DLXVIAnno diCristoDLXVI. IndizioneXIV.Giovanni IIIpapa 7.Giustino IIimperadore 2.ConsoleGiustino Augusto, senza collega.Seguito io qui il cardinal Baronio, da cui vien postoGiustinoAugusto console nelle calende di gennaio dell'anno presente, e non già il padre Pagi, che mette il consolato preso da esso imperadore nell'anno susseguente 567. I motivi di così credere gli addurrò appunto nel seguente anno. Sotto l'Indizione XIV corrente nell'anno presente racconta Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.]cheSinduvala, erulo, cominciò ad esercitare la tirannia, e che fu ucciso daNarsetepatrizio. Potrebbe essere che questo fatto appartenesse all'anno precedente, perchè Mario all'anno medesimo rapporta la morte di Giustiniano Augusto. Comunque sia, di questo avvenimento fa anche menzione Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 3.], con iscrivere cheSindualdo re de' Bretti(probabilmente è scorretto questo nome), discendente da quegli Eruli che Odoacre avea menato seco in Italia, e qui si erano accasati, dopo aver fedelmente servito per gran tempo a Narsete governator dell'Italia, e ricevutane la ricompensa di molti onori e benefizii, superbamente in fine gli si ribellò per voglia di regnare. Bisognò condurre contra di lui l'armata, e venire a battaglia. In essa egli restò sconfitto e preso. Narsete, per maggiormente esaltarlo, il fece impiccare per la gola ad un'alta trave. Dove costui comandasse, e doveseguisse questa battaglia, è a noi ignoto. Continua poscia Paolo Diacono a dire che in quel tempo Narsete patrizio per mezzo diDagisteogenerale dell'armi, uomo bellicoso e forte, divenne padrone di tutti i confini d'Italia, probabilmente verso i monti che dividono l'Italia dalla Gallia, o dall'Alemagna, dove Sindualdo pare che avesse comando in questi tempi sopra i suoi Eruli. Dopo questo fatto mi sia lecito il far qui menzione della terribilissima peste che afflisse, e poco mancò che non desertasse l'Italia tutta. L'anno preciso non si sa. Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 4.]la mette circa questi tempi, nei quali mancò di vita Giustiniano imperadore. Infierì essa spezialmente nella Liguria; e san Gregorio Magno[Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 4, cap. 26.]anch'egli attesta che questo malore recò del gran danno a Roma. Tanta fu la strage de' popoli, che restarono in molti luoghi disabitate affatto le campagne, nè vi era chi mietesse, nè chi raccogliesse le uve. Venuto poi il verno, si sentiva per l'aria di notte e di dì un suono di trombe, e a molti pareva d'udire il mormorio d'un esercito. Questa fiera pestilenza si provò solamente in Italia, nè passò in Alemagna nè in Baviera, e servì di preludio alle calamità che Dio preparava per l'Italia. Dissi di sopra all'anno 551 che il padre Pagi non prese ben le sue misure, mettendo in quell'anno il fine del regno deiGepidi, mercè della gran rotta loro data daAlboinore de' Longobardi. In quest'anno ripongo io quello avvenimento, avendone mallevadore Menandro Protettore[Histor. Byzant., tom. 1, pag. 101.], storico del presente secolo, al cui racconto non fece mente esso Pagi. Racconta dunque Menandro ne' suoi frammenti, che assunto all'imperioGiustinojuniore, gliAvari, cioè gli Unni, che aveano posto il lor nido in quella che oggidì appelliamo Moldavia, gli spedirono ambasciatori perdimandargli i regali annui che Giustiniano imperadore per pusillanimità solea loro inviare, e per far pruova se poteano guadagnare di più; e veramente parlarono con insolenza a Giustino. Questa ambasceria è narrata medesimamente da Corippo; anzi da lui intendiamo che seguì sette giorni dopo la coronazione di esso Augusto, e però nel novembre del precedente anno. Giustino rispose con maggiore altura di non voler loro pagar un soldo, nè donar cosa alcuna; che se si arrischiassero di fare i begli umori contra dell'imperio romano, farebbe lor vedere chi era un imperador de' Romani; e che si contentassero, se li sopportava nel suo paese, perchè questo era il più gran regalo che potesse lor fare. Se n'andarono costoro con coda bassa, credendo forse che Giustino fosse da tanto da accompagnar la bravata coi fatti, e si voltarono verso il paese de'Franchi. Soggiugne il medesimo autore, cioè Menandro, ch'era pace e lega fra essi Avari e i Franchi[Hist. Byzant., tom. 1, pag. 110.]. OraBoiano, duca, ossia re degli Avari, appellato ancoraCagano(cognome di dignità, perchè usato dagli altri re di questa schiatta d'Unni, che vennero poi padroni dell'Ungheria), fece sapere aSigeberto, re de' Franchi, che il suo esercito abbisognava di viveri, e però il pregava di soccorso, promettendogli di ritirarsi fra tre giorni, se gli faceva questa grazia. Sigeberto non tardò a mandargli una buona quantità di buoi, pecore e grani. Certo è che il regno d'Austrasia posseduto da Sigeberto comprendeva la Svevia, parte della Sassonia e la Turingia e la Baviera. Di là dal Danubio senza fallo andarono gli Avari a trovare i Franchi.Seguita a dire Menandro che in questi tempiAlboinore de' Longobardi, sempre meditando come potesse abbattereCunimondore de' Gepidi, con cui aveva una capitale dichiarata nimicizia, mandò ambasciatori aBoianore degli Avari, per istabilire seco una lega contra deiGepidi. Fra le altre ragioni gli addusse questa, cioè non muoversi egli sì ardentemente alla guerra contro dei Gepidi, se non per dannificareGiustinoimperadore, cioè il maggior nemico che s'avessero gli Avari, dappoichèegli poco prima, niun conto facendo dei patti stabiliti con Giustiniano Augusto suo zio, avea privato gli Avari de' consueti regali. Per conseguente, se si sterminavano i Gepidi, sarebbe facile l'occupar la Tracia e scorrere fino a Costantinopoli. Non dispiacque a Boiano la proposizione, e fu chiusa la lega con condizione che vincendo, tutto il paese de' Gepidi passar dovesse in dominio ad essi Avari; laonde questi collegati si prepararono alla guerra. Il re de' GepidiCunimondo, penetrata che ebbe questa macchina, ricorse all'imperadore Giustino, ma non potè indurlo a prestargli aiuto. S'è perduta la storia del suddetto Menandro Protettore, con restarne solamente de' frammenti, rapportati nel primo tomo della Storia bizantina, e però non si vede il proseguimento della gara suddetta fra i Gepidi e Longobardi, nè dello sterminio de' primi. Ma ne abbiamo abbastanza per intendere che non già nell'anno 551, come pretese il padre Pagi, ma sì bene nel presente 566 succedette il memorabil fatto d'armi tra loro, che viene accennato da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 1, cap. 27.]. Narra anche egli la lega di Alboino con gli Unni, chiamati Avari, i quali furono i primi ad entrare ostilmente nel paese de' Gepidi. Da tal nuova costernato Cunimondo, si avvisò di dar prima battaglia ai Longobardi, perchè, se gli riusciva di averla favorevole, si prometteva poi facile il superare anche gli Unni. Gli fallirono i conti. Con tal ardire combatterono i Longobardi, che la fortuna si dichiarò in loro favore; e sì grande fu la rabbia loro, che non diedero quartiere ad alcuno, e fra gli altri vi lasciò la vita lo stesso reCunimondo. Però la dianzisì potente nazione de' Gepidi rimase disfatta; nè ebbe più re da lì innanzi, in guisa che a' tempi d'esso Paolo Diacono il resto dei Gepidi era sottoposto ai Longobardi, o pure agli Unni, cioè a' Tartari Avari, che occuparono in tal congiuntura il loro paese di là dal Danubio (ma non già il Sirmio, che si trova da lì innanzi posseduto dai Greci), e susseguentemente si stesero per la Pannonia, allorchè i Longobardi vennero in Italia. Aggiungne esso Paolo Diacono che della preda immensa toccata in sì prosperoso conflitto ai Longobardi tutti arricchirono. Oltre ancora ad una gran moltitudine d'ogni sesso ed età, che fu fatta schiava, venne alle mani del re AlboinoRosmonda, figliuola dell'ucciso re Cunimondo; e perchè era già mancata di vitaClotsuinda, figliuola diClotariore de' Franchi, sua prima moglie, passò egli alle seconde nozze con quest'altra principessa, ma per sua grande sventura, siccome vedremo. Giovanni abbate biclariense[Abbas Biclariensis, in Chron.]mette anche egli sotto l'imperadore Giustino II la disfatta de' Gepidi, benchè fuor di sito, e troppo tardi, con aggiungnere che i tesori del reCunicmondo(così egli lo chiama) furono interamente portati a Costantinopoli al suddetto imperadore daTrasaricovescovo ariano, e daRettilanenipote d'esso re ucciso. Evagrio anch'egli scrive che i Gepidi consegnarono il Sirmio all'imperadore. Di sopra abbiam detto che gli Unni Avari andarono a far una visita ai Franchi, probabilmente verso la Turingia. Di questo fatto, ma con altre più importanti circostanze, ci lasciò memoria anche Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 23.]. Narra egli che nell'anno 561, o pure nel susseguente, gli Unni fecero un'irruzione nelleGallie, sotto il qual nome, abusivamente adoperato, è probabile ch'egli intendesse il dominio dei re franchi, steso per buona parte ancora della Germania. Contra di questi Barbari procedettecolla sua armata il reSigeberto, e fatta giornata con loro, li ruppe e mise in fuga. Non andò molto che per mezzo d'ambasciatori seguì fra loro pace ed amicizia. Secondo il medesimo autore[Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 29.], tornarono dipoi gli Unni (cioè nell'anno presente, come ci avvertì Menandro Protettore) con pensiero di passar nelle Gallie, cioè ne' paesi di Germania sottoposti al re d'Austrasia Sigeberto. Questi andò loro incontro con un esercito composto di una gran moltitudine d'uomini forti. Ma nel voler attaccar battaglia, saltò addosso ai Franchi tal paura, parendo lor di vedere delle fantasime, che diedero alle gambe. Il buon Gregorio Turonense attribuisce ciò alle arti magiche degli Unni. Mentre fuggiva la sua armata, il re Sigeberto ritiratosi in un luogo forte, fu quivi serrato dagli Unni. Ma siccome egli era persona galante ed astuta, con dei regali si cavò fuori d'impaccio; anzi trattò e conchiuse in tale occasione con quei Barbari una pace perpetua; e il re degli Unni, chiamato Cagano, anch'egli inviò dipoi parecchi doni ad esso re Sigeberto. Il padre Daniello[Daniel, Histoire de France, tom. 1.], elegantissimo scrittore della Storia franzese, supplendo col suo ingegno ciò che tacquero gli antichi storici della Francia, qui rappresenta lo stesso re Sigeberto preso dagli Unni e condotto alla tenda del vincitore, dove, facendo comparire la costanza del suo spirito, mirabilmente incantò quel barbaro, ma insieme generoso principe. Questi impedì che non fosse messo a sacco il di lui equipaggio, e gliel fece rendere. Sigeberto, avendo trovato in esso di che fare i presenti al re degli Unni, seppe così ben guadagnarlo, che ne ebbe la libertà e una pace giurata per sempre. Queste particolarità io le cerco in Gregorio Turonense, in Fredegario, e non le ritrovo. Richiamò Giustino Augusto in quest'anno dall'esilioEutichiopatriarca di Costantinopoli consua lode. Ma fu ben egli altamente biasimato da ognuno per aver levata la vita aGiustinofigliuolo diGermanopatrizio, pronipote, come già dissi, di Giustiniano Augusto dal lato paterno. Il valore e il credito di questo personaggio, tutto che quieto e fedele, faceva ombra e paura a Giustino e aSofiaAugusta sua moglie. Veggasi Evagrio[Evagr., lib. 5, cap. 1 et 2.], da cui sappiamo che questo imperadore si diede alle delizie anche più oscene, e cominciò sordidamente a vendere le cariche e gli uffizii, e fino i vescovati a persone indegne. Fece anche morireEterioeAddeo, chiarissimi senatori, ma con giusta condanna, se fu vero che avessero tramato contro la di lui vita. Credesi ancora pubblicata da lui in quest'anno la novella 140 riferita nel Codice di Giustiniano, in cui concede che di comun consenso si possa sciogliere il matrimonio fra i coniugati: legge contraria agli insegnamenti della religione cattolica.
Console
Giustino Augusto, senza collega.
Seguito io qui il cardinal Baronio, da cui vien postoGiustinoAugusto console nelle calende di gennaio dell'anno presente, e non già il padre Pagi, che mette il consolato preso da esso imperadore nell'anno susseguente 567. I motivi di così credere gli addurrò appunto nel seguente anno. Sotto l'Indizione XIV corrente nell'anno presente racconta Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.]cheSinduvala, erulo, cominciò ad esercitare la tirannia, e che fu ucciso daNarsetepatrizio. Potrebbe essere che questo fatto appartenesse all'anno precedente, perchè Mario all'anno medesimo rapporta la morte di Giustiniano Augusto. Comunque sia, di questo avvenimento fa anche menzione Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 3.], con iscrivere cheSindualdo re de' Bretti(probabilmente è scorretto questo nome), discendente da quegli Eruli che Odoacre avea menato seco in Italia, e qui si erano accasati, dopo aver fedelmente servito per gran tempo a Narsete governator dell'Italia, e ricevutane la ricompensa di molti onori e benefizii, superbamente in fine gli si ribellò per voglia di regnare. Bisognò condurre contra di lui l'armata, e venire a battaglia. In essa egli restò sconfitto e preso. Narsete, per maggiormente esaltarlo, il fece impiccare per la gola ad un'alta trave. Dove costui comandasse, e doveseguisse questa battaglia, è a noi ignoto. Continua poscia Paolo Diacono a dire che in quel tempo Narsete patrizio per mezzo diDagisteogenerale dell'armi, uomo bellicoso e forte, divenne padrone di tutti i confini d'Italia, probabilmente verso i monti che dividono l'Italia dalla Gallia, o dall'Alemagna, dove Sindualdo pare che avesse comando in questi tempi sopra i suoi Eruli. Dopo questo fatto mi sia lecito il far qui menzione della terribilissima peste che afflisse, e poco mancò che non desertasse l'Italia tutta. L'anno preciso non si sa. Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 4.]la mette circa questi tempi, nei quali mancò di vita Giustiniano imperadore. Infierì essa spezialmente nella Liguria; e san Gregorio Magno[Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 4, cap. 26.]anch'egli attesta che questo malore recò del gran danno a Roma. Tanta fu la strage de' popoli, che restarono in molti luoghi disabitate affatto le campagne, nè vi era chi mietesse, nè chi raccogliesse le uve. Venuto poi il verno, si sentiva per l'aria di notte e di dì un suono di trombe, e a molti pareva d'udire il mormorio d'un esercito. Questa fiera pestilenza si provò solamente in Italia, nè passò in Alemagna nè in Baviera, e servì di preludio alle calamità che Dio preparava per l'Italia. Dissi di sopra all'anno 551 che il padre Pagi non prese ben le sue misure, mettendo in quell'anno il fine del regno deiGepidi, mercè della gran rotta loro data daAlboinore de' Longobardi. In quest'anno ripongo io quello avvenimento, avendone mallevadore Menandro Protettore[Histor. Byzant., tom. 1, pag. 101.], storico del presente secolo, al cui racconto non fece mente esso Pagi. Racconta dunque Menandro ne' suoi frammenti, che assunto all'imperioGiustinojuniore, gliAvari, cioè gli Unni, che aveano posto il lor nido in quella che oggidì appelliamo Moldavia, gli spedirono ambasciatori perdimandargli i regali annui che Giustiniano imperadore per pusillanimità solea loro inviare, e per far pruova se poteano guadagnare di più; e veramente parlarono con insolenza a Giustino. Questa ambasceria è narrata medesimamente da Corippo; anzi da lui intendiamo che seguì sette giorni dopo la coronazione di esso Augusto, e però nel novembre del precedente anno. Giustino rispose con maggiore altura di non voler loro pagar un soldo, nè donar cosa alcuna; che se si arrischiassero di fare i begli umori contra dell'imperio romano, farebbe lor vedere chi era un imperador de' Romani; e che si contentassero, se li sopportava nel suo paese, perchè questo era il più gran regalo che potesse lor fare. Se n'andarono costoro con coda bassa, credendo forse che Giustino fosse da tanto da accompagnar la bravata coi fatti, e si voltarono verso il paese de'Franchi. Soggiugne il medesimo autore, cioè Menandro, ch'era pace e lega fra essi Avari e i Franchi[Hist. Byzant., tom. 1, pag. 110.]. OraBoiano, duca, ossia re degli Avari, appellato ancoraCagano(cognome di dignità, perchè usato dagli altri re di questa schiatta d'Unni, che vennero poi padroni dell'Ungheria), fece sapere aSigeberto, re de' Franchi, che il suo esercito abbisognava di viveri, e però il pregava di soccorso, promettendogli di ritirarsi fra tre giorni, se gli faceva questa grazia. Sigeberto non tardò a mandargli una buona quantità di buoi, pecore e grani. Certo è che il regno d'Austrasia posseduto da Sigeberto comprendeva la Svevia, parte della Sassonia e la Turingia e la Baviera. Di là dal Danubio senza fallo andarono gli Avari a trovare i Franchi.
Seguita a dire Menandro che in questi tempiAlboinore de' Longobardi, sempre meditando come potesse abbattereCunimondore de' Gepidi, con cui aveva una capitale dichiarata nimicizia, mandò ambasciatori aBoianore degli Avari, per istabilire seco una lega contra deiGepidi. Fra le altre ragioni gli addusse questa, cioè non muoversi egli sì ardentemente alla guerra contro dei Gepidi, se non per dannificareGiustinoimperadore, cioè il maggior nemico che s'avessero gli Avari, dappoichèegli poco prima, niun conto facendo dei patti stabiliti con Giustiniano Augusto suo zio, avea privato gli Avari de' consueti regali. Per conseguente, se si sterminavano i Gepidi, sarebbe facile l'occupar la Tracia e scorrere fino a Costantinopoli. Non dispiacque a Boiano la proposizione, e fu chiusa la lega con condizione che vincendo, tutto il paese de' Gepidi passar dovesse in dominio ad essi Avari; laonde questi collegati si prepararono alla guerra. Il re de' GepidiCunimondo, penetrata che ebbe questa macchina, ricorse all'imperadore Giustino, ma non potè indurlo a prestargli aiuto. S'è perduta la storia del suddetto Menandro Protettore, con restarne solamente de' frammenti, rapportati nel primo tomo della Storia bizantina, e però non si vede il proseguimento della gara suddetta fra i Gepidi e Longobardi, nè dello sterminio de' primi. Ma ne abbiamo abbastanza per intendere che non già nell'anno 551, come pretese il padre Pagi, ma sì bene nel presente 566 succedette il memorabil fatto d'armi tra loro, che viene accennato da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 1, cap. 27.]. Narra anche egli la lega di Alboino con gli Unni, chiamati Avari, i quali furono i primi ad entrare ostilmente nel paese de' Gepidi. Da tal nuova costernato Cunimondo, si avvisò di dar prima battaglia ai Longobardi, perchè, se gli riusciva di averla favorevole, si prometteva poi facile il superare anche gli Unni. Gli fallirono i conti. Con tal ardire combatterono i Longobardi, che la fortuna si dichiarò in loro favore; e sì grande fu la rabbia loro, che non diedero quartiere ad alcuno, e fra gli altri vi lasciò la vita lo stesso reCunimondo. Però la dianzisì potente nazione de' Gepidi rimase disfatta; nè ebbe più re da lì innanzi, in guisa che a' tempi d'esso Paolo Diacono il resto dei Gepidi era sottoposto ai Longobardi, o pure agli Unni, cioè a' Tartari Avari, che occuparono in tal congiuntura il loro paese di là dal Danubio (ma non già il Sirmio, che si trova da lì innanzi posseduto dai Greci), e susseguentemente si stesero per la Pannonia, allorchè i Longobardi vennero in Italia. Aggiungne esso Paolo Diacono che della preda immensa toccata in sì prosperoso conflitto ai Longobardi tutti arricchirono. Oltre ancora ad una gran moltitudine d'ogni sesso ed età, che fu fatta schiava, venne alle mani del re AlboinoRosmonda, figliuola dell'ucciso re Cunimondo; e perchè era già mancata di vitaClotsuinda, figliuola diClotariore de' Franchi, sua prima moglie, passò egli alle seconde nozze con quest'altra principessa, ma per sua grande sventura, siccome vedremo. Giovanni abbate biclariense[Abbas Biclariensis, in Chron.]mette anche egli sotto l'imperadore Giustino II la disfatta de' Gepidi, benchè fuor di sito, e troppo tardi, con aggiungnere che i tesori del reCunicmondo(così egli lo chiama) furono interamente portati a Costantinopoli al suddetto imperadore daTrasaricovescovo ariano, e daRettilanenipote d'esso re ucciso. Evagrio anch'egli scrive che i Gepidi consegnarono il Sirmio all'imperadore. Di sopra abbiam detto che gli Unni Avari andarono a far una visita ai Franchi, probabilmente verso la Turingia. Di questo fatto, ma con altre più importanti circostanze, ci lasciò memoria anche Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 23.]. Narra egli che nell'anno 561, o pure nel susseguente, gli Unni fecero un'irruzione nelleGallie, sotto il qual nome, abusivamente adoperato, è probabile ch'egli intendesse il dominio dei re franchi, steso per buona parte ancora della Germania. Contra di questi Barbari procedettecolla sua armata il reSigeberto, e fatta giornata con loro, li ruppe e mise in fuga. Non andò molto che per mezzo d'ambasciatori seguì fra loro pace ed amicizia. Secondo il medesimo autore[Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 29.], tornarono dipoi gli Unni (cioè nell'anno presente, come ci avvertì Menandro Protettore) con pensiero di passar nelle Gallie, cioè ne' paesi di Germania sottoposti al re d'Austrasia Sigeberto. Questi andò loro incontro con un esercito composto di una gran moltitudine d'uomini forti. Ma nel voler attaccar battaglia, saltò addosso ai Franchi tal paura, parendo lor di vedere delle fantasime, che diedero alle gambe. Il buon Gregorio Turonense attribuisce ciò alle arti magiche degli Unni. Mentre fuggiva la sua armata, il re Sigeberto ritiratosi in un luogo forte, fu quivi serrato dagli Unni. Ma siccome egli era persona galante ed astuta, con dei regali si cavò fuori d'impaccio; anzi trattò e conchiuse in tale occasione con quei Barbari una pace perpetua; e il re degli Unni, chiamato Cagano, anch'egli inviò dipoi parecchi doni ad esso re Sigeberto. Il padre Daniello[Daniel, Histoire de France, tom. 1.], elegantissimo scrittore della Storia franzese, supplendo col suo ingegno ciò che tacquero gli antichi storici della Francia, qui rappresenta lo stesso re Sigeberto preso dagli Unni e condotto alla tenda del vincitore, dove, facendo comparire la costanza del suo spirito, mirabilmente incantò quel barbaro, ma insieme generoso principe. Questi impedì che non fosse messo a sacco il di lui equipaggio, e gliel fece rendere. Sigeberto, avendo trovato in esso di che fare i presenti al re degli Unni, seppe così ben guadagnarlo, che ne ebbe la libertà e una pace giurata per sempre. Queste particolarità io le cerco in Gregorio Turonense, in Fredegario, e non le ritrovo. Richiamò Giustino Augusto in quest'anno dall'esilioEutichiopatriarca di Costantinopoli consua lode. Ma fu ben egli altamente biasimato da ognuno per aver levata la vita aGiustinofigliuolo diGermanopatrizio, pronipote, come già dissi, di Giustiniano Augusto dal lato paterno. Il valore e il credito di questo personaggio, tutto che quieto e fedele, faceva ombra e paura a Giustino e aSofiaAugusta sua moglie. Veggasi Evagrio[Evagr., lib. 5, cap. 1 et 2.], da cui sappiamo che questo imperadore si diede alle delizie anche più oscene, e cominciò sordidamente a vendere le cariche e gli uffizii, e fino i vescovati a persone indegne. Fece anche morireEterioeAddeo, chiarissimi senatori, ma con giusta condanna, se fu vero che avessero tramato contro la di lui vita. Credesi ancora pubblicata da lui in quest'anno la novella 140 riferita nel Codice di Giustiniano, in cui concede che di comun consenso si possa sciogliere il matrimonio fra i coniugati: legge contraria agli insegnamenti della religione cattolica.