DXXXVII

DXXXVIIAnno diCristoDXXXVII. IndizioneXV.Silveriopapa 2.Giustinianoimperadore 11.Vitigere 2.Senza consoli.In Oriente fu segnato il presente anno colla formolapost consulatum Belisarii anno II. In Occidente coll'altrapost consulatum Paulini anno III. Belisario intanto spedìCostantinocon un corpo di gente ad occupar Narni, Spoleto e Perugia. Per impedire questi progressi[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 16.],Vitigeanch'egli inviò un altro corpo di gente a quella volta, e seguì ne' borghi di Perugia una zuffa fra loro, nella quale i cesarei restarono superiori. Vitige,avvisato di questo successo, giudicò necessario il muoversi in persona. Prima inviòAsinarioedUligislaocon un grande esercito verso la Dalmazia, con ordine di aspettare un rinforzo che gli si faceva sperare dalla Svevia, e poscia di portarsi all'assedio di Salona; al qual fine destinò ancora molte navi lunghe. Fu in fatti posto l'assedio a quella città per terra e per mare, ma vi si trovò una vigorosa difesa per parte diCostanzianogenerale dell'imperadore. Poscia si mise in marcia lo stesso re Vitige alla volta di Roma col suo esercito, che Procopio fa consistere in cento e cinquanta mila persone tra cavalli e fanti. Erano i cavalieri per la maggior parte corazzieri. Non sarebbe impossibile che Procopio avesse accresciuto di molto il numero delle truppe gotiche, per maggiormente esaltare il suo generale, che con tanto meno fece resistenza a questo torrente. Passarono felicemente i Goti di là dal fiume Tevere, e quivi si attaccò una fiera battaglia coi Greci, in cui Belisario stesso, più da soldato che da generale combattendo, rispinse più d'una volta i nemici, con ritirarsi infine, dopo una grande strage di quelli, entro le mura di Roma. Fu stretta la città con un forte assedio dall'esercito gotico, che probabilmente non era in tanta copia, come poco fa ci diede ad intendere Procopio, confessando egli[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 25.]che non potè cingerla tutta per la grandezza della città. Tagliarono i Goti tutti gli acquedotti intorno ad essa città; impedirono i molini che macinavano il grano. A tutto provvide l'indefesso Belisario. Coll'uso degli arieti, delle testuggini ed altre macchine si diedero i Goti a travagliar le mura; entrarono anche nel vivaio; ma con loro gran perdita furono rispinti. Cominciò intanto a sentirsi in Roma la fame; e però Belisario, affin di salvare i viveri per chi era necessario alla difesa, ordinò che tutte le donne, i fanciulli ed altre persone inutili uscissero della città, ed imbarcate pel Teverepassassero a Napoli, in Sicilia ed altrove. Il che fu eseguito, senza che si provasse opposizione dalla parte de' Goti. Scrisse poscia all'imperadore con ragguagliarlo di quanto andava succedendo, ed insieme con pregarlo vivamente d'inviargli il più presto possibile un buon soccorso di gente e d'armi: altrimenti sarebbe inevitabile la rovina degli affari e del credito di sua maestà in Italia.Durante questo assedio, succedette una esecrabil rivoluzione nella Chiesa romana, di cui fu cagione l'empietà ed avarizia diTeodoraAugusta, esecutoreBelisario, che più capital facea delle grazie di essa imperadrice, che di quella di Dio. Racconta Anastasio bibliotecario, avere essa Augusta scritto a papaSilverio, con pregarlo istantemente di andare a Costantinopoli, od almeno di rimettere nella sedia episcopale di CostantinopoliAntimodeposto e già riconosciuto per eretico. Lette queste lettere, l'afflitto papa ben previde che gli si preparava una gran tribolazione, a cui succederebbe anche la sua morte. Rispose di non poterla ubbidire per conto alcuno, trattandosi d'un eretico, per non mancare troppo sconciamente al sacro suo ministero. Allora l'adirata principessa trattò conVigiliodiacono della Chiesa romana, che era restato in Costantinopoli dopo la morte di papa Agapito, e seco concertò la deposizion di Silverio, e le esaltazione al pontificato del medesimo Vigilio. Liberato diacono[Liberat., in Breviar., cap. 22.]soggiunge che seguì tal convenzione con patto che Vigilio, creato che fosse papa, abolisse il concilio calcedonense, comunicasse con Teodosio vescovo eretico d'Alessandria, col suddetto Antimo, e con Severo capo degli eretici acefali, e pagasse inoltre una buona somma di danaro, cioè ducento libbre di oro. Ciò fatto, l'inviò in Italia con ordine a Belisario di trovar pretesti per deporre papa Silverio, e intronizzare Vigilio. Si fecero perciò saltar fuori dei falsi testimonii, che asserivano, d'avertenuto Silverio pratica coi Goti d'introdurli in Roma per la porta Asinaria, quando lo stesso Procopio[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 14.]attesta che per incitamento spezialmente d'esso papa Silverio, Belisario fu introdotto in Roma. Comparvero ancora lettere, scritte alla macchia sotto nome di esso papa, parlanti dello stesso trattato. Chiamato Silverio al palazzo da Belisario e daAntoninasua moglie, appena gli ebbero esposto il preteso reato, che gli fecero levar gli abiti pontificali, e, vestitolo da monaco, il mandarono in esilio a Patara città della Licia. Quindi Belisario ordinò al clero di eleggere un altro papa con insinuazione che questo avea da essere l'ambizosoVigilio; e benchè non pochi abborrissero questa iniquità, pure ubbidirono, con eleggerlo papa nel dì 22 di novembre del presente anno. Forse fu preteso che l'elezion di Silverio fosse stata nulla, perchè fatta senza la necessaria libertà degli elettori. Nè molto stette l'intruso papa Vigilio ad eseguire quanto egli avea promesso a Teodora Augusta, con iscrivere a Teodosio alessandrino, Antimo costantinopolitano e Severo antiocheno eretici, e con asserire di tener anch'egli la loro dottrina. Ha addotto il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]varie ragioni per credere che quella lettera, a noi conservata da Liberato diacono, non sia veramente di Vigilio; ma il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]ne adduce dell'altre per comprovarla vera, facendone menzione anche Vittor Tunonense. Nulla però essa nuoce alla dignità della sede apostolica, perchè Silverio, quantunque esiliato, non lasciava allora d'essere vero papa; e Vigilio non godeva i privilegi de' legittimi sommi pontefici. Oltre di che, ognun confessa ch'egli simoniacamente usurpò la cattedra di san Pietro. Simili iniquità non s'erano provate sotto i re Goti; anzi essi portarono sempre riverenza ai prelati e al clero cattolico; e nell'assediostesso (lo confessa Procopio) neppur molestarono le basiliche di san Pietro e di san Paolo, poste fuori di Roma, e permisero che vi si uffiziasse, come prima. Bisognò veder tali mostruosità sotto Belisario, che pur si professava cattolico.Seguitava intanto l'assedio di Roma, minutamente descritto dall'eloquente Procopio, spettatore di tutto. Varia era la fortuna de' combattenti, vigorosi gli assalti, più vigorosa la difesa, e frequenti le scaramucce colla peggio ora degli uni, ora degli altri. Vitige occupò la città di Porto, affinchè non potessero da quel ramo del Tevere, allora diviso in due, venire soccorsi di persone e vettovaglie a Roma. Giunsero nulladimeno da lì a venti giorni a Belisario milleseicento cavalli, inviati da Giustiniano, la maggior parte unni e schiavoni. Ma nella misera città di Roma al flagello della guerra due altri nello stesso tempo si aggiunsero, cioè la carestia dei viveri e la peste, di modo che il popolo cominciò a reclamare. Belisario l'acquetò coll'avviso de' vicini soccorsi da bocca e da guerra, che si dicevano già arrivati a Napoli. Non era però migliore la situazion de' Goti assediante, perchè s'era sminuita di molto la loro armata per le morti e ferite, ed erano anch'essi fieramente malmenati dalla pestilenza e dalla fame. Udito dipoi che era in viaggio un potente rinforzo di Greci per terra e per mare, ingrandito assai più, come è il costume, dalla fama, spedì Vitige a Belisario, e conchiuse seco una tregua. Dopo di che felicemente arrivò a Roma un copioso convoglio di grani e d'altre vettovaglie, condotto da Ostia pel Tevere, e del pari vi giunsero alcune poche migliaia di fanti e cavalli, che furono sufficienti a rincorare gli animi fieramente abbattuti del popolo romano[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 7.]. Probabilmente verso il fine di quest'anno comparve a RomaDazioarcivescovo di Milano con alcuni de' cittadini primarii della sua città, per pregar Belisario di volere somministrar loro un picciolo corpodi combattenti, asserendo che con questo lieve rinforzo avrebbono forze e maniera di cacciare i Goti da Milano, ed anche da tutta la Liguria. Belisario diede lor parola di farlo. Altro non so io intendere, se non che i Goti avessero bandito da Milano quell'arcivescovo colla sua comitiva: altrimenti troppo pericoloso per essi sarebbe stato il portarsi con tanta pubblicità a Roma per trattar coi nemici.

Senza consoli.

In Oriente fu segnato il presente anno colla formolapost consulatum Belisarii anno II. In Occidente coll'altrapost consulatum Paulini anno III. Belisario intanto spedìCostantinocon un corpo di gente ad occupar Narni, Spoleto e Perugia. Per impedire questi progressi[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 16.],Vitigeanch'egli inviò un altro corpo di gente a quella volta, e seguì ne' borghi di Perugia una zuffa fra loro, nella quale i cesarei restarono superiori. Vitige,avvisato di questo successo, giudicò necessario il muoversi in persona. Prima inviòAsinarioedUligislaocon un grande esercito verso la Dalmazia, con ordine di aspettare un rinforzo che gli si faceva sperare dalla Svevia, e poscia di portarsi all'assedio di Salona; al qual fine destinò ancora molte navi lunghe. Fu in fatti posto l'assedio a quella città per terra e per mare, ma vi si trovò una vigorosa difesa per parte diCostanzianogenerale dell'imperadore. Poscia si mise in marcia lo stesso re Vitige alla volta di Roma col suo esercito, che Procopio fa consistere in cento e cinquanta mila persone tra cavalli e fanti. Erano i cavalieri per la maggior parte corazzieri. Non sarebbe impossibile che Procopio avesse accresciuto di molto il numero delle truppe gotiche, per maggiormente esaltare il suo generale, che con tanto meno fece resistenza a questo torrente. Passarono felicemente i Goti di là dal fiume Tevere, e quivi si attaccò una fiera battaglia coi Greci, in cui Belisario stesso, più da soldato che da generale combattendo, rispinse più d'una volta i nemici, con ritirarsi infine, dopo una grande strage di quelli, entro le mura di Roma. Fu stretta la città con un forte assedio dall'esercito gotico, che probabilmente non era in tanta copia, come poco fa ci diede ad intendere Procopio, confessando egli[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 25.]che non potè cingerla tutta per la grandezza della città. Tagliarono i Goti tutti gli acquedotti intorno ad essa città; impedirono i molini che macinavano il grano. A tutto provvide l'indefesso Belisario. Coll'uso degli arieti, delle testuggini ed altre macchine si diedero i Goti a travagliar le mura; entrarono anche nel vivaio; ma con loro gran perdita furono rispinti. Cominciò intanto a sentirsi in Roma la fame; e però Belisario, affin di salvare i viveri per chi era necessario alla difesa, ordinò che tutte le donne, i fanciulli ed altre persone inutili uscissero della città, ed imbarcate pel Teverepassassero a Napoli, in Sicilia ed altrove. Il che fu eseguito, senza che si provasse opposizione dalla parte de' Goti. Scrisse poscia all'imperadore con ragguagliarlo di quanto andava succedendo, ed insieme con pregarlo vivamente d'inviargli il più presto possibile un buon soccorso di gente e d'armi: altrimenti sarebbe inevitabile la rovina degli affari e del credito di sua maestà in Italia.

Durante questo assedio, succedette una esecrabil rivoluzione nella Chiesa romana, di cui fu cagione l'empietà ed avarizia diTeodoraAugusta, esecutoreBelisario, che più capital facea delle grazie di essa imperadrice, che di quella di Dio. Racconta Anastasio bibliotecario, avere essa Augusta scritto a papaSilverio, con pregarlo istantemente di andare a Costantinopoli, od almeno di rimettere nella sedia episcopale di CostantinopoliAntimodeposto e già riconosciuto per eretico. Lette queste lettere, l'afflitto papa ben previde che gli si preparava una gran tribolazione, a cui succederebbe anche la sua morte. Rispose di non poterla ubbidire per conto alcuno, trattandosi d'un eretico, per non mancare troppo sconciamente al sacro suo ministero. Allora l'adirata principessa trattò conVigiliodiacono della Chiesa romana, che era restato in Costantinopoli dopo la morte di papa Agapito, e seco concertò la deposizion di Silverio, e le esaltazione al pontificato del medesimo Vigilio. Liberato diacono[Liberat., in Breviar., cap. 22.]soggiunge che seguì tal convenzione con patto che Vigilio, creato che fosse papa, abolisse il concilio calcedonense, comunicasse con Teodosio vescovo eretico d'Alessandria, col suddetto Antimo, e con Severo capo degli eretici acefali, e pagasse inoltre una buona somma di danaro, cioè ducento libbre di oro. Ciò fatto, l'inviò in Italia con ordine a Belisario di trovar pretesti per deporre papa Silverio, e intronizzare Vigilio. Si fecero perciò saltar fuori dei falsi testimonii, che asserivano, d'avertenuto Silverio pratica coi Goti d'introdurli in Roma per la porta Asinaria, quando lo stesso Procopio[Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 14.]attesta che per incitamento spezialmente d'esso papa Silverio, Belisario fu introdotto in Roma. Comparvero ancora lettere, scritte alla macchia sotto nome di esso papa, parlanti dello stesso trattato. Chiamato Silverio al palazzo da Belisario e daAntoninasua moglie, appena gli ebbero esposto il preteso reato, che gli fecero levar gli abiti pontificali, e, vestitolo da monaco, il mandarono in esilio a Patara città della Licia. Quindi Belisario ordinò al clero di eleggere un altro papa con insinuazione che questo avea da essere l'ambizosoVigilio; e benchè non pochi abborrissero questa iniquità, pure ubbidirono, con eleggerlo papa nel dì 22 di novembre del presente anno. Forse fu preteso che l'elezion di Silverio fosse stata nulla, perchè fatta senza la necessaria libertà degli elettori. Nè molto stette l'intruso papa Vigilio ad eseguire quanto egli avea promesso a Teodora Augusta, con iscrivere a Teodosio alessandrino, Antimo costantinopolitano e Severo antiocheno eretici, e con asserire di tener anch'egli la loro dottrina. Ha addotto il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]varie ragioni per credere che quella lettera, a noi conservata da Liberato diacono, non sia veramente di Vigilio; ma il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]ne adduce dell'altre per comprovarla vera, facendone menzione anche Vittor Tunonense. Nulla però essa nuoce alla dignità della sede apostolica, perchè Silverio, quantunque esiliato, non lasciava allora d'essere vero papa; e Vigilio non godeva i privilegi de' legittimi sommi pontefici. Oltre di che, ognun confessa ch'egli simoniacamente usurpò la cattedra di san Pietro. Simili iniquità non s'erano provate sotto i re Goti; anzi essi portarono sempre riverenza ai prelati e al clero cattolico; e nell'assediostesso (lo confessa Procopio) neppur molestarono le basiliche di san Pietro e di san Paolo, poste fuori di Roma, e permisero che vi si uffiziasse, come prima. Bisognò veder tali mostruosità sotto Belisario, che pur si professava cattolico.

Seguitava intanto l'assedio di Roma, minutamente descritto dall'eloquente Procopio, spettatore di tutto. Varia era la fortuna de' combattenti, vigorosi gli assalti, più vigorosa la difesa, e frequenti le scaramucce colla peggio ora degli uni, ora degli altri. Vitige occupò la città di Porto, affinchè non potessero da quel ramo del Tevere, allora diviso in due, venire soccorsi di persone e vettovaglie a Roma. Giunsero nulladimeno da lì a venti giorni a Belisario milleseicento cavalli, inviati da Giustiniano, la maggior parte unni e schiavoni. Ma nella misera città di Roma al flagello della guerra due altri nello stesso tempo si aggiunsero, cioè la carestia dei viveri e la peste, di modo che il popolo cominciò a reclamare. Belisario l'acquetò coll'avviso de' vicini soccorsi da bocca e da guerra, che si dicevano già arrivati a Napoli. Non era però migliore la situazion de' Goti assediante, perchè s'era sminuita di molto la loro armata per le morti e ferite, ed erano anch'essi fieramente malmenati dalla pestilenza e dalla fame. Udito dipoi che era in viaggio un potente rinforzo di Greci per terra e per mare, ingrandito assai più, come è il costume, dalla fama, spedì Vitige a Belisario, e conchiuse seco una tregua. Dopo di che felicemente arrivò a Roma un copioso convoglio di grani e d'altre vettovaglie, condotto da Ostia pel Tevere, e del pari vi giunsero alcune poche migliaia di fanti e cavalli, che furono sufficienti a rincorare gli animi fieramente abbattuti del popolo romano[Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 7.]. Probabilmente verso il fine di quest'anno comparve a RomaDazioarcivescovo di Milano con alcuni de' cittadini primarii della sua città, per pregar Belisario di volere somministrar loro un picciolo corpodi combattenti, asserendo che con questo lieve rinforzo avrebbono forze e maniera di cacciare i Goti da Milano, ed anche da tutta la Liguria. Belisario diede lor parola di farlo. Altro non so io intendere, se non che i Goti avessero bandito da Milano quell'arcivescovo colla sua comitiva: altrimenti troppo pericoloso per essi sarebbe stato il portarsi con tanta pubblicità a Roma per trattar coi nemici.


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