DXXXIX

DXXXIXAnno diCristoDXXXIX. IndizioneII.Vigiliopapa 2.Giustinianoimperadore 13.Vitigere 4.ConsoliFlavio Appionesenza collega.Fu creato console questoAppioneda Giustiniano Augusto. Suo padreStrategioera patrizio e tesoriere dell'imperadore, e si trova anche appellatoexconsolenella Novella centesimaquinta di Giustiniano, senza che apparisca in quale anno egli esercitasse il consolato, e perciò con apparenza che solamente per onore gli fosse conferito quel titolo, oppure che l'imperadore, allorchè fu console, il sostituisse in quella dignità per qualche mese. Restò il principio di quest'anno funestato da una delle più orride tragedie che mai si possano udire. Continuando l'assedio di Milano, sempre più cresceva il furor della fame, in guisa che il popolo si ridusse a mangiar fino i più sozzi e schifosi animali. Non lasciò Belisario d'inviare a quella volta un soccorso di truppe condotto daMartinoe daUliaresuoi capitani; ma costoro si fermarono al Po, non arrischiandosi di andare incontro al grosso campo de' Goti e Borgognoni. Ne scrissero aBelisario, il quale determinò con assenso di Narsete di spedire altra gente. Ma mentre i primi si fermano, e si preparano gli altri a muoversi, non potendo più reggere Milano ai morsi della fame,MondilaePaolo, capitani di quei pochi Greci che erano nella città, capitolarono coi Goti di rendersi, salve le vite loro, con abbandonare alla discrezion de' nemici quelle del popolo. Pertanto entrati coi Borgognoni Goti, ansanti di punire la ribellion de' cittadini, fecero massimamente man bassa sopra i senatori e sopra tutti gli altri maschi, non perdonando neppure ai fanciulli, nè ai sacerdoti, che, per attestato di Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.], furono scannati ne' sacri templi e sopra gli stessi altari. Le donne tutte furono fatte schiave, e donate ai Borgognoni in ricompensa del prestato soccorso, e la città tutta saccheggiata, e poi diroccata e ridotta ad un mucchio di pietre. Se vogliam credere a Procopio[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 21.], furono in sì esecranda giornata tagliati a pezzi più ditrecento mila uomini: numero che giustamente si può sospettare eccedente il vero, perchè, computate le donne, avrebbe dovuto questa città contenere almen da secento mila persone in un giro allora minore del presente, se non immaginassimo rifugiato entro quella città una buona quantità degli abitatori della campagna. Loda il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl., ad ann. 538.]Dazioarcivescovo di Milano, perchè si studiasse di liberar quella città dai Goti ariani, e promovesse la ribellione. Non entro io a disputare se fosse o non fosse lodevole l'operar contro il giuramento di fedeltà prestato ai Goti, che pur lasciavano vivere in pace i cattolici. Bensì dico che si potè desiderar più prudenza nel fatto di Dazio, il cui zelo intempestivo si tirò dietro la lagrimevole rovina della città e del popolo suo; che per un pugno di gente inviato colà de Belisario non si dovea esporre il suo gregge al pericolo di soccomberesotto la possanza tuttavia grande dei Goti in Italia. Ebbe Dazio la fortuna di salvarsi colla fuga, e di ritirarsi a Costantinopoli, dove si trattenne circa quindici anni, lungi dall'eccidio dell'infelice patria sua, e quivi in fine terminò i suoi giorni nell'anno 552. Mondila e Paolo capitani coi Greci di lor seguito anch'essi ebbero salve le vite, e furono condotti prigioni a Ravenna. Tornò tutta la Liguria in potere dei Goti: e non parlandosi più dei Borgognoni, segno è che essi dovettero ritornare al loro paese.Stava intanto Vitige co' primarii fra i Goti studiando la maniera di potersi sostenere in questa sì pericolosa guerra; e fu conchiuso di tirare in Italia con una grossa offerta di danaro i Longobardi, allora abitanti nella Pannonia, ossia nell'Ungheria. A tal fine furono spediti ambasciatori aVaci, ossiaVaccone, re in questi tempi, per quanto scrive Procopio[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 22.], di quella nazione; nel che non s'accordano con lui Paolo diacono[Paulus Diaconus, Histor. Longobardor., lib. 1, cap. 22.], nè Sigberto[Sigebertus, in Chron.], da' quali abbiam veduto cheAudoinoinfin l'anno 527 condusse i Longobardi nella Pannonia. Procopio parlando poi diffusamente de' Longobardi più sotto[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 33.], scrive che Giustiniano donò loro il Norico e la Pannonia, ed insorse poi guerra fra essi e i Gepidi, regnandoAudoinore d'essi Longobardi. Riuscì senza frutto l'ambasciata, perchè si trovò che i Longobardi aveano stretta lega coll'imperador Giustiniano, e fedelmente la voleano mantenere. Perciò Vitige si applicò ad un'altra risoluzione, e fu quella di muoverCosroere di Persia a far guerra a Giustiniano, con ispedirgli a tal fine ambasciatori, non goti, ma italiani; il che fu di un gravissimo sconcerto all'imperio d'Oriente, di modo che non finì quest'anno che Giustiniano venne in pensiero di far pace coiGoti, e rimandò in Italia gli ambasciatori di Vitige, che erano tuttavia in Costantinopoli, promettendo di spedire persone a Ravenna con plenipotenza di trattarne. E perciocchè intese i dispareri che tuttavia continuavano tra Belisario e Narsete, richiamò l'ultimo a Costantinopoli, e pensava anche di far lo stesso di Belisario, per dargli il comando dell'armata destinata contra de' Persiani. Belisario intento alle sue imprese, dappoichè ebbe intese e compiante le inesplicabili calamità di Milano, passò ad assediar Osimo; inviòCiprianoeGiustinosuoi capitani a tentare l'acquisto di Fiesole; giacchè queste due città il trattenevano dal passare innanzi verso Ravenna. Mandò ancoraMartinoeGiovanniverso il Po, che si postaron in Tortona, tuttochè città priva di mura.Vraiacapitano di Vitige, che comandava nelle parti di Milano, ebbe ordine di passare il Po, per isloggiare di là i Greci. Ubbidì egli, ma non si attentò poi di assalirli, e solamente andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro.Già abbiam veduto che razza di gente, intente solo ad ingrandirsi o per diritto o per traverso, fossero allora i re franchi. Anche nell'anno 537, per attestato di Sigeberto[Sigebertus, in Chronico.], furono vicini a far guerra fra loro, se non si fosse interposta lasanta Clotildeloro madre ed avola. Procopio anch'egli aggiunge[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 25.]che quella nazione non sapeva allora cosa fosse il mantener parola, ed aver eglino bensì professata la religione cristiana, ma con ritener tuttavia varie superstizioni del paganesimo, forse perchè non tutti lo aveano per anche abiurato, o pure, come si ricava da Agatia[Agath., in Hist., lib. 2.], coi Franchi buoni cattolici nelle armate erano mischiati gli Alamanni, gente divenuta loro suddita, e tuttavia barbara e in gran parte idolatra. Fra essi re più potente eraTeodeberto, appellato re d'Austrasia. In una lettera da lui scritta a Giustiniano Augusto, incui nondimeno v'ha dei nomi scorretti, egli dice di stendere il suo dominio dai confini della Pannonia sino all'Oceano, abbracciando le Toringia, e parte della Sassonia, e la Svevia, ossia l'Alemagna, e le provincie del Belgio, oltre alla porzione a lui toccata del regno della Borgogna, e ad altri stati di sua giurisdizione. Ora Teodeberto, al vedere in sì pericolosa guerra impegnati e smunti non meno i Goti che i Greci, dimentico del bel titolo dipadrech'egli dava a Giustiniano, e dei regali da lui ricevuti, e delle belle promesse a lui fatte; molto più dimentico dell'obbligo contratto di aiutar Vitige, che a questo fine avea ceduto a lui ed ai suoi zii tutto quanto possedevano nella Gallia i suoi Goti, o vogliam dire Ostrogoti: entrò in pensiero di profittare anch'egli di sì bella occasione, coll'acquisto di qualche porzione d'Italia. Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.]ed il Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini, in Chron.]riferiscono al presente anno questo fatto che abbiamo più distesamente narrato da Procopio[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 25.], scrittore allora dimorante in Italia al servigio di Belisario. Teodeberto adunque, messa insieme una armata di cento mila persone, per le Alpi della Savoia calò nel Piemonte. Erano quasi tutti fanti, che non portavano nè archi nè picca, ma solamente lo scudo e la spada, con una corta azza, nella cui cima il ferro grosso, dall'una parte e dall'altra era ben aguzzo e tagliente. Nelle battaglie dato il segno, con iscagliare quell'azza, solevano rompere lo scudo del nemico, e poi avventarsegli colla spada ed ucciderlo. I Goti in quelle parti, all'avviso che veniva sì forte esercito di Franchi, s'avvisarono tosto che fosse in loro aiuto; e già parea lor di veder Belisario supplicasse per un passaporto da potersene tornar colla vita in Oriente. Nulla di male fecero i Franchi finchè giunsero al Po, dove i Goti aveanoun ponte, perchè desideravano forte di passarlo con lor buona grazia. Ma appena vi furono sopra, che presi quanti figliuoli e mogli de' Goti ivi si trovarono, ne fecero un sagrifizio a qualche lor falso dio, e ne gittarono i corpi nel fiume. Spaventata la guardia dei Goti, scappò tosto in Pavia. Arrivarono i Franchi dove era l'accampamento de' Goti, verso Tortona, da' quali fu lor fatto un buon accoglimento, come a buoni amici; quand'eccoti se li veggono venire addosso quai fieri nemici: cosa che li fece tutti dare alle gambe con tal confusione, che passarono fin per mezzo il campo de' Greci, e a dirittura se ne andarono a Ravenna. I Greci, all'incontro, al vedere sì grande scappata, vennero in esperienza che, arrivato Belisario, avesse data a costoro una rotta, e però presero le armi per seco unirsi. Ma trovandosi burlati e fieramente assaliti dai Franchi, si difesero ben per quanto poterono, ma in fine anch'essi furono astretti a voltar le spalle e a fuggirsene. Arrivati in Toscana, ragguagliarono Belisario del disgustoso accidente, e ne rimase non men egli che l'esercito suo stranamente conturbato, per apprensione che sì grosso torrente andasse finalmente a scaricarsi sopra di loro. Pertanto egli scrisse una bella lettera a Teodeberto, con rappresentargli la riverenza dovuta all'imperadore, la possanza di lui, i patti e le promesse seguite, ed esortarlo a ritirarsi.Attribuisce Procopio all'efficacia di questa lettera l'essere in fatti ritornato da lì a non molto addietro il re Teodeberto colla sua gente. Ma probabilmente sì gran virtù non ebbe una carta sola. In amendue gli alloggiamenti de' Goti e de' Greci fuggiti trovarono i Franchi qualche copia di viveri, e si satollarono ben bene. Ma proseguendo il cammino, tra per essere quella una sterminata moltitudine, e perchè la carestia e la guerra aveano desertato il paese, cominciarono a far dei digiuni non comandati, e spesso altro non aveano che solacarne di bue da cibarsi e l'acqua del Po da bere. Questi patimenti, colla giunta dell'aria estiva e del clima diverso, produssero fra loro di grandi malattie, in manierachè almeno un terzo di quell'armata in breve perì, e il resto era malconcio di sanità. Questi motivi fecero risolvere Teodeberto a ritornarsene a casa. Del resto, secondo la testimonianza di Mario e del Continuatore di Marcellino, egli scorse per la Liguria e per l'Emilia, mettendo tutto a sacco. Più di ogni altro luogo provò Genova la di lui crudeltà, perchè non solo saccheggiata, ma anche rovinata dal furore delle sue genti. E tale fu il soccorso inviato ai Goti, secondo i patti, dai re franchi. E quando mai a questa spedizione alludessero alcune medaglie che si veggono di esso re Teodeberto, sarebbe da cercare se gran gloria seco porti una scorreria fatta più da saccomanno che da eroe, per finir di spogliare e di distruggere le misere provincie dell'Italia, senza alcuno che gli si opponesse. Proseguì intanto Belisario i due assedii d'Osimo e di Fiesole, e dopo molto tempo e fatiche gli venne fatto d'impadronirsi di quelle due città. Dopo di che, unite tutte le sue genti, passò verso Ravenna, e formonne il blocco. Per ben premunirsi avea Vitige fatto caricare nella Liguria una buona quantità di grani, che posta in barconi, calava giù pel Po alla volta di Ravenna. Volle la sua sfortuna che all'improvviso si abbassassero le acque di quel fiume senza poter passare innanzi le barche; e però venne tutto quel convoglio placidamente alle mani dei Greci, con restare sprovveduta Ravenna, senza ch'ella potesse sperar vettovaglie dalla parte dell'Adriatico, perchè Giustiniano era padrone della Dalmazia, e teneva non pochi legni in quel mare. Per quello che dirò più abbasso, dovrei qui riferire la resa di questa città, succeduta a mio credere; ma, seguitando il padre Pagi, mi prendo la libertà di parlarne solamente nel susseguente.

Consoli

Flavio Appionesenza collega.

Fu creato console questoAppioneda Giustiniano Augusto. Suo padreStrategioera patrizio e tesoriere dell'imperadore, e si trova anche appellatoexconsolenella Novella centesimaquinta di Giustiniano, senza che apparisca in quale anno egli esercitasse il consolato, e perciò con apparenza che solamente per onore gli fosse conferito quel titolo, oppure che l'imperadore, allorchè fu console, il sostituisse in quella dignità per qualche mese. Restò il principio di quest'anno funestato da una delle più orride tragedie che mai si possano udire. Continuando l'assedio di Milano, sempre più cresceva il furor della fame, in guisa che il popolo si ridusse a mangiar fino i più sozzi e schifosi animali. Non lasciò Belisario d'inviare a quella volta un soccorso di truppe condotto daMartinoe daUliaresuoi capitani; ma costoro si fermarono al Po, non arrischiandosi di andare incontro al grosso campo de' Goti e Borgognoni. Ne scrissero aBelisario, il quale determinò con assenso di Narsete di spedire altra gente. Ma mentre i primi si fermano, e si preparano gli altri a muoversi, non potendo più reggere Milano ai morsi della fame,MondilaePaolo, capitani di quei pochi Greci che erano nella città, capitolarono coi Goti di rendersi, salve le vite loro, con abbandonare alla discrezion de' nemici quelle del popolo. Pertanto entrati coi Borgognoni Goti, ansanti di punire la ribellion de' cittadini, fecero massimamente man bassa sopra i senatori e sopra tutti gli altri maschi, non perdonando neppure ai fanciulli, nè ai sacerdoti, che, per attestato di Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.], furono scannati ne' sacri templi e sopra gli stessi altari. Le donne tutte furono fatte schiave, e donate ai Borgognoni in ricompensa del prestato soccorso, e la città tutta saccheggiata, e poi diroccata e ridotta ad un mucchio di pietre. Se vogliam credere a Procopio[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 21.], furono in sì esecranda giornata tagliati a pezzi più ditrecento mila uomini: numero che giustamente si può sospettare eccedente il vero, perchè, computate le donne, avrebbe dovuto questa città contenere almen da secento mila persone in un giro allora minore del presente, se non immaginassimo rifugiato entro quella città una buona quantità degli abitatori della campagna. Loda il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl., ad ann. 538.]Dazioarcivescovo di Milano, perchè si studiasse di liberar quella città dai Goti ariani, e promovesse la ribellione. Non entro io a disputare se fosse o non fosse lodevole l'operar contro il giuramento di fedeltà prestato ai Goti, che pur lasciavano vivere in pace i cattolici. Bensì dico che si potè desiderar più prudenza nel fatto di Dazio, il cui zelo intempestivo si tirò dietro la lagrimevole rovina della città e del popolo suo; che per un pugno di gente inviato colà de Belisario non si dovea esporre il suo gregge al pericolo di soccomberesotto la possanza tuttavia grande dei Goti in Italia. Ebbe Dazio la fortuna di salvarsi colla fuga, e di ritirarsi a Costantinopoli, dove si trattenne circa quindici anni, lungi dall'eccidio dell'infelice patria sua, e quivi in fine terminò i suoi giorni nell'anno 552. Mondila e Paolo capitani coi Greci di lor seguito anch'essi ebbero salve le vite, e furono condotti prigioni a Ravenna. Tornò tutta la Liguria in potere dei Goti: e non parlandosi più dei Borgognoni, segno è che essi dovettero ritornare al loro paese.

Stava intanto Vitige co' primarii fra i Goti studiando la maniera di potersi sostenere in questa sì pericolosa guerra; e fu conchiuso di tirare in Italia con una grossa offerta di danaro i Longobardi, allora abitanti nella Pannonia, ossia nell'Ungheria. A tal fine furono spediti ambasciatori aVaci, ossiaVaccone, re in questi tempi, per quanto scrive Procopio[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 22.], di quella nazione; nel che non s'accordano con lui Paolo diacono[Paulus Diaconus, Histor. Longobardor., lib. 1, cap. 22.], nè Sigberto[Sigebertus, in Chron.], da' quali abbiam veduto cheAudoinoinfin l'anno 527 condusse i Longobardi nella Pannonia. Procopio parlando poi diffusamente de' Longobardi più sotto[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 33.], scrive che Giustiniano donò loro il Norico e la Pannonia, ed insorse poi guerra fra essi e i Gepidi, regnandoAudoinore d'essi Longobardi. Riuscì senza frutto l'ambasciata, perchè si trovò che i Longobardi aveano stretta lega coll'imperador Giustiniano, e fedelmente la voleano mantenere. Perciò Vitige si applicò ad un'altra risoluzione, e fu quella di muoverCosroere di Persia a far guerra a Giustiniano, con ispedirgli a tal fine ambasciatori, non goti, ma italiani; il che fu di un gravissimo sconcerto all'imperio d'Oriente, di modo che non finì quest'anno che Giustiniano venne in pensiero di far pace coiGoti, e rimandò in Italia gli ambasciatori di Vitige, che erano tuttavia in Costantinopoli, promettendo di spedire persone a Ravenna con plenipotenza di trattarne. E perciocchè intese i dispareri che tuttavia continuavano tra Belisario e Narsete, richiamò l'ultimo a Costantinopoli, e pensava anche di far lo stesso di Belisario, per dargli il comando dell'armata destinata contra de' Persiani. Belisario intento alle sue imprese, dappoichè ebbe intese e compiante le inesplicabili calamità di Milano, passò ad assediar Osimo; inviòCiprianoeGiustinosuoi capitani a tentare l'acquisto di Fiesole; giacchè queste due città il trattenevano dal passare innanzi verso Ravenna. Mandò ancoraMartinoeGiovanniverso il Po, che si postaron in Tortona, tuttochè città priva di mura.Vraiacapitano di Vitige, che comandava nelle parti di Milano, ebbe ordine di passare il Po, per isloggiare di là i Greci. Ubbidì egli, ma non si attentò poi di assalirli, e solamente andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro.

Già abbiam veduto che razza di gente, intente solo ad ingrandirsi o per diritto o per traverso, fossero allora i re franchi. Anche nell'anno 537, per attestato di Sigeberto[Sigebertus, in Chronico.], furono vicini a far guerra fra loro, se non si fosse interposta lasanta Clotildeloro madre ed avola. Procopio anch'egli aggiunge[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 25.]che quella nazione non sapeva allora cosa fosse il mantener parola, ed aver eglino bensì professata la religione cristiana, ma con ritener tuttavia varie superstizioni del paganesimo, forse perchè non tutti lo aveano per anche abiurato, o pure, come si ricava da Agatia[Agath., in Hist., lib. 2.], coi Franchi buoni cattolici nelle armate erano mischiati gli Alamanni, gente divenuta loro suddita, e tuttavia barbara e in gran parte idolatra. Fra essi re più potente eraTeodeberto, appellato re d'Austrasia. In una lettera da lui scritta a Giustiniano Augusto, incui nondimeno v'ha dei nomi scorretti, egli dice di stendere il suo dominio dai confini della Pannonia sino all'Oceano, abbracciando le Toringia, e parte della Sassonia, e la Svevia, ossia l'Alemagna, e le provincie del Belgio, oltre alla porzione a lui toccata del regno della Borgogna, e ad altri stati di sua giurisdizione. Ora Teodeberto, al vedere in sì pericolosa guerra impegnati e smunti non meno i Goti che i Greci, dimentico del bel titolo dipadrech'egli dava a Giustiniano, e dei regali da lui ricevuti, e delle belle promesse a lui fatte; molto più dimentico dell'obbligo contratto di aiutar Vitige, che a questo fine avea ceduto a lui ed ai suoi zii tutto quanto possedevano nella Gallia i suoi Goti, o vogliam dire Ostrogoti: entrò in pensiero di profittare anch'egli di sì bella occasione, coll'acquisto di qualche porzione d'Italia. Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.]ed il Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini, in Chron.]riferiscono al presente anno questo fatto che abbiamo più distesamente narrato da Procopio[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 25.], scrittore allora dimorante in Italia al servigio di Belisario. Teodeberto adunque, messa insieme una armata di cento mila persone, per le Alpi della Savoia calò nel Piemonte. Erano quasi tutti fanti, che non portavano nè archi nè picca, ma solamente lo scudo e la spada, con una corta azza, nella cui cima il ferro grosso, dall'una parte e dall'altra era ben aguzzo e tagliente. Nelle battaglie dato il segno, con iscagliare quell'azza, solevano rompere lo scudo del nemico, e poi avventarsegli colla spada ed ucciderlo. I Goti in quelle parti, all'avviso che veniva sì forte esercito di Franchi, s'avvisarono tosto che fosse in loro aiuto; e già parea lor di veder Belisario supplicasse per un passaporto da potersene tornar colla vita in Oriente. Nulla di male fecero i Franchi finchè giunsero al Po, dove i Goti aveanoun ponte, perchè desideravano forte di passarlo con lor buona grazia. Ma appena vi furono sopra, che presi quanti figliuoli e mogli de' Goti ivi si trovarono, ne fecero un sagrifizio a qualche lor falso dio, e ne gittarono i corpi nel fiume. Spaventata la guardia dei Goti, scappò tosto in Pavia. Arrivarono i Franchi dove era l'accampamento de' Goti, verso Tortona, da' quali fu lor fatto un buon accoglimento, come a buoni amici; quand'eccoti se li veggono venire addosso quai fieri nemici: cosa che li fece tutti dare alle gambe con tal confusione, che passarono fin per mezzo il campo de' Greci, e a dirittura se ne andarono a Ravenna. I Greci, all'incontro, al vedere sì grande scappata, vennero in esperienza che, arrivato Belisario, avesse data a costoro una rotta, e però presero le armi per seco unirsi. Ma trovandosi burlati e fieramente assaliti dai Franchi, si difesero ben per quanto poterono, ma in fine anch'essi furono astretti a voltar le spalle e a fuggirsene. Arrivati in Toscana, ragguagliarono Belisario del disgustoso accidente, e ne rimase non men egli che l'esercito suo stranamente conturbato, per apprensione che sì grosso torrente andasse finalmente a scaricarsi sopra di loro. Pertanto egli scrisse una bella lettera a Teodeberto, con rappresentargli la riverenza dovuta all'imperadore, la possanza di lui, i patti e le promesse seguite, ed esortarlo a ritirarsi.

Attribuisce Procopio all'efficacia di questa lettera l'essere in fatti ritornato da lì a non molto addietro il re Teodeberto colla sua gente. Ma probabilmente sì gran virtù non ebbe una carta sola. In amendue gli alloggiamenti de' Goti e de' Greci fuggiti trovarono i Franchi qualche copia di viveri, e si satollarono ben bene. Ma proseguendo il cammino, tra per essere quella una sterminata moltitudine, e perchè la carestia e la guerra aveano desertato il paese, cominciarono a far dei digiuni non comandati, e spesso altro non aveano che solacarne di bue da cibarsi e l'acqua del Po da bere. Questi patimenti, colla giunta dell'aria estiva e del clima diverso, produssero fra loro di grandi malattie, in manierachè almeno un terzo di quell'armata in breve perì, e il resto era malconcio di sanità. Questi motivi fecero risolvere Teodeberto a ritornarsene a casa. Del resto, secondo la testimonianza di Mario e del Continuatore di Marcellino, egli scorse per la Liguria e per l'Emilia, mettendo tutto a sacco. Più di ogni altro luogo provò Genova la di lui crudeltà, perchè non solo saccheggiata, ma anche rovinata dal furore delle sue genti. E tale fu il soccorso inviato ai Goti, secondo i patti, dai re franchi. E quando mai a questa spedizione alludessero alcune medaglie che si veggono di esso re Teodeberto, sarebbe da cercare se gran gloria seco porti una scorreria fatta più da saccomanno che da eroe, per finir di spogliare e di distruggere le misere provincie dell'Italia, senza alcuno che gli si opponesse. Proseguì intanto Belisario i due assedii d'Osimo e di Fiesole, e dopo molto tempo e fatiche gli venne fatto d'impadronirsi di quelle due città. Dopo di che, unite tutte le sue genti, passò verso Ravenna, e formonne il blocco. Per ben premunirsi avea Vitige fatto caricare nella Liguria una buona quantità di grani, che posta in barconi, calava giù pel Po alla volta di Ravenna. Volle la sua sfortuna che all'improvviso si abbassassero le acque di quel fiume senza poter passare innanzi le barche; e però venne tutto quel convoglio placidamente alle mani dei Greci, con restare sprovveduta Ravenna, senza ch'ella potesse sperar vettovaglie dalla parte dell'Adriatico, perchè Giustiniano era padrone della Dalmazia, e teneva non pochi legni in quel mare. Per quello che dirò più abbasso, dovrei qui riferire la resa di questa città, succeduta a mio credere; ma, seguitando il padre Pagi, mi prendo la libertà di parlarne solamente nel susseguente.


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