DXXXII

DXXXIIAnno diCristoDXXXII. IndizioneX.Giovanni IIpapa 1.Giustinianoimperadore 6.Atalaricore 7.Senza consoli.Passò ancora il presente anno senza creazione di consoli, e però fu indicato colla formulaanno IIo pureiterum post consulatum Lampadii et Orestis. Poco durò il pontificato di papaBonifacio II. Secondo i conti del cardinal Baronio, egli cessò di vivere nel precedente anno, e, secondo il Pagi, nel presente nel dì 17 di ottobre. Aveva egli in un sinodo con suo chirografo disegnato per suo successoreVigiliodiacono, che ansava forte dietro a quella gran dignità; ma dispiacque non meno al re Atalarico, ossia ad Amalasunta sua madre, che al clero e popolo romano una tal novità; e però come contraria ai sacri canoni fu essa in un altro sinodo riprovata ed abolita dal medesimo papa Bonifazio prima di morire. Cadde poi l'elezione del novello pontefice nella persona diGiovannidi nazione romano, per soprannomeMercurio, sul fine dell'anno presente. Ma perciocchè erano succeduti dei disordini nella Sede vacante di Felice IV papa, e del medesimo Bonifazio, perchè i concorrenti al pontificato aveano procurato di comperarlo simoniacamente, spendendo alla larga, o per guadagnare i voti degli elettori, oppure per aver favorevoli quei della corte del re Atalarico, giacchè s'era introdotto l'abuso che dall'arbitrio del re dipendesse l'elezione ovvero l'approvazione del nuovo papa, e però alcuni promettevano molto, per sortire il loro intento, e vendevano i beni delle chiese, e insino i vasi sacri a tale effetto (del che pare che fossero accusatiDioscoroeVigiliosotto il pontificato di esso papa Bonifazio II), quindi è che il senato romano fece un decreto, con cui dichiarò sacrilega ogni promessa per ottener vescovati. Testimonio di questo è una lettera scrittadal re Atalarico[Cassiod., lib. 9, ep. 15.]allo stesso papa Giovanni II, con cui approvava il suddetto decreto, ma con farci intendere gli abusi di questi tempi: cioè ch'egli lasciò bene in libertà al clero e popolo romano l'elezione di chi fosse creduto più degno del pontificato, ma con riserbarsene la conferma. Che se occorrevano dispute fra i popoli per tale elezione, ed era portata la lite alla corte, ordinava che per le spese d'essa lite, trattandosi del romano pontefice, non si potesse impiegare più di tre mila soldi, e due mila per le liti degli altri patriarchi, sotto il qual nome son disegnati gli arcivescovi e metropolitani, perchè in Occidente allora altro patriarca non si conosceva se non il romano; e di cinquecento soldi per quelle de' vescovati minori. Non è però ben chiaro il senso di quelle parole. Tutte le altre promesse, o pagamenti fatti e da farsi a dirittura, o per interposta persona, per conseguir le chiese furono da esso re condannati, ed ordinato che ognun potesse accusare, e che si dovesse procedere in giustizia contra questi sacrileghi mercatanti delle dignità ecclesiastiche. Scrisse ancora Atalarico[Idem, ibid., ep. 16.]aSalvanzioprefetto di Roma, con ordinargli di far incidere in marmo l'editto suo e il decreto del senato intorno ai simoniaci, per poi metterli nella facciata della basilica vaticana alla pubblica vista e cognizione di tutti. Sembra che si possa congiungere con questi tempi un editto[Idem, ibid., ep. 18.], pubblicato da esso re contro gli occupatori dei beni altrui, contra degli adulteri, concubinarii, omicidi, mariti di due mogli ed altri delinquenti. In un susseguente editto[Idem, lib. 8, ep. 21.]vuole egli che sieno puntualmente pagati gli emolumenti ai professori di grammatica, eloquenza e giurisprudenza.Udita che ebbe l'imperador Giustiniano la nuova dell'ingiusta prigioniad'Ildericore dei Vandali, suo singolare amico[Procop., de Bell. Vandal., lib. 1. ep. 9.], aveva spedito ambasciatori aGelimereusurpatore del regno africano, con esortarlo a rendergli la libertà, e ad aspettare di entrar con giusto titolo nel dominio, giacchè Ilderico era in età molto avanzata; e se pur voleva ritenere il governo, lo ritenesse, ma con lasciar qualche apparenza di decoro a chi, secondo il testamento di Genserico, era legittimo possessor di quel regno. Se ne tornarono gli ambasciatori a Costantinopoli senza frutto alcuno; anzi peggiorarono gli affari d'Ilderico, perchè Gelimere, col pretesto ch'egli meditasse di fuggire, maggiormente il ristrinse, e fece cavar gli occhi ad Oamere di lui nipote, uomo bellicoso, e tenuto dai Vandali pel loro Achille. Avvisato di ciò Giustiniano, tornò a spedirgli nuovi ambasciatori, con richiedere che gli mandasse Ilderico ed Oamere, acciocchè potessero, l'uno privo del regno, e l'altro degli occhi, passare in pace il resto della lor vita, altrimenti protestava rotta la pace, e ch'egli si studierebbe di vendicar l'ingiuria fatta ad un amico e insieme alla giustizia. La risposta di Gelimere fu, ch'egli era stato alzato di comun concordia dai Vandali al trono, a lui dovuto, come discendente da Genserico, più che ad Ilderico. E che un saggio imperadore doveva attendere a governare il suo imperio senza impacciarsi de' regni altrui. Che se pur gli saltasse in testa di rompere i patti e di fargli guerra, si persuadesse che nol troverebbe a dormire. A questa risposta montò in collera Giustiniano, e determinò di muover guerra a Gelimere. Ma ad una tal risoluzione trovò contrarii tutti i suoi ministri, e massimamenteGiovanniprefetto del pretorio, ricordandosi tutti dello sforzo inutilmente fatto da Leone Augusto per riconquistar l'Africa, e spaventati dalle immense spese che sarebbe costata una armata navale, e dal pericolo di portarla guerra sì lontano, e in paese ben provveduto di gente e di denaro, e però capace di far abortire tutte le idee di chi se ne volesse render padrone. Tanto dissero essi, che in Giustiniano calò la voglia di quella impresa. Quand'eccoti un giorno capitare un vescovo che dimandò all'imperadore un'udienza segreta. In essa gli fe' saper d'essergli stato in una visione comandato da Dio di andare a trovarlo, e sgridarlo, perchè, dopo d'aver preso a liberare i cattolici dell'Africa dalla tirannia degli ariani, per una vana paura se ne fosse poi ritirato, con aggiugnere:Il Signore mi ha detto, che facendo V. M. questa guerra, la assisterà, e infallibilmente l'Africa tornerà sotto il romano imperio. Di più non occorse, perchè Giustiniano, senza più far caso delle difficoltà proposte, coraggiosamente intraprendesse la guerra dell'Africa, per la quale fece nell'anno presente i necessarii preparamenti. Ma non si vuol tacere che nel gennaio di questo medesimo anno avea lo stesso imperadore corso grave pericolo per una sedizione mossa in Costantinopoli contra di lui dalle fazioni veneta e prasina[Chron. Alexandr. Theoph., in Chronogr. Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 24.]. Il caricarono d'ingiurie nel circo, poscia si diedero a scorrere per la città, con attaccar fuoco alle più magnifiche fabbriche e chiese della medesima. Unissi con loro la plebe, e tale fu l'apparenza di questo turbine, che Giustiniano già avea preparata una nave per fuggirsene. Anzi essendosi sparsa la voce che egli fosse fuggito, il popolo acclamò imperadoreIpaziofigliuolo di Magna sorella del fu Anastasio Augusto, che era stato console nell'anno 500; e se fosse riuscito loro d'entrare nel palazzo imperiale, peggiori conseguenze avrebbe avuto l'attentato di tanti sediziosi. Ma uscitoNarsetecapitan delle guardie, e guadagnati con denaro molti della fazione veneta, cominciò a calare il tumulto. E mentre il popolo si trovava raunato nel circo, uscirono da varie parti le guardie e i soldati dell'imperadore, condotti parte da esso Narsete, parte daBelisario, generale delle milizie, e da un figliuolo di Mondo, ossia Mundone generale dell'Illirico, e fecero man bassa addosso alle fazioni, anzi a chiunque de' cittadini e forestieri incontravano, di maniera che vi restarono uccise circa trenta o trentacinque mila persone: colla quale strage terminò affatto il bollore della sedizione.Ipaziopreso, e con luiPompeoeProbosuoi cugini furono condotti in prigione, e poco si stette a far vedere al pubblico i lor cadaveri. Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.]scrive, che per loro suggestione fu mossa questa tempesta contra di Giustiniano, e ch'erano entrati molti de' nobili in questa congiura. Però furono confiscati tutti i lor beni con profitto indicibile dell'imperiale erario. Curiosa cosa è il leggere presso Teofane il principio di questa tragedia nel circo per le varie acclamazioni, dimande e gridi de' prasini, e risposte del ministro cesareo; senza che si possa ora da noi intendere come si facessero simili dialoghi, e si potessero discernere quelle voci. Giustiniano, uscito di questo terribil cimento, generosamente si applicò a rimettere in piedi gli edifizii rovinati dalle fiamme durante la sedizione; e soprattutto essendo bruciata l'insigne cattedrale fabbricata da Costantino, tutto si diede ad alzarne un'altra senza paragone più magnifica e bella, che fu poi appellata la chiesa di santa Sofia, e riuscì un tempio mirabile a tutti i secoli avvenire.

Senza consoli.

Passò ancora il presente anno senza creazione di consoli, e però fu indicato colla formulaanno IIo pureiterum post consulatum Lampadii et Orestis. Poco durò il pontificato di papaBonifacio II. Secondo i conti del cardinal Baronio, egli cessò di vivere nel precedente anno, e, secondo il Pagi, nel presente nel dì 17 di ottobre. Aveva egli in un sinodo con suo chirografo disegnato per suo successoreVigiliodiacono, che ansava forte dietro a quella gran dignità; ma dispiacque non meno al re Atalarico, ossia ad Amalasunta sua madre, che al clero e popolo romano una tal novità; e però come contraria ai sacri canoni fu essa in un altro sinodo riprovata ed abolita dal medesimo papa Bonifazio prima di morire. Cadde poi l'elezione del novello pontefice nella persona diGiovannidi nazione romano, per soprannomeMercurio, sul fine dell'anno presente. Ma perciocchè erano succeduti dei disordini nella Sede vacante di Felice IV papa, e del medesimo Bonifazio, perchè i concorrenti al pontificato aveano procurato di comperarlo simoniacamente, spendendo alla larga, o per guadagnare i voti degli elettori, oppure per aver favorevoli quei della corte del re Atalarico, giacchè s'era introdotto l'abuso che dall'arbitrio del re dipendesse l'elezione ovvero l'approvazione del nuovo papa, e però alcuni promettevano molto, per sortire il loro intento, e vendevano i beni delle chiese, e insino i vasi sacri a tale effetto (del che pare che fossero accusatiDioscoroeVigiliosotto il pontificato di esso papa Bonifazio II), quindi è che il senato romano fece un decreto, con cui dichiarò sacrilega ogni promessa per ottener vescovati. Testimonio di questo è una lettera scrittadal re Atalarico[Cassiod., lib. 9, ep. 15.]allo stesso papa Giovanni II, con cui approvava il suddetto decreto, ma con farci intendere gli abusi di questi tempi: cioè ch'egli lasciò bene in libertà al clero e popolo romano l'elezione di chi fosse creduto più degno del pontificato, ma con riserbarsene la conferma. Che se occorrevano dispute fra i popoli per tale elezione, ed era portata la lite alla corte, ordinava che per le spese d'essa lite, trattandosi del romano pontefice, non si potesse impiegare più di tre mila soldi, e due mila per le liti degli altri patriarchi, sotto il qual nome son disegnati gli arcivescovi e metropolitani, perchè in Occidente allora altro patriarca non si conosceva se non il romano; e di cinquecento soldi per quelle de' vescovati minori. Non è però ben chiaro il senso di quelle parole. Tutte le altre promesse, o pagamenti fatti e da farsi a dirittura, o per interposta persona, per conseguir le chiese furono da esso re condannati, ed ordinato che ognun potesse accusare, e che si dovesse procedere in giustizia contra questi sacrileghi mercatanti delle dignità ecclesiastiche. Scrisse ancora Atalarico[Idem, ibid., ep. 16.]aSalvanzioprefetto di Roma, con ordinargli di far incidere in marmo l'editto suo e il decreto del senato intorno ai simoniaci, per poi metterli nella facciata della basilica vaticana alla pubblica vista e cognizione di tutti. Sembra che si possa congiungere con questi tempi un editto[Idem, ibid., ep. 18.], pubblicato da esso re contro gli occupatori dei beni altrui, contra degli adulteri, concubinarii, omicidi, mariti di due mogli ed altri delinquenti. In un susseguente editto[Idem, lib. 8, ep. 21.]vuole egli che sieno puntualmente pagati gli emolumenti ai professori di grammatica, eloquenza e giurisprudenza.

Udita che ebbe l'imperador Giustiniano la nuova dell'ingiusta prigioniad'Ildericore dei Vandali, suo singolare amico[Procop., de Bell. Vandal., lib. 1. ep. 9.], aveva spedito ambasciatori aGelimereusurpatore del regno africano, con esortarlo a rendergli la libertà, e ad aspettare di entrar con giusto titolo nel dominio, giacchè Ilderico era in età molto avanzata; e se pur voleva ritenere il governo, lo ritenesse, ma con lasciar qualche apparenza di decoro a chi, secondo il testamento di Genserico, era legittimo possessor di quel regno. Se ne tornarono gli ambasciatori a Costantinopoli senza frutto alcuno; anzi peggiorarono gli affari d'Ilderico, perchè Gelimere, col pretesto ch'egli meditasse di fuggire, maggiormente il ristrinse, e fece cavar gli occhi ad Oamere di lui nipote, uomo bellicoso, e tenuto dai Vandali pel loro Achille. Avvisato di ciò Giustiniano, tornò a spedirgli nuovi ambasciatori, con richiedere che gli mandasse Ilderico ed Oamere, acciocchè potessero, l'uno privo del regno, e l'altro degli occhi, passare in pace il resto della lor vita, altrimenti protestava rotta la pace, e ch'egli si studierebbe di vendicar l'ingiuria fatta ad un amico e insieme alla giustizia. La risposta di Gelimere fu, ch'egli era stato alzato di comun concordia dai Vandali al trono, a lui dovuto, come discendente da Genserico, più che ad Ilderico. E che un saggio imperadore doveva attendere a governare il suo imperio senza impacciarsi de' regni altrui. Che se pur gli saltasse in testa di rompere i patti e di fargli guerra, si persuadesse che nol troverebbe a dormire. A questa risposta montò in collera Giustiniano, e determinò di muover guerra a Gelimere. Ma ad una tal risoluzione trovò contrarii tutti i suoi ministri, e massimamenteGiovanniprefetto del pretorio, ricordandosi tutti dello sforzo inutilmente fatto da Leone Augusto per riconquistar l'Africa, e spaventati dalle immense spese che sarebbe costata una armata navale, e dal pericolo di portarla guerra sì lontano, e in paese ben provveduto di gente e di denaro, e però capace di far abortire tutte le idee di chi se ne volesse render padrone. Tanto dissero essi, che in Giustiniano calò la voglia di quella impresa. Quand'eccoti un giorno capitare un vescovo che dimandò all'imperadore un'udienza segreta. In essa gli fe' saper d'essergli stato in una visione comandato da Dio di andare a trovarlo, e sgridarlo, perchè, dopo d'aver preso a liberare i cattolici dell'Africa dalla tirannia degli ariani, per una vana paura se ne fosse poi ritirato, con aggiugnere:Il Signore mi ha detto, che facendo V. M. questa guerra, la assisterà, e infallibilmente l'Africa tornerà sotto il romano imperio. Di più non occorse, perchè Giustiniano, senza più far caso delle difficoltà proposte, coraggiosamente intraprendesse la guerra dell'Africa, per la quale fece nell'anno presente i necessarii preparamenti. Ma non si vuol tacere che nel gennaio di questo medesimo anno avea lo stesso imperadore corso grave pericolo per una sedizione mossa in Costantinopoli contra di lui dalle fazioni veneta e prasina[Chron. Alexandr. Theoph., in Chronogr. Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 24.]. Il caricarono d'ingiurie nel circo, poscia si diedero a scorrere per la città, con attaccar fuoco alle più magnifiche fabbriche e chiese della medesima. Unissi con loro la plebe, e tale fu l'apparenza di questo turbine, che Giustiniano già avea preparata una nave per fuggirsene. Anzi essendosi sparsa la voce che egli fosse fuggito, il popolo acclamò imperadoreIpaziofigliuolo di Magna sorella del fu Anastasio Augusto, che era stato console nell'anno 500; e se fosse riuscito loro d'entrare nel palazzo imperiale, peggiori conseguenze avrebbe avuto l'attentato di tanti sediziosi. Ma uscitoNarsetecapitan delle guardie, e guadagnati con denaro molti della fazione veneta, cominciò a calare il tumulto. E mentre il popolo si trovava raunato nel circo, uscirono da varie parti le guardie e i soldati dell'imperadore, condotti parte da esso Narsete, parte daBelisario, generale delle milizie, e da un figliuolo di Mondo, ossia Mundone generale dell'Illirico, e fecero man bassa addosso alle fazioni, anzi a chiunque de' cittadini e forestieri incontravano, di maniera che vi restarono uccise circa trenta o trentacinque mila persone: colla quale strage terminò affatto il bollore della sedizione.Ipaziopreso, e con luiPompeoeProbosuoi cugini furono condotti in prigione, e poco si stette a far vedere al pubblico i lor cadaveri. Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.]scrive, che per loro suggestione fu mossa questa tempesta contra di Giustiniano, e ch'erano entrati molti de' nobili in questa congiura. Però furono confiscati tutti i lor beni con profitto indicibile dell'imperiale erario. Curiosa cosa è il leggere presso Teofane il principio di questa tragedia nel circo per le varie acclamazioni, dimande e gridi de' prasini, e risposte del ministro cesareo; senza che si possa ora da noi intendere come si facessero simili dialoghi, e si potessero discernere quelle voci. Giustiniano, uscito di questo terribil cimento, generosamente si applicò a rimettere in piedi gli edifizii rovinati dalle fiamme durante la sedizione; e soprattutto essendo bruciata l'insigne cattedrale fabbricata da Costantino, tutto si diede ad alzarne un'altra senza paragone più magnifica e bella, che fu poi appellata la chiesa di santa Sofia, e riuscì un tempio mirabile a tutti i secoli avvenire.


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