DXLIX

DXLIXAnno diCristoDXLIX. IndizioneXII.Vigiliopapa 12.Giustinianoimperadore 23.Totilare 9.L'anno VIII dopo il consolato di Basilio.Andavano di male in peggio gli affari dell'imperadorGiustiniano. Imperciocchè iGepidi, che avevano occupata la Dacia Ripense e il Sirmio[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 34.], e vi si erano poi stabiliti con permissione di Giustiniano, mercè di una lega stabilita con lui, fecero in quest'anno delle scorrerie e prede in altri circonvicini paesi. Più pesante ancora si sentiva il flagello de'Longobardi, i quali, divenuti padronidel Norico e della Pannonia, avevano impetrata da esso Augusto la licenza di fermarsi quivi in vicinanza de' Gepidi; dimentichi de' benefizii ricevuti, saccheggiarono la Dalmazia e l'Illirico, col menar seco una gran quantità di schiavi. Vennero poi alle mani fra loro queste due barbare nazioni per cagion de' confini, ed ambedue spedirono ambasciatori a Giustiniano Augusto per averlo dalla sua. Egli prese la difesa de' Longobardi. Finalmente gliSclavi, passati di qua dal Danubio e dall'Ebro, apportarono incredibili stragi e danni alla Tracia. Durava poi tuttavia in Oriente la guerra coi Persiani; ed in Italia sempre più pareva inclinata la fortuna in favore dei Goti. L'infaticabileTotila, dopo la presa di Perugia, guidò nel presente anno tutta l'armata sotto Roma, ed assediolla da varie parti. Dentro v'era con tre mila combattentiDiogenevaloroso e prudente capitano, deputato alla difesa di essa città da Belisario prima della sua partenza, il quale con sommo vigore sostenne sempre gli assalti frequenti dei nemici. Ma avendo i Goti occupato il castello di Porto, Roma cominciò a penuriare di viveri. Tuttavia non perderono punto di coraggio i difensori, e l'assedio andò in lungo; e più ancora sarebbe andato se alcuni soldati isauri di quella guarnigione, che custodivano la porta di san Paolo, non avessero tradita la città. Costoro dall'un canto mal soddisfatti pel soldo loro da molti anni non mai pagato, e dall'altro consapevoli del magnifico premio dato ai lor compagni Isauri che dianzi aveano tradita Roma trattarono segretamente con Totila di fare il medesimo giuoco. Venuta la notte, la porta suddetta fu spalancata ai Goti, che tagliarono a pezzi quanti dei Greci vennero loro incontro. Gli altri Greci chi per una porta e chi per l'altra fuggirono alla volta di Civitavecchia; ma avendo raccolto Totila disposte prima in quel cammino varie schiere dei suoi, pochi scamparono dalle lor mani,fra' quali il soprammentovato Diogene, ma ferito.Paolo di Cilicia, restato con quattrocento cavalli nella città, si rifugiò nella mole d'Andriano, oggidì castello Santangelo, ed occupò quel ponte. La mattina seguente, inutilmente e con loro strage tentarono i Goti di sloggiar questo corpo; ma non avendo i Greci di che mangiare nè per loro, nè per gli cavalli, determinarono di uscire addosso ai nemici, e di vendere ben cara la vita: con che s'abbracciarono tutti, e si diedero l'ultimo addio, come gente risoluta di morire. Intesa dal re Totila la disperata loro risoluzione, mandò loro ad esibire che scegliessero o di depor l'armi e lasciare i cavalli, e di obbligarsi con giuramento di non militar più contro dei Goti, e di andarsene con Dio in libertà; o pure tener tutte le robe loro, con arrolarsi fra i Goti. Ognuno, udita cotal proposta, elesse la prima condizione; ma poi per vergogna di andarsene senz'armi, e per timore di essere uccisi in cammino, si appigliarono all'ultimo partito, a riserva di due che aveano moglie e figliuoli in Costantinopoli. Totila a questi due fatto dar danaro pel viaggio, e scorte, li licenziò. Quattrocento altri soldati greci che s'erano rifugiati nelle chiese, assicurati della vita, anch'essi a lui si renderono. Non fece già provar questa volta il re vincitore a Roma nè ai Romani il trattamento usato nella prima conquista d'essa città[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 37.]. Ricordevole de' rimproveri a lui fatti da Teodeberto re de' Franchi e dagli stessi suoi Goti, mostrò buona ciera a tutti i cittadini che ivi si trovarono; richiamò dalla Campania tutti gli altri, e spezialmente i senatori; diede loro il piacere de' giuochi equestri. Poscia spedì a CostantinopoliStefanodi nazione romano, suo ambasciatore, a pregar Giustiniano di voler metter fine a tanti guai dell'Italia con una buona pace, rappresentando la desolazione delle città e i progressi de' Franchi, che doveano far paura anche adesso Augusto, ed offerendo l'armi sue in difesa da lui. Ma Giustiniano risoluto di sterminar i Gotti, neppur volle ammettere alla sua udienza il legato. Questa durezza dell'imperadore fece risolvere Totila a tentar anche l'impresa della Sicilia, la quale se gli fosse felicemente riuscita, avrebbe forse assodato il suo dominio in Italia.Preparò dunque una flotta numerosa di navi grosse, che i Goti di tanto in tanto aveano prese ai Greci, e ve ne aggiunse altre quattrocento minori, con pensiero di fare uno sbarco in quell'isola. Prima nondimeno di mettersi in viaggio a quella volta, provò se poteva sloggiare i Greci da Civitavecchia.Diogenefuggito da Roma, s'era colà ritirato, e vi aveva un presidio sufficiente alla difesa. Fu formato l'assedio, e fatte varie chiamate a Diogene, ed esibitegli delle vantaggiose condizioni, finalmente si capitolò la resa, se entro il pattuito termine l'imperadore non gli mandava soccorso; e furono dati trenta ostaggi dall'una parte e dall'altra. Dopo di che i Goti diedero le vele al vento, e s'incamminarono verso la Sicilia. Giunti che furono a Reggio di Calabria, Totila intimò la resa a quel presidio di Greci, al comando de' quali eranoTorimutoedImerio. Ma trovatili costanti nel loro dovere, lasciò quivi un buon corpo di gente, con ordine di tener bene stretto quel presidio, affinchè non v'entrassero viveri, assai informato che quel castello, ossia quella città, ne penuriava non poco. Inviò un altro corpo de' suoi a Taranto, che senza fatica s'impadronì di quella terra. Nello stesso tempo i Goti da lui lasciati nel Piceno per tradimento entrarono nella città di Rimini. Avvicinandosi poi costoro a Ravenna,Vero, che allora era comandante delle armi in quella città, uscì in campagna col nerbo maggiore delle sue truppe, e venne con loro a battaglia; ma ebbe la sfortuna d'essere disfatto con gran perdita de' suoi, e con lasciare egli stesso la vita sul campo. Totila intanto passòcon lo stuolo delle sue navi in Sicilia, ed accampossi intorno a Messina, alla cui difesa bravamente s'accinseDonnenziolo, uffiziale dell'imperadore, colla sua guarnigione. A riserva di quei che erano necessarii per quell'assedio, tutte le altre masnade dei Goti si sparsero per la Sicilia, e quasi tutta la misero a sacco, con occupare ancora qualche fortezza. Contra de' Siciliani erano forte in collera i Goti, perchè fino ne' tempi del re Teoderico supplicarono per essere esenti da grosse guarnigioni, per ischivarne l'aggravio, promettendo essi di ben difendere l'isola. Ma appena vi si lasciò vederBelisario, che tutti si ribellarono, acclamando l'imperadore. Mentre si faceva il brutto ballo in quelle contrade, la guarnigione di Reggio di Calabria, dopo aver consumati tutti i viveri, finalmente venne a rendersi con restar prigioniera di guerra. Portate a Costantinopoli sì triste nuove, determinò Giustiniano d'inviare in ItaliaGermanopatrizio, che dal padre Pagi[Pagius, Crit. Baron., ad ann. 551, n. 2.], forse per errore di stampa è chiamatopatruus, cioèzio paternod'esso imperadore, ma che in fatti era figliuolo d'un fratello, ossia nipote del medesimo Augusto; personaggio di gran senno, gravità e coraggio, e di non minore sperienza nell'arte militare, la cui riputazione era in onore dappertutto, sì per esser sì strettamente congiunto di sangue coll'imperadore, e sì perchè molto prima avea data una famosa rotta agli Anti, popoli barbari, ed inoltre col suo valore e colla prudenza sua avea, per così dire, riacquistata all'imperio l'Africa, con torla dalle mani de' tiranni insorti in quelle parti dopo la conquista fattane da Belisario. Venne in Italia l'avviso di questa elezione, e rincorò quanti ci restavano o soldati, o ben affetti al nome dell'imperadore. Ma non si sa il perchè Giustiniano, mutato pensiero, diede il comando dell'armi d'Italia aLiberiocittadino romano:benchè poco appresso pentito anche della scelta da lui fatta, non lo lasciasse venire, considerandolo per troppo avanzato in età e poco pratico del mestier della guerra. Trovavasi allora in Costantinopoli papaVigiliocon assaissimi altri Italiani de' più nobili, che continuamente faceano premura ad esso Augusto, acciocchè un grande sforzo si facesse per ricuperar l'Italia dalle mani de' Goti. E specialmente erano inculcate tali istanze daGotico(così viene appellato nel testo di Procopio, ma probabilmente èCetego) patrizio, stato gran tempo fa console. Un Cetego nell'anno 504 fu ornato di questa dignità; ma par molto indietro un tal tempo. Giustiniano prometteva tutto, ed intanto spendeva la maggior parte del tempo nella spinosa controversia dei tre capitoli, che allora bolliva forte in Oriente, e fu cagione di scisma e di non pochi ammazzamenti. Vigilio papa fece varie figure, contrariato dal clero romano, e massimamente dai vescovi dell'Africa e dell'Illirico, siccome può vedersi nella Storia ecclesiastica. Se Giustiniano Augusto non fosse stato fazionario in questa lite, e non avesse usato della prepotenza contro di esso papa, non sarebbero seguiti tanti sconcerti, che pur troppo turbarono forte la Chiesa di Dio.

L'anno VIII dopo il consolato di Basilio.

Andavano di male in peggio gli affari dell'imperadorGiustiniano. Imperciocchè iGepidi, che avevano occupata la Dacia Ripense e il Sirmio[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 34.], e vi si erano poi stabiliti con permissione di Giustiniano, mercè di una lega stabilita con lui, fecero in quest'anno delle scorrerie e prede in altri circonvicini paesi. Più pesante ancora si sentiva il flagello de'Longobardi, i quali, divenuti padronidel Norico e della Pannonia, avevano impetrata da esso Augusto la licenza di fermarsi quivi in vicinanza de' Gepidi; dimentichi de' benefizii ricevuti, saccheggiarono la Dalmazia e l'Illirico, col menar seco una gran quantità di schiavi. Vennero poi alle mani fra loro queste due barbare nazioni per cagion de' confini, ed ambedue spedirono ambasciatori a Giustiniano Augusto per averlo dalla sua. Egli prese la difesa de' Longobardi. Finalmente gliSclavi, passati di qua dal Danubio e dall'Ebro, apportarono incredibili stragi e danni alla Tracia. Durava poi tuttavia in Oriente la guerra coi Persiani; ed in Italia sempre più pareva inclinata la fortuna in favore dei Goti. L'infaticabileTotila, dopo la presa di Perugia, guidò nel presente anno tutta l'armata sotto Roma, ed assediolla da varie parti. Dentro v'era con tre mila combattentiDiogenevaloroso e prudente capitano, deputato alla difesa di essa città da Belisario prima della sua partenza, il quale con sommo vigore sostenne sempre gli assalti frequenti dei nemici. Ma avendo i Goti occupato il castello di Porto, Roma cominciò a penuriare di viveri. Tuttavia non perderono punto di coraggio i difensori, e l'assedio andò in lungo; e più ancora sarebbe andato se alcuni soldati isauri di quella guarnigione, che custodivano la porta di san Paolo, non avessero tradita la città. Costoro dall'un canto mal soddisfatti pel soldo loro da molti anni non mai pagato, e dall'altro consapevoli del magnifico premio dato ai lor compagni Isauri che dianzi aveano tradita Roma trattarono segretamente con Totila di fare il medesimo giuoco. Venuta la notte, la porta suddetta fu spalancata ai Goti, che tagliarono a pezzi quanti dei Greci vennero loro incontro. Gli altri Greci chi per una porta e chi per l'altra fuggirono alla volta di Civitavecchia; ma avendo raccolto Totila disposte prima in quel cammino varie schiere dei suoi, pochi scamparono dalle lor mani,fra' quali il soprammentovato Diogene, ma ferito.Paolo di Cilicia, restato con quattrocento cavalli nella città, si rifugiò nella mole d'Andriano, oggidì castello Santangelo, ed occupò quel ponte. La mattina seguente, inutilmente e con loro strage tentarono i Goti di sloggiar questo corpo; ma non avendo i Greci di che mangiare nè per loro, nè per gli cavalli, determinarono di uscire addosso ai nemici, e di vendere ben cara la vita: con che s'abbracciarono tutti, e si diedero l'ultimo addio, come gente risoluta di morire. Intesa dal re Totila la disperata loro risoluzione, mandò loro ad esibire che scegliessero o di depor l'armi e lasciare i cavalli, e di obbligarsi con giuramento di non militar più contro dei Goti, e di andarsene con Dio in libertà; o pure tener tutte le robe loro, con arrolarsi fra i Goti. Ognuno, udita cotal proposta, elesse la prima condizione; ma poi per vergogna di andarsene senz'armi, e per timore di essere uccisi in cammino, si appigliarono all'ultimo partito, a riserva di due che aveano moglie e figliuoli in Costantinopoli. Totila a questi due fatto dar danaro pel viaggio, e scorte, li licenziò. Quattrocento altri soldati greci che s'erano rifugiati nelle chiese, assicurati della vita, anch'essi a lui si renderono. Non fece già provar questa volta il re vincitore a Roma nè ai Romani il trattamento usato nella prima conquista d'essa città[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 37.]. Ricordevole de' rimproveri a lui fatti da Teodeberto re de' Franchi e dagli stessi suoi Goti, mostrò buona ciera a tutti i cittadini che ivi si trovarono; richiamò dalla Campania tutti gli altri, e spezialmente i senatori; diede loro il piacere de' giuochi equestri. Poscia spedì a CostantinopoliStefanodi nazione romano, suo ambasciatore, a pregar Giustiniano di voler metter fine a tanti guai dell'Italia con una buona pace, rappresentando la desolazione delle città e i progressi de' Franchi, che doveano far paura anche adesso Augusto, ed offerendo l'armi sue in difesa da lui. Ma Giustiniano risoluto di sterminar i Gotti, neppur volle ammettere alla sua udienza il legato. Questa durezza dell'imperadore fece risolvere Totila a tentar anche l'impresa della Sicilia, la quale se gli fosse felicemente riuscita, avrebbe forse assodato il suo dominio in Italia.

Preparò dunque una flotta numerosa di navi grosse, che i Goti di tanto in tanto aveano prese ai Greci, e ve ne aggiunse altre quattrocento minori, con pensiero di fare uno sbarco in quell'isola. Prima nondimeno di mettersi in viaggio a quella volta, provò se poteva sloggiare i Greci da Civitavecchia.Diogenefuggito da Roma, s'era colà ritirato, e vi aveva un presidio sufficiente alla difesa. Fu formato l'assedio, e fatte varie chiamate a Diogene, ed esibitegli delle vantaggiose condizioni, finalmente si capitolò la resa, se entro il pattuito termine l'imperadore non gli mandava soccorso; e furono dati trenta ostaggi dall'una parte e dall'altra. Dopo di che i Goti diedero le vele al vento, e s'incamminarono verso la Sicilia. Giunti che furono a Reggio di Calabria, Totila intimò la resa a quel presidio di Greci, al comando de' quali eranoTorimutoedImerio. Ma trovatili costanti nel loro dovere, lasciò quivi un buon corpo di gente, con ordine di tener bene stretto quel presidio, affinchè non v'entrassero viveri, assai informato che quel castello, ossia quella città, ne penuriava non poco. Inviò un altro corpo de' suoi a Taranto, che senza fatica s'impadronì di quella terra. Nello stesso tempo i Goti da lui lasciati nel Piceno per tradimento entrarono nella città di Rimini. Avvicinandosi poi costoro a Ravenna,Vero, che allora era comandante delle armi in quella città, uscì in campagna col nerbo maggiore delle sue truppe, e venne con loro a battaglia; ma ebbe la sfortuna d'essere disfatto con gran perdita de' suoi, e con lasciare egli stesso la vita sul campo. Totila intanto passòcon lo stuolo delle sue navi in Sicilia, ed accampossi intorno a Messina, alla cui difesa bravamente s'accinseDonnenziolo, uffiziale dell'imperadore, colla sua guarnigione. A riserva di quei che erano necessarii per quell'assedio, tutte le altre masnade dei Goti si sparsero per la Sicilia, e quasi tutta la misero a sacco, con occupare ancora qualche fortezza. Contra de' Siciliani erano forte in collera i Goti, perchè fino ne' tempi del re Teoderico supplicarono per essere esenti da grosse guarnigioni, per ischivarne l'aggravio, promettendo essi di ben difendere l'isola. Ma appena vi si lasciò vederBelisario, che tutti si ribellarono, acclamando l'imperadore. Mentre si faceva il brutto ballo in quelle contrade, la guarnigione di Reggio di Calabria, dopo aver consumati tutti i viveri, finalmente venne a rendersi con restar prigioniera di guerra. Portate a Costantinopoli sì triste nuove, determinò Giustiniano d'inviare in ItaliaGermanopatrizio, che dal padre Pagi[Pagius, Crit. Baron., ad ann. 551, n. 2.], forse per errore di stampa è chiamatopatruus, cioèzio paternod'esso imperadore, ma che in fatti era figliuolo d'un fratello, ossia nipote del medesimo Augusto; personaggio di gran senno, gravità e coraggio, e di non minore sperienza nell'arte militare, la cui riputazione era in onore dappertutto, sì per esser sì strettamente congiunto di sangue coll'imperadore, e sì perchè molto prima avea data una famosa rotta agli Anti, popoli barbari, ed inoltre col suo valore e colla prudenza sua avea, per così dire, riacquistata all'imperio l'Africa, con torla dalle mani de' tiranni insorti in quelle parti dopo la conquista fattane da Belisario. Venne in Italia l'avviso di questa elezione, e rincorò quanti ci restavano o soldati, o ben affetti al nome dell'imperadore. Ma non si sa il perchè Giustiniano, mutato pensiero, diede il comando dell'armi d'Italia aLiberiocittadino romano:benchè poco appresso pentito anche della scelta da lui fatta, non lo lasciasse venire, considerandolo per troppo avanzato in età e poco pratico del mestier della guerra. Trovavasi allora in Costantinopoli papaVigiliocon assaissimi altri Italiani de' più nobili, che continuamente faceano premura ad esso Augusto, acciocchè un grande sforzo si facesse per ricuperar l'Italia dalle mani de' Goti. E specialmente erano inculcate tali istanze daGotico(così viene appellato nel testo di Procopio, ma probabilmente èCetego) patrizio, stato gran tempo fa console. Un Cetego nell'anno 504 fu ornato di questa dignità; ma par molto indietro un tal tempo. Giustiniano prometteva tutto, ed intanto spendeva la maggior parte del tempo nella spinosa controversia dei tre capitoli, che allora bolliva forte in Oriente, e fu cagione di scisma e di non pochi ammazzamenti. Vigilio papa fece varie figure, contrariato dal clero romano, e massimamente dai vescovi dell'Africa e dell'Illirico, siccome può vedersi nella Storia ecclesiastica. Se Giustiniano Augusto non fosse stato fazionario in questa lite, e non avesse usato della prepotenza contro di esso papa, non sarebbero seguiti tanti sconcerti, che pur troppo turbarono forte la Chiesa di Dio.


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