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DXLAnno diCristoDXL. IndizioneIII.Vigiliopapa 3.Giustinianoimperadore 14.Ildibaldore 1.ConsoleFlavio Giustinojuniore, senza collega.Siccome il padre Pagi osservò, questoGiustinoconsole orientale ebbe per padreGermanopatrizio, figliuolo di un fratello di Giustiniano, e però diverso da Giustino juniore poscia imperadore, che era nato da una sorella di Giustiniano. Viene appellatojunioreprobabilmente per distinguerlo da Giustino seniore Augusto ch'era stato console nell'anno 519.Cosroere della Persia avea già, siccome dissi, mossa guerra a Giustiniano[Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 5.]colla maggior felicità possibile, perchè non v'era nelle frontiere cesaree esercito alcuno valevole a far resistenza. Entrato dunque nella Mesopotamia, si impadronì della città di Sura e di Berea, e tirando dritto all'insigne città di Antiochia, l'assediò, la prese, e, dopo un terribil macello di cittadini e un sacco universale, la consegnò alle fiamme. Sopra la Soria tutta si scaricò questo turbine colla rovina delle città e degli abitanti. Grande impressione fecero nell'animo di Giustiniano questi progressi de' Persiani, nè scorgendosi possente a sostenere nello stesso tempo due gravissime guerre, l'una in Italia, l'altra in Oriente, siccome dissi, avea stabilito di dar fine alla prima come potesse il meglio, e di attendere all'altra più importante e vicina; e tanto più perchè avea bisogno di un bravo e sperimentato generale da opporre alla potenza di Cosroe, nè si trovava chi potesse uguagliarsi a Belisario, la cui persona egli credeva troppo necessaria in Oriente. Avea dunque in Italia a questo fine destinati per suoi ambasciatori al reVitige,DomenicoeMassiminosenatori[Idem, de Bell. Goth., lib. 2, cap. 29.]. In questo mentrei re franchi, udito il pericolo in cui stavano gli affari de' Goti in Italia, avevano anch'essi mandati ambasciatori a Vitige, proponendo di far calare un'armata di cinquecento mila combattenti in suo favore, e di unire insieme l'uno e l'altro dominio con quella forma di governo che sarebbe creduta più propria. Belisario, penetrati i disegni de' Franchi, non fu pigro a spedire anch'egli i suoi oratori a Vitige, con rappresentargli il pericolo di lui e della sua nazione, ogni qualvolta si accordasse coi Franchi, e che migliori condizioni poteva sperare da Giustiniano. In somma tanto fece che il distornò dal consentire a capitolazione alcuna coi Franchi, della fede dei quali abbiam già veduto quanto si potesse allora promettere. Arrivarono intanto i legati imperiali, ed entrati in Ravenna, dopo molto dibattimento si conchiuse il negoziato della pace, con che tutto il di qua dal Po restasse in potere dell'imperadore, e tutto il di là di Vitige e dei Goti. Portati questi patti a Belisario, a cui non era ignoto lo stato della città per la mancanza de' viveri, non li volle per conto alcuno sottoscrivere; e fattone conoscere il motivo a chi sparlava di lui, quietò ogni diceria su questo. Per lo contrario i Goti, veggendosi delusi, oramai stanchi del governo di Vitige, e spronati dalla fame, fecero segretamente proporre a Belisario, che se egli voleva assumere il dominio d'Italia, e farsi re, essi per tale il riconoscerebbero, troppo premendo loro di seguitare a starsene in Italia, senza timore d'essere inviati in Oriente. Venuta a notizia di Vitige questa risoluzione de' suoi, anche egli, per averne merito, occultamente ne fece fare istanza a Belisario, il quale, quantunque non si sentisse voglia di guadagnarsi il titolo di tiranno, ed avesse inoltre con grandi giuramenti obbligata la sua fede a Giustiniano di non far novità, tuttavia accettò l'offerta, e promise di eseguirla, e di non far male alcuno agli stessi Goti. Dato dunque ordineche speditamente venissero a Classe, cioè al porto di Ravenna, varie navi con grano ed altri viveri per soddisfare al bisogno de' Goti affamati, entrò dipoi pacificamente coll'esercito in Ravenna, non permise che ad alcun fosse recata molestia, e solamente si assicurò di Vitige, con fare dipoi uno spoglio di tutte le ricchezze del regal palagio, per presentarle all'imperadore.La resa di Ravenna fu cagione che anche le altre città, e massimamente Trivigi ed altri luoghi della Venezia, inviassero legati a sottoporsi a Belisario. Procopio nell'entrare in Ravenna si faceva i segni di croce al mirare come, per così dire, un pugno di gente avesse soggiogata la nazione de' Goti, i quali in Ravenna sola superavano di numero l'esercito imperiale. Ma i Goti, dopo la morte di Teoderico, si erano impoltroniti, perchè dati agli agi, ed intenti cadauno a farsi un buon nido in Italia. Però le donne di quella nazione, che dianzi avevano udito dire di gran cose intorno al numero superiore e alla statura quasi gigantesca de' Greci, mirandone poi sì pochi prendere il possesso di Ravenna, e ch'essi erano come gli altri uomini ordinarii, sputavano in faccia ai loro mariti, con rimproverare ai medesimi l'insigne loro codardia. Lasciò poscia Belisario che chiunque de' Goti volle uscir di città, se ne andasse ad attendere ai fatti suoi e a visitare i suoi poderi. Ebbe anzi piacere che scaricassero Ravenna, perchè di gran lunga più erano essi che le schiere de' Greci in essa città. Ora qui devo avvertire i lettori d'aver io seguitato il padre Pagi in riferire all'anno presento la presa di Ravenna, fatta da Belisario, prima che terminasse l'anno quintodella guerra gotica, cioè prima della primavera di quest'anno, nei cui primi mesi crede esso Pagi che seguisse la resa di quella città. Ma veramente tengo io che tal resa accadesse prima che finisse l'anno precedente 539. Nelle mie Antichitàitaliche[Antiq. Italic., Dissert. XXXIII.], là dove tratto della origine della lingua nostra volgare, ho rapportato uno strumento scritto in papiro egizianosub die tertio Nonarum januariarum, indictione tertia, sexies post consulatum Paulini junioris viri clarissimi, Ravennae, cioè nel dì 5 di gennaio del presente anno. Ora da quello strumento e dalle lettere scritte ai magistrati di Faenza, chiaramente, a mio credere, si scorge che Ravenna non solamente nel principio dell'anno non era più assediata, ma godeva allora anche una somma pace ed avea commercio colle città circonvicine, e conseguentemente che essa era già venuta alle mani di Belisario. E quando sia così, bisognerà dire, o che il padre Pagi non ben concertasse gli anni della guerra gotica, o pure che in quest'anno poche novità succedessero, con essere cessata la guerra, attendendo Belisario a dare buon sesto alle conquiste fatte, e a quietare, s'era possibile, i soggiogati Goti. In fatti pareva ormai rimessa sotto il romano imperio l'Italia tutta, e che s'avesse a respirare e godere un po' di quiete nelle afflitte e devastate sue provincie. Ma fallirono ben presto le speranze de' popoli[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 30.]. Non mancavano, com'è il solito, nemici a Belisario; e questi scrissero all'imperadore ch'egli andava macchinando di farsi signore d'Italia. Può essere che Giustiniano niuna fede prestasse a sì fatte accuse. A buon conto il richiamò a Costantinopoli per dargli il comando dell'armata contra de' Persiani che superbi facevano alla peggio in Oriente, talmente che Giustiniano era giunto a comprare vilmente la pace con lo sborso di cinque mila libbre d'oro, e promessa di pagarne cinquecento ogni anno da lì innanzi. Il reCosroedipoi non mantenne i patti, e continuò la guerra con più vigore di prima. Ma appena s'intesero i preparamenti di Belisario per la sua andata a Costantinopoli, che i Goti trovandosiburlati nelle loro speranze, e riconoscendosi ormai sottoposti all'imperadore, si raunarono, per consiglio diVrajanipote di Vitige, in una dieta a Pavia, e quivi proposero di crearsi un nuovo re. In fattiIldibado, appellato da altriIldibaldo, uno de' primarii fra essi che abitava in Verona, chiamato colà, fu improvvisamente vestito della regia porpora. Non volle egli mancare d'inviar tosto legati a Belisario, per rappresentargli la mancanza della parola data, con de' rimproveri ancora alla di lui viltà, quando non consentisse di farsi re d'Italia; che se egli s'accordasse coi lor desiderii, protestava Ildibado che sarebbe andato in persona a depositar la porpora ai suoi piedi. Lusingavansi molti fra i Goti che Belisario cederebbe a così belle istanze. Ma egli, saldo nella conoscenza del suo dovere, rimandò gli ambasciatori colle mani vuote.

Console

Flavio Giustinojuniore, senza collega.

Siccome il padre Pagi osservò, questoGiustinoconsole orientale ebbe per padreGermanopatrizio, figliuolo di un fratello di Giustiniano, e però diverso da Giustino juniore poscia imperadore, che era nato da una sorella di Giustiniano. Viene appellatojunioreprobabilmente per distinguerlo da Giustino seniore Augusto ch'era stato console nell'anno 519.Cosroere della Persia avea già, siccome dissi, mossa guerra a Giustiniano[Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 5.]colla maggior felicità possibile, perchè non v'era nelle frontiere cesaree esercito alcuno valevole a far resistenza. Entrato dunque nella Mesopotamia, si impadronì della città di Sura e di Berea, e tirando dritto all'insigne città di Antiochia, l'assediò, la prese, e, dopo un terribil macello di cittadini e un sacco universale, la consegnò alle fiamme. Sopra la Soria tutta si scaricò questo turbine colla rovina delle città e degli abitanti. Grande impressione fecero nell'animo di Giustiniano questi progressi de' Persiani, nè scorgendosi possente a sostenere nello stesso tempo due gravissime guerre, l'una in Italia, l'altra in Oriente, siccome dissi, avea stabilito di dar fine alla prima come potesse il meglio, e di attendere all'altra più importante e vicina; e tanto più perchè avea bisogno di un bravo e sperimentato generale da opporre alla potenza di Cosroe, nè si trovava chi potesse uguagliarsi a Belisario, la cui persona egli credeva troppo necessaria in Oriente. Avea dunque in Italia a questo fine destinati per suoi ambasciatori al reVitige,DomenicoeMassiminosenatori[Idem, de Bell. Goth., lib. 2, cap. 29.]. In questo mentrei re franchi, udito il pericolo in cui stavano gli affari de' Goti in Italia, avevano anch'essi mandati ambasciatori a Vitige, proponendo di far calare un'armata di cinquecento mila combattenti in suo favore, e di unire insieme l'uno e l'altro dominio con quella forma di governo che sarebbe creduta più propria. Belisario, penetrati i disegni de' Franchi, non fu pigro a spedire anch'egli i suoi oratori a Vitige, con rappresentargli il pericolo di lui e della sua nazione, ogni qualvolta si accordasse coi Franchi, e che migliori condizioni poteva sperare da Giustiniano. In somma tanto fece che il distornò dal consentire a capitolazione alcuna coi Franchi, della fede dei quali abbiam già veduto quanto si potesse allora promettere. Arrivarono intanto i legati imperiali, ed entrati in Ravenna, dopo molto dibattimento si conchiuse il negoziato della pace, con che tutto il di qua dal Po restasse in potere dell'imperadore, e tutto il di là di Vitige e dei Goti. Portati questi patti a Belisario, a cui non era ignoto lo stato della città per la mancanza de' viveri, non li volle per conto alcuno sottoscrivere; e fattone conoscere il motivo a chi sparlava di lui, quietò ogni diceria su questo. Per lo contrario i Goti, veggendosi delusi, oramai stanchi del governo di Vitige, e spronati dalla fame, fecero segretamente proporre a Belisario, che se egli voleva assumere il dominio d'Italia, e farsi re, essi per tale il riconoscerebbero, troppo premendo loro di seguitare a starsene in Italia, senza timore d'essere inviati in Oriente. Venuta a notizia di Vitige questa risoluzione de' suoi, anche egli, per averne merito, occultamente ne fece fare istanza a Belisario, il quale, quantunque non si sentisse voglia di guadagnarsi il titolo di tiranno, ed avesse inoltre con grandi giuramenti obbligata la sua fede a Giustiniano di non far novità, tuttavia accettò l'offerta, e promise di eseguirla, e di non far male alcuno agli stessi Goti. Dato dunque ordineche speditamente venissero a Classe, cioè al porto di Ravenna, varie navi con grano ed altri viveri per soddisfare al bisogno de' Goti affamati, entrò dipoi pacificamente coll'esercito in Ravenna, non permise che ad alcun fosse recata molestia, e solamente si assicurò di Vitige, con fare dipoi uno spoglio di tutte le ricchezze del regal palagio, per presentarle all'imperadore.

La resa di Ravenna fu cagione che anche le altre città, e massimamente Trivigi ed altri luoghi della Venezia, inviassero legati a sottoporsi a Belisario. Procopio nell'entrare in Ravenna si faceva i segni di croce al mirare come, per così dire, un pugno di gente avesse soggiogata la nazione de' Goti, i quali in Ravenna sola superavano di numero l'esercito imperiale. Ma i Goti, dopo la morte di Teoderico, si erano impoltroniti, perchè dati agli agi, ed intenti cadauno a farsi un buon nido in Italia. Però le donne di quella nazione, che dianzi avevano udito dire di gran cose intorno al numero superiore e alla statura quasi gigantesca de' Greci, mirandone poi sì pochi prendere il possesso di Ravenna, e ch'essi erano come gli altri uomini ordinarii, sputavano in faccia ai loro mariti, con rimproverare ai medesimi l'insigne loro codardia. Lasciò poscia Belisario che chiunque de' Goti volle uscir di città, se ne andasse ad attendere ai fatti suoi e a visitare i suoi poderi. Ebbe anzi piacere che scaricassero Ravenna, perchè di gran lunga più erano essi che le schiere de' Greci in essa città. Ora qui devo avvertire i lettori d'aver io seguitato il padre Pagi in riferire all'anno presento la presa di Ravenna, fatta da Belisario, prima che terminasse l'anno quintodella guerra gotica, cioè prima della primavera di quest'anno, nei cui primi mesi crede esso Pagi che seguisse la resa di quella città. Ma veramente tengo io che tal resa accadesse prima che finisse l'anno precedente 539. Nelle mie Antichitàitaliche[Antiq. Italic., Dissert. XXXIII.], là dove tratto della origine della lingua nostra volgare, ho rapportato uno strumento scritto in papiro egizianosub die tertio Nonarum januariarum, indictione tertia, sexies post consulatum Paulini junioris viri clarissimi, Ravennae, cioè nel dì 5 di gennaio del presente anno. Ora da quello strumento e dalle lettere scritte ai magistrati di Faenza, chiaramente, a mio credere, si scorge che Ravenna non solamente nel principio dell'anno non era più assediata, ma godeva allora anche una somma pace ed avea commercio colle città circonvicine, e conseguentemente che essa era già venuta alle mani di Belisario. E quando sia così, bisognerà dire, o che il padre Pagi non ben concertasse gli anni della guerra gotica, o pure che in quest'anno poche novità succedessero, con essere cessata la guerra, attendendo Belisario a dare buon sesto alle conquiste fatte, e a quietare, s'era possibile, i soggiogati Goti. In fatti pareva ormai rimessa sotto il romano imperio l'Italia tutta, e che s'avesse a respirare e godere un po' di quiete nelle afflitte e devastate sue provincie. Ma fallirono ben presto le speranze de' popoli[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 30.]. Non mancavano, com'è il solito, nemici a Belisario; e questi scrissero all'imperadore ch'egli andava macchinando di farsi signore d'Italia. Può essere che Giustiniano niuna fede prestasse a sì fatte accuse. A buon conto il richiamò a Costantinopoli per dargli il comando dell'armata contra de' Persiani che superbi facevano alla peggio in Oriente, talmente che Giustiniano era giunto a comprare vilmente la pace con lo sborso di cinque mila libbre d'oro, e promessa di pagarne cinquecento ogni anno da lì innanzi. Il reCosroedipoi non mantenne i patti, e continuò la guerra con più vigore di prima. Ma appena s'intesero i preparamenti di Belisario per la sua andata a Costantinopoli, che i Goti trovandosiburlati nelle loro speranze, e riconoscendosi ormai sottoposti all'imperadore, si raunarono, per consiglio diVrajanipote di Vitige, in una dieta a Pavia, e quivi proposero di crearsi un nuovo re. In fattiIldibado, appellato da altriIldibaldo, uno de' primarii fra essi che abitava in Verona, chiamato colà, fu improvvisamente vestito della regia porpora. Non volle egli mancare d'inviar tosto legati a Belisario, per rappresentargli la mancanza della parola data, con de' rimproveri ancora alla di lui viltà, quando non consentisse di farsi re d'Italia; che se egli s'accordasse coi lor desiderii, protestava Ildibado che sarebbe andato in persona a depositar la porpora ai suoi piedi. Lusingavansi molti fra i Goti che Belisario cederebbe a così belle istanze. Ma egli, saldo nella conoscenza del suo dovere, rimandò gli ambasciatori colle mani vuote.


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