DXXXVIAnno diCristoDXXXVI. IndizioneXIV.Silveriopapa 1.Giustinianoimperadore 10.Vitigere 1.Senza consoli.Fu segnato l'anno presente in Oriente colla formulapost consulatum Flavii Belisarii. E in Occidente quella dipost consulatum Paulini anno II. Era il reTeodatoallevato fra gli studii delle lettere, ed inesperto affatto nel mestier dell'armi; portava anche in petto un cuor di donna; e la sua platonica filosofia gl'inspirava solamente l'amor del riposo, e non già il coraggio necessario per sostener una guerra e far fronte ai pericoli. Ora a questo coniglio, occupata che fu la Sicilia dai Greci, cadde il cuore per terra; e trovandosi in RavennaPietroambasciatore di Giustiniano[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 6.], da solo a solo trattò seco delle maniere di pacificar l'irato Augusto, e di troncare il corso all'incominciata guerra. Tra loro si convenne che Teodato cederebbe ad ogni suo diritto sopra la Sicilia; manderebbe ogni anno all'imperadore una corona di oro del peso di trecento libbre; gli darebbe tre mila Goti al suo servigio, ogni volta che li richiedesse; non sarebbe lecito a Teodato di far morire alcun sacerdote (che vescovo vorrà qui significare), o senatore, nè di confiscare i loro beni, senza l'approvazion dell'imperadore, al quale eziandio si doveva ricorrere, qualora si volesse promuovere alcuno alla dignità di patrizio e di senatore; che nelle acclamazioni usate negli spettacoli e ne' giuochi circensi, prima si augurasse felicità all'imperadore, ed appresso a Teodato; nè si potessero alzare statue in onore del re, se non unitamente con quella di Giustiniano, e a questa ancora si desse la man dritta. Con questi patti, creduti sufficienti a calmare lo sdegno imperiale, fu rimandato l'ambasciatore a Costantinopoli. Ma appena arrivatoad Albano, fu richiamato indietro a Ravenna. Teodato, dubitando che non si appagasse Giustiniano di quanto s'era convenuto, e parendogli la guerra una montagna che gli si rovesciasse addosso, volle di nuovo udire su questo i sentimenti dell'ambasciatore. L'accorto Pietro maggiormente gl'inculcò come inevitabile la guerra, e seco la di lui ruina, tanto che lo indusse a dire, che se non fossero piaciute le prime proposizioni, egli era disposto a cedere tutto il regno, purchè Giustiniano gli assegnasse beni capaci di dare una rendita annua di mille e dugento libbre d'oro. Con questa conclusione Pietro si rimise in viaggio. Tuttavia, per meglio assicurarsi Teodato che riuscisse bene il disegno, obbligò papaAgapitoad andarsene anch'egli a Costantinopoli per trattar di pace con Giustiniano. Procopio solamente scrive, aver egli spedito in compagnia di PietroRustico, uomo romano, ed uno de' sacerdoti, suo intrinseco amico. Crede il cardinal Baronio cheAgapitopotesse anche portare il nome diRustico. Ma se Procopio avesse inteso di parlar di un pontefice romano, avrebbe adoperato altre parole. Parmi più verisimile che Agapito, o prima o dopo di Pietro, andasse, d'ordine del pauroso Teodato, a procurare un qualche aggiustamento con Giustiniano. Liberato diacono[Liberat., in Breviar., cap. 2.]ci fa sapere aver Teodato scritte fulminanti lettere al papa e al senato romano, minacciando di far uccidere tutti i senatori e le lor mogli e figliuoli, se non si adoperavano per far desistere l'imperadore dall'invasion dell'Italia, e che per questo il papa andò ambasciator a Costantinopoli. Per far questo viaggio, trovandosi il buon pontefice senza danaro, fu costretto ad impegnare i vasi sacri: particolarità a noi conservata in una lettera di Cassiodoro[Cassiod., lib. 12, epist. 20.], in cui ordina ai tesorieri del re di restituir essi vasi alla basilica di san Pietro. Giunto papa Agapito a Costantinopoli, fu onorevolmenteaccolto da Giustiniano, ma non potè indurlo ad entrar in trattato di pace, allegando egli d'aver fatto di grandi spese per metter insieme quell'armata, e di non voler averle buttate. Tanto bensì si adoperò con esso imperadore, che gli venne fatto di deporreAntimodal patriarcato di Costantinopoli, perchè contro i decreti de' sacri canoni trasferito da una chiesa ad un'altra, e molto più perchè convinto di fomentar dottrine ereticali[Anastas. Biblioth., in Vita Agapiti. Histor. Miscella, lib. 16.]. In suo luogo fu elettoMenna, buon cattolico e degno di quella illustre sedia. E tutto ciò avvenne, ancorchè Teodora Augusta facesse ogni possibile sforzo per sostener Antimo, e con esibizione di regali e con varie minaccie tentasse di rimuover il papa dall'abbattere questo suo favorito.Arrivarono in questo mentre a Costantinopoli Pietro e Rustico, che esposero le prime proposizioni del re Teodato[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 6.], e veggendo costante Giustiniano in volere la guerra, sfoderarono le ultime, cioè la cessione del regno. Allora Giustiniano tutto lieto non si fece pregare ad accettarle; e non tardò a rispedire in Italia lo stessoPietroedAtanasio, con ordine e facoltà di segnare quella capitolazione. Vennero amendue a Ravenna, ma ritrovarono mutato di pensiero Teodato, e sè stessi burlati. La cagion fu che avendo egli inviato in Dalmazia un buon esercito per riacquistare Salona, in una zuffa restò mortoMauriciofigliuolo diMondo, generale bravissimo di Giustiniano in quelle parti. Uscito poi di Salona lo stesso Mondo, sbaragliò bensì i Goti, ma nell'inseguire i fuggitivi vi lasciò anch'egli la vita. Questo avvenimento rimise l'anima in corpo a Teodato, e cominciando egli ormai a concepire delle speranze di maggiori fortune, si rise degli ambasciatori cesarei, e nulla volle attenere di quanto avea dianzi promesso. Informato di tutto con letterel'imperadore, diede ordine a Belisario di portar la guerra in Italia, e spedìCostanzianosuo contestabile con un'armata navale verso Salona, la quale fu in breve rimessa con tutta la Dalmazia e la Liburnia sotto il dominio cesareo: e i Goti coi lor capitani se ne tornarono a Ravenna. All'intrepido papaAgapitointanto non bastò di avere deposto Antimo; certificato ancora dell'empietà e guasta credenza di Severo che avea in addietro usurpato il vescovato di Antiochia, e di Pietro, Zoara ed Isacco, anch'essi eretici, tutti rifugiati in Costantinopoli sotto l'ali di Teodora Augusta, protettrice di simil gente, si studiò di farli cacciar fuora della città. Ma in mezzo a tanto fervore venne la morte a rapire questo santo pontefice nel dì 22 d'aprile. Un suntuosissimo funerale gli fu fatto in Costantinopoli, e poscia trasportato fu il corpo suo in una cassa di piombo a Roma nel susseguente ottobre, e seppellito nella basilica vaticana. Giunta a Roma la nuova della morte di esso papa, si raunò il clero e popolo per l'elezione del successore. Ma premendo non poco al re Teodato che in tempi sì torbidi fosse conferito il pontificato romano a qualche persona a sè bene affetta, e non già inclinata a favorir Giustiniano Augusto[Anastas. Bibliothec., in Vita Silverii.], propose con sue lettereSilveriosuddiacono, figliuolo del fu papa Ormisda, cioè, per quanto si può credere, nato di legittimo matrimonio da lui prima di essere assunto ai sacri ordini ed al pontificato. Erano accompagnate le lettere di Teodato da minaccie, se non veniva eseguita la sua volontà; e però, quantunque alcuni del clero ripugnassero, nè volessero soscrivere il decreto dell'elezione, pureSilveriofu eletto (credesi nel dì 8 di giugno), e dappoichè fu consacrato, anche i ripugnanti per paura sottoscrissero ed approvarono il fatto. Aveva il re Teodato inviatoEbrimuto, chiamatoEurimondoda Giordanostorico[Jordan., de Regnor. success.], suo genero, marito diTeodenantasua figliuola, con buon nerbo di gente a Reggio di Calabria, affinchè si studiasse d'impedire il passaggio dalla Sicilia in Italia all'armi imperiali. L'industrioso Belisario seppe far tanto con segrete ambasciate e magnifiche promesse, che guadagnò l'animo del comandante goto; e però senza veruna opposizione passò da Messina a Reggio. Quivi dichiaratosi del suo partito Ebrimuto co' suoi seguaci, se ne andò poscia a Costantinopoli, dove, oltre ad altri onori, conseguì la dignità di patrizio. Concorsero gli abitanti della Calabria con allegrissimi volti a Belisario, come a lor liberatore; e questo buon accoglimento gli fu fatto per dovunque egli passava, finchè giunse alla città di Napoli, allora non così grande come oggidì, ma fortificata e guernita di un buon presidio gotico che si era preparato alla difesa. Bisognò assediarla per mare e per terra, e contuttochè vi s'impiegasse gran tempo, e si dessero varii assalti, ad altro non servì che sagrificar la gente, per la gagliarda resistenza che facevano i Goti. Già cominciava l'annoiato Belisario a meditar di volgersi altrove, disperando di ridurre quella città alla sua ubbidienza, quando la buona ventura gli presentò persona che si esibì di aprirgli l'adito della città per un acquedotto, bastando solamente slargare il buco del marmo, per cui l'acqua passava fuori d'essa città. Così fu fatto, e per quell'angusto sito avendo Belisario una notte spinti in Napoli quattrocento soldati con due trombetti, e dato nel medesimo tempo l'assalto, se ne fece padrone. Mirabil cosa fu di poi nell'anno 1442, che Alfonso re d'Aragona per un simile o per lo stesso acquedotto s'impadronì della medesima città di Napoli. Non potè o non volle Belisario impedire il sacco della misera città. Procopio, intento solamente a raccontar ciò che può far onore a Belisario,di cui anche in questa guerra fu segretario, si sbriga in poche parole della descrizione di quella tragedia, con dire dipoi che nel furore del sacco, Belisario, montato in bigoncia, sfibbiò una bella orazione ai soldati, per farli desistere dal maggiormente incrudelire, e che, pacificatili, fece rendere ai Napoletani i lor figliuoli e le mogli che nulla aveano patito di forza da que' tanti masnadieri. Merita ben più fede l'autore della Miscella[Hist. Miscell., lib. 16.], scrivendo che non solamente sopra i Goti, ma anche sopra i cittadini sfogarono la rabbia loro i vincitori, senza perdonare nè a sesso nè ad età, e neppur alle sacre vergini, e ai sacerdoti di Dio, con uccidere i mariti in faccia alle mogli, col condurre schiavi le madri e i figliuoli, e con saccheggiar tutte le case e tutte in fine le sacrosante chiese. Di maniera che giunto poi Belisario a Roma, fu acremente ripreso da papa Silverio per tanta strage e crudeltà usata contra dei miseri Napoletani, e, riconoscendo egli il suo fallo, tornato che fu a Napoli, e trovandola priva quasi affatto di abitatori, s'insegnò di ripopolarla con farvi venir gente da tutte le città e luoghi vicini.A queste nuove il re Teodato spedì l'esercito de' suoi Goti nella Campania sotto il comando diVitige, valoroso capitano, che gran saggio di sua bravura avea dato nelle battaglie de' Goti contro i Gepidi ai tempi del re Teoderico. Raunaronsi costoro ad un luogo appellato Regeta, trentacinque miglia lungi da Roma, e quivi, detestando la dappocaggine di Teodato, che non osava di uscire in campagna, e sospettando intelligenza di lui con Giustiniano Augusto per tradire e distruggere il regno gotico, all'improvviso acclamarono per loro re lo stessoVitige. Ciò inteso da Teodato, che, a mio credere, si trovava in Roma, colla maggior fretta possibile s'incamminò alla volta di Ravenna; ma sopraggiunto nel cammino da un certo Ottari suo nemico,che speditogli dietro da Vitige, meglio dovette adoperar gli sproni, fu gittato da cavallo e privato di vita. Assicurato di ciò Vitige, e fatto imprigionareTeodegisclo, figliuolo di esso Teodato, pensò dipoi, perchè non avea tali forze da potersi opporre a Belisario, trovandosi allora il nerbo migliore de' Goti nella Gallia e nella Venezia, o per altri motivi, di temporeggiare e di ritirarsi a Ravenna, per disporre ivi meglio la difesa del regno, con lasciare intanto quattro mila dei suoi alla guardia di Roma, eLeuderiuomo prudente alla lor testa. In Ravenna forzòMatasuntafigliuola di Amalasunta ad accettarlo per marito, affine di stabilirsi meglio il regno, imparentandosi col sangue di Teoderico. Poscia spedì ambasciatori a Giustiniano, per tentar pure se poteva ottener la pace. Ma non potè punto smuover l'animo imperiale, troppo ansioso e già pieno di speranza di riacquistar tutta l'Italia. Intanto si diede Vitige a raunar gente ed armi[Cassiod., lib. 10, ep. 32.]; e perciocchè Teodato suo antecessore, tra per non tener impegnate nella Gallia tante soldatesche, e per tirare in una lega difensiva ed offensiva i re de' Franchi, aveva esibito di cedere ai medesimi tutto quanto possedeva nella Gallia gli Ostrogoti, Vitige anch'egli proseguì e conchiuse con essi questo trattato. Colla cessione suddetta e con pagar loro venti mila scudi d'oro, promisero e giurarono i reChilderico,TeodebertoeClotariodi aiutar Vitige nella difesa del regno d'Italia. Se questa lega fatta con principi, a' quali nulla costavano i giuramenti, riuscisse profittevole ai Goti, in breve ce ne avvedremo. Certo è bensì che allora i re Franchi senza spesa e fatica alcuna entrarono in possesso di tutta la Provenza, e di quanto di là dalle Alpi era di ragione degli Ostrogoti, e divisero fra loro quelle provincie: con che divennero padroni di tutta la Gallia, a riserva della Linguadoca, in cui seguitarono a signoreggiare i Visigoti, e della Bretagna minore cheaveva i suoi duchi, re talvolta ancora appellati. Intanto Belisario, lasciato un sufficiente presidio in Napoli e in Cuma, ch'erano le due uniche città della Campania atte ad esser difese, mise in marcia l'armata sua verso Roma. Per istrada ricevette un'ambasciata de' Romani che gli offerivano la resa della città; giacchè non si sentivano voglia di provare il crudel trattamento, toccato ai miseri Napoletani. A dirittura dunque camminando a Roma, trovò aperta una porta, per cui pacificamente entrò, mentre che per un'altra usciva la guarnigione gotica, accortasi di non poter difendere la città con sì poca gente contro il volere de' cittadini. Rimase nondimeno prigione (forse con secreto concerto)Leuderiloro capitano, che insieme colle chiavi delle porte di Roma fu inviato da Belisario all'imperador Giustiniano. Attese dipoi Belisario a fortificar Roma con riparar le mura cadute, cignerle di una larga e profonda fossa, fabbricar merli, e fare ogni altra provvision da difesa, ben prevedendo che i Goti, raunato tutto il loro potere, verrebbono a trovarlo, senza ch'egli avesse forze da aspettarli in campagna.
Senza consoli.
Fu segnato l'anno presente in Oriente colla formulapost consulatum Flavii Belisarii. E in Occidente quella dipost consulatum Paulini anno II. Era il reTeodatoallevato fra gli studii delle lettere, ed inesperto affatto nel mestier dell'armi; portava anche in petto un cuor di donna; e la sua platonica filosofia gl'inspirava solamente l'amor del riposo, e non già il coraggio necessario per sostener una guerra e far fronte ai pericoli. Ora a questo coniglio, occupata che fu la Sicilia dai Greci, cadde il cuore per terra; e trovandosi in RavennaPietroambasciatore di Giustiniano[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 6.], da solo a solo trattò seco delle maniere di pacificar l'irato Augusto, e di troncare il corso all'incominciata guerra. Tra loro si convenne che Teodato cederebbe ad ogni suo diritto sopra la Sicilia; manderebbe ogni anno all'imperadore una corona di oro del peso di trecento libbre; gli darebbe tre mila Goti al suo servigio, ogni volta che li richiedesse; non sarebbe lecito a Teodato di far morire alcun sacerdote (che vescovo vorrà qui significare), o senatore, nè di confiscare i loro beni, senza l'approvazion dell'imperadore, al quale eziandio si doveva ricorrere, qualora si volesse promuovere alcuno alla dignità di patrizio e di senatore; che nelle acclamazioni usate negli spettacoli e ne' giuochi circensi, prima si augurasse felicità all'imperadore, ed appresso a Teodato; nè si potessero alzare statue in onore del re, se non unitamente con quella di Giustiniano, e a questa ancora si desse la man dritta. Con questi patti, creduti sufficienti a calmare lo sdegno imperiale, fu rimandato l'ambasciatore a Costantinopoli. Ma appena arrivatoad Albano, fu richiamato indietro a Ravenna. Teodato, dubitando che non si appagasse Giustiniano di quanto s'era convenuto, e parendogli la guerra una montagna che gli si rovesciasse addosso, volle di nuovo udire su questo i sentimenti dell'ambasciatore. L'accorto Pietro maggiormente gl'inculcò come inevitabile la guerra, e seco la di lui ruina, tanto che lo indusse a dire, che se non fossero piaciute le prime proposizioni, egli era disposto a cedere tutto il regno, purchè Giustiniano gli assegnasse beni capaci di dare una rendita annua di mille e dugento libbre d'oro. Con questa conclusione Pietro si rimise in viaggio. Tuttavia, per meglio assicurarsi Teodato che riuscisse bene il disegno, obbligò papaAgapitoad andarsene anch'egli a Costantinopoli per trattar di pace con Giustiniano. Procopio solamente scrive, aver egli spedito in compagnia di PietroRustico, uomo romano, ed uno de' sacerdoti, suo intrinseco amico. Crede il cardinal Baronio cheAgapitopotesse anche portare il nome diRustico. Ma se Procopio avesse inteso di parlar di un pontefice romano, avrebbe adoperato altre parole. Parmi più verisimile che Agapito, o prima o dopo di Pietro, andasse, d'ordine del pauroso Teodato, a procurare un qualche aggiustamento con Giustiniano. Liberato diacono[Liberat., in Breviar., cap. 2.]ci fa sapere aver Teodato scritte fulminanti lettere al papa e al senato romano, minacciando di far uccidere tutti i senatori e le lor mogli e figliuoli, se non si adoperavano per far desistere l'imperadore dall'invasion dell'Italia, e che per questo il papa andò ambasciator a Costantinopoli. Per far questo viaggio, trovandosi il buon pontefice senza danaro, fu costretto ad impegnare i vasi sacri: particolarità a noi conservata in una lettera di Cassiodoro[Cassiod., lib. 12, epist. 20.], in cui ordina ai tesorieri del re di restituir essi vasi alla basilica di san Pietro. Giunto papa Agapito a Costantinopoli, fu onorevolmenteaccolto da Giustiniano, ma non potè indurlo ad entrar in trattato di pace, allegando egli d'aver fatto di grandi spese per metter insieme quell'armata, e di non voler averle buttate. Tanto bensì si adoperò con esso imperadore, che gli venne fatto di deporreAntimodal patriarcato di Costantinopoli, perchè contro i decreti de' sacri canoni trasferito da una chiesa ad un'altra, e molto più perchè convinto di fomentar dottrine ereticali[Anastas. Biblioth., in Vita Agapiti. Histor. Miscella, lib. 16.]. In suo luogo fu elettoMenna, buon cattolico e degno di quella illustre sedia. E tutto ciò avvenne, ancorchè Teodora Augusta facesse ogni possibile sforzo per sostener Antimo, e con esibizione di regali e con varie minaccie tentasse di rimuover il papa dall'abbattere questo suo favorito.
Arrivarono in questo mentre a Costantinopoli Pietro e Rustico, che esposero le prime proposizioni del re Teodato[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 6.], e veggendo costante Giustiniano in volere la guerra, sfoderarono le ultime, cioè la cessione del regno. Allora Giustiniano tutto lieto non si fece pregare ad accettarle; e non tardò a rispedire in Italia lo stessoPietroedAtanasio, con ordine e facoltà di segnare quella capitolazione. Vennero amendue a Ravenna, ma ritrovarono mutato di pensiero Teodato, e sè stessi burlati. La cagion fu che avendo egli inviato in Dalmazia un buon esercito per riacquistare Salona, in una zuffa restò mortoMauriciofigliuolo diMondo, generale bravissimo di Giustiniano in quelle parti. Uscito poi di Salona lo stesso Mondo, sbaragliò bensì i Goti, ma nell'inseguire i fuggitivi vi lasciò anch'egli la vita. Questo avvenimento rimise l'anima in corpo a Teodato, e cominciando egli ormai a concepire delle speranze di maggiori fortune, si rise degli ambasciatori cesarei, e nulla volle attenere di quanto avea dianzi promesso. Informato di tutto con letterel'imperadore, diede ordine a Belisario di portar la guerra in Italia, e spedìCostanzianosuo contestabile con un'armata navale verso Salona, la quale fu in breve rimessa con tutta la Dalmazia e la Liburnia sotto il dominio cesareo: e i Goti coi lor capitani se ne tornarono a Ravenna. All'intrepido papaAgapitointanto non bastò di avere deposto Antimo; certificato ancora dell'empietà e guasta credenza di Severo che avea in addietro usurpato il vescovato di Antiochia, e di Pietro, Zoara ed Isacco, anch'essi eretici, tutti rifugiati in Costantinopoli sotto l'ali di Teodora Augusta, protettrice di simil gente, si studiò di farli cacciar fuora della città. Ma in mezzo a tanto fervore venne la morte a rapire questo santo pontefice nel dì 22 d'aprile. Un suntuosissimo funerale gli fu fatto in Costantinopoli, e poscia trasportato fu il corpo suo in una cassa di piombo a Roma nel susseguente ottobre, e seppellito nella basilica vaticana. Giunta a Roma la nuova della morte di esso papa, si raunò il clero e popolo per l'elezione del successore. Ma premendo non poco al re Teodato che in tempi sì torbidi fosse conferito il pontificato romano a qualche persona a sè bene affetta, e non già inclinata a favorir Giustiniano Augusto[Anastas. Bibliothec., in Vita Silverii.], propose con sue lettereSilveriosuddiacono, figliuolo del fu papa Ormisda, cioè, per quanto si può credere, nato di legittimo matrimonio da lui prima di essere assunto ai sacri ordini ed al pontificato. Erano accompagnate le lettere di Teodato da minaccie, se non veniva eseguita la sua volontà; e però, quantunque alcuni del clero ripugnassero, nè volessero soscrivere il decreto dell'elezione, pureSilveriofu eletto (credesi nel dì 8 di giugno), e dappoichè fu consacrato, anche i ripugnanti per paura sottoscrissero ed approvarono il fatto. Aveva il re Teodato inviatoEbrimuto, chiamatoEurimondoda Giordanostorico[Jordan., de Regnor. success.], suo genero, marito diTeodenantasua figliuola, con buon nerbo di gente a Reggio di Calabria, affinchè si studiasse d'impedire il passaggio dalla Sicilia in Italia all'armi imperiali. L'industrioso Belisario seppe far tanto con segrete ambasciate e magnifiche promesse, che guadagnò l'animo del comandante goto; e però senza veruna opposizione passò da Messina a Reggio. Quivi dichiaratosi del suo partito Ebrimuto co' suoi seguaci, se ne andò poscia a Costantinopoli, dove, oltre ad altri onori, conseguì la dignità di patrizio. Concorsero gli abitanti della Calabria con allegrissimi volti a Belisario, come a lor liberatore; e questo buon accoglimento gli fu fatto per dovunque egli passava, finchè giunse alla città di Napoli, allora non così grande come oggidì, ma fortificata e guernita di un buon presidio gotico che si era preparato alla difesa. Bisognò assediarla per mare e per terra, e contuttochè vi s'impiegasse gran tempo, e si dessero varii assalti, ad altro non servì che sagrificar la gente, per la gagliarda resistenza che facevano i Goti. Già cominciava l'annoiato Belisario a meditar di volgersi altrove, disperando di ridurre quella città alla sua ubbidienza, quando la buona ventura gli presentò persona che si esibì di aprirgli l'adito della città per un acquedotto, bastando solamente slargare il buco del marmo, per cui l'acqua passava fuori d'essa città. Così fu fatto, e per quell'angusto sito avendo Belisario una notte spinti in Napoli quattrocento soldati con due trombetti, e dato nel medesimo tempo l'assalto, se ne fece padrone. Mirabil cosa fu di poi nell'anno 1442, che Alfonso re d'Aragona per un simile o per lo stesso acquedotto s'impadronì della medesima città di Napoli. Non potè o non volle Belisario impedire il sacco della misera città. Procopio, intento solamente a raccontar ciò che può far onore a Belisario,di cui anche in questa guerra fu segretario, si sbriga in poche parole della descrizione di quella tragedia, con dire dipoi che nel furore del sacco, Belisario, montato in bigoncia, sfibbiò una bella orazione ai soldati, per farli desistere dal maggiormente incrudelire, e che, pacificatili, fece rendere ai Napoletani i lor figliuoli e le mogli che nulla aveano patito di forza da que' tanti masnadieri. Merita ben più fede l'autore della Miscella[Hist. Miscell., lib. 16.], scrivendo che non solamente sopra i Goti, ma anche sopra i cittadini sfogarono la rabbia loro i vincitori, senza perdonare nè a sesso nè ad età, e neppur alle sacre vergini, e ai sacerdoti di Dio, con uccidere i mariti in faccia alle mogli, col condurre schiavi le madri e i figliuoli, e con saccheggiar tutte le case e tutte in fine le sacrosante chiese. Di maniera che giunto poi Belisario a Roma, fu acremente ripreso da papa Silverio per tanta strage e crudeltà usata contra dei miseri Napoletani, e, riconoscendo egli il suo fallo, tornato che fu a Napoli, e trovandola priva quasi affatto di abitatori, s'insegnò di ripopolarla con farvi venir gente da tutte le città e luoghi vicini.
A queste nuove il re Teodato spedì l'esercito de' suoi Goti nella Campania sotto il comando diVitige, valoroso capitano, che gran saggio di sua bravura avea dato nelle battaglie de' Goti contro i Gepidi ai tempi del re Teoderico. Raunaronsi costoro ad un luogo appellato Regeta, trentacinque miglia lungi da Roma, e quivi, detestando la dappocaggine di Teodato, che non osava di uscire in campagna, e sospettando intelligenza di lui con Giustiniano Augusto per tradire e distruggere il regno gotico, all'improvviso acclamarono per loro re lo stessoVitige. Ciò inteso da Teodato, che, a mio credere, si trovava in Roma, colla maggior fretta possibile s'incamminò alla volta di Ravenna; ma sopraggiunto nel cammino da un certo Ottari suo nemico,che speditogli dietro da Vitige, meglio dovette adoperar gli sproni, fu gittato da cavallo e privato di vita. Assicurato di ciò Vitige, e fatto imprigionareTeodegisclo, figliuolo di esso Teodato, pensò dipoi, perchè non avea tali forze da potersi opporre a Belisario, trovandosi allora il nerbo migliore de' Goti nella Gallia e nella Venezia, o per altri motivi, di temporeggiare e di ritirarsi a Ravenna, per disporre ivi meglio la difesa del regno, con lasciare intanto quattro mila dei suoi alla guardia di Roma, eLeuderiuomo prudente alla lor testa. In Ravenna forzòMatasuntafigliuola di Amalasunta ad accettarlo per marito, affine di stabilirsi meglio il regno, imparentandosi col sangue di Teoderico. Poscia spedì ambasciatori a Giustiniano, per tentar pure se poteva ottener la pace. Ma non potè punto smuover l'animo imperiale, troppo ansioso e già pieno di speranza di riacquistar tutta l'Italia. Intanto si diede Vitige a raunar gente ed armi[Cassiod., lib. 10, ep. 32.]; e perciocchè Teodato suo antecessore, tra per non tener impegnate nella Gallia tante soldatesche, e per tirare in una lega difensiva ed offensiva i re de' Franchi, aveva esibito di cedere ai medesimi tutto quanto possedeva nella Gallia gli Ostrogoti, Vitige anch'egli proseguì e conchiuse con essi questo trattato. Colla cessione suddetta e con pagar loro venti mila scudi d'oro, promisero e giurarono i reChilderico,TeodebertoeClotariodi aiutar Vitige nella difesa del regno d'Italia. Se questa lega fatta con principi, a' quali nulla costavano i giuramenti, riuscisse profittevole ai Goti, in breve ce ne avvedremo. Certo è bensì che allora i re Franchi senza spesa e fatica alcuna entrarono in possesso di tutta la Provenza, e di quanto di là dalle Alpi era di ragione degli Ostrogoti, e divisero fra loro quelle provincie: con che divennero padroni di tutta la Gallia, a riserva della Linguadoca, in cui seguitarono a signoreggiare i Visigoti, e della Bretagna minore cheaveva i suoi duchi, re talvolta ancora appellati. Intanto Belisario, lasciato un sufficiente presidio in Napoli e in Cuma, ch'erano le due uniche città della Campania atte ad esser difese, mise in marcia l'armata sua verso Roma. Per istrada ricevette un'ambasciata de' Romani che gli offerivano la resa della città; giacchè non si sentivano voglia di provare il crudel trattamento, toccato ai miseri Napoletani. A dirittura dunque camminando a Roma, trovò aperta una porta, per cui pacificamente entrò, mentre che per un'altra usciva la guarnigione gotica, accortasi di non poter difendere la città con sì poca gente contro il volere de' cittadini. Rimase nondimeno prigione (forse con secreto concerto)Leuderiloro capitano, che insieme colle chiavi delle porte di Roma fu inviato da Belisario all'imperador Giustiniano. Attese dipoi Belisario a fortificar Roma con riparar le mura cadute, cignerle di una larga e profonda fossa, fabbricar merli, e fare ogni altra provvision da difesa, ben prevedendo che i Goti, raunato tutto il loro potere, verrebbono a trovarlo, senza ch'egli avesse forze da aspettarli in campagna.