DXLVII

DXLVIIAnno diCristoDXLVII. IndizioneX.Vigiliopapa 10.Giustinianoimperadore 21.Totilare 7.L'anno VI dopo il consolato di Basilio.Veramente il Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.]Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.]e Teofane[Theoph., in Chronogr.]mettono sotto quest'anno la presa di Roma fatta dai Goti, e di tale opinione furono i cardinali Baronio e Noris. Ma ho io creduto di doverla riferire al precedente anno come han fatto il Sigonio e il Pagi, perchè si conforma più colla serie degli avvenimenti narrati da Procopio; nè si può fidarsi del Continuatore suddetto, nè di Mario, perchè nelle Croniche d'amendue s'incontrarono non pochi anacronismi. Per altro scrive esso Continuatore che i Goti nel dì 17 di dicembre entrarono in Roma correndo l'IndizioneX, il che dovrebbe convenire all'anno precedente, nel cui settembre la decima indizione cominciò il suo corso. Aggiugne che Totila, dopo aver atterrata parte delle mura, condusse seco, come prigionieri, i Romani nella Campania; e che essendo restata Roma per quaranta giorni senza popolo, Belisario animosamente ne ripigliò il possesso. Se ciò è vero, postada noi nell'antecedente anno la presa di Roma, dee appartenere al presente il ritorno di Belisario in essa. Mario Aventicense, che sotto il presente anno racconta l'uno e l'altro fatto, discorda dal Continuatore suddetto. Ora attenendomi io al filo di Procopio, che va descrivendo questa lunga e pericolosa guerra col primo, secondo e terzo anno, e così successivamente; avvertendo nondimeno col Pagi, che cadauno dei suoi anni comincia dalla primavera, e finisce nella primavera del seguente: dico cheBelisario, il quale tuttavia si tratteneva a Porto, vedendo così abbandonata Roma, concepì il pensiero di ripigliarla, e felicemente l'eseguì[Procop., de Bell. Goth.], forse nel mese di febbraio. Lasciati dunque in Porto alcuni pochi soldati, menando seco il resto delle sue genti, entrò in Roma, e con pronto e saggio ripiego quivi si diede a fortificarsi. Perchè non v'era maniera di rifabbricare in poco tempo le mura in que' siti, ove erano diroccate, fece raccogliere i marmi e le pietre sparse per terra, e di questi materiali, senza aver calce da legarli insieme, per modo di provvisione formò, come potè, una grossa muraglia posticcia, con aggiungervi al di fuori una buona quantità di pali. Larga inoltre e profonda era la fossa che girava intorno a tutte le mura. In venticinque dì, lavorando tutti i soldati, fu serrata, a riserva delle porte, la città, e vi concorsero ad abitarla i dianzi esuli cittadini. Questa novità non se l'aspettavaTotila. Appena informatone, da Ravenna, dove egli si trovava, a gran giornate col suo esercito corse colà. Per mancanza di falegnami e di fabbri ferrai, Belisario non avea per anche potuto far mettere alla città le porte, avendo Totila asportate quelle che v'erano. In vece di far almeno chiudere con travi le aperture, prese il solo ripiego di mettervi di quegli ordigni che nella milizia moderna si chiamano cavalli di Frisia, creduti invenzioni degliultimi tempi, ma usati anche negli antichi presso a poco come oggidì. Postò parimente alle imboccature d'esse porte i più bravi dei suoi. Si credevano i Goti sul principio di prendere Roma appena arrivati, e venivano con gran fracasso all'assalto; ma ritrovarono chi non era figliuolo della paura. Fu asprissima la battaglia, perchè i Goti per lo sdegno, e i Greci nel pericolo imminente delle lor vite combattevano alla disperata. In fine furono costretti i Goti a ritirarsi, con lasciar sulle fosse estinta una gran quantità de' loro, e riportarne dei feriti assai più. Tornarono nel seguente dì, ed in altri appresso all'assalto, e furono nella stessa guisa ben accolti e ributtati dai Greci. Totila prese in fine la risoluzion di ritirarsi a Tivoli, che egli prima avea fatto distruggere, e bisognò riedificare.Ma siccome l'entrata di Belisario in Roma e la difesa d'essa conseguì un applauso universale, così fu biasimata e rinfacciata agramente dai Goti a Totila l'imprudenza d'avere abbandonata Roma; o, se pur voleva abandonarla, di non averla interamente spianata. Prima lodavano forte l'uso suo di atterrar le mura de' luoghi forti; essendo poi passata male in questa congiuntura, ne sparlarono a più non posso. E così son fatti gli uomini: d'ordinario dal solo avvenimento o felice o sinistro delle risoluzioni prese, essi prendono la misura delle lodi o de' biasimi. Era da molto tempo stretta d'assedio Perugia, ed in essa già cominciavano a venir meno le vettovaglie. Colà fu chiamato Totila coll'esercito per la speranza di ridurre alla resa colla di lui forza e presenza quella città. E v'andò egli bensì, ma fu in breve sconcertato non poco, perchèGiovannigenerale cesareo, ch'era all'assedio di Acerenza nella Lucania, mossosi con tutta la sua cavalleria, all'improvviso arrivò nella Campania, e diede una rotta ad un corpo di truppe colà inviate da esso Totila: la qual vittoria fu cagioneche rimasero liberati alcuni senatori romani e le mogli di molti altri ch'erano confinate in quelle parti. Irritato da questo avviso Totila, per le montagne spedì contra d'esso Giovanni varie partite dei suoi, che il raggiunsero nella Lucania, e gli diedero una buona percossa. Vennero circa questi tempi in Italia alcuni piccioli rinforzi inviati da Giustiniano Augusto, cioè sorsi d'acqua a chi pativa gran sete. Trecento Eruli fra gli altri erano condotti daVero. Costui azzardatosi di prender quartiere vicino a Brindisi, fu in breve visitato da gente inviata colà da Totila. Duecento di quegli Eruli rimasero estinti sul campo, e Vero ebbe la fortuna di salvarsi. All'avviso, venuto da Costantinopoli de' soccorsi che doveano arrivare in Italia, Belisario giudicò bene di trasferirsi a Taranto, e seco condusse novecento cavalli scelti e duecento fanti. Entrato in nave, fu da una burrasca trasportato a Crotone. Mandò la cavalleria per terra a procacciarsi i foraggi, e questa, incontratasi per istrada con una brigata di Goti, la disfece. Alloggiossi dipoi in quelle contrade, come se fossero lontani mille miglia i pericoli; ma il re Totila, sempre vegliando, spinse loro addosso tre mila cavalli de' suoi, i quali menarono sì ben le mani, che pochi poterono salvarsi colla fuga. Di gran danno agli affari de' Greci fu questa rotta, e portatane la disgustosa nuova a Belisario, e fattogli credere che a momenti poteano i Goti arrivare a Crotone, egli perciò non perdè tempo ad imbarcarsi con Antonina sua moglie, e in un giorno di felice navigazione pervenuto in Sicilia, sbarcò a Messina. Totila intanto intraprese l'assedio di Rossano castello della Calabria. E con tali racconti termina Procopio l'anno XIII della guerra gotica. Aggiungne solamente che gli Sclavi, popoli barbari, passato il Danubio, devastarono tutto l'Illirico fino a Durazzo, uccidendo o facendo schiavi tutti quei che trovavano: costoro col temposi piantarono in quelle contrade, e diedero ad esse il nome di Schiavonia. Arrivò poi sul principio di quest'anno papaVigilioa Costantinopoli, ed entrò nel grande imbroglio della controversia dei tre capitoli: sopra di che è da leggere la storia ecclesiastica. Troppo tempo richiederebbe il racconto di quel negoziato e degli affanni che vi patì lo sventurato papa, trovandosi egli fra il calcio e il muro, tra il timore di fare una ferita al concilio generale calcedonense, o pure di tirarsi addosso lo sdegno dell'imperadore. Andò egli perciò barcheggiando, finchè potè.

L'anno VI dopo il consolato di Basilio.

Veramente il Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.]Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.]e Teofane[Theoph., in Chronogr.]mettono sotto quest'anno la presa di Roma fatta dai Goti, e di tale opinione furono i cardinali Baronio e Noris. Ma ho io creduto di doverla riferire al precedente anno come han fatto il Sigonio e il Pagi, perchè si conforma più colla serie degli avvenimenti narrati da Procopio; nè si può fidarsi del Continuatore suddetto, nè di Mario, perchè nelle Croniche d'amendue s'incontrarono non pochi anacronismi. Per altro scrive esso Continuatore che i Goti nel dì 17 di dicembre entrarono in Roma correndo l'IndizioneX, il che dovrebbe convenire all'anno precedente, nel cui settembre la decima indizione cominciò il suo corso. Aggiugne che Totila, dopo aver atterrata parte delle mura, condusse seco, come prigionieri, i Romani nella Campania; e che essendo restata Roma per quaranta giorni senza popolo, Belisario animosamente ne ripigliò il possesso. Se ciò è vero, postada noi nell'antecedente anno la presa di Roma, dee appartenere al presente il ritorno di Belisario in essa. Mario Aventicense, che sotto il presente anno racconta l'uno e l'altro fatto, discorda dal Continuatore suddetto. Ora attenendomi io al filo di Procopio, che va descrivendo questa lunga e pericolosa guerra col primo, secondo e terzo anno, e così successivamente; avvertendo nondimeno col Pagi, che cadauno dei suoi anni comincia dalla primavera, e finisce nella primavera del seguente: dico cheBelisario, il quale tuttavia si tratteneva a Porto, vedendo così abbandonata Roma, concepì il pensiero di ripigliarla, e felicemente l'eseguì[Procop., de Bell. Goth.], forse nel mese di febbraio. Lasciati dunque in Porto alcuni pochi soldati, menando seco il resto delle sue genti, entrò in Roma, e con pronto e saggio ripiego quivi si diede a fortificarsi. Perchè non v'era maniera di rifabbricare in poco tempo le mura in que' siti, ove erano diroccate, fece raccogliere i marmi e le pietre sparse per terra, e di questi materiali, senza aver calce da legarli insieme, per modo di provvisione formò, come potè, una grossa muraglia posticcia, con aggiungervi al di fuori una buona quantità di pali. Larga inoltre e profonda era la fossa che girava intorno a tutte le mura. In venticinque dì, lavorando tutti i soldati, fu serrata, a riserva delle porte, la città, e vi concorsero ad abitarla i dianzi esuli cittadini. Questa novità non se l'aspettavaTotila. Appena informatone, da Ravenna, dove egli si trovava, a gran giornate col suo esercito corse colà. Per mancanza di falegnami e di fabbri ferrai, Belisario non avea per anche potuto far mettere alla città le porte, avendo Totila asportate quelle che v'erano. In vece di far almeno chiudere con travi le aperture, prese il solo ripiego di mettervi di quegli ordigni che nella milizia moderna si chiamano cavalli di Frisia, creduti invenzioni degliultimi tempi, ma usati anche negli antichi presso a poco come oggidì. Postò parimente alle imboccature d'esse porte i più bravi dei suoi. Si credevano i Goti sul principio di prendere Roma appena arrivati, e venivano con gran fracasso all'assalto; ma ritrovarono chi non era figliuolo della paura. Fu asprissima la battaglia, perchè i Goti per lo sdegno, e i Greci nel pericolo imminente delle lor vite combattevano alla disperata. In fine furono costretti i Goti a ritirarsi, con lasciar sulle fosse estinta una gran quantità de' loro, e riportarne dei feriti assai più. Tornarono nel seguente dì, ed in altri appresso all'assalto, e furono nella stessa guisa ben accolti e ributtati dai Greci. Totila prese in fine la risoluzion di ritirarsi a Tivoli, che egli prima avea fatto distruggere, e bisognò riedificare.

Ma siccome l'entrata di Belisario in Roma e la difesa d'essa conseguì un applauso universale, così fu biasimata e rinfacciata agramente dai Goti a Totila l'imprudenza d'avere abbandonata Roma; o, se pur voleva abandonarla, di non averla interamente spianata. Prima lodavano forte l'uso suo di atterrar le mura de' luoghi forti; essendo poi passata male in questa congiuntura, ne sparlarono a più non posso. E così son fatti gli uomini: d'ordinario dal solo avvenimento o felice o sinistro delle risoluzioni prese, essi prendono la misura delle lodi o de' biasimi. Era da molto tempo stretta d'assedio Perugia, ed in essa già cominciavano a venir meno le vettovaglie. Colà fu chiamato Totila coll'esercito per la speranza di ridurre alla resa colla di lui forza e presenza quella città. E v'andò egli bensì, ma fu in breve sconcertato non poco, perchèGiovannigenerale cesareo, ch'era all'assedio di Acerenza nella Lucania, mossosi con tutta la sua cavalleria, all'improvviso arrivò nella Campania, e diede una rotta ad un corpo di truppe colà inviate da esso Totila: la qual vittoria fu cagioneche rimasero liberati alcuni senatori romani e le mogli di molti altri ch'erano confinate in quelle parti. Irritato da questo avviso Totila, per le montagne spedì contra d'esso Giovanni varie partite dei suoi, che il raggiunsero nella Lucania, e gli diedero una buona percossa. Vennero circa questi tempi in Italia alcuni piccioli rinforzi inviati da Giustiniano Augusto, cioè sorsi d'acqua a chi pativa gran sete. Trecento Eruli fra gli altri erano condotti daVero. Costui azzardatosi di prender quartiere vicino a Brindisi, fu in breve visitato da gente inviata colà da Totila. Duecento di quegli Eruli rimasero estinti sul campo, e Vero ebbe la fortuna di salvarsi. All'avviso, venuto da Costantinopoli de' soccorsi che doveano arrivare in Italia, Belisario giudicò bene di trasferirsi a Taranto, e seco condusse novecento cavalli scelti e duecento fanti. Entrato in nave, fu da una burrasca trasportato a Crotone. Mandò la cavalleria per terra a procacciarsi i foraggi, e questa, incontratasi per istrada con una brigata di Goti, la disfece. Alloggiossi dipoi in quelle contrade, come se fossero lontani mille miglia i pericoli; ma il re Totila, sempre vegliando, spinse loro addosso tre mila cavalli de' suoi, i quali menarono sì ben le mani, che pochi poterono salvarsi colla fuga. Di gran danno agli affari de' Greci fu questa rotta, e portatane la disgustosa nuova a Belisario, e fattogli credere che a momenti poteano i Goti arrivare a Crotone, egli perciò non perdè tempo ad imbarcarsi con Antonina sua moglie, e in un giorno di felice navigazione pervenuto in Sicilia, sbarcò a Messina. Totila intanto intraprese l'assedio di Rossano castello della Calabria. E con tali racconti termina Procopio l'anno XIII della guerra gotica. Aggiungne solamente che gli Sclavi, popoli barbari, passato il Danubio, devastarono tutto l'Illirico fino a Durazzo, uccidendo o facendo schiavi tutti quei che trovavano: costoro col temposi piantarono in quelle contrade, e diedero ad esse il nome di Schiavonia. Arrivò poi sul principio di quest'anno papaVigilioa Costantinopoli, ed entrò nel grande imbroglio della controversia dei tre capitoli: sopra di che è da leggere la storia ecclesiastica. Troppo tempo richiederebbe il racconto di quel negoziato e degli affanni che vi patì lo sventurato papa, trovandosi egli fra il calcio e il muro, tra il timore di fare una ferita al concilio generale calcedonense, o pure di tirarsi addosso lo sdegno dell'imperadore. Andò egli perciò barcheggiando, finchè potè.


Back to IndexNext