DLXXXVIIIAnno diCristoDLXXXVIII. IndizioneVI.Pelagio IIpapa 11.Maurizioimperadore 7.Autarire 5.L'anno V dopo il consolato diMaurizio Augusto.Stette l'arcivescovo d'AquilejaSeverocoi due suoi suffraganei in Ravenna per un anno, detenuto sotto buone guardie e con molti disagii. Tante minaccie di esilio e d'altri incomodi furono adoperate[Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 3, cap. 26.], che finalmente s'indussero que' prigionieri ad accettare il concilio quinto generale e a comunicar conGiovanniarcivescovo cattolico di Ravenna. Dopo di che furono messi in libertà. Tornarono questi a Grado; ma nè il popolo, nè gli altri vescovi vollero riceverli. Perciò Severo, pentito di quanto aveva operato in Ravenna, fece raunare un conciliabolo nella terra di Marano, dove esibì la confusione e la detestazione dell'errore da sè commesso: così chiamava egli l'aver avuta comunione in Ravenna coicondannatori dei tre capitoli. Queste parole di Paolo indicano ch'egli assai conosceva sopra che fosse fondato lo scisma della provincia d'Aquileja, nè essere certo che egli ignorasse lo stato di quella lite, come talun suppone. Ma l'altre parole di Paolo non lasciano ben intendere se si accordarono i vescovi di quel concilio. Pare che abiurassero lo scisma i seguenti, cioè Pietro, vescovo d'Altino, Chiarissimo diConcordia, Ingenuino diSabione, Agnello diTrento, Juniore diVerona, Oronzio diVicenza, Rustico diTrivigi, Fontejo diFeltri, Agnello diAsolo, e Lorenzo diBelluno: e che con Severo patriarca, il quale difendeva i tre capitoli del concilio calcedonense, avessero comunione Severo, vescovo diTrieste, Giovanni diParenzo, e Vindemio diCeneda. Ma ciò non sussiste, perchè miriamo poi nel memoriale di sopra accennato più che mai pertinaci nello scismai vescovi diSabione, Belluno, Concordia, Trento, Verona, VincenzaeTrivigi. Fu sparsa voce fra la plebe cheSmaragdopatrizio ed esarco di Ravenna per la violenza usata contra di quei vescovi, era stato invasato dal demonio; e Paolo Diacono prese una tal diceria per buoni danari contanti, con aggiugnere ciògiustamenteaccaduto, perch'egli dovea considerare come un eccesso lo strapazzo fatto a que' vescovi, tuttochè scismatici. Credesi appunto che circa questi tempi, cioè o nell'anno precedente o nel presente, essoSmaragdofosse richiamato da Maurizio Augusto a Costantinopoli, con essere succeduto nel suo postoRomanopatrizio, terzo fra gli esarchi di Ravenna. Abbiamo poi da Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 9, cap. 25.]che in quest'anno il reAutarispedì degli ambasciatori aChildebertore de' Franchi, per chiedere in moglieClotsuindasua sorella. Non dispiacque al re d'Austrasia questa proposizione, ed accettò i ricchi regali inviati a tal fine, con promettere ad Autari quella principessa. Ma arrivati alla corte di Childeberto qualche tempo dopo gli ambasciatori diRecaredore dei Visigoti, distrussero tutto ciò che aveano fatto i Longobardi. Era il re Recaredo principe di gran possanza, perchè dopo avere il reLeovigildosuo padre defunto acquistata la Gallizia con estinguere il regno degli Svevi, egli signoreggiava oramai quasi tutta la Spagna, e stendeva anche il suo dominio nella Gallia col possesso della provincia narbonese, oggidì appellata la Linguadoca.Aveva egli inoltre il merito e la gloria d'avere il primo fra i re Goti abbandonato l'arianismo per le persuasioni disan Leandroarcivescovo di Siviglia, e condotta già col suo esempio, se non l'intera nazione de' suoi, certo la maggior parte ad abbracciare la religione cattolica. Ora, o fosse che i ministri del papa e dell'imperadore, a' quali non potea piacere questa alleanza dei Longobardi coi Franchi, disturbassero l'affare, oppureche fosse creduto più proprio di dar quella principessa ad un re cattolico, come era Recaredo, che ad Autari principe ariano: certo è che il trattato di quel matrimonio per Autari andò per terra, senza che apparisca dipoi s'esso veramente s'effettuasse col re Recaredo: intorno a che disputano tuttavia gli scrittori franzesi. Forse di qui sorse qualche amarezza fra i Longobardi ed i Franchi. In fatti seguita poi a scrivere il Turonense, copiato ancor qui da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 28.], aver fatto intendere Childeberto a Maurizio imperadore, come egli era pronto a far guerra ai Longobardi per cacciarli d'Italia: al qual fine spedì appresso un poderoso esercito in Italia. Il prode re Autari non ispaventato da si gran temporale, unite le sue forze, andò ad incontrare l'armata franco-alamanna. Fu ivi fattoun tal macello de' Franchi, che non ve n'era memoria d'altro simile. Molti furono i prigioni, e gli altri fuggendo pervennero con fatica al loro paese. Queste son parole di Gregorio Turonense, autore contemporaneo e franzese, da cui Paolo Diacono imparò questo avvenimento, giacchè egli troppo scarseggiava di notizie intorno ai fatti d'Italia d'allora. Nè altra particolarità a noi resta di questo sì memorabil fatto. Sicchè andiam sempre più scorgendo qual fosse la protezione dei re franchi, che pure Fredegario ci fa credere comperata dai Longobardi coll'annuo tributo di dodicimila soldi d'oro. A quest'anno ancora crede il padre Pagi che s'abbiano da riferir le parole di Teofilatto[Theophilact., lib. 3, cap. 4.], là dove scrisse, cheRoma vecchia(così chiamata a distinzione di Costantinopoli, che portava il nome diRoma nuova) rintuzzò gli empiti de' Longobardi. In qual maniera non si sa; siccome neppur sappiamo a qual anno precisamente s'abbiano da riportar due imprese d'Autari raccontate da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 27.]. Mi sipermetta il farne qui menzione. Fin circa questi tempi s'era mantenuta alla divozione degl'imperadori l'isola Comacina, cioè un'isola posta nel lago di Como, appellato il Lario, luogo assai forte, e che fece anche nel secolo duodecimo gran figura nelle guerre tra i Milanesi e Comaschi. Quivi dimorava per governatoreFrancione, generale cesareo d'armi, e vi si era mantenuto per benventi annicontro le forze de' Longobardi. Questo numero d'anni, preso dall'arrivo dei Longobardi in quelle parti, viene a cadere ne' tempi presenti. Un buon corpo di Longobardi formò l'assedio di quella isola, e dopo sei mesi ne costrinse alla resa Francione, a cui nelle capitolazioni fu accordato di potersene andare colla moglie e col suo equipaggio a Ravenna; e la parola gli fu mantenuta. Di grandi ricchezze furono trovate in quell'isola, colà ricoverate, come in luogo sicuro, dagli abitanti di varie città. Si dimenticarono probabilmente gl'ingordi Longobardi di farne la restituzione ai legittimi padroni. Similmente spedì Autari un altro corpo d'armata, di cui fu generaleEvinoduca di Trento, contro dell'Istria, provincia sempre fedele all'imperadore. Fecero costoro un gran bottino, incendiarono molte case e terre con tal terrore degl'Istriani, che furono obbligati, per liberarsi da questo flagello, di cacciarlo via a forza d'oro. E però i Longobardi, accordata loro la pace, ossia una tregua d'un anno, si ritirarono con portare al re una riguardevol somma di danaro.
L'anno V dopo il consolato diMaurizio Augusto.
Stette l'arcivescovo d'AquilejaSeverocoi due suoi suffraganei in Ravenna per un anno, detenuto sotto buone guardie e con molti disagii. Tante minaccie di esilio e d'altri incomodi furono adoperate[Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 3, cap. 26.], che finalmente s'indussero que' prigionieri ad accettare il concilio quinto generale e a comunicar conGiovanniarcivescovo cattolico di Ravenna. Dopo di che furono messi in libertà. Tornarono questi a Grado; ma nè il popolo, nè gli altri vescovi vollero riceverli. Perciò Severo, pentito di quanto aveva operato in Ravenna, fece raunare un conciliabolo nella terra di Marano, dove esibì la confusione e la detestazione dell'errore da sè commesso: così chiamava egli l'aver avuta comunione in Ravenna coicondannatori dei tre capitoli. Queste parole di Paolo indicano ch'egli assai conosceva sopra che fosse fondato lo scisma della provincia d'Aquileja, nè essere certo che egli ignorasse lo stato di quella lite, come talun suppone. Ma l'altre parole di Paolo non lasciano ben intendere se si accordarono i vescovi di quel concilio. Pare che abiurassero lo scisma i seguenti, cioè Pietro, vescovo d'Altino, Chiarissimo diConcordia, Ingenuino diSabione, Agnello diTrento, Juniore diVerona, Oronzio diVicenza, Rustico diTrivigi, Fontejo diFeltri, Agnello diAsolo, e Lorenzo diBelluno: e che con Severo patriarca, il quale difendeva i tre capitoli del concilio calcedonense, avessero comunione Severo, vescovo diTrieste, Giovanni diParenzo, e Vindemio diCeneda. Ma ciò non sussiste, perchè miriamo poi nel memoriale di sopra accennato più che mai pertinaci nello scismai vescovi diSabione, Belluno, Concordia, Trento, Verona, VincenzaeTrivigi. Fu sparsa voce fra la plebe cheSmaragdopatrizio ed esarco di Ravenna per la violenza usata contra di quei vescovi, era stato invasato dal demonio; e Paolo Diacono prese una tal diceria per buoni danari contanti, con aggiugnere ciògiustamenteaccaduto, perch'egli dovea considerare come un eccesso lo strapazzo fatto a que' vescovi, tuttochè scismatici. Credesi appunto che circa questi tempi, cioè o nell'anno precedente o nel presente, essoSmaragdofosse richiamato da Maurizio Augusto a Costantinopoli, con essere succeduto nel suo postoRomanopatrizio, terzo fra gli esarchi di Ravenna. Abbiamo poi da Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 9, cap. 25.]che in quest'anno il reAutarispedì degli ambasciatori aChildebertore de' Franchi, per chiedere in moglieClotsuindasua sorella. Non dispiacque al re d'Austrasia questa proposizione, ed accettò i ricchi regali inviati a tal fine, con promettere ad Autari quella principessa. Ma arrivati alla corte di Childeberto qualche tempo dopo gli ambasciatori diRecaredore dei Visigoti, distrussero tutto ciò che aveano fatto i Longobardi. Era il re Recaredo principe di gran possanza, perchè dopo avere il reLeovigildosuo padre defunto acquistata la Gallizia con estinguere il regno degli Svevi, egli signoreggiava oramai quasi tutta la Spagna, e stendeva anche il suo dominio nella Gallia col possesso della provincia narbonese, oggidì appellata la Linguadoca.
Aveva egli inoltre il merito e la gloria d'avere il primo fra i re Goti abbandonato l'arianismo per le persuasioni disan Leandroarcivescovo di Siviglia, e condotta già col suo esempio, se non l'intera nazione de' suoi, certo la maggior parte ad abbracciare la religione cattolica. Ora, o fosse che i ministri del papa e dell'imperadore, a' quali non potea piacere questa alleanza dei Longobardi coi Franchi, disturbassero l'affare, oppureche fosse creduto più proprio di dar quella principessa ad un re cattolico, come era Recaredo, che ad Autari principe ariano: certo è che il trattato di quel matrimonio per Autari andò per terra, senza che apparisca dipoi s'esso veramente s'effettuasse col re Recaredo: intorno a che disputano tuttavia gli scrittori franzesi. Forse di qui sorse qualche amarezza fra i Longobardi ed i Franchi. In fatti seguita poi a scrivere il Turonense, copiato ancor qui da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 28.], aver fatto intendere Childeberto a Maurizio imperadore, come egli era pronto a far guerra ai Longobardi per cacciarli d'Italia: al qual fine spedì appresso un poderoso esercito in Italia. Il prode re Autari non ispaventato da si gran temporale, unite le sue forze, andò ad incontrare l'armata franco-alamanna. Fu ivi fattoun tal macello de' Franchi, che non ve n'era memoria d'altro simile. Molti furono i prigioni, e gli altri fuggendo pervennero con fatica al loro paese. Queste son parole di Gregorio Turonense, autore contemporaneo e franzese, da cui Paolo Diacono imparò questo avvenimento, giacchè egli troppo scarseggiava di notizie intorno ai fatti d'Italia d'allora. Nè altra particolarità a noi resta di questo sì memorabil fatto. Sicchè andiam sempre più scorgendo qual fosse la protezione dei re franchi, che pure Fredegario ci fa credere comperata dai Longobardi coll'annuo tributo di dodicimila soldi d'oro. A quest'anno ancora crede il padre Pagi che s'abbiano da riferir le parole di Teofilatto[Theophilact., lib. 3, cap. 4.], là dove scrisse, cheRoma vecchia(così chiamata a distinzione di Costantinopoli, che portava il nome diRoma nuova) rintuzzò gli empiti de' Longobardi. In qual maniera non si sa; siccome neppur sappiamo a qual anno precisamente s'abbiano da riportar due imprese d'Autari raccontate da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 27.]. Mi sipermetta il farne qui menzione. Fin circa questi tempi s'era mantenuta alla divozione degl'imperadori l'isola Comacina, cioè un'isola posta nel lago di Como, appellato il Lario, luogo assai forte, e che fece anche nel secolo duodecimo gran figura nelle guerre tra i Milanesi e Comaschi. Quivi dimorava per governatoreFrancione, generale cesareo d'armi, e vi si era mantenuto per benventi annicontro le forze de' Longobardi. Questo numero d'anni, preso dall'arrivo dei Longobardi in quelle parti, viene a cadere ne' tempi presenti. Un buon corpo di Longobardi formò l'assedio di quella isola, e dopo sei mesi ne costrinse alla resa Francione, a cui nelle capitolazioni fu accordato di potersene andare colla moglie e col suo equipaggio a Ravenna; e la parola gli fu mantenuta. Di grandi ricchezze furono trovate in quell'isola, colà ricoverate, come in luogo sicuro, dagli abitanti di varie città. Si dimenticarono probabilmente gl'ingordi Longobardi di farne la restituzione ai legittimi padroni. Similmente spedì Autari un altro corpo d'armata, di cui fu generaleEvinoduca di Trento, contro dell'Istria, provincia sempre fedele all'imperadore. Fecero costoro un gran bottino, incendiarono molte case e terre con tal terrore degl'Istriani, che furono obbligati, per liberarsi da questo flagello, di cacciarlo via a forza d'oro. E però i Longobardi, accordata loro la pace, ossia una tregua d'un anno, si ritirarono con portare al re una riguardevol somma di danaro.