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DXLIAnno diCristoDXLI. IndizioneIV.Vigiliopapa 4.Giustinianoimperadore 15.Eraricore 1.Totilare 1.ConsoleFlavio Basiliojuniore, senza collega.Crede il Baronio che questoBasilioconsole fosse romano, e della casaDecia, e però della famiglia di quel Basilio che fu console nell'anno 463, a distinzione di cui fu appellatojuniore. Procopio in fatti fa menzione diBasilio patriziodopo questi tempi in Roma. Ed è da osservare che questo si può dire l'ultimo dei consolati ordinarii dell'imperio romano, se non che Giustino Augusto juniore lo rinnovò nell'anno 567. E gl'imperadori d'Oriente continuarono poi un consolato perpetuo. Giustiniano quegli fu che fece andare in disuso questa sì illustre dignità, perchè egli solo ambiva tutto il lustro del comando. E l'abolì in Occidente col pretesto ch'esso portavauna spesa eccessiva, giacchè i consoli doveano, per rallegrare il popolo, gittar monete d'oro e d'argento senza risparmio per le strade, vestire di livrea gran gente, e solevano dare spettacoli e giuochi scenici per divertimento del pubblico. Almeno due mila libbre d'oro spendeva cadauno dei consoli in tale solennità, e la maggior parte di tale spesa era pagata dall'imperiale erario. Richiamato intantoBelisarioda Giustiniano, avea già sciolte le vele verso Costantinopoli, seco onorevolmente conducendoVitigee sua moglie con alcuni de' primarii Goti, e specialmente i figliuoli del nuovore Ildibado, trovati per buona ventura in Ravenna, e ritenuti[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 1.]. Giunto colà, li presentò a Giustiniano Augusto, che fece lor buon accoglimento, e mirò ancora con maggior piacere i tesori dal re Teoderico trasportati da Ravenna. Si credevano tutti che Belisario fosse per aver l'onore del trionfo, come l'aveva goduto per l'Africa ricuperata: ma, senza sapersene il perchè, non l'ottenne. E qui Procopio tesse un panegirico alle rare qualità e virtù di questo generale, lasciando indietro, secondo l'uso ordinario, i suoi difetti, che si veggono poi raccolti nella Storia segreta[Idem, in Histor. Arcan.]. I Goti, ch'erano con lui, andarono a militare in Oriente; il solo Vitige creato patrizio, per testimonianza di Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 60.], restò in Costantinopoli colla moglieMutasunta, la quale dopo la morte d'esso Vitige, succeduta da lì a due anni, fu data per moglie aGermano, non già fratello, ma figliuolo di un fratello di Giustiniano Augusto, ed uno dei migliori generali di quell'età. Fece Belisario quella campagna contro i Persiani, ma con poca fortuna e meno onore, e tornossene poi sul fine a svernare a Costantinopoli. Le disavventure sue per cagione diAntoninasua moglie adultera si possono leggere presso il medesimo Procopio ne' primi capitoli della suddettaStoria segreta. In Italia non altre novità succederono, se non che fu spedito da Giustiniano Augusto a Ravenna un certoAlessandrosuo maestro del conto, soprannominatoForbicetta, perchè colle forbici sapeva sì gentilmente tosare le monete d'oro, che non pativa punto il contorno delle lettere. Uomo avvezzo a scorticare i soldati e a procurar tutti i vantaggi del padrone, ma con procurare prima di ogni altra cosa i proprii; dimanierachè in poco tempo da una somma povertà era pervenuto ad una somma ricchezza. Costui cominciò non solamente a dare un buon assetto ai tributi e a ingrassare l'erario cesareo, ma eziandio a rivedere i conti del passato, infin sotto ai tempi del re Teoderico. Inventava egli dei crediti e delle accuse di rubamenti, che fingeva fatti sotto i re goti, anche contra chi non aveva mai maneggiate le entrate regali, pelando con ciò disperatamente chiunque egli voleva. E senza far capitale delle ferite e fatiche de' soldati, li ridusse ad una lieve paga.Tale fu il frutto che i poveri Italiani riportarono dopo tanti desiderii di scuotere il giogo dei Goti: disinganno non poche volte succeduto ad altri popoli, soliti a lusingarsi, col mutar governo e padrone, di migliorare i proprii interessi. Gli stessi soldati, veggendosi così maltrattati, perdevano la voglia di esporre la vita in servigio del principe, ed alcuni ancora passarono a prendere soldo dal nuovo re dei GotiIldibado. Questi a tutta prima avea poco seguito, e la sola città di Pavia lo ubbidiva; ma prudentemente operando e mostrandosi pieno di buona volontà, a poco a poco tirò nel suo partito tutte le città e il paese che è di là dal Po. Non vi fu se nonVitalio, uno degli uffiziali cesarei che comandava in Trevigi, il quale, unita quanta gente potè, oltre ad un corpo d'Eruli che seco militava, si arrischiò a dar battaglia all'armata d'Ildibado, ma con restare totalmente disfatto. Vi perirono quasi tutti gli Eruli conVisandoloro principe; eVitalio stesso potè ringraziare il buon cavallo che il mise in salvo. Ebbe anche la fortuna di salvarsiTeodimondofigliuolo di Maurizio e nipote di Mondo, ossia Mundone, di cui s'è altrove parlato. Questa vittoria portò non poco onore ad Ildibaldo, e fece risuonare il suo nome per l'Italia e fino in Oriente. Ma questo re infelice non sopravvisse molto. Erasi portata un dì al bagno la moglie di Vraia, cioè d'un nipote del fu re Vitige, il più ricco e potente fra i Goti, tutta di ricche vesti addobbata, e con un gran seguito di paggi e palafrenieri. Quivi trovò la moglie d'Ildibaldo, vestita piuttosto poveramente che no, e non solamente non si degnò di farle atto alcuno di quel rispetto che si conveniva a chi era moglie del re, ma ancora passò oltre col capo alto, mostrando di disprezzarla. Se ne dolse acremente col marito la donna, ed egli da lì a poco inventato appresso i Goti un pretesto che Vraia meditava tradimenti, e trattava di passare al servigio dell'imperadore, il fece con inganno uccidere: azione che disgustò non poco i Goti, senza che però alcuno osasse di farne vendetta. Ma ben la fece un certo Vila di nazione gepida, che militava nelle guardie del medesimo re. Aveva costui contratti gli sponsali con una donna ardentemente da lui amata; ma mentre era in una spedizione, Ildibaldo la diede in moglie ad un altro. Infuriato per questo Vila, e ben consapevole de' mali umori cagionati per la morte di Vraia, un dì che Ildibaldo dava pranzo ai primati dei Goti, stando egli colle altre guardie intorno al principe, con una sciablata gli tagliò la testa, che cadde sulla tavola, con restar tutti i convitati sì stranamente sopraffatti dal colpo, che venne lor meno la voce, nè dissero parola. Divolgatasi la morte di questo re, i Rugi, che erano un corpo di gente venuta a' tempi del re Teoderico in Italia, e che militava nelle sue armate, con prendere moglie solamente della lor nazione, all'improvviso dichiararono re uno de' loro principalicapi per nomeErarico: risoluzione che non fu impugnata dai Goti, ma nondimeno dispiacque loro non poco. Costui nulla fece di rilevante per rimettere in sesto gli affari de' Goti. Seguitava intanto a stare sotto la divozione dell'imperadore tutto il di qua dal Po. Per attestato del Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.],Bessapatrizio, uno de' più riguardevoli ufficiali cesarei, si portò in Piacenza, per tenere da quella parte in briglia i Goti; eCostanzianodalla Dalmazia passò, per ordine di Giustiniano, a Ravenna con titolo di generale delle armi. Ma non passarono cinque mesi che seguì un'altra mutazione presso i Goti. Era governatore in TrivigiTotila, figliuolo d'un fratello dell'ucciso re Ildibaldo, benchè giovanetto, pure personaggio di gran cuore e di non minore prudenza. Questi, non ignorando il mal talento mostrato dai Goti verso di suo zio, nè fidandosi di loro, cominciò segretamente a trattare con Costanziano, comandante de' Greci in Ravenna, di rendersi a lui con sicurezza della vita e delle sostanze, e la proposta fu subito abbracciata. Ma intanto i Goti, che di mal occhio miravano il re novelloErarico, riconoscendolo per uomo incapace di sostener la dignità reale e i loro interessi, mandarono gente a Trivigi ad offerir la corona a Totila, il quale non ebbe difficoltà di scoprire ai messi il suo trattato coi Greci; ma con soggiungere, che se levassero di mezzo Erarico, s'indurrebbe a compiacerli. In questo mentre Erarico, chiamati ad una dieta i Goti, insinuò loro la necessità di spedire ambasciatori a Giustiniano, per ottener, se fosse possibile, l'aggiustamento già proposto da Vitige, cioè, che l'Oltrepò restasse in dominio della loro nazione. Piacque la proposizione; andarono i legati con tali apparenze, ma con segreta istruzione di offrir all'imperadore tutto quanto possedevano i Goti, purchè egli accordasse ad esso Erarico una buona somma didanaro e l'onore del patriziato. Mentre quei vanno, Erarico fu ucciso dai Goti, e sostituito in suo luogo il sudettoTotila, uomo veramente degno di comandare. Portava egli il cognome o soprannome diBaduilla, ossiaBaduella; e questo solo si legge nelle sue medaglie presso il Du-Cange, Mezzabarba ed altri. Ed in fatti anche da Giordano[Jordan., de Regnor. Success.]è chiamatoBaduilla, e dall'autore della Miscella[Hist. Miscell., lib. 16.]Baduilla, qui et Totila dicebatur.DXLIIAnno diCristoDXLII. IndizioneV.Vigiliopapa 5.Giustinianoimperadore 16.Totilare 2.L'anno I dopo il consolato di Basilio.DacchèGiustinianoAugusto intese colla morte di Erarico svanite le speranze tutte di pace in Italia, ed alzato al trono il nuovo re goticoTotila[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 3.], scrisse lettere assai calde ai suoi uffiziali di Ravenna, con rampognare la lor dappocaggine, ed incitarli a qualche impresa. PerciòCostanziano,Alessandroe gli altri capitani uscirono in campagna con otto mila persone: nel qual piccolo esercito consisteva allora il nerbo maggiore delle milizie greche in Italia. Perchè avevano qualche intelligenza in Verona, a quella volta s'incamminarono, e non mancò in esse parti un uomo nobile, appellato Marciano, di trattare in maniera col custode di una delle porte, ch'egli una notte lasciò entrare in quella città cento Greci scelti, condotti daArtabazecapitano de' Persiani militanti in Italia. I Goti che vi erano di presidio, credendo inondata la città dai nemici, si ritirarono tosto sopra i colli, a piè de' quali è situata Verona. Venne il giorno, e non era peranche arrivato alla città il grosso de' Greci, fermatisi a disputar fra loro della division della preda che dovea farsi nel saccheggio della città. Accortisi dunque i Goti, giacchè, venutala luce, poteano facilmente veder tutto dall'alto della collina, come erano pochi gli entrati nella città, e tuttavia lontano il resto delle squadre nemiche, se ne tornarono in Verona, ripigliarono le porte, e cominciarono a dar la caccia ad Artabaze e a' suoi compagni. Arrivò l'esercito greco, e trovate le porte chiuse, altro far non potè che mirare i bei salti che andavano facendo dalle mura i lor colleghi fieramente incalzati dai Goti. Quei che caddero nel piano, salvarono la vita, fra' quali fu Artabaze. Gli altri, cadendo in siti scoscesi, finirono quivi i lor giorni. E così lo scornato esercito con Artabaze, che disse loro un mondo di villanie, se ne tornò indietro fino a Faenza. Mosso da questa novità il re Totila, raunò cinque mila de' suoi guerrieri, e a dirittura andò a cercare i Greci, e quantunque sapesse che erano molto superiori di forze, pure, valicato un fiume (che da Procopio fu lasciato nella penna), bravamente gli assalì. Aveva egli prima ordinato a trecento de' suoi, che, passato esso fiume, allorchè vedessero ben attaccata la zuffa, si scagliassero contro ai nemici, prendendoli alle spalle. Così fecero. Allora i Greci, figurandosi maggiore di quel che era lo sforzo de' Goti, più non tennero il piè fermo. Nella fuga molti furono fatti prigioni, assai più fu il numero dei tagliati a pezzi, e tutte le lor bandiere restarono in potere de' Goti: cosa non avvenuta mai dappoichè con loro si guerreggiava in Italia. Giordano storico[Jordan., de Regnor. Success.]e il Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.]scrivono succeduta a Faenza questa vittoria de' Goti. Quindi spedito da Totila in Toscana un esercito, cinse d'assedio Firenze, alla cui difesa araGiustino. Ma giunto l'avviso cheBessa,CiprianoeGiovanni, capitani dell'imperadore con forze maggiori si avvicinavano, i Goti si ritirarono nel Mugello. Nacquero liti fra gli uffiziali cesarei a chi dovesse toccareil comando dell'armata; e benchè la sorte decidesse pel suddetto Giovanni, figliuolo d'una sorella di Vitaliano, pure gli altri non vi si accomodarono. Assalì Giovanni colle sue milizie i Goti, che si erano ritirati sopra una collina, ma fu rispinto: ed essendo stata uccisa presso di lui una delle sue guardie, corse tosto voce ch'egli stesso vi avea perduta la vita. Questo bastò perchè i suoi voltassero affatto le spalle. Essendo passata la medesima voce nel resto delle truppe imperiali che non combattevano, e massimamente vedendo gli altri scappare, tutti questi altri ancora si diedero ad una vergognosa fuga, restando parimente non pochi d'essi morti o prigioni. Totila seppe così ben fare, che questi prigioni spontaneamente presero a militare al suo soldo.Erano già venute in potere d'esso Totila, per attestato del Continuatore di Marcellino conte, Cesena, Urbino, Montefeltro e Pietra Pertusa. Essendo egli dipoi passato in Toscana, niuna di quelle città se gli volle rendere; però continuato il viaggio, senza toccar Roma, arrivò nella Campania e nel Sannio, e quivi impadronitosi di Benevento, città riguardevole, vi fece spianar le mura, per levar ai Greci il ricovero in quelle parti. Tentò colle buone e con grandi promesse i Napolitani, se gli voleano rendere la città; ma essendovi dentroCononecapitano dell'imperadore con mille Isauri alla difesa, i cittadini aveano legate le mani. Il perchè Totila in persona colla maggior parte dell'oste sua vi pose lo assedio, e fece scorrere l'altre sue schiere per la Puglia, Calabria ed altre provincie ora componenti il regno di Napoli, che tutte vennero alla sua ubbidienza[Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 2, cap. 14.]. In questi suoi progressi arrivato a Monte Casino, volle visitarsan Benedetto, celebre allora abate del monistero, il quale molte cose gli predisse avvenire, e l'esortò alla clemenza. Prese di poi Totila il castello di Cuma, dove trovò una gransomma di danaro, e le mogli d'alcuni senatori romani; ma queste onorevolmente furono rimandate ai loro mariti; azione che acquistò a Totila il credito di principe savio e benigno. Così slargato il suo dominio, cominciò Totila a ricavar tributi da que' paesi e a rinforzare il suo erario ed esercito, e, per lo contrario, a calare la voglia di combattere nell'armata di Giustiniano, perchè non correvano le paghe, ed ognuno de' capitani pensava solo a sè stesso, guardando la città dove era di governo.Costanzianostava in Ravenna,Giustinoin Firenze,Ciprianoin Perugia,Bessaavea la guardia di Spoleti, e così altri d'altre città: il che cagionava un lamento universale de' popoli, mentre si vedevano spopolare e tornare di nuovo ne' pericoli e danni della guerra. Giunte a Costantinopoli queste cattive nuove d'Italia, se ne afflisse non poco Giustiniano Augusto; ma, senza perdersi d'animo, tosto prese a provvedere al bisogno, quantunque gli stessero forte a cuore i Persiani, che seguitavano tuttavia la guerra con furore e buona fortuna contro di lui. Creò prefetto del pretorio d'ItaliaMassimino, e seco mandò una flotta piena di Traci, e d'Armeni. Costui, siccome persona poca pratica del mestier della guerra, pigro inoltre e timoroso, arrivato che fu nell'Epiro, quivi fermatosi, vi consumò il tempo. Dietro a lui poscia Giustiniano inviòDemetriocon titolo di generale, e un battaglione di fanti. Costui sollecitamente arrivò in Sicilia, ed inteso l'assedio di Napoli e la penuria dei viveri, fatta tosto raunare una quantità grande di navi, e caricatele di vettovaglie, s'incamminò alla volta di Napoli. Ma perchè non aveva scorta tale di soldatesche da poter difendere i legni, caso che fosse assalito, giudicò meglio di tirar innanzi fino ai porti di Roma con isperanza di quivi trovarne, e d'imbarcarne quanto occorresse al bisogno. S'ingannò: niuno volle accompagnarsi con lui. Perciò determinò in fine di tentar la fortuna conquei pochi soldati che seco avea condotto, e si presentò davanti a Napoli. Ma informato Totila che non troverebbe resistenza in quei legni, spinse loro addosso alcuni dromoni carichi di soldati, che presero a man salva quelle navi con tutti i viveri; e a riserva di Demetrio e di pochi altri, che, saltati nei battelli, si salvarono, il resto fu o trucidato o preso. Pervenne finalmente in Sicilia Massimino prefetto del pretorio, da dove, stimolato, dalle istanze di Conone e de' Napoletani, verso il fine dell'anno spedì in loro soccorso la flotta seco venuta con tutte le truppe. Ma non sì tosto arrivarono le navi in Napoli, che furono sorprese da una fiera burrasca, e la forza del vento le spinse al lido in que' siti appunto, dove erano accampati i Goti. Non istettero questi colle mani alla cintola; saltarono nelle navi, uccisero chiunque volle mettersi alla difesa, presero vivi gli altri, e fra essi il suddetto generale Demetrio, che era ritornato su questa flotta. Pochi altri ebbero la fortuna di salvarsi. E tale fu il successo degli sforzi fatti in quest'anno da Giustiniano per sostenere gl'interessi d'Italia. Poco meno infelici furono gli altri avvenimenti della guerra coi Persiani. La sola accortezza di Belisario impedì che non facessero maggiori progressi; e, ciò non ostante, fu egli incolpato di avere trascurati alcuni vantaggi che si poteano riportare in quelle parti dall'armi dell'imperadore; e però, caduto dalla grazia di lui, fu richiamato a Costantinopoli, dove, essendo privato della carica di generale, per qualche tempo menò una vita ritirata, con temer sempre insidie e il fine de' suoi giorni. In questo anno ancora, per quanto s'ha da santo Isidoro[Isidor., in Chron. Gothor.]e dalla Cronichetta[Victor Turon., in Chron., edit. Canisii.]inserita in quella di Vittor Tunonense,ChildebertoeClotariore dei Franchi con un potentissimo esercito entrati per Pamplona in Ispagna, saccheggiarono la provincia Tarraconese, assediarono Saragozza,e si credevano di conquistar quei paesi. Ma i Visigoti, de' quali era in quei tempi reTeode, e generaleTeodisclo, occupati i passi, vennero ad un fatto d'armi colla totale sconfitta de' Franchi. Incredibile fu, se crediamo ai suddetti storici, la strage fatta de' medesimi. E i rimasti in vita bisognò che a forza d'oro comperassero la licenza di potersene ritornar nelle Gallie. Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 3.]e Sigeberto[Sigebertus, in Chronico.]parlano di questa guerra, ma non già della rotta data ai Franchi. Anzi dicono che essi ritornarono carichi di preda e con trionfo. Come accordar insieme questi scrittori, ciascun de' quali vuol mantener l'onore della sua nazione?

Console

Flavio Basiliojuniore, senza collega.

Crede il Baronio che questoBasilioconsole fosse romano, e della casaDecia, e però della famiglia di quel Basilio che fu console nell'anno 463, a distinzione di cui fu appellatojuniore. Procopio in fatti fa menzione diBasilio patriziodopo questi tempi in Roma. Ed è da osservare che questo si può dire l'ultimo dei consolati ordinarii dell'imperio romano, se non che Giustino Augusto juniore lo rinnovò nell'anno 567. E gl'imperadori d'Oriente continuarono poi un consolato perpetuo. Giustiniano quegli fu che fece andare in disuso questa sì illustre dignità, perchè egli solo ambiva tutto il lustro del comando. E l'abolì in Occidente col pretesto ch'esso portavauna spesa eccessiva, giacchè i consoli doveano, per rallegrare il popolo, gittar monete d'oro e d'argento senza risparmio per le strade, vestire di livrea gran gente, e solevano dare spettacoli e giuochi scenici per divertimento del pubblico. Almeno due mila libbre d'oro spendeva cadauno dei consoli in tale solennità, e la maggior parte di tale spesa era pagata dall'imperiale erario. Richiamato intantoBelisarioda Giustiniano, avea già sciolte le vele verso Costantinopoli, seco onorevolmente conducendoVitigee sua moglie con alcuni de' primarii Goti, e specialmente i figliuoli del nuovore Ildibado, trovati per buona ventura in Ravenna, e ritenuti[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 1.]. Giunto colà, li presentò a Giustiniano Augusto, che fece lor buon accoglimento, e mirò ancora con maggior piacere i tesori dal re Teoderico trasportati da Ravenna. Si credevano tutti che Belisario fosse per aver l'onore del trionfo, come l'aveva goduto per l'Africa ricuperata: ma, senza sapersene il perchè, non l'ottenne. E qui Procopio tesse un panegirico alle rare qualità e virtù di questo generale, lasciando indietro, secondo l'uso ordinario, i suoi difetti, che si veggono poi raccolti nella Storia segreta[Idem, in Histor. Arcan.]. I Goti, ch'erano con lui, andarono a militare in Oriente; il solo Vitige creato patrizio, per testimonianza di Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 60.], restò in Costantinopoli colla moglieMutasunta, la quale dopo la morte d'esso Vitige, succeduta da lì a due anni, fu data per moglie aGermano, non già fratello, ma figliuolo di un fratello di Giustiniano Augusto, ed uno dei migliori generali di quell'età. Fece Belisario quella campagna contro i Persiani, ma con poca fortuna e meno onore, e tornossene poi sul fine a svernare a Costantinopoli. Le disavventure sue per cagione diAntoninasua moglie adultera si possono leggere presso il medesimo Procopio ne' primi capitoli della suddettaStoria segreta. In Italia non altre novità succederono, se non che fu spedito da Giustiniano Augusto a Ravenna un certoAlessandrosuo maestro del conto, soprannominatoForbicetta, perchè colle forbici sapeva sì gentilmente tosare le monete d'oro, che non pativa punto il contorno delle lettere. Uomo avvezzo a scorticare i soldati e a procurar tutti i vantaggi del padrone, ma con procurare prima di ogni altra cosa i proprii; dimanierachè in poco tempo da una somma povertà era pervenuto ad una somma ricchezza. Costui cominciò non solamente a dare un buon assetto ai tributi e a ingrassare l'erario cesareo, ma eziandio a rivedere i conti del passato, infin sotto ai tempi del re Teoderico. Inventava egli dei crediti e delle accuse di rubamenti, che fingeva fatti sotto i re goti, anche contra chi non aveva mai maneggiate le entrate regali, pelando con ciò disperatamente chiunque egli voleva. E senza far capitale delle ferite e fatiche de' soldati, li ridusse ad una lieve paga.

Tale fu il frutto che i poveri Italiani riportarono dopo tanti desiderii di scuotere il giogo dei Goti: disinganno non poche volte succeduto ad altri popoli, soliti a lusingarsi, col mutar governo e padrone, di migliorare i proprii interessi. Gli stessi soldati, veggendosi così maltrattati, perdevano la voglia di esporre la vita in servigio del principe, ed alcuni ancora passarono a prendere soldo dal nuovo re dei GotiIldibado. Questi a tutta prima avea poco seguito, e la sola città di Pavia lo ubbidiva; ma prudentemente operando e mostrandosi pieno di buona volontà, a poco a poco tirò nel suo partito tutte le città e il paese che è di là dal Po. Non vi fu se nonVitalio, uno degli uffiziali cesarei che comandava in Trevigi, il quale, unita quanta gente potè, oltre ad un corpo d'Eruli che seco militava, si arrischiò a dar battaglia all'armata d'Ildibado, ma con restare totalmente disfatto. Vi perirono quasi tutti gli Eruli conVisandoloro principe; eVitalio stesso potè ringraziare il buon cavallo che il mise in salvo. Ebbe anche la fortuna di salvarsiTeodimondofigliuolo di Maurizio e nipote di Mondo, ossia Mundone, di cui s'è altrove parlato. Questa vittoria portò non poco onore ad Ildibaldo, e fece risuonare il suo nome per l'Italia e fino in Oriente. Ma questo re infelice non sopravvisse molto. Erasi portata un dì al bagno la moglie di Vraia, cioè d'un nipote del fu re Vitige, il più ricco e potente fra i Goti, tutta di ricche vesti addobbata, e con un gran seguito di paggi e palafrenieri. Quivi trovò la moglie d'Ildibaldo, vestita piuttosto poveramente che no, e non solamente non si degnò di farle atto alcuno di quel rispetto che si conveniva a chi era moglie del re, ma ancora passò oltre col capo alto, mostrando di disprezzarla. Se ne dolse acremente col marito la donna, ed egli da lì a poco inventato appresso i Goti un pretesto che Vraia meditava tradimenti, e trattava di passare al servigio dell'imperadore, il fece con inganno uccidere: azione che disgustò non poco i Goti, senza che però alcuno osasse di farne vendetta. Ma ben la fece un certo Vila di nazione gepida, che militava nelle guardie del medesimo re. Aveva costui contratti gli sponsali con una donna ardentemente da lui amata; ma mentre era in una spedizione, Ildibaldo la diede in moglie ad un altro. Infuriato per questo Vila, e ben consapevole de' mali umori cagionati per la morte di Vraia, un dì che Ildibaldo dava pranzo ai primati dei Goti, stando egli colle altre guardie intorno al principe, con una sciablata gli tagliò la testa, che cadde sulla tavola, con restar tutti i convitati sì stranamente sopraffatti dal colpo, che venne lor meno la voce, nè dissero parola. Divolgatasi la morte di questo re, i Rugi, che erano un corpo di gente venuta a' tempi del re Teoderico in Italia, e che militava nelle sue armate, con prendere moglie solamente della lor nazione, all'improvviso dichiararono re uno de' loro principalicapi per nomeErarico: risoluzione che non fu impugnata dai Goti, ma nondimeno dispiacque loro non poco. Costui nulla fece di rilevante per rimettere in sesto gli affari de' Goti. Seguitava intanto a stare sotto la divozione dell'imperadore tutto il di qua dal Po. Per attestato del Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.],Bessapatrizio, uno de' più riguardevoli ufficiali cesarei, si portò in Piacenza, per tenere da quella parte in briglia i Goti; eCostanzianodalla Dalmazia passò, per ordine di Giustiniano, a Ravenna con titolo di generale delle armi. Ma non passarono cinque mesi che seguì un'altra mutazione presso i Goti. Era governatore in TrivigiTotila, figliuolo d'un fratello dell'ucciso re Ildibaldo, benchè giovanetto, pure personaggio di gran cuore e di non minore prudenza. Questi, non ignorando il mal talento mostrato dai Goti verso di suo zio, nè fidandosi di loro, cominciò segretamente a trattare con Costanziano, comandante de' Greci in Ravenna, di rendersi a lui con sicurezza della vita e delle sostanze, e la proposta fu subito abbracciata. Ma intanto i Goti, che di mal occhio miravano il re novelloErarico, riconoscendolo per uomo incapace di sostener la dignità reale e i loro interessi, mandarono gente a Trivigi ad offerir la corona a Totila, il quale non ebbe difficoltà di scoprire ai messi il suo trattato coi Greci; ma con soggiungere, che se levassero di mezzo Erarico, s'indurrebbe a compiacerli. In questo mentre Erarico, chiamati ad una dieta i Goti, insinuò loro la necessità di spedire ambasciatori a Giustiniano, per ottener, se fosse possibile, l'aggiustamento già proposto da Vitige, cioè, che l'Oltrepò restasse in dominio della loro nazione. Piacque la proposizione; andarono i legati con tali apparenze, ma con segreta istruzione di offrir all'imperadore tutto quanto possedevano i Goti, purchè egli accordasse ad esso Erarico una buona somma didanaro e l'onore del patriziato. Mentre quei vanno, Erarico fu ucciso dai Goti, e sostituito in suo luogo il sudettoTotila, uomo veramente degno di comandare. Portava egli il cognome o soprannome diBaduilla, ossiaBaduella; e questo solo si legge nelle sue medaglie presso il Du-Cange, Mezzabarba ed altri. Ed in fatti anche da Giordano[Jordan., de Regnor. Success.]è chiamatoBaduilla, e dall'autore della Miscella[Hist. Miscell., lib. 16.]Baduilla, qui et Totila dicebatur.

L'anno I dopo il consolato di Basilio.

DacchèGiustinianoAugusto intese colla morte di Erarico svanite le speranze tutte di pace in Italia, ed alzato al trono il nuovo re goticoTotila[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 3.], scrisse lettere assai calde ai suoi uffiziali di Ravenna, con rampognare la lor dappocaggine, ed incitarli a qualche impresa. PerciòCostanziano,Alessandroe gli altri capitani uscirono in campagna con otto mila persone: nel qual piccolo esercito consisteva allora il nerbo maggiore delle milizie greche in Italia. Perchè avevano qualche intelligenza in Verona, a quella volta s'incamminarono, e non mancò in esse parti un uomo nobile, appellato Marciano, di trattare in maniera col custode di una delle porte, ch'egli una notte lasciò entrare in quella città cento Greci scelti, condotti daArtabazecapitano de' Persiani militanti in Italia. I Goti che vi erano di presidio, credendo inondata la città dai nemici, si ritirarono tosto sopra i colli, a piè de' quali è situata Verona. Venne il giorno, e non era peranche arrivato alla città il grosso de' Greci, fermatisi a disputar fra loro della division della preda che dovea farsi nel saccheggio della città. Accortisi dunque i Goti, giacchè, venutala luce, poteano facilmente veder tutto dall'alto della collina, come erano pochi gli entrati nella città, e tuttavia lontano il resto delle squadre nemiche, se ne tornarono in Verona, ripigliarono le porte, e cominciarono a dar la caccia ad Artabaze e a' suoi compagni. Arrivò l'esercito greco, e trovate le porte chiuse, altro far non potè che mirare i bei salti che andavano facendo dalle mura i lor colleghi fieramente incalzati dai Goti. Quei che caddero nel piano, salvarono la vita, fra' quali fu Artabaze. Gli altri, cadendo in siti scoscesi, finirono quivi i lor giorni. E così lo scornato esercito con Artabaze, che disse loro un mondo di villanie, se ne tornò indietro fino a Faenza. Mosso da questa novità il re Totila, raunò cinque mila de' suoi guerrieri, e a dirittura andò a cercare i Greci, e quantunque sapesse che erano molto superiori di forze, pure, valicato un fiume (che da Procopio fu lasciato nella penna), bravamente gli assalì. Aveva egli prima ordinato a trecento de' suoi, che, passato esso fiume, allorchè vedessero ben attaccata la zuffa, si scagliassero contro ai nemici, prendendoli alle spalle. Così fecero. Allora i Greci, figurandosi maggiore di quel che era lo sforzo de' Goti, più non tennero il piè fermo. Nella fuga molti furono fatti prigioni, assai più fu il numero dei tagliati a pezzi, e tutte le lor bandiere restarono in potere de' Goti: cosa non avvenuta mai dappoichè con loro si guerreggiava in Italia. Giordano storico[Jordan., de Regnor. Success.]e il Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.]scrivono succeduta a Faenza questa vittoria de' Goti. Quindi spedito da Totila in Toscana un esercito, cinse d'assedio Firenze, alla cui difesa araGiustino. Ma giunto l'avviso cheBessa,CiprianoeGiovanni, capitani dell'imperadore con forze maggiori si avvicinavano, i Goti si ritirarono nel Mugello. Nacquero liti fra gli uffiziali cesarei a chi dovesse toccareil comando dell'armata; e benchè la sorte decidesse pel suddetto Giovanni, figliuolo d'una sorella di Vitaliano, pure gli altri non vi si accomodarono. Assalì Giovanni colle sue milizie i Goti, che si erano ritirati sopra una collina, ma fu rispinto: ed essendo stata uccisa presso di lui una delle sue guardie, corse tosto voce ch'egli stesso vi avea perduta la vita. Questo bastò perchè i suoi voltassero affatto le spalle. Essendo passata la medesima voce nel resto delle truppe imperiali che non combattevano, e massimamente vedendo gli altri scappare, tutti questi altri ancora si diedero ad una vergognosa fuga, restando parimente non pochi d'essi morti o prigioni. Totila seppe così ben fare, che questi prigioni spontaneamente presero a militare al suo soldo.

Erano già venute in potere d'esso Totila, per attestato del Continuatore di Marcellino conte, Cesena, Urbino, Montefeltro e Pietra Pertusa. Essendo egli dipoi passato in Toscana, niuna di quelle città se gli volle rendere; però continuato il viaggio, senza toccar Roma, arrivò nella Campania e nel Sannio, e quivi impadronitosi di Benevento, città riguardevole, vi fece spianar le mura, per levar ai Greci il ricovero in quelle parti. Tentò colle buone e con grandi promesse i Napolitani, se gli voleano rendere la città; ma essendovi dentroCononecapitano dell'imperadore con mille Isauri alla difesa, i cittadini aveano legate le mani. Il perchè Totila in persona colla maggior parte dell'oste sua vi pose lo assedio, e fece scorrere l'altre sue schiere per la Puglia, Calabria ed altre provincie ora componenti il regno di Napoli, che tutte vennero alla sua ubbidienza[Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 2, cap. 14.]. In questi suoi progressi arrivato a Monte Casino, volle visitarsan Benedetto, celebre allora abate del monistero, il quale molte cose gli predisse avvenire, e l'esortò alla clemenza. Prese di poi Totila il castello di Cuma, dove trovò una gransomma di danaro, e le mogli d'alcuni senatori romani; ma queste onorevolmente furono rimandate ai loro mariti; azione che acquistò a Totila il credito di principe savio e benigno. Così slargato il suo dominio, cominciò Totila a ricavar tributi da que' paesi e a rinforzare il suo erario ed esercito, e, per lo contrario, a calare la voglia di combattere nell'armata di Giustiniano, perchè non correvano le paghe, ed ognuno de' capitani pensava solo a sè stesso, guardando la città dove era di governo.Costanzianostava in Ravenna,Giustinoin Firenze,Ciprianoin Perugia,Bessaavea la guardia di Spoleti, e così altri d'altre città: il che cagionava un lamento universale de' popoli, mentre si vedevano spopolare e tornare di nuovo ne' pericoli e danni della guerra. Giunte a Costantinopoli queste cattive nuove d'Italia, se ne afflisse non poco Giustiniano Augusto; ma, senza perdersi d'animo, tosto prese a provvedere al bisogno, quantunque gli stessero forte a cuore i Persiani, che seguitavano tuttavia la guerra con furore e buona fortuna contro di lui. Creò prefetto del pretorio d'ItaliaMassimino, e seco mandò una flotta piena di Traci, e d'Armeni. Costui, siccome persona poca pratica del mestier della guerra, pigro inoltre e timoroso, arrivato che fu nell'Epiro, quivi fermatosi, vi consumò il tempo. Dietro a lui poscia Giustiniano inviòDemetriocon titolo di generale, e un battaglione di fanti. Costui sollecitamente arrivò in Sicilia, ed inteso l'assedio di Napoli e la penuria dei viveri, fatta tosto raunare una quantità grande di navi, e caricatele di vettovaglie, s'incamminò alla volta di Napoli. Ma perchè non aveva scorta tale di soldatesche da poter difendere i legni, caso che fosse assalito, giudicò meglio di tirar innanzi fino ai porti di Roma con isperanza di quivi trovarne, e d'imbarcarne quanto occorresse al bisogno. S'ingannò: niuno volle accompagnarsi con lui. Perciò determinò in fine di tentar la fortuna conquei pochi soldati che seco avea condotto, e si presentò davanti a Napoli. Ma informato Totila che non troverebbe resistenza in quei legni, spinse loro addosso alcuni dromoni carichi di soldati, che presero a man salva quelle navi con tutti i viveri; e a riserva di Demetrio e di pochi altri, che, saltati nei battelli, si salvarono, il resto fu o trucidato o preso. Pervenne finalmente in Sicilia Massimino prefetto del pretorio, da dove, stimolato, dalle istanze di Conone e de' Napoletani, verso il fine dell'anno spedì in loro soccorso la flotta seco venuta con tutte le truppe. Ma non sì tosto arrivarono le navi in Napoli, che furono sorprese da una fiera burrasca, e la forza del vento le spinse al lido in que' siti appunto, dove erano accampati i Goti. Non istettero questi colle mani alla cintola; saltarono nelle navi, uccisero chiunque volle mettersi alla difesa, presero vivi gli altri, e fra essi il suddetto generale Demetrio, che era ritornato su questa flotta. Pochi altri ebbero la fortuna di salvarsi. E tale fu il successo degli sforzi fatti in quest'anno da Giustiniano per sostenere gl'interessi d'Italia. Poco meno infelici furono gli altri avvenimenti della guerra coi Persiani. La sola accortezza di Belisario impedì che non facessero maggiori progressi; e, ciò non ostante, fu egli incolpato di avere trascurati alcuni vantaggi che si poteano riportare in quelle parti dall'armi dell'imperadore; e però, caduto dalla grazia di lui, fu richiamato a Costantinopoli, dove, essendo privato della carica di generale, per qualche tempo menò una vita ritirata, con temer sempre insidie e il fine de' suoi giorni. In questo anno ancora, per quanto s'ha da santo Isidoro[Isidor., in Chron. Gothor.]e dalla Cronichetta[Victor Turon., in Chron., edit. Canisii.]inserita in quella di Vittor Tunonense,ChildebertoeClotariore dei Franchi con un potentissimo esercito entrati per Pamplona in Ispagna, saccheggiarono la provincia Tarraconese, assediarono Saragozza,e si credevano di conquistar quei paesi. Ma i Visigoti, de' quali era in quei tempi reTeode, e generaleTeodisclo, occupati i passi, vennero ad un fatto d'armi colla totale sconfitta de' Franchi. Incredibile fu, se crediamo ai suddetti storici, la strage fatta de' medesimi. E i rimasti in vita bisognò che a forza d'oro comperassero la licenza di potersene ritornar nelle Gallie. Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 3.]e Sigeberto[Sigebertus, in Chronico.]parlano di questa guerra, ma non già della rotta data ai Franchi. Anzi dicono che essi ritornarono carichi di preda e con trionfo. Come accordar insieme questi scrittori, ciascun de' quali vuol mantener l'onore della sua nazione?


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