DLXVII

DLXVIIAnno diCristoDLXVII. IndizioneXV.Giovanni IIIpapa 8.GiustinoII imperadore 3.L'anno I dopo il consolato diGiustino Augusto.Mette il padre Pagi console nel presente annoGiustinoAugusto. Si fonda egli ne' Fasti de' Maffei romani, da lui non veduti, ma citati dal Panvinio; siccome ancora sull'autorità di Mario Aventicense, che congiunge col consolato di Giustino laIndizione XV. Cita anche in suo favore Teofane. All'incontro i cardinali Baronio e Noris riferirono all'anno precedente 566 il consolato di Giustino Augusto, e la loro opinione sembra a me che sia da preferire a quella del p. Pagi. Corippo nel panegirico di Giustino imperadore ci fa sapere ch'egli, appena salito sul trono, disse di voler rinnovare la dignità del consolato:. . . . . . . . . . . . . nomenque negatumConsulibus consul post tempora cuncta novabo.Perchè dunque, secondo il solito dei precedenti novelli imperadori, non prese egli il consolato nel primo dì di gennaio dell'anno precedente, ed aspettò a prenderlo un anno dopo? Nè Mario Aventicense discorda dal Baronio, perchè nell'anno susseguente alla morte di Giustiniano, accaduta nel 565, rapporta il consolato di Giustino, e lo stesso padre Pagi confessa ch'egli pospone un anno i fatti d'esso Augusto. Quanto a Teofane, anch'egli sembra convenire nella medesima sentenza, mettendo la elezion di Giustino a dì 14 di novembre, correndo l'Indizione XIV, cominciata nel settembre. Poscia nell'anno susseguente scrive ch'egli procedette console, diede spettacoli, e sparse gran copia di danaro al pubblico. Io credo poi decisa una tal quistione da un'iscrizione che riferirò all'anno 569, di maniera che ho creduto di non poter qui per conto alcuno aderire al Panvinio e al Pagi. Del resto da lì innanzi gl'imperadori greci solevano eglino soli procedere consoli, e per una volta sola, contandosi poi i susseguenti anni colla formula delpost consulatum, finchè essi viveano. Quali fossero i costumi di Giustino Augusto, l'ho poco fa accennato. Aggiungo ora che sua moglie, cioèSofia, era donna superba, che, non contenta di voler anche ella comandare ai popoli, cercava anche la gloria di comandare al marito. Da questa ambiziosa principessa l'antichissima tradizione degl'Italiani tiene che procedesse la rovina della misera Italia. SeguitavaNarsetepatrizio a governar quello regno, facendo in esso fiorir la pace. Per attestato di Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.], egli avea lodevolmente fatto risorgere Milano con varie altre città distrutte dai Goti. Ultimamente, ad istanza di papaGiovanni, gli era riuscito di avernelle maniVitalevescovo di Altino[Paulus Diaconus, de Gest. Langob., lib. 2, cap. 4 et seq.], uno degli scismatici, che fuggito a Magonza, città signoreggiata allora dai re de' Franchi, s'era quivi per molti anni trattenuto. Il rilegò in Sicilia, affinchè non nudrisse nel suo popolo la disubbidienza alla santa Sede. Ora Narsete aveva accumulate immense ricchezze in sedici anni del suo governo d'Italia. Queste gli faceano guerra, perchè troppo esposte all'invidia degl'Italiani, o forse anche perchè non tutte giustamente acquistate. Però in quest'anno egli fu richiamato a Costantinopoli, per dargli un successore.Tertio anno Justini minoris imperatoris Narsis patricius de Ravenna evocitatus est: son parole d'Agnello[Agnell., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Ital.], che circa l'anno 830 scrivea le Vite degli arcivescovi di Ravenna. Attesta anch'egli i tesori raunati da Narsete, con soggiungere:Egressus est cum divitiis omnibus Italiae, et fuit rector XVI annis. Anche Mario Aventicense mette la chiamata di Narsete, ma all'anno seguente.Paolo Diacono ci fa sapere onde venisse la spinta data a Narsete, con dire che avendo egli ammassate tante ricchezze, mossi da invidia i Romani, scrissero a Giustino Augusto e Sofia sua moglie, rappresentando d'essere sì maltratti ed oppressi da Narsete, che meglio stavano sotto i Goti che sotto di lui. Perciò pregavano l'imperadore di liberarli da questo cattivo ministro, altrimenti minacciavano di cercarsi altro padrone. Montò in collera Giustino all'avviso di questi lamenti, e subito destinò, o pure spedì in Italia Longino, acciocchè nè assumesse il governo, con richiamar Narsete in Oriente. Ma Narsete, informato di quanto da Roma era stato scritto alla corte contra di lui, e dello sdegno dell'imperadore, si levò bensì di Roma, e andossene a Napoli, ma non si attentò di proseguire ilviaggio alla volta di Costantinopoli. E tanto più perchè o Sofia Augusta gli avea fatto intendere, essere ormai tempo che un eunuco par suo andasse a filar nel serraglio delle donne in Costantinopoli; o pure, essendo scappate queste parole di bocca ad essa Augusta, furono esse riferite a Narsete. Dicono, aver egli risposto:Saprò ben io ordire una tela sì fatta, che in sua vita non potrà essa imperadrice giammai svilupparla o disfarla. E che egli poscia segretamente inviasse messi a consigliareAlboino, re de' Longobardi, che, abbandonato il povero paese della Pannonia, venisse nel ricco ed abbondante d'Italia. Era egli suo amico, e si era servito delle sue truppe per distruggere il regno de' Goti. Ora Anastasio bibliotecario[Anast. Biblioth., in Vita Joannis III.]conferma anche egli il ricorso fatto dai Romani alla corte, e l'andata sua a Napoli, e l'invito mandato ai Longobardi; soggiugnendo appresso, che papa Giovanni frettolosamente passò a Napoli, per pregare Narsete che volesse tornarsene a Roma. Rispose egli:Che male ho io mai fatto ai Romani? ditemelo, o santissimo papa. Mia intenzione è di andare alla corte per giustificarmi, e far conoscere a tutti s'io abbia fatto loro del bene o del male. Papa Giovanni,piuttosto v'andrò io, gli replicò; e tanto disse, che il fece ritornare a Roma, dove da lì a non molto tempo terminò i suoi giorni. Il corpo suo chiuso in una cassa di piombo con tutte le sue ricchezze fu inviato a Costantinopoli. Anche Agnello ravennate[Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.]lasciò scritto che Narsete arrivò al fin di sua vita in Roma in età di novantacinque anni. Fu messa in dubbio dal cardinal Baronio la morte di Narsete in Roma, quasi che Gregorio Turonense avesse scritto[Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 20.]ch'egli andò a Costantinopoli, e nascose in una cisterna tutti i suoi tesori, scoperti poi sotto Tiberio Augusto successore di Giustino: ilche non sussiste. L'autore della Miscella[Hist. Miscell., lib. 16.]e Paolo Diacono, che presero questa favola da esso Gregorio, anch'essi accennano che non già in Costantinopoli, ma in una città d'Italia Narsete seppellì quei tesori. Aggiugne il cardinale suddetto, che Corippo[Corippus, de laudibus Justini II.]ci fa vedere Narsete in Costantinopoli, più che mai in grazia dell'imperadore. Anzi di qui egli credette di poter dedurre che non sussista la voce sparsa del tradimento ordito, con chiamare in Italia i Longobardi. Ma il padre Pagi ha eruditamente osservato, essere differente daNarsetepatrizio e governatore d'Italia quelNarsete, di cui fece menzione Corippo. E giudica poi fondata abbastanza l'opinione del tradimento di Narsete patrizio, dacchè ne fa menzione ancheMellito, autore spagnuolo, che, secondo lui, terminò nell'anno 614 una Cronichetta, che si conserva manoscritta in Parigi. Per altro ogni disgrazia vuol qualche cagione, e nelle grandi specialmente il popolo è facile figurarsi per vero quello che taluno comincia a dire. Non s'ha certo da dubitare dei passi fatti dal senato romano contra di Narsete. Anastasio ne parla con circostanze pregnanti di verità. Giuste conseguenze sono dipoi la collera dell'imperadore e dello stesso Narsete. Ma ch'egli giugnesse anche a tanta iniquità d'inviare i Barbari in Italia, non è già evidente. Senza che Narsete facesse lor sapere che buon paese fosse l'Italia, l'aveano essi imparato a conoscere di vista, allorchè l'aiutarono a disfare Totila re de' Goti. Era tuttavia in vigore la memoria di quanto avevano operato Odoacre e Teoderico. Ed, oltre a ciò, la voce sparsa che finiva il governo di Narsete, valente generale, e che la peste avea fatta terribile strage in Italia, potè somministrare un sufficiente motivo al reAlboinodi applicarsi alla conquista di queste contrade. Finalmente l'essere Narsete, ad istanza di papa Giovanni,ritornato a Roma, non ben s'accorda col supporlo richiamato alla corte, nè colla pronta spedizione del successore Longino, che forse non gli fu destinato ed inviato se non dappoichè s'intese la morte d'esso Narsete, accaduta non molto dopo, e però probabilmente prima che terminasse l'anno presente. In esso anno ancora, per attestato di san Gregorio Magno[Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 38. Homil. 1 in Evangel.], che dà per testimonii i suoi occhi, furono vedute in aria figure infocate, rappresentanti schiere d'armati dalla parte di settentrione, creduti preludii delle incredibili calamità che sopravennero all'Italia: il che io rapporto istoricamente, lasciando la libertà ad ognuno di credere immaginazioni, e non cifre dell'avvenire que' segni, ossia quegli effetti naturali dell'aria. Ne fa menzione anche Paolo Diacono. E l'antico storico ravennate Agnello[Agnel., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Ital.]aggiugne che la città di Fano e il castello di Cesena furono consumati dalle fiamme colla morte di molte persone.

L'anno I dopo il consolato diGiustino Augusto.

Mette il padre Pagi console nel presente annoGiustinoAugusto. Si fonda egli ne' Fasti de' Maffei romani, da lui non veduti, ma citati dal Panvinio; siccome ancora sull'autorità di Mario Aventicense, che congiunge col consolato di Giustino laIndizione XV. Cita anche in suo favore Teofane. All'incontro i cardinali Baronio e Noris riferirono all'anno precedente 566 il consolato di Giustino Augusto, e la loro opinione sembra a me che sia da preferire a quella del p. Pagi. Corippo nel panegirico di Giustino imperadore ci fa sapere ch'egli, appena salito sul trono, disse di voler rinnovare la dignità del consolato:

. . . . . . . . . . . . . nomenque negatumConsulibus consul post tempora cuncta novabo.

. . . . . . . . . . . . . nomenque negatum

Consulibus consul post tempora cuncta novabo.

Perchè dunque, secondo il solito dei precedenti novelli imperadori, non prese egli il consolato nel primo dì di gennaio dell'anno precedente, ed aspettò a prenderlo un anno dopo? Nè Mario Aventicense discorda dal Baronio, perchè nell'anno susseguente alla morte di Giustiniano, accaduta nel 565, rapporta il consolato di Giustino, e lo stesso padre Pagi confessa ch'egli pospone un anno i fatti d'esso Augusto. Quanto a Teofane, anch'egli sembra convenire nella medesima sentenza, mettendo la elezion di Giustino a dì 14 di novembre, correndo l'Indizione XIV, cominciata nel settembre. Poscia nell'anno susseguente scrive ch'egli procedette console, diede spettacoli, e sparse gran copia di danaro al pubblico. Io credo poi decisa una tal quistione da un'iscrizione che riferirò all'anno 569, di maniera che ho creduto di non poter qui per conto alcuno aderire al Panvinio e al Pagi. Del resto da lì innanzi gl'imperadori greci solevano eglino soli procedere consoli, e per una volta sola, contandosi poi i susseguenti anni colla formula delpost consulatum, finchè essi viveano. Quali fossero i costumi di Giustino Augusto, l'ho poco fa accennato. Aggiungo ora che sua moglie, cioèSofia, era donna superba, che, non contenta di voler anche ella comandare ai popoli, cercava anche la gloria di comandare al marito. Da questa ambiziosa principessa l'antichissima tradizione degl'Italiani tiene che procedesse la rovina della misera Italia. SeguitavaNarsetepatrizio a governar quello regno, facendo in esso fiorir la pace. Per attestato di Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.], egli avea lodevolmente fatto risorgere Milano con varie altre città distrutte dai Goti. Ultimamente, ad istanza di papaGiovanni, gli era riuscito di avernelle maniVitalevescovo di Altino[Paulus Diaconus, de Gest. Langob., lib. 2, cap. 4 et seq.], uno degli scismatici, che fuggito a Magonza, città signoreggiata allora dai re de' Franchi, s'era quivi per molti anni trattenuto. Il rilegò in Sicilia, affinchè non nudrisse nel suo popolo la disubbidienza alla santa Sede. Ora Narsete aveva accumulate immense ricchezze in sedici anni del suo governo d'Italia. Queste gli faceano guerra, perchè troppo esposte all'invidia degl'Italiani, o forse anche perchè non tutte giustamente acquistate. Però in quest'anno egli fu richiamato a Costantinopoli, per dargli un successore.Tertio anno Justini minoris imperatoris Narsis patricius de Ravenna evocitatus est: son parole d'Agnello[Agnell., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Ital.], che circa l'anno 830 scrivea le Vite degli arcivescovi di Ravenna. Attesta anch'egli i tesori raunati da Narsete, con soggiungere:Egressus est cum divitiis omnibus Italiae, et fuit rector XVI annis. Anche Mario Aventicense mette la chiamata di Narsete, ma all'anno seguente.

Paolo Diacono ci fa sapere onde venisse la spinta data a Narsete, con dire che avendo egli ammassate tante ricchezze, mossi da invidia i Romani, scrissero a Giustino Augusto e Sofia sua moglie, rappresentando d'essere sì maltratti ed oppressi da Narsete, che meglio stavano sotto i Goti che sotto di lui. Perciò pregavano l'imperadore di liberarli da questo cattivo ministro, altrimenti minacciavano di cercarsi altro padrone. Montò in collera Giustino all'avviso di questi lamenti, e subito destinò, o pure spedì in Italia Longino, acciocchè nè assumesse il governo, con richiamar Narsete in Oriente. Ma Narsete, informato di quanto da Roma era stato scritto alla corte contra di lui, e dello sdegno dell'imperadore, si levò bensì di Roma, e andossene a Napoli, ma non si attentò di proseguire ilviaggio alla volta di Costantinopoli. E tanto più perchè o Sofia Augusta gli avea fatto intendere, essere ormai tempo che un eunuco par suo andasse a filar nel serraglio delle donne in Costantinopoli; o pure, essendo scappate queste parole di bocca ad essa Augusta, furono esse riferite a Narsete. Dicono, aver egli risposto:Saprò ben io ordire una tela sì fatta, che in sua vita non potrà essa imperadrice giammai svilupparla o disfarla. E che egli poscia segretamente inviasse messi a consigliareAlboino, re de' Longobardi, che, abbandonato il povero paese della Pannonia, venisse nel ricco ed abbondante d'Italia. Era egli suo amico, e si era servito delle sue truppe per distruggere il regno de' Goti. Ora Anastasio bibliotecario[Anast. Biblioth., in Vita Joannis III.]conferma anche egli il ricorso fatto dai Romani alla corte, e l'andata sua a Napoli, e l'invito mandato ai Longobardi; soggiugnendo appresso, che papa Giovanni frettolosamente passò a Napoli, per pregare Narsete che volesse tornarsene a Roma. Rispose egli:Che male ho io mai fatto ai Romani? ditemelo, o santissimo papa. Mia intenzione è di andare alla corte per giustificarmi, e far conoscere a tutti s'io abbia fatto loro del bene o del male. Papa Giovanni,piuttosto v'andrò io, gli replicò; e tanto disse, che il fece ritornare a Roma, dove da lì a non molto tempo terminò i suoi giorni. Il corpo suo chiuso in una cassa di piombo con tutte le sue ricchezze fu inviato a Costantinopoli. Anche Agnello ravennate[Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.]lasciò scritto che Narsete arrivò al fin di sua vita in Roma in età di novantacinque anni. Fu messa in dubbio dal cardinal Baronio la morte di Narsete in Roma, quasi che Gregorio Turonense avesse scritto[Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 20.]ch'egli andò a Costantinopoli, e nascose in una cisterna tutti i suoi tesori, scoperti poi sotto Tiberio Augusto successore di Giustino: ilche non sussiste. L'autore della Miscella[Hist. Miscell., lib. 16.]e Paolo Diacono, che presero questa favola da esso Gregorio, anch'essi accennano che non già in Costantinopoli, ma in una città d'Italia Narsete seppellì quei tesori. Aggiugne il cardinale suddetto, che Corippo[Corippus, de laudibus Justini II.]ci fa vedere Narsete in Costantinopoli, più che mai in grazia dell'imperadore. Anzi di qui egli credette di poter dedurre che non sussista la voce sparsa del tradimento ordito, con chiamare in Italia i Longobardi. Ma il padre Pagi ha eruditamente osservato, essere differente daNarsetepatrizio e governatore d'Italia quelNarsete, di cui fece menzione Corippo. E giudica poi fondata abbastanza l'opinione del tradimento di Narsete patrizio, dacchè ne fa menzione ancheMellito, autore spagnuolo, che, secondo lui, terminò nell'anno 614 una Cronichetta, che si conserva manoscritta in Parigi. Per altro ogni disgrazia vuol qualche cagione, e nelle grandi specialmente il popolo è facile figurarsi per vero quello che taluno comincia a dire. Non s'ha certo da dubitare dei passi fatti dal senato romano contra di Narsete. Anastasio ne parla con circostanze pregnanti di verità. Giuste conseguenze sono dipoi la collera dell'imperadore e dello stesso Narsete. Ma ch'egli giugnesse anche a tanta iniquità d'inviare i Barbari in Italia, non è già evidente. Senza che Narsete facesse lor sapere che buon paese fosse l'Italia, l'aveano essi imparato a conoscere di vista, allorchè l'aiutarono a disfare Totila re de' Goti. Era tuttavia in vigore la memoria di quanto avevano operato Odoacre e Teoderico. Ed, oltre a ciò, la voce sparsa che finiva il governo di Narsete, valente generale, e che la peste avea fatta terribile strage in Italia, potè somministrare un sufficiente motivo al reAlboinodi applicarsi alla conquista di queste contrade. Finalmente l'essere Narsete, ad istanza di papa Giovanni,ritornato a Roma, non ben s'accorda col supporlo richiamato alla corte, nè colla pronta spedizione del successore Longino, che forse non gli fu destinato ed inviato se non dappoichè s'intese la morte d'esso Narsete, accaduta non molto dopo, e però probabilmente prima che terminasse l'anno presente. In esso anno ancora, per attestato di san Gregorio Magno[Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 38. Homil. 1 in Evangel.], che dà per testimonii i suoi occhi, furono vedute in aria figure infocate, rappresentanti schiere d'armati dalla parte di settentrione, creduti preludii delle incredibili calamità che sopravennero all'Italia: il che io rapporto istoricamente, lasciando la libertà ad ognuno di credere immaginazioni, e non cifre dell'avvenire que' segni, ossia quegli effetti naturali dell'aria. Ne fa menzione anche Paolo Diacono. E l'antico storico ravennate Agnello[Agnel., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Ital.]aggiugne che la città di Fano e il castello di Cesena furono consumati dalle fiamme colla morte di molte persone.


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