DLIII

DLIIIAnno diCristoDLIII. IndizioneI.Vigiliopapa 16.Giustinianoimperadore 27.L'anno XII dopo il consolato di Basilio.Ho io rapportato all'anno precedente 552 la morte del reTotilae l'elezione diTeia, uniformandomi col Sigonio e col padre Pagi, ancorchè Mario Aventicense, seguitato dai cardinali Baronio e Noris, la riferisca all'anno presente. Certamente Procopio assiste alla prima sentenza, e si veggono altri fatti posticipati d'un anno nella Cronica d'esso Mario. Peggio fa Vittor Tunonense[Victor Turonen., in Chron.], che mette nell'anno susseguente 554 la battaglia in cui Totila fu ucciso. Ma certo coi conti del Pagi[Pagius, Crit. Baron.]e i miei si accorda Teofane[Theoph., in Chronogr.], il quale scrive che nell'anno medesimo in cui morìMennapatriarca di Costantinopoli, correndo l'Indizione XV(la qual morte tutti gli eruditi concedono seguita nell'anno 552 senza dissentirnei cardinali suddetti): in esso anno, dico, nel mese d'agosto arrivarono a Costantinopoli i corrieri trionfali, portando la nuova della gran vittoria ottenuta daNarsetecolla morte di Totila, le cui vesti insanguinate e la sua berretta carica di gemme fu presentata aGiustinianoAugusto. Sia nondimeno lecito a me di seguitar Mario Aventicense in un fatto, cioè in rapportare all'anno presente la morte del reTeia, giacchè egli in un anno rapporta la di lui elezione, e nel susseguente la di lui caduta. Teia dunque, a cui premeva forte di conservar Cuma, per non perdere il tesoro quivi rinchiuso, uscito di Pavia, arditamente passando per molti luoghi stretti e per le rive dell'Adriatico, all'improvviso comparve nella Campania. Colà del pari col suo esercito si trasferì Narsete, e giunto verso Nocera alle falde del monte Vesuvio, si trovò a fronte de' Goti, i quali s'erano fortificati alle rive del fiume Dragone. Due mesi stettero quivi le armate, senza che l'una potesse o volesse assalir l'altra. Ma dacchè un Goto, per tradimento, vendè a Narsete tutta la flotta delle navi, onde Teia riceveva, secondo il bisogno, i viveri, allora i Goti attaccarono la battaglia, e combatterono da disperati. Vi rimase mortoTeia, dopo aver fatto delle incredibili prodezze; e ciò non ostante seguitarono furiosamente i suoi a combattere. La notte servì a far cessare il conflitto. Ma, fatto giorno, ricominciarono la zuffa, e con tanto vigore menarono le mani, che non si potè mai romperli. Ritiratisi finalmente, e ragunato il consiglio, mandarono a dire a Narsete, che ormai conoscevano essersi Iddio dichiarato contra di loro, e che deporrebbono l'armi, chiedendo solamente di potersene andare per vivere secondo le loro leggi, giacchè intendeano di non servire all'imperadore; siccome ancora di poter portar seco il danaro che cadaun avea riposto in varii presidii d'Italia. Penava Narsete ad accordare queste condizioni, maGiovanninipote di Vitaliano,con rappresentargli che non era bene il cimentarsi di nuovo con gente disperata, e che bastava ai prudenti e moderati il vincere, senza esporsi a nuovi pericoli, tanto disse, ch'egli acconsentì. Fu dunque convenuto che quei soldati goti coi loro bagagli speditamente uscissero d'Italia, nè più prendessero l'armi contra dell'imperadore. Mille di essi andarono a Pavia ed oltre Po, e gli altri Goti confermarono quei patti, in guisa che Narsete s'impadronì di Cuma e degli altri presidii. Con che Procopio dà fine all'anno XVIII della guerra de' Goti, terminato nella primavera presente, ed insieme alla sua storia, continuata poi da Agatia, scrittore anch'esso di questi tempi. Ma io dubito forte che sieno state aggiunte al testo di Procopio queste ultime parole, confrontandole con ciò che il suddetto Agatia ci verrà dicendo[Agat., de Bell. Goth., lib. 1.]. Scrive egli adunque, che dopo la convenzione stabilita con Narsete, i Goti parte andarono nella Toscana e Liguria, parte nella Venezia e in altri luoghi, dov'erano soliti di abitare. Si aspettava che adempiessero le promesse fatte, e contenti dei lor beni schivassero da lì innanzi i pericoli, con respirare da tante calamità. Ma poco appresso si diedero a macchinar altre novità e ad intraprendere un'altra guerra. Conoscendo di non poterla far soli, spedirono ai Franchi, per indurli a muoversi contra de' Greci. Qui Agatia fa un bell'elogio de' Franchi, rappresentandoceli, benchè Barbari, pure diversi troppo dagli altri Barbari nella pulizia e nella maniere di vivere, per cui somigliavano piuttosto ai Romani, e massimamente per la religione cattolica da essi ancora professata, e per la giustizia e per la singolare bravura, con cui aveano largamente dilatato il loro dominio, e per la concordia che regnava fra loro. Patisce eccezione quest'ultima lode; e se Agatia fosse vivuto un poco più, forse avrebbe tenuto un differente linguaggio.Regnava alloraTeodebaldo, il più potente di quei re, giovinetto dappoco, perchè di sanità meschina. A lui ricorsero i Goti transpadani, ma nol trovarono disposto a voler brighe di guerra.Gli Alamanni, una delle nazioni germaniche, già tributarii del reTeoderico, e tuttavia idolatri, s'erano dopo la di lui morte soggettati per forza al reTeodeberto, padre d'esso Teodebaldo, e fra essi erano due fratelli, duci di quella nazione,LeutarieButilino. Da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gestis Longob., lib. 2, cap. 2.]questi è chiamatoBuccellino, ed ha questo nome presso Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 32.], e nelle Croniche di Mario Aventicense[Marius Aventicens., in Chron.]e del Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.]. Costoro, veggendo che il re Teodebaldo preferiva il gusto della pace ad ogni guadagno, presero essi l'assunto di far la guerra in Italia ai Greci, invaniti della speranza di grandi conquiste e d'immenso bottino, sprezzando soprattutto Narsete, per essere eunuco ed allevato solamente fra le delizie della corte. Certo nol doveano ben conoscere. Però adunato un esercito di ben sessantacinque mila tra Alamanni e Franchi, calarono in Italia. Narsete, benchè non abbastanza informato di questi movimenti, ai quali probabilmente fu dato impulso dai Goti, vivente ancora il re Teia, piuttosto che dopo la sua morte, come credette Agatia, pure, per prevenir gli sforzi altrui, attese a conquistar le fortezze che nella Toscana erano tuttavia in mano dei Goti: segno che la convenzione fatta tra essi dopo la vittoria riportata contro Teia, o non era stata seguita, o riguardò solamente i soldati goti che intervennero al fatto d'armi con Teia. Ma premendogli maggiormente l'acquisto di Cuma, perchè in quel forte castello aveano i Goti ricoverate le loro più preziose cose, colà passò con tuttol'esercito, e l'assediò. V'era alla difesaAligerno, fratello del defunto Teia, uomo di mirabil forza, che in tirar d'arco non avea pari. Furono fatte più mine per far cadere le mura; furono dati varii assalti: tutto riuscì inutile. Pertanto Narsete, avendo ormai intesa da sicuri avvisi la calata di Leutari e di Butilino con sì grossa armata, e l'arrivo d'essi di qua dal Po, non volle più perdere tempo intorno a Cuma; lasciato quivi un corpo di truppe bastevole per tener bloccata quella fortezza, passò in Toscana col resto dell'armata. Di colà spedì la maggior parte de' suoi sotto il comando diFulcari, capitano degli Eruli, diGiovanninipote di Vitaliano, diArtabanoe d'altri condottieri verso il Po, con ordine d'impedire, per quanto permettevano le loro forze, i progressi dei Franchi ed Alamanni. Attese egli intanto ad altri vantaggi in Toscana. A lui si sottoposero Civitavecchia, Firenze, Volterra, Pisa e gli Alsiensi, creduti oggidì quei di Palo. I soli Lucchesi vollero far fronte, e quantunque avessero capitolato di arrendersi, qualora nello spazio di trenta dì non venisse loro un tal soccorso che fosse capace di combattere in campagna aperta, ed avessero dati gli ostaggi; pure, spirato il termine, mancarono di parola, sperando che di dì in dì arrivassero i Franchi. Fu consigliato Narsete di uccidere gli ostaggi in faccia agli assediati spergiuri. Egli inclinato alla misericordia, e riguardando come iniquità il punir gl'innocenti in luogo dei colpevoli, fece condurre gli ostaggi presso alle mura, ed intimò ai cittadini l'esecuzione delle promesse, minacciando di morte i lor parenti. Ricusando essi di farlo, ordinò che si decollassero, quei miseri, il carnefice diede colla spada i colpi, ma Narsete avea fatto metter loro un collare di legno coperto dai panni, per cui niun nocumento ebbero eglino, e, secondo il concerto fatto, finsero di stramazzar come morti. Allora un gran pianto e grido s'alzò per lacittà. Narsete promise di risuscitar quegli uomini, se si arrendevano, e fu accettata la proposizione. Ma dappoichè videro in salvo i suoi, nè pur vollero questa fiata mantener la parola. Narsete, in vece di pensare alla vendetta, mise in libertà gli ostaggi, i quali poscia tanto esaltarono l'affabilità e rettitudine del generale cesareo, che quel popolo cominciò a deporre tanta durezza. Erano già entrati i Franchi in Parma. Si avanzò spropositatamente e senza ordine verso quella cittàFulcaricondottiere degli Eruli, inviato colà da Narsete. Nascosi i Franchi nell'anfiteatro ch'era fuori della città, gli furono addosso, e per quanta difesa egli facesse, rimase morto sul campo con quei che non poterono fuggire. Intanto i Goti abitanti nella Liguria ed Emilia, che aveano poc'anzi fatta pace ed amistà, ma finta, coi Greci, udendo gli avanzamenti de' Franchi, ruppero i patti e si gittarono nel loro partito. Per lo contrario i capitani di Narsete, scorgendo sè stessi inferiori di forze, e che i Goti spalancavano le porte delle terre subitochè arrivavano i Franchi, credettero ben fatto di ritirarsi nelle vicinanze di Ravenna. Mandò Narsete a rimproverarli di codardia, e tanta forza ebbero le di lui riprensioni, che ritornarono alla volta di Parma, e lì presso s'accamparono. Allora Narsete maggiormente affrettò l'assedio di Lucca, dov'erano entrati dei comandanti franzesi, e tuttochè con assalti, mangani e fuochi offendeva la città, tantochè finalmente la guarnigione, dopo d'essersi sostenuta per tre mesi, trattò di rendersi, ed ottenne il perdono del passato, con allegria ammise entro la città i Greci. Dopo di che Narsete si trasferì a Ravenna, e trovandosi nella vicina Classe, ebbe il contento di veder comparireAligerno, fratello del morto re Teia, che saggiamente pensando all'avvenire, e nulla di bene sperando dalla parte dei Franchi, intenti solamente al proprio interesse e vantaggio, venne a proporgli la resa diCuma da tanto tempo assediata, con farla valere in suo pro. Senza difficoltà si conchiuse presto l'affare, e venne quella forte rocca in poter delle sue genti con tutto o quasi tutto il tesoro, che ivi si conservava sì della corona, come de' particolari Goti. Riuscì ancora a Narsete di mettere il piede in Rimini per amichevol accordo coi Varni, che v'erano di presidio, e presero partito nell'armata imperiale. Disfece inoltre un corpo di due mila Franchi, i quali sbandati erano giunti fino ai contorni di Ravenna, mettendo tutto a sacco. E perciocchè il verno chiamava ognuno a quartiere, egli da Ravenna passò a Roma, dove si trattenne tutto quel tempo, addestrando intanto in continui esercizii il suo esercito per averlo pronto alla primavera ventura. Fu in quest'anno tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, per terminare la fastidiosa controversia dei tre capitoli. Perchè non consentì papaVigilioalla condanna dei medesimi,GiustinianoAugusto con iscandalosa prepotenza il cacciò in esilio con altri vescovi ch'erano del suo parere. Ciò non ostante, vedremo prosperate l'armi sue in Italia: il che dovea fare accorto il cardinal Baronio, che i giudizii di Dio sono occulti, e questo non essere il paese, dov'egli faccia sempre giustizia col punire i cattivi e premiare i buoni, ma riserbarlo egli al mondo di là.

L'anno XII dopo il consolato di Basilio.

Ho io rapportato all'anno precedente 552 la morte del reTotilae l'elezione diTeia, uniformandomi col Sigonio e col padre Pagi, ancorchè Mario Aventicense, seguitato dai cardinali Baronio e Noris, la riferisca all'anno presente. Certamente Procopio assiste alla prima sentenza, e si veggono altri fatti posticipati d'un anno nella Cronica d'esso Mario. Peggio fa Vittor Tunonense[Victor Turonen., in Chron.], che mette nell'anno susseguente 554 la battaglia in cui Totila fu ucciso. Ma certo coi conti del Pagi[Pagius, Crit. Baron.]e i miei si accorda Teofane[Theoph., in Chronogr.], il quale scrive che nell'anno medesimo in cui morìMennapatriarca di Costantinopoli, correndo l'Indizione XV(la qual morte tutti gli eruditi concedono seguita nell'anno 552 senza dissentirnei cardinali suddetti): in esso anno, dico, nel mese d'agosto arrivarono a Costantinopoli i corrieri trionfali, portando la nuova della gran vittoria ottenuta daNarsetecolla morte di Totila, le cui vesti insanguinate e la sua berretta carica di gemme fu presentata aGiustinianoAugusto. Sia nondimeno lecito a me di seguitar Mario Aventicense in un fatto, cioè in rapportare all'anno presente la morte del reTeia, giacchè egli in un anno rapporta la di lui elezione, e nel susseguente la di lui caduta. Teia dunque, a cui premeva forte di conservar Cuma, per non perdere il tesoro quivi rinchiuso, uscito di Pavia, arditamente passando per molti luoghi stretti e per le rive dell'Adriatico, all'improvviso comparve nella Campania. Colà del pari col suo esercito si trasferì Narsete, e giunto verso Nocera alle falde del monte Vesuvio, si trovò a fronte de' Goti, i quali s'erano fortificati alle rive del fiume Dragone. Due mesi stettero quivi le armate, senza che l'una potesse o volesse assalir l'altra. Ma dacchè un Goto, per tradimento, vendè a Narsete tutta la flotta delle navi, onde Teia riceveva, secondo il bisogno, i viveri, allora i Goti attaccarono la battaglia, e combatterono da disperati. Vi rimase mortoTeia, dopo aver fatto delle incredibili prodezze; e ciò non ostante seguitarono furiosamente i suoi a combattere. La notte servì a far cessare il conflitto. Ma, fatto giorno, ricominciarono la zuffa, e con tanto vigore menarono le mani, che non si potè mai romperli. Ritiratisi finalmente, e ragunato il consiglio, mandarono a dire a Narsete, che ormai conoscevano essersi Iddio dichiarato contra di loro, e che deporrebbono l'armi, chiedendo solamente di potersene andare per vivere secondo le loro leggi, giacchè intendeano di non servire all'imperadore; siccome ancora di poter portar seco il danaro che cadaun avea riposto in varii presidii d'Italia. Penava Narsete ad accordare queste condizioni, maGiovanninipote di Vitaliano,con rappresentargli che non era bene il cimentarsi di nuovo con gente disperata, e che bastava ai prudenti e moderati il vincere, senza esporsi a nuovi pericoli, tanto disse, ch'egli acconsentì. Fu dunque convenuto che quei soldati goti coi loro bagagli speditamente uscissero d'Italia, nè più prendessero l'armi contra dell'imperadore. Mille di essi andarono a Pavia ed oltre Po, e gli altri Goti confermarono quei patti, in guisa che Narsete s'impadronì di Cuma e degli altri presidii. Con che Procopio dà fine all'anno XVIII della guerra de' Goti, terminato nella primavera presente, ed insieme alla sua storia, continuata poi da Agatia, scrittore anch'esso di questi tempi. Ma io dubito forte che sieno state aggiunte al testo di Procopio queste ultime parole, confrontandole con ciò che il suddetto Agatia ci verrà dicendo[Agat., de Bell. Goth., lib. 1.]. Scrive egli adunque, che dopo la convenzione stabilita con Narsete, i Goti parte andarono nella Toscana e Liguria, parte nella Venezia e in altri luoghi, dov'erano soliti di abitare. Si aspettava che adempiessero le promesse fatte, e contenti dei lor beni schivassero da lì innanzi i pericoli, con respirare da tante calamità. Ma poco appresso si diedero a macchinar altre novità e ad intraprendere un'altra guerra. Conoscendo di non poterla far soli, spedirono ai Franchi, per indurli a muoversi contra de' Greci. Qui Agatia fa un bell'elogio de' Franchi, rappresentandoceli, benchè Barbari, pure diversi troppo dagli altri Barbari nella pulizia e nella maniere di vivere, per cui somigliavano piuttosto ai Romani, e massimamente per la religione cattolica da essi ancora professata, e per la giustizia e per la singolare bravura, con cui aveano largamente dilatato il loro dominio, e per la concordia che regnava fra loro. Patisce eccezione quest'ultima lode; e se Agatia fosse vivuto un poco più, forse avrebbe tenuto un differente linguaggio.Regnava alloraTeodebaldo, il più potente di quei re, giovinetto dappoco, perchè di sanità meschina. A lui ricorsero i Goti transpadani, ma nol trovarono disposto a voler brighe di guerra.

Gli Alamanni, una delle nazioni germaniche, già tributarii del reTeoderico, e tuttavia idolatri, s'erano dopo la di lui morte soggettati per forza al reTeodeberto, padre d'esso Teodebaldo, e fra essi erano due fratelli, duci di quella nazione,LeutarieButilino. Da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gestis Longob., lib. 2, cap. 2.]questi è chiamatoBuccellino, ed ha questo nome presso Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 32.], e nelle Croniche di Mario Aventicense[Marius Aventicens., in Chron.]e del Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.]. Costoro, veggendo che il re Teodebaldo preferiva il gusto della pace ad ogni guadagno, presero essi l'assunto di far la guerra in Italia ai Greci, invaniti della speranza di grandi conquiste e d'immenso bottino, sprezzando soprattutto Narsete, per essere eunuco ed allevato solamente fra le delizie della corte. Certo nol doveano ben conoscere. Però adunato un esercito di ben sessantacinque mila tra Alamanni e Franchi, calarono in Italia. Narsete, benchè non abbastanza informato di questi movimenti, ai quali probabilmente fu dato impulso dai Goti, vivente ancora il re Teia, piuttosto che dopo la sua morte, come credette Agatia, pure, per prevenir gli sforzi altrui, attese a conquistar le fortezze che nella Toscana erano tuttavia in mano dei Goti: segno che la convenzione fatta tra essi dopo la vittoria riportata contro Teia, o non era stata seguita, o riguardò solamente i soldati goti che intervennero al fatto d'armi con Teia. Ma premendogli maggiormente l'acquisto di Cuma, perchè in quel forte castello aveano i Goti ricoverate le loro più preziose cose, colà passò con tuttol'esercito, e l'assediò. V'era alla difesaAligerno, fratello del defunto Teia, uomo di mirabil forza, che in tirar d'arco non avea pari. Furono fatte più mine per far cadere le mura; furono dati varii assalti: tutto riuscì inutile. Pertanto Narsete, avendo ormai intesa da sicuri avvisi la calata di Leutari e di Butilino con sì grossa armata, e l'arrivo d'essi di qua dal Po, non volle più perdere tempo intorno a Cuma; lasciato quivi un corpo di truppe bastevole per tener bloccata quella fortezza, passò in Toscana col resto dell'armata. Di colà spedì la maggior parte de' suoi sotto il comando diFulcari, capitano degli Eruli, diGiovanninipote di Vitaliano, diArtabanoe d'altri condottieri verso il Po, con ordine d'impedire, per quanto permettevano le loro forze, i progressi dei Franchi ed Alamanni. Attese egli intanto ad altri vantaggi in Toscana. A lui si sottoposero Civitavecchia, Firenze, Volterra, Pisa e gli Alsiensi, creduti oggidì quei di Palo. I soli Lucchesi vollero far fronte, e quantunque avessero capitolato di arrendersi, qualora nello spazio di trenta dì non venisse loro un tal soccorso che fosse capace di combattere in campagna aperta, ed avessero dati gli ostaggi; pure, spirato il termine, mancarono di parola, sperando che di dì in dì arrivassero i Franchi. Fu consigliato Narsete di uccidere gli ostaggi in faccia agli assediati spergiuri. Egli inclinato alla misericordia, e riguardando come iniquità il punir gl'innocenti in luogo dei colpevoli, fece condurre gli ostaggi presso alle mura, ed intimò ai cittadini l'esecuzione delle promesse, minacciando di morte i lor parenti. Ricusando essi di farlo, ordinò che si decollassero, quei miseri, il carnefice diede colla spada i colpi, ma Narsete avea fatto metter loro un collare di legno coperto dai panni, per cui niun nocumento ebbero eglino, e, secondo il concerto fatto, finsero di stramazzar come morti. Allora un gran pianto e grido s'alzò per lacittà. Narsete promise di risuscitar quegli uomini, se si arrendevano, e fu accettata la proposizione. Ma dappoichè videro in salvo i suoi, nè pur vollero questa fiata mantener la parola. Narsete, in vece di pensare alla vendetta, mise in libertà gli ostaggi, i quali poscia tanto esaltarono l'affabilità e rettitudine del generale cesareo, che quel popolo cominciò a deporre tanta durezza. Erano già entrati i Franchi in Parma. Si avanzò spropositatamente e senza ordine verso quella cittàFulcaricondottiere degli Eruli, inviato colà da Narsete. Nascosi i Franchi nell'anfiteatro ch'era fuori della città, gli furono addosso, e per quanta difesa egli facesse, rimase morto sul campo con quei che non poterono fuggire. Intanto i Goti abitanti nella Liguria ed Emilia, che aveano poc'anzi fatta pace ed amistà, ma finta, coi Greci, udendo gli avanzamenti de' Franchi, ruppero i patti e si gittarono nel loro partito. Per lo contrario i capitani di Narsete, scorgendo sè stessi inferiori di forze, e che i Goti spalancavano le porte delle terre subitochè arrivavano i Franchi, credettero ben fatto di ritirarsi nelle vicinanze di Ravenna. Mandò Narsete a rimproverarli di codardia, e tanta forza ebbero le di lui riprensioni, che ritornarono alla volta di Parma, e lì presso s'accamparono. Allora Narsete maggiormente affrettò l'assedio di Lucca, dov'erano entrati dei comandanti franzesi, e tuttochè con assalti, mangani e fuochi offendeva la città, tantochè finalmente la guarnigione, dopo d'essersi sostenuta per tre mesi, trattò di rendersi, ed ottenne il perdono del passato, con allegria ammise entro la città i Greci. Dopo di che Narsete si trasferì a Ravenna, e trovandosi nella vicina Classe, ebbe il contento di veder comparireAligerno, fratello del morto re Teia, che saggiamente pensando all'avvenire, e nulla di bene sperando dalla parte dei Franchi, intenti solamente al proprio interesse e vantaggio, venne a proporgli la resa diCuma da tanto tempo assediata, con farla valere in suo pro. Senza difficoltà si conchiuse presto l'affare, e venne quella forte rocca in poter delle sue genti con tutto o quasi tutto il tesoro, che ivi si conservava sì della corona, come de' particolari Goti. Riuscì ancora a Narsete di mettere il piede in Rimini per amichevol accordo coi Varni, che v'erano di presidio, e presero partito nell'armata imperiale. Disfece inoltre un corpo di due mila Franchi, i quali sbandati erano giunti fino ai contorni di Ravenna, mettendo tutto a sacco. E perciocchè il verno chiamava ognuno a quartiere, egli da Ravenna passò a Roma, dove si trattenne tutto quel tempo, addestrando intanto in continui esercizii il suo esercito per averlo pronto alla primavera ventura. Fu in quest'anno tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, per terminare la fastidiosa controversia dei tre capitoli. Perchè non consentì papaVigilioalla condanna dei medesimi,GiustinianoAugusto con iscandalosa prepotenza il cacciò in esilio con altri vescovi ch'erano del suo parere. Ciò non ostante, vedremo prosperate l'armi sue in Italia: il che dovea fare accorto il cardinal Baronio, che i giudizii di Dio sono occulti, e questo non essere il paese, dov'egli faccia sempre giustizia col punire i cattivi e premiare i buoni, ma riserbarlo egli al mondo di là.


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