DXCVII

DXCVIIAnno diCristoDXCVII. IndizioneXV.Gregorio Ipapa 8.Maurizioimperadore 16.Agilolfore 7.L'anno XIV dopo il consolato diMaurizio Augusto.Siam qui abbandonati dalla storia, senza sapere qual fatto rilevante accadesse in quest'anno in Italia, a riserva delle azioni dis. Gregoriomagno papa nel governo della Chiesa di Dio, che sipossono leggere presso il cardinal Baronio e nella vita scrittane dai monaci Benedettini di s. Mauro. Certo durava tuttavia la guerra fra i Longobardi e i sudditi del romano imperio; ed essendo sì confusi i confini delle due diverse giurisdizioni, facile è che succedessero delle ostilità fra le due parti. Avevano i Greci mantenuto fin qui il loro dominio, non solamente nell'esarcato di Ravenna e nel ducato romano, ma ancora in Cremona, in Padova ed in altre città, massimamente marittime, ed anche Mantova era tornata alle loro mani. Non si sa intendere come i Longobardi più poderosi de' Greci non formassero l'assedio o il blocco di tali città che cotanto s'internavano ne' loro stati. Ma forse non istettero colle mani alla cintola, e noi solamente per mancanza di memorie, delle quali era privo anche Paolo Diacono, non abbiam contezza degli avvenimenti d'allora. Si crede nondimeno che san Gregorio papa in inscrivendo aGennadiopatrizio ed esarco dell'Africa[Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 3.], gli raccomandasse in quest'anno di vegliare alla sicurezza dell'isola di Corsica, sottoposta al governatore dell'Africa, perchè temeva di uno sbarco dei Longobardi in quell'isola e nella vicina Sardegna, come in fatti da lì a non molto accadde. Abbiamo poi da Teofilatto[Theophilact. l. 8, cap. 11.]che verisimilmente nell'anno presente caduto infermoMaurizioAugusto, fece testamento, in cui lasciò l'imperio d'Oriente aTeodosioAugusto, il maggiore de' suoi figliuoli, e l'Italia colle isole adiacenti aTiberiosuo figliuolo minore. Egli poi si riebbe da quel malore. Quanto meglio avrebbe egli operato se avesse inviato in Italia questo suo secondogenito! Sarebbe stata in salvo la di lui vita: e forse la presenza di questo principe avrebbe rimesso in migliore stato gli affari d'Italia. Non so dire se intorno a questi tempi terminasse i suoi giorni in RavennaRomanopatrizio ed esarco, uomo nemico della pace, e che pescava meglionel torbido. Pare che si possa ricavare da un'epistola di s. Gregorio[Greg. Magnus, lib. 7, ep. 29.], che venisse in quest'anno a RavennaCallinicosuo successore, personaggio di massime più diritte e più riverente verso il santo pontefice Gregorio. Certo è solamente che esso esarco si trova in Ravenna nell'anno 599. Negli Atti de' santi[Acta Sanctorum Bolland. ad diem 13 junii.], raccolti ed illustrati dal padre Bollando e da' suoi successori della Compagnia di Gesù, abbiamo la vita di s.Ceteovescovo diAmiterno, città florida una volta, ed oggidì distrutta, dalle cui rovine nacque la moderna città dell'Aquila, distante cinque miglia di là. Ivi è detto ch'egli era vescovo di quella città ai tempi dis. Gregorioil grande e diFaroaldoduca di Spoleti, nel cui ducato era compreso Amiterno. Furono deputati al governo di essa terra due Longobardi ariani, come erano i più di questa nazione, chiamatiAlaisedUmbolo. Per la lor crudeltà Ceteo vescovo se ne fuggì a Roma, e fu a trovare il santo papa Gregorio. Richiamato dal popolo alla sua residenza, godeva egli quiete e pace, quando Alais inviperito contro del compagno, mandò segretamente aVerilianoconte d'Orta, città che doveva essere allora in poter dei Greci, acciocchè venisse una notte alla distruzion di Amiterno. Andarono gli Ortani; ma scoperto a tempo il lor tentativo, furono ripulsati. Alais restò convinto del tradimento, e perchè il vescovo Ceteo volle salvargli la vita, fu preteso complice, e però barbaramente gittato nel fiume Pescara ivi si annegò, e ne fu poi fatto un martire. In quella leggenda v'ha delle frottole: contuttociò non è da disprezzare il racconto suddetto.

L'anno XIV dopo il consolato diMaurizio Augusto.

Siam qui abbandonati dalla storia, senza sapere qual fatto rilevante accadesse in quest'anno in Italia, a riserva delle azioni dis. Gregoriomagno papa nel governo della Chiesa di Dio, che sipossono leggere presso il cardinal Baronio e nella vita scrittane dai monaci Benedettini di s. Mauro. Certo durava tuttavia la guerra fra i Longobardi e i sudditi del romano imperio; ed essendo sì confusi i confini delle due diverse giurisdizioni, facile è che succedessero delle ostilità fra le due parti. Avevano i Greci mantenuto fin qui il loro dominio, non solamente nell'esarcato di Ravenna e nel ducato romano, ma ancora in Cremona, in Padova ed in altre città, massimamente marittime, ed anche Mantova era tornata alle loro mani. Non si sa intendere come i Longobardi più poderosi de' Greci non formassero l'assedio o il blocco di tali città che cotanto s'internavano ne' loro stati. Ma forse non istettero colle mani alla cintola, e noi solamente per mancanza di memorie, delle quali era privo anche Paolo Diacono, non abbiam contezza degli avvenimenti d'allora. Si crede nondimeno che san Gregorio papa in inscrivendo aGennadiopatrizio ed esarco dell'Africa[Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 3.], gli raccomandasse in quest'anno di vegliare alla sicurezza dell'isola di Corsica, sottoposta al governatore dell'Africa, perchè temeva di uno sbarco dei Longobardi in quell'isola e nella vicina Sardegna, come in fatti da lì a non molto accadde. Abbiamo poi da Teofilatto[Theophilact. l. 8, cap. 11.]che verisimilmente nell'anno presente caduto infermoMaurizioAugusto, fece testamento, in cui lasciò l'imperio d'Oriente aTeodosioAugusto, il maggiore de' suoi figliuoli, e l'Italia colle isole adiacenti aTiberiosuo figliuolo minore. Egli poi si riebbe da quel malore. Quanto meglio avrebbe egli operato se avesse inviato in Italia questo suo secondogenito! Sarebbe stata in salvo la di lui vita: e forse la presenza di questo principe avrebbe rimesso in migliore stato gli affari d'Italia. Non so dire se intorno a questi tempi terminasse i suoi giorni in RavennaRomanopatrizio ed esarco, uomo nemico della pace, e che pescava meglionel torbido. Pare che si possa ricavare da un'epistola di s. Gregorio[Greg. Magnus, lib. 7, ep. 29.], che venisse in quest'anno a RavennaCallinicosuo successore, personaggio di massime più diritte e più riverente verso il santo pontefice Gregorio. Certo è solamente che esso esarco si trova in Ravenna nell'anno 599. Negli Atti de' santi[Acta Sanctorum Bolland. ad diem 13 junii.], raccolti ed illustrati dal padre Bollando e da' suoi successori della Compagnia di Gesù, abbiamo la vita di s.Ceteovescovo diAmiterno, città florida una volta, ed oggidì distrutta, dalle cui rovine nacque la moderna città dell'Aquila, distante cinque miglia di là. Ivi è detto ch'egli era vescovo di quella città ai tempi dis. Gregorioil grande e diFaroaldoduca di Spoleti, nel cui ducato era compreso Amiterno. Furono deputati al governo di essa terra due Longobardi ariani, come erano i più di questa nazione, chiamatiAlaisedUmbolo. Per la lor crudeltà Ceteo vescovo se ne fuggì a Roma, e fu a trovare il santo papa Gregorio. Richiamato dal popolo alla sua residenza, godeva egli quiete e pace, quando Alais inviperito contro del compagno, mandò segretamente aVerilianoconte d'Orta, città che doveva essere allora in poter dei Greci, acciocchè venisse una notte alla distruzion di Amiterno. Andarono gli Ortani; ma scoperto a tempo il lor tentativo, furono ripulsati. Alais restò convinto del tradimento, e perchè il vescovo Ceteo volle salvargli la vita, fu preteso complice, e però barbaramente gittato nel fiume Pescara ivi si annegò, e ne fu poi fatto un martire. In quella leggenda v'ha delle frottole: contuttociò non è da disprezzare il racconto suddetto.


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