DXLVI

DXLVIAnno diCristoDXLVI. IndizioneIX.Vigiliopapa 9.Giustinianoimperadore 20.Totilare 6.L'anno V dopo il consolato di Basilio.Dopo avere i cittadini di Piacenza sostenuti i morsi più fieri della fame, con ridursi a cibarsi dei più sozzi alimenti,e fin di carne umana, nell'assedio posto alla loro città, finalmente si arrenderono ai Goti. Non men fiera si provava la fame in Roma, dimodochè que' cittadini pregaronoPelagiodiacono di voler portarsi a trattare con Totila di una tregua d'alcuni giorni. Era lungamente stato questo Pelagio in Costantinopoli apocrisario, ossia nunzio di papa Vigilio, e tornato a Roma, avea portato seco delle grosse somme d'oro, e se ne servì egregiamente in mezzo alle calamità della sua patria per le insigni limosine da lui fatte ai poveri. L'accolse onorevolmente Totila, ma il prevenne con dirgli che non gli parlasse di tre punti, cioè di far grazia ai Siciliani, nè di perdonare alle mura di Roma, che erano cagione di non poter combattere alla larga coi nemici, nè di restituire gli schiavi romani che si erano arrolati nell'esercito suo. Da questo ragionamento scomposto Pelagio si sbrigò con poche parole, e se ne tornò a Roma, senza recar consolazione alcuna al suo popolo. Disperati i Romani ricorsero aBessaeConone, capitani dei Greci, scongiurandoli di rendersi; ma ne riportarono solamente delle vane parole di vicino soccorso; ed intanto crebbe all'eccesso la fame, che da Procopio descritta fa orrore. Finalmente chi potè con danari comperare dagli uffiziali cesarei la licenza di poter uscire di città, se n'andò. Ma non pochi morirono dietro alla strada, o nelle barche; e altri furono presi ed uccisi dai nemici. Ecco dove era ridotto il senato e popolo romano. Giunte a Durazzo le soldatesche condotte daGiovannie daIsacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 18.], con giungere in fine al porto romano, dove si mise ad aspettarGiovanni, che, ito per terra, s'impadronì di Brindisi e poi della Calabria, de' Bruzii e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch'erano in quelle parti. Ma non attentandosi egli di passare per Capoa,perchè Totila vi avea inviato trecento dei suoi più valorosi guerrieri: Belisario determinò di soccorrere come poteva il meglio i Romani oramai sfiniti per la fame. Fece caricar le vettovaglie sopra barche ben difese da parapetti di tavole ben munite di soldati, ed egli fu il primo a salire in una, e ad incamminarsi pel Tevere. Aveva Totila con lunghe travi a guisa di ponte serrato il passo in quel fiume colla giunta di due torri nell'una e nell'altra riva. Riuscì a Belisario d'incendiarne una colla morte di circa dugento Goti, e già si preparava per rompere il ponte, quando gli giunse avviso cheIsacco, lasciato alla difesa del castello di Porto, dov'era ancheAntoninamoglie d'esso Belisario, contra gli ordini precisi a lui dati, aveva assalito il campo de' Goti vicini con isbaragliarlo; ma che perdutasi la sua gente a svaligiare le lor tende, era poi stata disfatta dai medesimi di bel nuovo attruppati, con rimanere egli stesso prigione. Restò da tal nuova troppo sconcertato Belisario, per paura di aver perduta la moglie, l'equipaggio e l'unico luogo della ritirata (il che vero non era); e però tornossene indietro, per l'afflizione cadde malato, e fu in pericolo di soccombere alla gravezza del male.Quattro degl'Isauri[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 20.], che faceano la sentinella alle mura di Roma, più volte di notte s'erano calati giù con funi, per trattare con Totila dell'entrata nella città, e il tradimento fu conchiuso. Saliti quattro de' suoi più animosi Goti in tempo di notte, insieme con gl'Isauri suddetti ruppero la porta Asinaria, e diedero il comodo a tutta l'armata di occupar la città. Totila, che non volea far del male ai cittadini, per attestato di Anastasio[Anastas. Bibliothec., in Vita Vigilii.], trattenne i suoi soldati, e tutta la notte fece suonar le trombe, acciocchè il popolo potesse fuggire, o nascondersi nei sacri templi.Bessacon tutti quasi i suoi se ne fuggì, e seco andaronoDecioeBasiliopatrizii con alcuni altri che poterono aver cavalli.Massimo,Olibrio,Oresteed altri si rifugiarono in san Pietro. Fatto giorno, i Goti fecero man bassa contro molti che incontravano nelle strade, e vennero morti ventisei soldati greci e sessanta della plebe. Tosto se ne andò Totila al Vaticano per venerare i corpi degli Apostoli, e quivi se gli affacciòPelagiodiacono, implorando misericordia pel popolo che restava, ridotto nondimeno a pochissimo numero, e l'ottenne. Si trovò nel palazzo di Bessa una gran quantità d'oro, ammassato dall'infame uffiziale col vendere ad esorbitante prezzo il grano agl'infelici Romani. TrovossiRusticiana, già moglie diBoezioe figliuola diSimmaco, con varii senatori, che avendo impiegate le loro sostanze per alimentare i poveri in quelle estreme miserie, si erano ridotti a mendicar essi il pane, battendo alle porte dei benestanti. Avrebbono ben voluto i Greci levar di vita Rusticiana, perchè ad istanza di lei erano state gittate a terra in Roma le statue del re Teoderico; ma il saggio Totila nol comportò; anzi tanta attenzione adoperò, che a niuna delle donne fu fatta menoma violenza. Nel dì seguente raunati i Goti, ricordò loro Totila come di ducento mila combattenti ch'erano prima si fosse ridotta a sì poco la loro milizia, e come da sette sole migliaia di Greci erano essi stati vinti e spogliati del regno. Tutto ciò avvenuto per gastigo di Dio, a cagione delle iniquità dianzi commesse contro i sudditi dell'imperio romano dai Goti stessi. Però, se loro premeva di conservar l'acquistato, si studiassero di farsi amici di Dio, con esercitar la giustizia, e non nuocere indebitamente a veruno. Convocato dipoi il senato romano, rinfacciò loro l'ingratitudine, perchè, dopo aver ricevuti tanti benefizii da Teoderico e da Atalarico, che aveano lasciato loro tutti i magistrati e la libertà della religione, e rendutili sommamente ricchi, si erano poi rivoltati contra dei Goti e dati in preda ai Greci, da' qualiniun bene aveano finora ricevuto, anzi aveano riscosso ogni male: laonde meritavano d'esser ridotti nella condizione di schiavi. Ma alzatosi Pelagio, con buone parole il placò, e ne riportò promesse di tutta clemenza. In fatti Anastasio bibliotecario[Anastas. Bibl., in Vit. Silverii.]e l'autore della Miscella[Hist. Miscella, lib. 16.]scrivono che entrato Totila in Roma,abitò coi Romani, come un padre coi figliuoli. Mandò egli dipoi lo stessoPelagioeTeodoroavvocato romano a Costantinopoli per trattar di pace. Altra risposta non ebbe daGiustiniano, se non cheBelisariosuo generale dimorava in Italia, e che era in suo potere l'accomodar le cose. Intanto i Goti ebbero una percossa dai Greci nella Lucania; e questa fu cagione che Totila determinò di levarsi da Roma; ma perchè non si fidava dei Romani, nè voleva che i Greci vi si tornassero ad annidare, fece abbattere in più luoghi le mura della città. Corse anche voce, ch'egli volesse diroccar le più belle fabbriche di Roma; ma pervenuto ciò a notizia di Belisario, che tuttavia si fermava in Porto, gli scrisse una lettera ben sensata per dissuaderlo; laonde gli passò la barbara voglia, se pure mai l'ebbe. Lasciata Roma vota, col menar seco i senatori, e mandare il popolo nella Campania, si portò nella Lucania e Calabria, e fece tornar quei popoli, a riserva d'Otranto, alla sua divozione. Da lì a poco s'impadronirono i Greci di Taranto e di Spoleti. Fu questo l'anno in cui papaVigilio, dopo essersi fermato lungo tempo in Sicilia, non potendo più resistere alle istanze di Giustiniano Augusto, s'incamminò alla volta di Costantinopoli, dove bolliva forte fra i cattolici la controversia dei tre capitoli, cioè di condannare o non condannareTeodoromopsuesteno, una lettera d'Ibaedesseno e gli scritti diTeodoreto, tutte persone gran tempo fa defunte. Perchè questa condanna pareva pregiudiziale al concilio calcedonese, però i più de' cattolici,e fra gli altri lo stesso Vigilio papa, l'abborrivano forte. Ma era non poco impegnato e riscaldato per essa Giustiniano Augusto, principe che, non contento dell'uffizio suo d'imperadore, voleva anche farla da dottore, da vescovo e da papa, dimenticando che l'autorità nelle cose e dottrine sacre era stata conferita da Dio, non già ai principi secolari, ma sì bene a san Pietro e a' suoi successori, e ai vescovi della Chiesa cattolica. Quanto in questa lite accadde, potrà il lettore raccoglierlo dalle opere dei cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi, dal Fleury, e dagli atti del concilio generale quinto.

L'anno V dopo il consolato di Basilio.

Dopo avere i cittadini di Piacenza sostenuti i morsi più fieri della fame, con ridursi a cibarsi dei più sozzi alimenti,e fin di carne umana, nell'assedio posto alla loro città, finalmente si arrenderono ai Goti. Non men fiera si provava la fame in Roma, dimodochè que' cittadini pregaronoPelagiodiacono di voler portarsi a trattare con Totila di una tregua d'alcuni giorni. Era lungamente stato questo Pelagio in Costantinopoli apocrisario, ossia nunzio di papa Vigilio, e tornato a Roma, avea portato seco delle grosse somme d'oro, e se ne servì egregiamente in mezzo alle calamità della sua patria per le insigni limosine da lui fatte ai poveri. L'accolse onorevolmente Totila, ma il prevenne con dirgli che non gli parlasse di tre punti, cioè di far grazia ai Siciliani, nè di perdonare alle mura di Roma, che erano cagione di non poter combattere alla larga coi nemici, nè di restituire gli schiavi romani che si erano arrolati nell'esercito suo. Da questo ragionamento scomposto Pelagio si sbrigò con poche parole, e se ne tornò a Roma, senza recar consolazione alcuna al suo popolo. Disperati i Romani ricorsero aBessaeConone, capitani dei Greci, scongiurandoli di rendersi; ma ne riportarono solamente delle vane parole di vicino soccorso; ed intanto crebbe all'eccesso la fame, che da Procopio descritta fa orrore. Finalmente chi potè con danari comperare dagli uffiziali cesarei la licenza di poter uscire di città, se n'andò. Ma non pochi morirono dietro alla strada, o nelle barche; e altri furono presi ed uccisi dai nemici. Ecco dove era ridotto il senato e popolo romano. Giunte a Durazzo le soldatesche condotte daGiovannie daIsacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 18.], con giungere in fine al porto romano, dove si mise ad aspettarGiovanni, che, ito per terra, s'impadronì di Brindisi e poi della Calabria, de' Bruzii e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch'erano in quelle parti. Ma non attentandosi egli di passare per Capoa,perchè Totila vi avea inviato trecento dei suoi più valorosi guerrieri: Belisario determinò di soccorrere come poteva il meglio i Romani oramai sfiniti per la fame. Fece caricar le vettovaglie sopra barche ben difese da parapetti di tavole ben munite di soldati, ed egli fu il primo a salire in una, e ad incamminarsi pel Tevere. Aveva Totila con lunghe travi a guisa di ponte serrato il passo in quel fiume colla giunta di due torri nell'una e nell'altra riva. Riuscì a Belisario d'incendiarne una colla morte di circa dugento Goti, e già si preparava per rompere il ponte, quando gli giunse avviso cheIsacco, lasciato alla difesa del castello di Porto, dov'era ancheAntoninamoglie d'esso Belisario, contra gli ordini precisi a lui dati, aveva assalito il campo de' Goti vicini con isbaragliarlo; ma che perdutasi la sua gente a svaligiare le lor tende, era poi stata disfatta dai medesimi di bel nuovo attruppati, con rimanere egli stesso prigione. Restò da tal nuova troppo sconcertato Belisario, per paura di aver perduta la moglie, l'equipaggio e l'unico luogo della ritirata (il che vero non era); e però tornossene indietro, per l'afflizione cadde malato, e fu in pericolo di soccombere alla gravezza del male.

Quattro degl'Isauri[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 20.], che faceano la sentinella alle mura di Roma, più volte di notte s'erano calati giù con funi, per trattare con Totila dell'entrata nella città, e il tradimento fu conchiuso. Saliti quattro de' suoi più animosi Goti in tempo di notte, insieme con gl'Isauri suddetti ruppero la porta Asinaria, e diedero il comodo a tutta l'armata di occupar la città. Totila, che non volea far del male ai cittadini, per attestato di Anastasio[Anastas. Bibliothec., in Vita Vigilii.], trattenne i suoi soldati, e tutta la notte fece suonar le trombe, acciocchè il popolo potesse fuggire, o nascondersi nei sacri templi.Bessacon tutti quasi i suoi se ne fuggì, e seco andaronoDecioeBasiliopatrizii con alcuni altri che poterono aver cavalli.Massimo,Olibrio,Oresteed altri si rifugiarono in san Pietro. Fatto giorno, i Goti fecero man bassa contro molti che incontravano nelle strade, e vennero morti ventisei soldati greci e sessanta della plebe. Tosto se ne andò Totila al Vaticano per venerare i corpi degli Apostoli, e quivi se gli affacciòPelagiodiacono, implorando misericordia pel popolo che restava, ridotto nondimeno a pochissimo numero, e l'ottenne. Si trovò nel palazzo di Bessa una gran quantità d'oro, ammassato dall'infame uffiziale col vendere ad esorbitante prezzo il grano agl'infelici Romani. TrovossiRusticiana, già moglie diBoezioe figliuola diSimmaco, con varii senatori, che avendo impiegate le loro sostanze per alimentare i poveri in quelle estreme miserie, si erano ridotti a mendicar essi il pane, battendo alle porte dei benestanti. Avrebbono ben voluto i Greci levar di vita Rusticiana, perchè ad istanza di lei erano state gittate a terra in Roma le statue del re Teoderico; ma il saggio Totila nol comportò; anzi tanta attenzione adoperò, che a niuna delle donne fu fatta menoma violenza. Nel dì seguente raunati i Goti, ricordò loro Totila come di ducento mila combattenti ch'erano prima si fosse ridotta a sì poco la loro milizia, e come da sette sole migliaia di Greci erano essi stati vinti e spogliati del regno. Tutto ciò avvenuto per gastigo di Dio, a cagione delle iniquità dianzi commesse contro i sudditi dell'imperio romano dai Goti stessi. Però, se loro premeva di conservar l'acquistato, si studiassero di farsi amici di Dio, con esercitar la giustizia, e non nuocere indebitamente a veruno. Convocato dipoi il senato romano, rinfacciò loro l'ingratitudine, perchè, dopo aver ricevuti tanti benefizii da Teoderico e da Atalarico, che aveano lasciato loro tutti i magistrati e la libertà della religione, e rendutili sommamente ricchi, si erano poi rivoltati contra dei Goti e dati in preda ai Greci, da' qualiniun bene aveano finora ricevuto, anzi aveano riscosso ogni male: laonde meritavano d'esser ridotti nella condizione di schiavi. Ma alzatosi Pelagio, con buone parole il placò, e ne riportò promesse di tutta clemenza. In fatti Anastasio bibliotecario[Anastas. Bibl., in Vit. Silverii.]e l'autore della Miscella[Hist. Miscella, lib. 16.]scrivono che entrato Totila in Roma,abitò coi Romani, come un padre coi figliuoli. Mandò egli dipoi lo stessoPelagioeTeodoroavvocato romano a Costantinopoli per trattar di pace. Altra risposta non ebbe daGiustiniano, se non cheBelisariosuo generale dimorava in Italia, e che era in suo potere l'accomodar le cose. Intanto i Goti ebbero una percossa dai Greci nella Lucania; e questa fu cagione che Totila determinò di levarsi da Roma; ma perchè non si fidava dei Romani, nè voleva che i Greci vi si tornassero ad annidare, fece abbattere in più luoghi le mura della città. Corse anche voce, ch'egli volesse diroccar le più belle fabbriche di Roma; ma pervenuto ciò a notizia di Belisario, che tuttavia si fermava in Porto, gli scrisse una lettera ben sensata per dissuaderlo; laonde gli passò la barbara voglia, se pure mai l'ebbe. Lasciata Roma vota, col menar seco i senatori, e mandare il popolo nella Campania, si portò nella Lucania e Calabria, e fece tornar quei popoli, a riserva d'Otranto, alla sua divozione. Da lì a poco s'impadronirono i Greci di Taranto e di Spoleti. Fu questo l'anno in cui papaVigilio, dopo essersi fermato lungo tempo in Sicilia, non potendo più resistere alle istanze di Giustiniano Augusto, s'incamminò alla volta di Costantinopoli, dove bolliva forte fra i cattolici la controversia dei tre capitoli, cioè di condannare o non condannareTeodoromopsuesteno, una lettera d'Ibaedesseno e gli scritti diTeodoreto, tutte persone gran tempo fa defunte. Perchè questa condanna pareva pregiudiziale al concilio calcedonese, però i più de' cattolici,e fra gli altri lo stesso Vigilio papa, l'abborrivano forte. Ma era non poco impegnato e riscaldato per essa Giustiniano Augusto, principe che, non contento dell'uffizio suo d'imperadore, voleva anche farla da dottore, da vescovo e da papa, dimenticando che l'autorità nelle cose e dottrine sacre era stata conferita da Dio, non già ai principi secolari, ma sì bene a san Pietro e a' suoi successori, e ai vescovi della Chiesa cattolica. Quanto in questa lite accadde, potrà il lettore raccoglierlo dalle opere dei cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi, dal Fleury, e dagli atti del concilio generale quinto.


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