu d'inescusabile imprudenza Totila, perchè ordinò ai suoi di non valersi nella zuffa nè di saette, nè di spade, ma solamente di picche e lance, servendosi all'incontro l'armata di Narsete di tutte le sue armi, fece tal guasto in quelle de' Goti, che finalmente la rovesciò e mise in fuga. Rimasero estinti sul campo circa sei mila Goti; altri si arrenderono, che furono poco appresso tagliati a pezzi dai Greci. Gli altri, coll'aiuto delle loro gambe o de' cavalli, si studiarono di salvare la vita. Sopraggiunse la notte, e Totila fuggendo anche egli cercava di mettersi in salvo. Ma, o sia che nel calore della battaglia fosse stato trafitto da una saetta, mentre al pari dei soldati valorosamente combatteva; o sia che nella fuga da un Gepida appellato Asbabo fosse ferito con una lancia nella schiena (che questo non si sa bene), giunto ch'egli fu ad un luogo chiamato Capra, fu bensì curata la sua ferita, ma da lì apoco di quella morì, e al corpo suo tumultariamente data fu sepoltura. Principe, benchè barbaro di nazione, pure degno d'essere registrato fra gli eroi dell'antichità ; tanto era stato il suo valore nelle azioni, la sua prudenza nel governo, la sua vigilanza ed attività nella decadenza d'un regno, che, trovato da lui sfasciato, s'era per sua cura rimesso in assai buono stato. Era eziandio lodata da tutti la sua continenza, e da molti la sua giustizia e clemenza, con altre virtù che meritavano bene un fine diverso. Questa vittoria, quantunque non isterminasse affatto la potenza dei Goti, pure le diede un gran crollo. Narsete, siccome persona ammaestrata nella vera pietà , la riconobbe dal favore e voler di Dio, e non già dalle mani degli uomini. Evagrio[Evagr., lib. 4, cap. 23.]l'attribuisce alla divozione professata dal medesimo Narsete alla beata Vergine madre di Dio, e il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]all'avere in questi tempi Giustiniano, dappoichè avea fatti varii strapazzi e violenze a papa Vigilio, rallentato il suo rigore, con dimostrare di voler pur rimettere in lui le controversie della religione. Ed in tanto il papa se ne stava come esiliato in Calcedone, e ritirato nel tempio di santa Eufemia. Dopo questo felice successo dell'armi cesaree in Italia, attese Narsete a cacciar via i Longobardi seco condotti, perchè costoro barbaramente incendiavano le case, e facevano violenza alle donne, anche rifugiate nei sacri templi. Caricatili dunque di doni, gl'inviò al lor paese, cioè nella Pannonia, ossia nell'Ungheria, facendoli accompagnare daValerianoe daDamianosuo nipote con un corpo di milizie, affinchè que' Barbari non commettessero disordini nel viaggio. Sbrigato Valeriano da costoro, condusse le sue brigate sotto Verona con pensiero di formarne l'assedio, se il presidio gotico non s'induceva a rendersi. Trovò in essi buona disposizione; ma ciò risaputo dai Franchiacquartierati in quel territorio, tanto si adoperarono, che il trattato andò a monte, e Valeriano si ritirò altrove.
Intanto i Goti scampati dalla battaglia suddetta si ridussero a Pavia, e quivi crearono per loro reTeiafigliuolo diFridigerne, il più valoroso de' loro uffiziali. Trovò egli in quella città parte di quel tesoro che per sicurezza v'avea mandato Totila, e con esso tentò di tirare in lega i Franchi; e nello stesso tempo rimise in piedi un competente esercito. Narsete in questo mentre, dopo aver ordinato a Valeriano che si portasse al Po, per impedire i progressi dei Goti, col suo esercito prese Spoleti, Narni e Perugia, e quindi voglioso di mettere il piè in Roma, colà si portò. Per non tenere occupata tanta gente nella difesa di quell'ampia città , avea il re Totila fatta cingere di mura una picciola parte intorno alla mole d'Adriano, oggidì castello Sant'Angelo, formandovi una specie di fortezza. In essa riposero i Goti il meglio de' loro averi, con farvi buona guardia; del resto della città si prendevano poca cura. Non fu però difficile a Narsete il dare la scalata ad un sito delle mura, dove niuno si trovava alla difesa: con che s'impadronì di Roma. E strettosi dipoi intorno al castello, tal terrore diede a quella guarnigione, che in poco tempo essa capitolò la resa, salve le persone. Racconta qui Procopio, senza saper intendere i giudizii di Dio, come la presa di Roma fatta dai Greci riempiè di giubilo i Romani banditi, subito che l'intesero, e pur questa fu la loro rovina. Perciocchè i senatori, ed altri che erano nella Campania, si mossero tosto per rimpatriare; ma colti dai Goti che tenevano varie fortezze in quelle parti, furono messi a fil di spada. Altri, incontrandosi ne' Barbari che militavano nell'esercito di Narsete, ebbero la medesima sorte. Dianzi ancora aveva il re Totila, allorchè marciava contro a Narsete, scelti da varie città trecento figliuoli dei nobili Romani, sotto pretesto di tenerlicome suoi familiari, ma veramente perchè gli servissero d'ostaggio, e gli avea mandati di là dal Po. Trovatili il nuovo re Teia, tutti barbaramente li fece uccidere. Studiossi dipoi questo re, quanto potè, per muovere contra i Greci ancheTeodebaldore dei Franchi, offerendogli una gran somma di danaro; ma non gli venne fatto, perchè non volevano i Franchi spendere il loro sangue in servigio de' Goti, nè de' Greci, e solamente pensavano a far eglino soli la guerra per conquistare ed unire, se avessero potuto, ai lor dominii anche l'Italia. Vennero intanto in poter di Narsete il castello di Porto, Nepi e Pietra Pertusa. Mandò egli dipoiPacurio, all'assedio di Taranto, altri a quello di Civitavecchia ed a quello di Cuma, nel cui castello Totila avea riposta parte del suo tesoro, e messovi per governatoreAligernosuo minor fratello.