DLXXIX

DLXXIXAnno diCristoDLXXIX. IndizioneXII.Pelagio IIpapa 2.Tiberio Costantinoimp. 6 e 2.ConsoleTiberio Augusto.Fu splendido il primo giorno del presente anno, perchèTiberioAugusto procedette console, e celebrò questa solennità colla magnificenza usata. Intanto gli affari d'Italia andavano di male in peggio; e forse parlò di questi tempi in uno de' suoi squarci Menandro Protettore[Menander Protect., tom. 1, Hist. Byz. p. 126.], là dove scrive che quasi tutta l'Italia fu devastata e rovinata dai Longobardi. Anche l'abate Biclariense[Johan. Biclariensis, in Chron.]all'anno secondo di Tiberio nota che i Romani facevano in Italia una lagrimevol guerra contra dei Longobardi. E vuol dire che andava lor male per tutti i versi. Per questo comparvero di nuovo a Costantinopoli non so quanti senatori romani, inviati dal papa con alcuni sacerdoti per implorar soccorso dall'imperadore. Ma era troppo grande l'impegno in cui si trovava Tiberio Augusto per la guerra che più che mai bolliva in Armenia e in Oriente fra l'imperio e i Persiani. Venne bensì a morte in quest'annoCosroere della Persia, maOrmisdasuo figliuolo, più fiero ancora e superbo del padre, continuò le ostilità contra de' Greci, nè volle intendere proposizioni di pace. Tiberio non avea soldatesche da spedire in Italia: contuttociò fatto uno sforzo, ordinò che si arrolasse un corpo di gente, e l'inviò a questa volta. Ma il suo maggiore studio consistè in adoperar regali, come di sopra fu detto, coi capitani deiLongobardi, e prometterne assai più; di maniera che molti d'essi presero partito nelle truppe romane. Così Menandro Protettore. Tuttavia a poco dovette ridursi questo vantaggio, perchè non apparisce che punto migliorassero le cose d'Italia, se per avventura non fu che a forza di doni che i Longobardi s'indussero a levare l'assedio da Roma. Ora la menzione fatta da Menandro de' sacerdoti inviati dal romano pontefice a Costantinopoli, a me fa credere che sia da riferire a questi tempi l'andata disan Gregorio Magnoa risiedere in Costantinopoli col titolo ed impiego di apocrisario pontificio. Oggidì chiamiamo nunzii apostolici questi riguardevoli ministri della santa Sede. Soleano allora i papi tenerne sempre uno presso dell'imperadore in Costantinopoli, e un altro ancora in Ravenna presso dell'esarco, affinchè nell'una e nell'altra corte accudissero agl'interessi e bisogni della Chiesa romana. Certo è chePelagio IIpapa quegli fu che, avuta considerazione alla nobiltà della nascita, alla prudenza e sperienza negli affari, e al sapere e alla rara pietà disan Gregorio, conobbe di non poter scegliere miglior mobile di lui per valersene in quell'uffizio. Cavatolo dunque fuori del monistero, come fu di opinione il cardinal Baronio, e creatolo uno de' sette diaconi della Chiesa romana, l'inviò apocrisario alla corte imperiale. Giovanni diacono nondimeno nella vita di questo gran pontefice scrive[Johannes Diaconus, in Vita Gregorii M., lib. 1, cap. 25.]che Benedetto papa il fece diacono, poscia Pelagio II suo successorenon molto dopolo spedì a Costantinopoli. Questa opinione vien creduta più fondata dai padri Benedettini di san Mauro nella vita del medesimo papa; ma in un'altra antichissima vita di san Gregorio pubblicata dal padre Bollando, abbiamo un forte fondamento per la sentenza del Baronio.In quest'anno,imperante serenissimo Tiberio Costantino Augusto, anno imperii ejus quinto, eodem consule, sub die III nonarum novembrium, indictione XIII, che aveva avuto il suo principio nel settembre, fu celebrato un concilio nell'isola di Grado daEliaarcivescovo, ossia patriarca d'Aquileja, e dai vescovi suoi suffraganei, nel quale fu determinato che la sedia metropolitana di Aquileja da lì innanzi fosse fermata nella stessa isola di Grado, giacchè i Longobardi occuparono la città di Aquileja. Ubbidivano[Non intende il dottissimo Autore, in questo ed in altri simili luoghi, delle isole di Rialto, poichè la nascente repubblica godeva della sua libertà.]tuttavia all'imperadore le isole della Venezia e della Istria; e però parte dei suffraganei della chiesa di Aquileja era sotto il dominio imperiale, e parte sotto quello de' Longobardi. Elesse piuttosto il patriarca d'essere sotto gl'imperadori che sotto i Barbari, e trasferì per questo la cattedra metropolitana in Grado. Nella Cronica del Dandolo[Dandulus, Chron. Venet. Tom. 12 Rer. Italic.]è stampato il suddetto concilio, e quivi non solamente si legge un breve di papa Pelagio II, che approva quella traslazione, ma vi si mira anche intervenutoLorenzo prete, legato della sede apostolica. Ne ha parlato a lungo il cardinal Noris[Noris, Dissertat. de Synodo V, cap. 9, §. 4.]. È da maravigliarsene non poco, perchè que' vescovi erano scismatici, non voleano ammettere il concilio quinto generale, e nel medesimo loro sinodo confermarono talmente il concilio quarto calcedonense, che fecero ben conoscere ch'escludevano e riprovavano il quinto. Nè il legato del papa vi dice una parola in contrario; e il papa, benchè uomo di petto, nulla scrive in quel suo breve per esortare Elia alla pace e all'unità della Chiesa. Certo io ho talvolta dubitato se mai quella lettera di papa Pelagio e quel legato potessero a noi esser venuti da qualche giunta fatta col tempoa quel sinodo, per autenticare la traslazion della sedia di Aquileja. Ma ultimamente non solo ha dubitato di questo il padre Bernardo de Rubeis[De Rubeis, Dissert. de Schismate Aquilejen.]dell'ordine de' Predicatori, ma ha anche sostenuto che da capo a' piedi sia stato finto quel concilio per legittimare la traslazione suddetta. Tali son le ragioni da lui addotte; che non si potrà far capitale di un tal sinodo in avvenire. Credesi che san Gregorio il grande nell'anno 593 si applicasse a scrivere i suoi Dialoghi. In essi egli racconta[Greg. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 27 et 28.]chequindici anni prima(e per conseguente sotto quest'anno) alcuni Longobardi avendo immolato al diavolo un capo di capra, e adorandolo, vollero costringere a far lo stesso quaranta prigioni italiani. Ricusando questi di aderire al rito sacrilego, furono tagliati a pezzi da quei Barbari infedeli. E una simil gloriosa morte fecero altri quaranta contadini presi da altri Longobardi, perchè non vollero mangiar carni sacrificate ai loro falsi dii. Ma, siccome fu avvertito di sopra, i più dei Longobardi, benchè Ariani, tenevano per sua la religione di Cristo; e però i suddetti eccessi sono da attribuire a quei pochi o molti gentili ch'erano mischiati con loro. Lo stesso san Gregorio, in una lettera[Idem, lib. 7, ep. 7; nunc lib. 9, epist. 11.]scritta aBrunechilderegina de' Franchi, è a noi testimonio che tra i Franchi (la maggior parte cristiani e cattolici) si trovavano tuttavia di quelli che immolavano agl'idoli, adoravano gli alberi e faceano sacrifizii ai capi degli animali. Per altro confessa il medesimo pontefice nel sopraccitato Dialogo, aver Iddio così temperata la crudeltà de' sacerdoti longobardi ariani, che non perseguitavano punto la religione cattolica.

Console

Tiberio Augusto.

Fu splendido il primo giorno del presente anno, perchèTiberioAugusto procedette console, e celebrò questa solennità colla magnificenza usata. Intanto gli affari d'Italia andavano di male in peggio; e forse parlò di questi tempi in uno de' suoi squarci Menandro Protettore[Menander Protect., tom. 1, Hist. Byz. p. 126.], là dove scrive che quasi tutta l'Italia fu devastata e rovinata dai Longobardi. Anche l'abate Biclariense[Johan. Biclariensis, in Chron.]all'anno secondo di Tiberio nota che i Romani facevano in Italia una lagrimevol guerra contra dei Longobardi. E vuol dire che andava lor male per tutti i versi. Per questo comparvero di nuovo a Costantinopoli non so quanti senatori romani, inviati dal papa con alcuni sacerdoti per implorar soccorso dall'imperadore. Ma era troppo grande l'impegno in cui si trovava Tiberio Augusto per la guerra che più che mai bolliva in Armenia e in Oriente fra l'imperio e i Persiani. Venne bensì a morte in quest'annoCosroere della Persia, maOrmisdasuo figliuolo, più fiero ancora e superbo del padre, continuò le ostilità contra de' Greci, nè volle intendere proposizioni di pace. Tiberio non avea soldatesche da spedire in Italia: contuttociò fatto uno sforzo, ordinò che si arrolasse un corpo di gente, e l'inviò a questa volta. Ma il suo maggiore studio consistè in adoperar regali, come di sopra fu detto, coi capitani deiLongobardi, e prometterne assai più; di maniera che molti d'essi presero partito nelle truppe romane. Così Menandro Protettore. Tuttavia a poco dovette ridursi questo vantaggio, perchè non apparisce che punto migliorassero le cose d'Italia, se per avventura non fu che a forza di doni che i Longobardi s'indussero a levare l'assedio da Roma. Ora la menzione fatta da Menandro de' sacerdoti inviati dal romano pontefice a Costantinopoli, a me fa credere che sia da riferire a questi tempi l'andata disan Gregorio Magnoa risiedere in Costantinopoli col titolo ed impiego di apocrisario pontificio. Oggidì chiamiamo nunzii apostolici questi riguardevoli ministri della santa Sede. Soleano allora i papi tenerne sempre uno presso dell'imperadore in Costantinopoli, e un altro ancora in Ravenna presso dell'esarco, affinchè nell'una e nell'altra corte accudissero agl'interessi e bisogni della Chiesa romana. Certo è chePelagio IIpapa quegli fu che, avuta considerazione alla nobiltà della nascita, alla prudenza e sperienza negli affari, e al sapere e alla rara pietà disan Gregorio, conobbe di non poter scegliere miglior mobile di lui per valersene in quell'uffizio. Cavatolo dunque fuori del monistero, come fu di opinione il cardinal Baronio, e creatolo uno de' sette diaconi della Chiesa romana, l'inviò apocrisario alla corte imperiale. Giovanni diacono nondimeno nella vita di questo gran pontefice scrive[Johannes Diaconus, in Vita Gregorii M., lib. 1, cap. 25.]che Benedetto papa il fece diacono, poscia Pelagio II suo successorenon molto dopolo spedì a Costantinopoli. Questa opinione vien creduta più fondata dai padri Benedettini di san Mauro nella vita del medesimo papa; ma in un'altra antichissima vita di san Gregorio pubblicata dal padre Bollando, abbiamo un forte fondamento per la sentenza del Baronio.

In quest'anno,imperante serenissimo Tiberio Costantino Augusto, anno imperii ejus quinto, eodem consule, sub die III nonarum novembrium, indictione XIII, che aveva avuto il suo principio nel settembre, fu celebrato un concilio nell'isola di Grado daEliaarcivescovo, ossia patriarca d'Aquileja, e dai vescovi suoi suffraganei, nel quale fu determinato che la sedia metropolitana di Aquileja da lì innanzi fosse fermata nella stessa isola di Grado, giacchè i Longobardi occuparono la città di Aquileja. Ubbidivano[Non intende il dottissimo Autore, in questo ed in altri simili luoghi, delle isole di Rialto, poichè la nascente repubblica godeva della sua libertà.]tuttavia all'imperadore le isole della Venezia e della Istria; e però parte dei suffraganei della chiesa di Aquileja era sotto il dominio imperiale, e parte sotto quello de' Longobardi. Elesse piuttosto il patriarca d'essere sotto gl'imperadori che sotto i Barbari, e trasferì per questo la cattedra metropolitana in Grado. Nella Cronica del Dandolo[Dandulus, Chron. Venet. Tom. 12 Rer. Italic.]è stampato il suddetto concilio, e quivi non solamente si legge un breve di papa Pelagio II, che approva quella traslazione, ma vi si mira anche intervenutoLorenzo prete, legato della sede apostolica. Ne ha parlato a lungo il cardinal Noris[Noris, Dissertat. de Synodo V, cap. 9, §. 4.]. È da maravigliarsene non poco, perchè que' vescovi erano scismatici, non voleano ammettere il concilio quinto generale, e nel medesimo loro sinodo confermarono talmente il concilio quarto calcedonense, che fecero ben conoscere ch'escludevano e riprovavano il quinto. Nè il legato del papa vi dice una parola in contrario; e il papa, benchè uomo di petto, nulla scrive in quel suo breve per esortare Elia alla pace e all'unità della Chiesa. Certo io ho talvolta dubitato se mai quella lettera di papa Pelagio e quel legato potessero a noi esser venuti da qualche giunta fatta col tempoa quel sinodo, per autenticare la traslazion della sedia di Aquileja. Ma ultimamente non solo ha dubitato di questo il padre Bernardo de Rubeis[De Rubeis, Dissert. de Schismate Aquilejen.]dell'ordine de' Predicatori, ma ha anche sostenuto che da capo a' piedi sia stato finto quel concilio per legittimare la traslazione suddetta. Tali son le ragioni da lui addotte; che non si potrà far capitale di un tal sinodo in avvenire. Credesi che san Gregorio il grande nell'anno 593 si applicasse a scrivere i suoi Dialoghi. In essi egli racconta[Greg. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 27 et 28.]chequindici anni prima(e per conseguente sotto quest'anno) alcuni Longobardi avendo immolato al diavolo un capo di capra, e adorandolo, vollero costringere a far lo stesso quaranta prigioni italiani. Ricusando questi di aderire al rito sacrilego, furono tagliati a pezzi da quei Barbari infedeli. E una simil gloriosa morte fecero altri quaranta contadini presi da altri Longobardi, perchè non vollero mangiar carni sacrificate ai loro falsi dii. Ma, siccome fu avvertito di sopra, i più dei Longobardi, benchè Ariani, tenevano per sua la religione di Cristo; e però i suddetti eccessi sono da attribuire a quei pochi o molti gentili ch'erano mischiati con loro. Lo stesso san Gregorio, in una lettera[Idem, lib. 7, ep. 7; nunc lib. 9, epist. 11.]scritta aBrunechilderegina de' Franchi, è a noi testimonio che tra i Franchi (la maggior parte cristiani e cattolici) si trovavano tuttavia di quelli che immolavano agl'idoli, adoravano gli alberi e faceano sacrifizii ai capi degli animali. Per altro confessa il medesimo pontefice nel sopraccitato Dialogo, aver Iddio così temperata la crudeltà de' sacerdoti longobardi ariani, che non perseguitavano punto la religione cattolica.


Back to IndexNext