DLXXXVII

DLXXXVIIAnno diCristoDLXXXVII. IndizioneV.Pelagio IIpapa 10.Maurizioimperadore 6.Autarire 4.L'anno IV dopo il consolato diMaurizio Augusto.Fu anche mosso da papaPelagiol'esarco di RavennaSmaragdoper mettere in dovereEliaarcivescovo d'Aquileja, capo degli scismatici in Italia. Da un memoriale presentato alcuni anni dopo dai vescovi d'Istria all'imperadoreMaurizio, apparisce che Smaragdo diede ad esso ostinato arcivescovo per questa cagione molti disgusti, e il minacciò di peggio. Ma ricorse egli all'imperadore[Libell. apud Baronium in Append. ad tom. 9 Annal.]con supplicarlo di aspettare che, ritolte ai Longobardi le città dov'erano alcuni de' suoi suffraganei, come Trivigi, Vicenza e simili, andrebbono poi tutti a Costantinopoli, per metter fine alla divisione, secondo il giudizio di sua maestà: quasichè toccasse al tribunale secolaresco il decidere le cause della religione. Maurizio Augusto mandò allora ordine a Smaragdo di non inquietare alcun di que' vescovi per questo motivo, perchè quello non gli pareva tempo di disgustare i popoli che avrebbono potuto gittarsi in braccio ai Longobardi nemici. In tale stato era l'affaredello scisma d'Aquileja, quando venne a morte l'arcivescovo, ossia patriarcaElia. Dal padre de Rubeis[De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejeus.]si fa mancato di vita nell'anno precedente. Ebbe egli per successoreSevero, il quale, al pari dell'antecessore, mise la sua sedia nell'isola di Grado. O sia che il papa avesse rimosso l'imperadore dal proteggere quei vescovi pertinaci nello scisma, o che essendo contro la mente dell'esarco stato eletto Severo, esso Smaragdo si credette di aver le mani slegate, un dì egli arrivò improvvisamente da Ravenna a Grado con molta gente armata, prese il novellopatriarca[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 26.], e con esso luiSevero vescovo di Trieste, Giovanni vescovo di Parenzo, e Vindemio vescovo di Ceneda, e violentemente li condusse a Ravenna, dove li tenne sequestrati per un anno. Nel memoriale suddetto dicono i vescovi che l'esarco adoperò ingiurie e bastonate, allorchè per forza levò da Grado que' vescovi. Abbiamo da Teofane[Theoph., in Chron.]che nell'anno sestodi Maurizio imperadore, nel mese di settembre, correndo l'indizione sesta(tutti indizii dell'anno presente, perchè appunto nel mese di settembre cominciò a correre l'indizione sesta), i Longobardi mossero guerra ai Romani. Adunque ragion vuole che la tregua accennata da Paolo Diacono fra i Longobardi e Smaragdo esarco avesse principio, come io congetturai, nell'anno 584, e terminasse nel presente. E dicendo esso storico che di quella tregua fu autore il reAutari, si vien anche ad intendere che l'elezione di questo re non si può differire con Sigeberto e col padre Pagi all'anno 586. Certo è da stupire, com'esso Pagi pretendesse così accurato nelle cose di Italia esso Sigeberto istorico, quando in questi medesimi tempi si scuopre sì abbondante di anacronismi la di lui istoria. Ma qual fatto degno di memoria operassero i Longobardi,dopo avere ripigliata la guerra coi Romani, non ne ebbe notizia Paolo Diacono, e molto meno ne possiam noi rendere conto. Mi sia lecito avvertire, che fra gli altri malanni recati all'Italia dalla venuta de' Longobardi, non fu già il più picciolo quello d'essersi introdotta una fiera ignoranza fra i popoli, e l'essere andato in disuso lo studio delle lettere, perchè, oltre all'aver que' Barbari prezzate solamente l'armi, le gente italiane fra i rumori e guai delle continuate guerre altra voglia aveano che di applicarsi agli studii, oltre all'essere loro ancora mancati i buoni maestri. Però o niuno s'applicò allora a scrivere la storia de' suoi tempi; o se pur vi fu qualche storico, le sue fatiche si sono perdute. Paolo Diacono non fa menzione se non diSecondovescovo di Trento, che in questi tempi fioriva,et aliqua de Langobardorum gestis scripsit: il che vuol dire che neppur egli scrisse se non poche cose dei Longobardi. Tuttavia potrebbe essere che appartenesse a questo anno lo scriversi da Giovanni abbate Biclariense[Abbas Biclariensis, in Chron.], che correndo l'anno IV di Maurizio,Antane(vuol dire Autari) re dei Longobardi, venuto alle mani coi Romani, diede loro una rotta, e molti n'uccise, con occupar dipoi i confini dell'Italia. L'anno quarto di Maurizio durò sino all'agosto dell'anno precedente 586, e però a que' tempi dovrebbe appartener questo fatto. Ma non è ben sicura per gli affari d'Italia la cronologia del Biclariense. Egli mette nell'anno appresso l'elezion di papa Gregorio, cioè il Grande, che pur cadde nel 591. Perciò potrebbe essere che quel fatto d'Autari contra i Romani anch'esso succedesse più tardi. E quando sussista la tregua accennata, non potè certo accadere nell'anno 586.

L'anno IV dopo il consolato diMaurizio Augusto.

Fu anche mosso da papaPelagiol'esarco di RavennaSmaragdoper mettere in dovereEliaarcivescovo d'Aquileja, capo degli scismatici in Italia. Da un memoriale presentato alcuni anni dopo dai vescovi d'Istria all'imperadoreMaurizio, apparisce che Smaragdo diede ad esso ostinato arcivescovo per questa cagione molti disgusti, e il minacciò di peggio. Ma ricorse egli all'imperadore[Libell. apud Baronium in Append. ad tom. 9 Annal.]con supplicarlo di aspettare che, ritolte ai Longobardi le città dov'erano alcuni de' suoi suffraganei, come Trivigi, Vicenza e simili, andrebbono poi tutti a Costantinopoli, per metter fine alla divisione, secondo il giudizio di sua maestà: quasichè toccasse al tribunale secolaresco il decidere le cause della religione. Maurizio Augusto mandò allora ordine a Smaragdo di non inquietare alcun di que' vescovi per questo motivo, perchè quello non gli pareva tempo di disgustare i popoli che avrebbono potuto gittarsi in braccio ai Longobardi nemici. In tale stato era l'affaredello scisma d'Aquileja, quando venne a morte l'arcivescovo, ossia patriarcaElia. Dal padre de Rubeis[De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejeus.]si fa mancato di vita nell'anno precedente. Ebbe egli per successoreSevero, il quale, al pari dell'antecessore, mise la sua sedia nell'isola di Grado. O sia che il papa avesse rimosso l'imperadore dal proteggere quei vescovi pertinaci nello scisma, o che essendo contro la mente dell'esarco stato eletto Severo, esso Smaragdo si credette di aver le mani slegate, un dì egli arrivò improvvisamente da Ravenna a Grado con molta gente armata, prese il novellopatriarca[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 26.], e con esso luiSevero vescovo di Trieste, Giovanni vescovo di Parenzo, e Vindemio vescovo di Ceneda, e violentemente li condusse a Ravenna, dove li tenne sequestrati per un anno. Nel memoriale suddetto dicono i vescovi che l'esarco adoperò ingiurie e bastonate, allorchè per forza levò da Grado que' vescovi. Abbiamo da Teofane[Theoph., in Chron.]che nell'anno sestodi Maurizio imperadore, nel mese di settembre, correndo l'indizione sesta(tutti indizii dell'anno presente, perchè appunto nel mese di settembre cominciò a correre l'indizione sesta), i Longobardi mossero guerra ai Romani. Adunque ragion vuole che la tregua accennata da Paolo Diacono fra i Longobardi e Smaragdo esarco avesse principio, come io congetturai, nell'anno 584, e terminasse nel presente. E dicendo esso storico che di quella tregua fu autore il reAutari, si vien anche ad intendere che l'elezione di questo re non si può differire con Sigeberto e col padre Pagi all'anno 586. Certo è da stupire, com'esso Pagi pretendesse così accurato nelle cose di Italia esso Sigeberto istorico, quando in questi medesimi tempi si scuopre sì abbondante di anacronismi la di lui istoria. Ma qual fatto degno di memoria operassero i Longobardi,dopo avere ripigliata la guerra coi Romani, non ne ebbe notizia Paolo Diacono, e molto meno ne possiam noi rendere conto. Mi sia lecito avvertire, che fra gli altri malanni recati all'Italia dalla venuta de' Longobardi, non fu già il più picciolo quello d'essersi introdotta una fiera ignoranza fra i popoli, e l'essere andato in disuso lo studio delle lettere, perchè, oltre all'aver que' Barbari prezzate solamente l'armi, le gente italiane fra i rumori e guai delle continuate guerre altra voglia aveano che di applicarsi agli studii, oltre all'essere loro ancora mancati i buoni maestri. Però o niuno s'applicò allora a scrivere la storia de' suoi tempi; o se pur vi fu qualche storico, le sue fatiche si sono perdute. Paolo Diacono non fa menzione se non diSecondovescovo di Trento, che in questi tempi fioriva,et aliqua de Langobardorum gestis scripsit: il che vuol dire che neppur egli scrisse se non poche cose dei Longobardi. Tuttavia potrebbe essere che appartenesse a questo anno lo scriversi da Giovanni abbate Biclariense[Abbas Biclariensis, in Chron.], che correndo l'anno IV di Maurizio,Antane(vuol dire Autari) re dei Longobardi, venuto alle mani coi Romani, diede loro una rotta, e molti n'uccise, con occupar dipoi i confini dell'Italia. L'anno quarto di Maurizio durò sino all'agosto dell'anno precedente 586, e però a que' tempi dovrebbe appartener questo fatto. Ma non è ben sicura per gli affari d'Italia la cronologia del Biclariense. Egli mette nell'anno appresso l'elezion di papa Gregorio, cioè il Grande, che pur cadde nel 591. Perciò potrebbe essere che quel fatto d'Autari contra i Romani anch'esso succedesse più tardi. E quando sussista la tregua accennata, non potè certo accadere nell'anno 586.


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