DXCVAnno diCristoDXCV. IndizioneXIII.Gregorio Ipapa 6.Maurizioimperadore 14.Agilolfore 5.L'anno XII dopo il consolato diMaurizio Augusto.Non cessava il santo ponteficeGregoriodi far delle premure perchè si venisse ad una pace fra l'imperio e i Longobardi, sì perchè avea troppo in orrore gl'infiniti disordini prodotti dalla guerra, e sì perchè toccava con mano la debolezza dell'imperio stesso, che non poteva se non perdere continuando la discordia. Ora egli a tal fine scrisse in questo anno aSevero, scolastico (cioè consultore) dell'esarco[Gregor. Magnus, lib. 5, ep. 36.], con fargli sapere cheAgilolfore de' Longobardi non ricusava di fare una pace generale, purchè l'esarco volesse emendare i danni a lui dati, prima che fosse venuta l'ultima rottura, esibendosi anch'egli pronto a fare lo stesso, se i suoi nel tempo della pace aveano danneggiato le terre dell'imperio. Però il prega di adoperarsi, acciocchè l'esarco acconsenta alla pace; che per altro Agilolfo si mostrava anche disposto a stabilirla coi soli Romani. Oltre a ciò, avvertisce l'esarco che varii luoghi ed isole erano in pericolo manifesto di perdersi; e però s'affrettasse adabbracciar la proposta concordia, per poter avere un po' di quiete, e mettersi intanto in forze da poter meglio resistere. Ma l'esarcoRomanoera della razza di coloro che antepongono il proprio vantaggio a quello del pubblico. Se la guerra recava immensi mali alla misera Italia, fruttava ben di molti guadagni alla borsa sua. E perciò non solamente abborriva la pace, ma giunse infino a caricar di calunnie il santo pontefice alla corte, in maniera che circa il mese di giugnoMaurizioAugusto scrivendo ad esso papa e ad altri delle lettere, il trattò da uomosemplicee poco accorto, quasichè si lasciasse burlare daAriolfoduca di Spoleti con varie lusinghe di pace, ed avesse rappresentato alla corte o all'esarco delle cose insussistenti. Chi legge la lettera scritta in questo proposito dall'incomparabil pontefice, non può di meno di non ammirare e benedire la singolar sua umiltà e la destrezza, con cui seppe sostenere il suo decoro, e nello stesso tempo non mancar di rispetto a chi era principe temporale di Roma. Duolsi egli, fra l'altre cose, che sia stata rotta dagli uffiziali cesarei la pace da lui stabilita coi Longobardi della Toscana, mercè dell'occupazion di Perugia: poscia dopo la rottura, che sieno stati levati di Roma i soldati ivi soliti a stare di presidio, per guernire Narni e Perugia, lasciando in tal guisa abbandonata ed esposta a pericoli di perdersi quell'augusta città. Aggiugne essere stata la piaga maggiore l'arrivo di Agilolfo, perchè si videro tanti miseri Romani legati con funi al collo a guisa di cani, e condotti a vendere in Francia, dove dovea praticarsi un gran mercato di schiavi, benchè cristiani. Tali parole fecero credere al Sigonio[Sigon., de Regn. Ital., lib. 1.]che l'assedio di Roma fatto da Agilolfo s'abbia da riferire all'anno precedente 594, e non è dispregevole la di lui conghiettura, quantunque a me sembri più probabile che quel fatto succedesse prima. Si lagna ancorail buon papa che dopo essere i Romani scampati da quel fiero turbine, si voglia ancora crederli colpevoli per la scarsezza del frumento, in cui si trovava allora la città, quando s'era già rappresentato alla corte che non si potea lungo tempo conservare in Roma una gran provvisione di grano. E sofferiva bene esso papa con pazienza tante contrarietà; ma non sapeva già digerire che gli Augusti padroni fossero in collera contra diGregorioprefetto di Roma, e diCastoriogenerale delle milizie, che pure aveano fatto de' miracoli nella difesa della città.Di questo passo andavano allora gli affari d'Italia con un principe che vendeva le cariche, che credeva più ai cattivi che ai buoni consiglieri, e sceglieva ministri malvagi, i quali venivano in Italia, non per far del bene ai popoli, ma per ismugnere il loro sangue. Di questo ne abbiam la testimonianza dello stesso san Gregorio in una lettera scritta aCostantinaAugusta moglie dell'imperadore Maurizio[Greg. Magnus, lib. 5, ep. 41.], dove le significa d'aver convertito alla fede molti gentili che erano nell'isola di Sardegna, e scoperto in tal congiuntura che costoro pagavano dianzi un tanto al governatore per aver licenza di sagrificare agl'idoli; e che anche dopo la lor conversione seguitava il governatore a voler che pagassero. Ripreso dal vescovo per tale avania, avea risposto d'aver promesso alla corte tanto danaro per ottener quella carica, e che neppur questo bastava per soddisfare al suo impegno. Nella Corsica poi tante erano le gravezze, che gli abitanti per pagarle erano costretti fino a vendere i proprii figliuoli, di maniera che moltissimi, i quali possedevano beni in quell'isola, erano forzati a ricoverarsi sotto il dominiodella nefandissima nazion dei Longobardi, la quale dovea trattar meglio i sudditi suoi, e superava nel buon governo i Greci. Così in Sicilia eravi un esattore imperiale per nome Stefano, che senza processo confiscava a più non possoi beni di que' possidenti. Peggio nondimeno che gli altri operavaRomanopatrizio, esarco di Ravenna. Con tutta la sua umiltà e pazienza il santo pontefice Gregorio non potè di meno di non accennare aSebastianovescovo del Sirmio[Greg. Magnus, ep. 42.], amico d'esso esarco, le oppressioni che Roma pativa per l'iniquità di costui.Breviter dico(sono sue parole)quia ejus in nos malitia gladios Longobardorum vicit, ita ut benigniores videantur hostes, qui nos interimunt, quam reipublicae judices, qui nos malitia sua, rapinis atque fallaciis in cogitatione consumunt.Eppure i soli Longobardi erano trattati danefandissimi. Venne a morte in quest'annoGiovanniarcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu elettoMariniano, a cui papa Gregorio concedette il pallio. Rapporta eziandio Girolamo Rossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 4.]una bolla di papa Gregorio, confirmatoria de' privilegii della chiesa ravennate; ma che contien troppe difficultà per crederla vera. Il cardinal Baronio[Baronal. An. Eccl.]ne ha mostrata la falsità. Passò ancora a miglior vita sanGregoriovescovo Turonense, insigne storico delle Gallie. Circa questi tempi fu creato duca di BavieraTassiloneda Childeberto re dell'Austrasia. Egli è chiamato re della Baviera da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 7.]e da Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]copiatore d'esso Paolo. Ma niun d'essi e niuna delle memorie antiche ci fa sapere cosa divenisse diGaribaldoduca o re d'essa Baviera, padre, siccome dicemmo, diTeodelinda reginade' Longobardi. Credesi che egli terminasse il corso de' suoi giorni, oppure che Childeberto sovrano della Baviera, a cagion dell'alleanza da lui contratta per via del matrimonio suddetto coi re longobardi, e da lui mal veduta, gli movesseguerra e il deponesse. Si sa ch'egli ebbe un figliuolo per nomeGundoaldo, che venne in Italia colla sorella Teodelinda, e questi, per attestato di Fredegario[Fredegar., in Chron., cap. 34.], si accasò con una donna nobile di nazion longobarda, e n'ebbe de' figliuoli. Avremo occasione di parlare di questi principi più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che in questi tempi l'umile pontefice romano ebbe da combattere colla superbia diGiovanniil Digiunatore, patriarca di Costantinopoli, il quale voleva attribuirsi il titolo divescovo ecumenicoossiauniversale. A questa usurpazione egli si oppose con tutta forza e mansuetudine. Ne scrisse a lui[Gregor. Magnus, lib. 5, epist. 21.], all'imperadore, e aCostantinaimperadrice, dolendosi specialmente con quest'ultima, perchè si permettesse che fosse maltrattata la Chiesa romana, capo di tutte. Dice, fra le altre cose, in essa lettera, essere già ventisett'anni che i Romani viveano fra le spade dei Longobardi (prendendo le afflizioni dell'Italia dall'anno 568, in cui i Longobardi vi entrarono), e che la Chiesa romana avea fatto e faceva di grandi spese della propria borsa per regalare essi Longobardi, e salvare con tal mezzo il suo popolo: di modo che siccome l'imperadore teneva in Ravenna il suo tesoriere e spenditore per pagare l'esercito, così esso papa era divenuto spenditore in Roma, con impiegar nello stesso tempo le sue rendite in mantenimento del clero, de' monisteri e de' poveri, e in placare essi Longobardi. Contuttociò si vedeva questa deformità, che la Chiesa romana era astretta a sofferir tali strapazzi dall'ambizion del vescovo di Costantinopoli. Ma Giovanni digiunatore finì in quest'anno medesimo la lite col fine della sua vita: uomo per altro dipinto dai Greci per prelato di virtù cospicue, per le quali fu poi da essi messo nel ruolo dei santi.
L'anno XII dopo il consolato diMaurizio Augusto.
Non cessava il santo ponteficeGregoriodi far delle premure perchè si venisse ad una pace fra l'imperio e i Longobardi, sì perchè avea troppo in orrore gl'infiniti disordini prodotti dalla guerra, e sì perchè toccava con mano la debolezza dell'imperio stesso, che non poteva se non perdere continuando la discordia. Ora egli a tal fine scrisse in questo anno aSevero, scolastico (cioè consultore) dell'esarco[Gregor. Magnus, lib. 5, ep. 36.], con fargli sapere cheAgilolfore de' Longobardi non ricusava di fare una pace generale, purchè l'esarco volesse emendare i danni a lui dati, prima che fosse venuta l'ultima rottura, esibendosi anch'egli pronto a fare lo stesso, se i suoi nel tempo della pace aveano danneggiato le terre dell'imperio. Però il prega di adoperarsi, acciocchè l'esarco acconsenta alla pace; che per altro Agilolfo si mostrava anche disposto a stabilirla coi soli Romani. Oltre a ciò, avvertisce l'esarco che varii luoghi ed isole erano in pericolo manifesto di perdersi; e però s'affrettasse adabbracciar la proposta concordia, per poter avere un po' di quiete, e mettersi intanto in forze da poter meglio resistere. Ma l'esarcoRomanoera della razza di coloro che antepongono il proprio vantaggio a quello del pubblico. Se la guerra recava immensi mali alla misera Italia, fruttava ben di molti guadagni alla borsa sua. E perciò non solamente abborriva la pace, ma giunse infino a caricar di calunnie il santo pontefice alla corte, in maniera che circa il mese di giugnoMaurizioAugusto scrivendo ad esso papa e ad altri delle lettere, il trattò da uomosemplicee poco accorto, quasichè si lasciasse burlare daAriolfoduca di Spoleti con varie lusinghe di pace, ed avesse rappresentato alla corte o all'esarco delle cose insussistenti. Chi legge la lettera scritta in questo proposito dall'incomparabil pontefice, non può di meno di non ammirare e benedire la singolar sua umiltà e la destrezza, con cui seppe sostenere il suo decoro, e nello stesso tempo non mancar di rispetto a chi era principe temporale di Roma. Duolsi egli, fra l'altre cose, che sia stata rotta dagli uffiziali cesarei la pace da lui stabilita coi Longobardi della Toscana, mercè dell'occupazion di Perugia: poscia dopo la rottura, che sieno stati levati di Roma i soldati ivi soliti a stare di presidio, per guernire Narni e Perugia, lasciando in tal guisa abbandonata ed esposta a pericoli di perdersi quell'augusta città. Aggiugne essere stata la piaga maggiore l'arrivo di Agilolfo, perchè si videro tanti miseri Romani legati con funi al collo a guisa di cani, e condotti a vendere in Francia, dove dovea praticarsi un gran mercato di schiavi, benchè cristiani. Tali parole fecero credere al Sigonio[Sigon., de Regn. Ital., lib. 1.]che l'assedio di Roma fatto da Agilolfo s'abbia da riferire all'anno precedente 594, e non è dispregevole la di lui conghiettura, quantunque a me sembri più probabile che quel fatto succedesse prima. Si lagna ancorail buon papa che dopo essere i Romani scampati da quel fiero turbine, si voglia ancora crederli colpevoli per la scarsezza del frumento, in cui si trovava allora la città, quando s'era già rappresentato alla corte che non si potea lungo tempo conservare in Roma una gran provvisione di grano. E sofferiva bene esso papa con pazienza tante contrarietà; ma non sapeva già digerire che gli Augusti padroni fossero in collera contra diGregorioprefetto di Roma, e diCastoriogenerale delle milizie, che pure aveano fatto de' miracoli nella difesa della città.
Di questo passo andavano allora gli affari d'Italia con un principe che vendeva le cariche, che credeva più ai cattivi che ai buoni consiglieri, e sceglieva ministri malvagi, i quali venivano in Italia, non per far del bene ai popoli, ma per ismugnere il loro sangue. Di questo ne abbiam la testimonianza dello stesso san Gregorio in una lettera scritta aCostantinaAugusta moglie dell'imperadore Maurizio[Greg. Magnus, lib. 5, ep. 41.], dove le significa d'aver convertito alla fede molti gentili che erano nell'isola di Sardegna, e scoperto in tal congiuntura che costoro pagavano dianzi un tanto al governatore per aver licenza di sagrificare agl'idoli; e che anche dopo la lor conversione seguitava il governatore a voler che pagassero. Ripreso dal vescovo per tale avania, avea risposto d'aver promesso alla corte tanto danaro per ottener quella carica, e che neppur questo bastava per soddisfare al suo impegno. Nella Corsica poi tante erano le gravezze, che gli abitanti per pagarle erano costretti fino a vendere i proprii figliuoli, di maniera che moltissimi, i quali possedevano beni in quell'isola, erano forzati a ricoverarsi sotto il dominiodella nefandissima nazion dei Longobardi, la quale dovea trattar meglio i sudditi suoi, e superava nel buon governo i Greci. Così in Sicilia eravi un esattore imperiale per nome Stefano, che senza processo confiscava a più non possoi beni di que' possidenti. Peggio nondimeno che gli altri operavaRomanopatrizio, esarco di Ravenna. Con tutta la sua umiltà e pazienza il santo pontefice Gregorio non potè di meno di non accennare aSebastianovescovo del Sirmio[Greg. Magnus, ep. 42.], amico d'esso esarco, le oppressioni che Roma pativa per l'iniquità di costui.Breviter dico(sono sue parole)quia ejus in nos malitia gladios Longobardorum vicit, ita ut benigniores videantur hostes, qui nos interimunt, quam reipublicae judices, qui nos malitia sua, rapinis atque fallaciis in cogitatione consumunt.Eppure i soli Longobardi erano trattati danefandissimi. Venne a morte in quest'annoGiovanniarcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu elettoMariniano, a cui papa Gregorio concedette il pallio. Rapporta eziandio Girolamo Rossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 4.]una bolla di papa Gregorio, confirmatoria de' privilegii della chiesa ravennate; ma che contien troppe difficultà per crederla vera. Il cardinal Baronio[Baronal. An. Eccl.]ne ha mostrata la falsità. Passò ancora a miglior vita sanGregoriovescovo Turonense, insigne storico delle Gallie. Circa questi tempi fu creato duca di BavieraTassiloneda Childeberto re dell'Austrasia. Egli è chiamato re della Baviera da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 7.]e da Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]copiatore d'esso Paolo. Ma niun d'essi e niuna delle memorie antiche ci fa sapere cosa divenisse diGaribaldoduca o re d'essa Baviera, padre, siccome dicemmo, diTeodelinda reginade' Longobardi. Credesi che egli terminasse il corso de' suoi giorni, oppure che Childeberto sovrano della Baviera, a cagion dell'alleanza da lui contratta per via del matrimonio suddetto coi re longobardi, e da lui mal veduta, gli movesseguerra e il deponesse. Si sa ch'egli ebbe un figliuolo per nomeGundoaldo, che venne in Italia colla sorella Teodelinda, e questi, per attestato di Fredegario[Fredegar., in Chron., cap. 34.], si accasò con una donna nobile di nazion longobarda, e n'ebbe de' figliuoli. Avremo occasione di parlare di questi principi più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che in questi tempi l'umile pontefice romano ebbe da combattere colla superbia diGiovanniil Digiunatore, patriarca di Costantinopoli, il quale voleva attribuirsi il titolo divescovo ecumenicoossiauniversale. A questa usurpazione egli si oppose con tutta forza e mansuetudine. Ne scrisse a lui[Gregor. Magnus, lib. 5, epist. 21.], all'imperadore, e aCostantinaimperadrice, dolendosi specialmente con quest'ultima, perchè si permettesse che fosse maltrattata la Chiesa romana, capo di tutte. Dice, fra le altre cose, in essa lettera, essere già ventisett'anni che i Romani viveano fra le spade dei Longobardi (prendendo le afflizioni dell'Italia dall'anno 568, in cui i Longobardi vi entrarono), e che la Chiesa romana avea fatto e faceva di grandi spese della propria borsa per regalare essi Longobardi, e salvare con tal mezzo il suo popolo: di modo che siccome l'imperadore teneva in Ravenna il suo tesoriere e spenditore per pagare l'esercito, così esso papa era divenuto spenditore in Roma, con impiegar nello stesso tempo le sue rendite in mantenimento del clero, de' monisteri e de' poveri, e in placare essi Longobardi. Contuttociò si vedeva questa deformità, che la Chiesa romana era astretta a sofferir tali strapazzi dall'ambizion del vescovo di Costantinopoli. Ma Giovanni digiunatore finì in quest'anno medesimo la lite col fine della sua vita: uomo per altro dipinto dai Greci per prelato di virtù cospicue, per le quali fu poi da essi messo nel ruolo dei santi.