DCCCAnno diCristoDCCC. IndizioneVIII.Leone IIIpapa 6.Carlo Magnoimperadore 1.Pippinore d'Italia 20.Dopo essersi sbrigato Carlo Magno dalle lunghe e fastidiose guerre de' Sassoni e degli Unni, rivolse i suoi pensieri all'Italia. Non pareva a lui peranche se non imperfettamente terminata la causa de' persecutori di papa Leone. Oltre a ciò,Grimoaldoduca di Benevento sostenea con vigore l'indipendenza dal re Carlo, e coll'armi difendeva il suo diritto. Nè volea finalmente esso re Carlo lasciare impunita la morte diEnricoducadel Friuli. Venne dunque alla determinazione d'imprendere di nuovo il viaggio d'Italia[Annal. Franc. Annal. Lambec. Eginhard., in Annal.]. Dopo Pasqua arrivò alla città di Tours, accompagnato daCarloePippinosuoi figliuoli, e colà ancora arrivòLodovico, il terzo de' suoi figliuoli legittimi. Gli convenne fermarsi quivi per la mala sanità della reginaLiutgardesua moglie, che diede ivi fine al corso di sua vita. Perch'egli non sapeva passarsela senza una donna ai fianchi, tenne da lì innanzi l'una dopo l'altra quattro concubine, nominate tutte dall'autor della sua vita Eginardo. I padri Bollandisti ed altri, considerate tante virtù, e massimamente la religion di questo gran principe, hanno sostenuto che sì fatte concubine fossero mogli di coscienza; mogli, come suol dirsi, della mano sinistra: e però lecite e non contrarie agl'insegnamenti della Chiesa, la quale poi solamente nel concilio di Trento diede un miglior regolamento al sacro contratto del matrimonio. Se ciò ben sussista, ne lascerò io ad altri la decisione. Passò di là il re Carlo a Magonza, e, secondochè abbiamo dagli Annali pubblicati dal Lambecio[Rer. Italic., Part. II, tom. 2.], tenne ivi una gran dieta, dove espose le ingiurie fatte al romano pontefice e i suoi motivi di passare in Italia, giacchè si godeva la pace in tutta la monarchia franzese. Venne dunque l'invitto re, guidando seco un poderoso esercito, ed, arrivato a Ravenna, vi prese riposo per sette giorni[Eginhardus, in Annal. Franc.]. Continuato dipoi il cammino sino ad Ancona, di là spedì il figliuolo Pippino con parte della armata contra del duca di Benevento, ma senza apparire che questi facesse per ora impresa alcuna in quelle parti. Venne il pontefice Leone incontro al re sino a Nomento, oggidì Lamentana, dodici miglia lungi da Roma, e dopo avere desinato con lui, se ne ritornò a Roma, per riceverlo nel dì seguente con piùsolennità. Arrivato il re con tutta la sua corte, trovò esso papa che l'aspettava davanti alla basilica vaticana coi vescovi e col clero, e fra i sacri cantici l'introdusse nel sacro tempio per rendere grazie all'Altissimo. Abbiamo anche dal monaco engolismense[Monachus Engolismensis, in Vita Carol. Magni.]che andarono fuor di Roma le milizie, le scuole ed altre persone ad incontrare il re vegnente, come altre volte s'era praticato. Seguì l'arrivo colà di Carlo Magno nel dì 24 di novembre[Anastas. Bibliothec., in Leon. III.]. Dopo sette giorni raunatisi per ordine suo in s. Pietro gli arcivescovi, vescovi ed abbati, e tutta la nobiltà sì franzese che romana, e postisi a sedere esso re e il papa, con far anche sedere tutti i suddetti prelati, stando in piedi gli altri sacerdoti e nobili, fu intimato l'esame de' reati che venivano apposti ad esso papa Leone. Allora tutti i vescovi ed abbati concordemente protestarono che niuno ardiva di chiamare in giudizio il sommo pontefice; perchè la Sede apostolica, capo di tutte le Chiese, è bensì giudice di tutti gli ecclesiastici, ma essa non è giudicata da alcuno, come sempre s'era praticato in addietro. E il papa soggiunse che voleva seguitare il rito de' suoi predecessori. In fatti nel giorno appresso, giacchè niuno compariva che osasse provar que' pretesi delitti, il papa davanti a tutta quella grande assemblea, e presente il popolo romano, salito sull'ambone, ossia sul pulpito, tenendo in mano il libro de' santi Vangeli, con chiara voce protestò che in sua coscienza non sapea d'aver commesso que' falli, de' quali veniva imputato da alcuni de' Romani suoi persecutori, e tal protesta autenticò col giuramento. Il che fatto, e canonicamente terminato quel difficil affare, tutto il clero, intonato ilTe Deum, diede grazie all'Altissimo, alla Vergine santa, a san Pietro e a tutti i Santi. Negli Annali pubblicati dal Lambecio e scritti da autore contemporaneo,abbiamo che molto ben comparvero in quell'assemblea gli accusatori del papa; ma conosciuto che da invidia e malizia procedevano quelle imputazioni, fu risoluto da tutti che il papa da sè stesso si purgasse da que' falsi reati. Leggesi presso il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccl.]la formula usata in quella congiuntura da esso papa Leone.Venuto poi il giorno del natale del Signor nostro, seguì una mutazione di sommo riguardo per Roma e per l'Occidente tutto. Cantò il papa secondo il solito messa solenne nella basilica vaticana coll'intervento di Carlo Magno e di un immenso popolo, quando eccoti indirizzarsi esso pontefice al re, nel mentre che volea partirsi, e mettergli sul capo una preziosissima corona, e nello stesso tempo concordemente tutto il clero e popolo intonar la solenne acclamazione, che si usava nella creazion degli imperadori, cioè:A Carlo piissimo Augusto coronato da Dio, grande e pacifico imperadore, vita e vittoria. Tre volte detta fu questa acclamazione, e in tal maniera si vide costituito da tutti il buon re Carlo imperadore de' Romani; e il pontefice immediatamente unse coll'olio santo esso Augusto e il re Pippino suo figliuolo. Di questa unzione non parlano alcuni Annali de' Franchi, ma solamente della coronazione, e delle acclamazioni e delle lodi suddette: dopo le quali aggiungono che il papa fu il primo a far riverenza a Carlo, come si costumava con gli antichi imperadori.A pontifice more antiquorum principum adoratus est.Perciò esso Carlo, da lì innanzi lasciato il nome di patrizio, cominciò ad usar quello d'imperador de' Romanie diAugusto. E qui convien rammentar le parole di Eginardo[Eginhardus, in Vita Caroli Magni.]che di lui scrive:Romam veniens, propter reparandum, qui nimis conturbatus erat, Ecclesiae statum, ibi totum hyemis tempus protraxit. Quo tempore et Imperatoris et Augusti nomenaccepit: quod primo in tantum aversatus est, ut affirmaret, se eo die quamvis praecipua festivitas esset. Ecclesiam non intraturum fuisse, si consilium pontificis praescire potuisset. Benchè Eginardo sia scrittore di somma autorità per questi tempi ed affari, pure non ha saputo persuadere nè al Sigonio, nè al padre Daniello, nè ad altri storici, che potesse mai seguire una tal funzione senza contezza, anzi con ripugnanza di Carlo Magno, che pur fu principe sì voglioso di gloria. E se il clero e popolo tutto era preparato per cantare le acclamazioni poco fa riferite, come mai non potè traspirar la notizia di sì gran preparamento e disegno ad esso monarca? Nè mancano scrittori antichi che il tennero ben informato della dignità che gli si voleva conferire. Giovanni Diacono[Johann. Diaconus., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], autore contemporaneo, nelle vite de' vescovi di Napoli lasciò scritto che papa Leonefugiens ad regem Carolum, spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, augustali eum diademate coronaret. Molto più chiaramente parlano gli Annali del Lambecio e moissiacensi colle seguenti parole:Visum est et ipsi apostolico Leoni, et universis sanctis patribus, qui in ipso concilio(cioè nel romano poco fu accennato)seu reliquo christiano populo, ut ipsum Carolum regem Francorum IMPERATOREM nominare debuissent, QUI IPSAM ROMAM TENEBAT, ubi semper Caesares sedere soliti erant, seu reliquas sedes, quas ipse per Italiam, seu Galliam, nec non et Germaniam TENEBAT: quia Deus omnipotens has omnes sedes in POTESTATEM EJUS concessit; ideo justum eis esse videbatur, ut ipse cum Dei adjutorio, et universo christiano populo petente ipsum nomen haberet. Quorum petitionem ipse rex Carolus denegare noluit, sed cum omni humilitate subjectus Deo et petitioni sacerdotum, et universi christiani populi, in ipsa nativitate Domini nostri Jesu Christi ipsum nomen IMPERATORIS cum consecratione domniLeonis papae suscepit. L'Annalista lambeciano scriveva queste cose ne' medesimi tempi, e però di gran peso è la sua asserzione.Vo' io immaginando che molto ben fosse proposto dal papa e da quel gran consesso al re Carlo Magno di dichiararlo imperador de' Romani, ma ch'egli ripugnasse sulle prime, per non disgustare i greci imperadori, asserendo appunto Eginardo che dopo il fatto se l'ebbero molto a male gli Augusti orientali.Constantinopolitanis tamen imperatoribus super hoc indignantibus, magna tulit patientia, vicitque magnanimitate, qua eis procul dubio praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes, et in epistolis fratres eos appellando.Ma il pontefice Leone dovette concertare col clero e popolo di cogliere inaspettatamente esso Carlo nella solenne funzione del santo Natale; e vedendo poi egli la concordia e risoluzion del papa e de' Romani, senza più fare resistenza si accomodò al loro volere, ed accettò il nome d'imperadore. Dissi il nome, colle parole degli storici suddetti; perciocchè per conto di Roma e del suo ducato, gli stessi Annali ci han già fatto sapere ch'egli anche solamente patrizio ne era padrone:ipsam Romam tenebat. E come padrone appunto mandò i suoi messi prima, e poi venne egli a far giustizia contro i calunniatori e persecutori del papa. Che se talun chiede, che guadagnò allora Carlo Magno in questa mutazione, consistente, come si pretende, in un solo titolo e nome, hassi da rispondere: che fino a questi tempi era stata una prerogativa degl'imperadori romani la superiorità d'onore sopra i re cristiani di Spagna, Francia, Borgogna ed Italia. Scrivendo essi re agli Augusti, davano loro il titolo dipadree disignore. E i primi re di Francia e d'Italia, per giustificare i lor dominio in tante provincie occupate al romano imperio, non ebbero difficoltà di riconoscersi come dipendenti dagl'imperadori, con aversi procacciato da loro il titolo dipatrizii.Laonde gli stessi Augusti greci ritenevano qualche diritto, o almeno un possesso d'onore sopra i re e regni ch'erano stati del romano imperio. Inoltre fin qui erano stati riguardati come sovrani di Roma, e il nome loro compariva negli atti pubblici, come si usò per tanti secoli in addietro. Ora creato Carlo Magno imperador d'Occidente, veniva a levarsi al greco Augusto ogni diritto sopra Roma, e l'antica onorificenza nelle contrade occidentali, perchè trasfusa nel novello imperador d'Occidente. Infatti da lì innanzi Carlo Magno, per attestato di Eginardo, non più col titolo dipadre, ma con quel difratellocominciò a scrivere ai greci imperadori, siccome divenuto loro eguale nell'altezza del grado, e così ancora ne' pubblici atti di Roma si cominciò a scrivere il di lui nome d'imperadore. Ecco la cagione per cui essi Augusti greci, fino allora rispettati anche in Roma, s'ebbero tanto a male questa novità. E di qui è avere scritto Teofane[Theoph., in Chronogr.]che ora solamentein Francorum potestatem Roma cessit, perchè in addietro avevano i Greci conservato l'alto dominio in Roma, e questo cessò nel costituire imperador de' Romani il re Carlo. Per altro i motivi del romano pontefice, e del senato e popolo romano, per rinnovare nella persona di Carlo Magno il romano imperio, son chiaramente accennati dagli antichi scrittori. Non v'era allora imperadore. Una donna, cioèIrene, comandava le feste, e si intitolavaimperadrice de' Romani. Vollero perciò il papa e i Romani ripigliare l'antico loro diritto, e farsi un imperadore. E tanto più perchè i Greci non faceano più alcun bene, anzi si studiavano di far del male ai Romani; ed era ben più nobile e potente de' Greci il monarca franzese. Tornava anche in maggior decoro di essi Romani che il lor padrone non più usasse l'inferior titolo dipatrizio, ed assumesse il nobilissimo ed indipendente d'imperadore, con cui venivaparimente ad acquistare una specie di diritto, se non di giurisdizione, almeno di onore, sopra i re e regni di occidente. Per conto poi de' papi non si può ben discernere, se ne' precedenti anni avessero dominio, o qual dominio temporale avessero in Roma. Da qui innanzi bensì chiara cosa è ch'essi furono signori temporali della stessa città e del suo ducato, secondo i patti che dovettero seguire col novello imperadore: con podestà nondimeno subordinata all'alto dominio degli Augusti latini, potendo noi molto bene immaginare che papa Leone stabilisse tale accordo con Carlo Magno prima di cotanto esaltarlo, e guadagnasse anch'egli dal canto suo e dei suoi successori. Il perchè da lì innanzi cominciarono i papi a battere moneta col nome lor proprio nell'una parte dei soldi e denari, e nell'altra col nome dell'imperadore regnante, come si può vedere ne' libri pubblicati dal Blanc franzese, e dagli abbati Vignoli e Fioravanti. Rito appunto indicante la sovranità di Carlo Magno e de' suoi successori in Roma stessa, non lasciandone dubitare lo esempio sopra da noi veduto di Grimoaldo duca di Benevento.Dopo così strepitosa funzione l'imperador Carlo attese a regolar gli affari di Roma, e ripigliò fra gli altri quello de' congiurati ed offensori di papa Leone[Annal. Franc. Loiselian. Poeta Saxo. Monachus Engolism.]. Furono costoro di nuovo esaminati, e secondo le leggi romane, venne proferita sentenza di morte contra di loro. Ma il misericordioso pontefice s'interpose in lor favore appresso di Carlo, in guisa che ebbero salva la vita e le membra. Ma perchè non restasse affatto impunita l'enormità del delitto, furono mandati in esilio in Francia. Dal che si vede non sussistere l'asserzione di Anastasio, che li fa esiliati prima che Carlo venisse a Roma. Fra le altre controversie che si trattarono in questi tempi in Roma alla presenza del nuovo imperadore,quella eziandio vi fu che già vedemmo agitata ai tempi del re Liutprando fra i vescovi d'Arezzo e di Siena, a cagione di molte parrocchie, che il primo pretendeva usurpate alla sua diocesi dall'altro. L'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr. tom. I, in Episcop. Aretin.]pubblicò un decreto d'esso Carlo Magno datoquarto nonas martias, trigesimo tertio, et trigesimo quarto anno imperii nostri. Actum Romae in ecclesia sancti Petri, ec. È piena di spropositi questa data. Viziato ancora si scorge il titolo, cioèKarolus gratia Dei rex Francorum et Romanorum, atque Longobardorum.E se così fosse scritto nell'archivio della chiesa d'Arezzo, il documento sarebbe falso. Ma forse son da attribuire sì fatti errori al Burali, ovvero alla non ignota trascuraggine dell'Ughelli. QuiviAribertovescovo d'Arezzo ricorre al suddetto Augusto contra diAndreavescovo di Siena, querelandosi che teneva occupate molte chiese spettanti alla diocesi aretina. Rimessa tal causa a papa Leone, fu deciso in favore d'Ariberto, e Carlo Magno con suo diploma avvalorò maggiormente questa sentenza. Un'altra particolarità degna di gran riguardo abbiamo dagli Annali de' Franchi, cioè che sul fine del novembre e sul principio di decembre dell'anno presente, mentre Carlo Magno era in Roma, tornò da Gerusalemme Zacheria prete, già inviato colà da esso Carlo, conducendo seco due monaci spediti dal patriarca di quella città[Eginhardus, in Annal. Franc.], i qualibenedictionis gratia claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae cum vexillo detuleruntal medesimo Carlo Magno. Si è servito il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]di questo stesso fatto per provare che l'aver i romani pontefici inviato ai re Franchile chiavi del sepolcro di san Pietro e il vessillonon è segno che il dominio di Roma e del suo ducato fosse trasferito in quei re. Ma il dottissimo cardinale, per non aver potuto vedere a' suoi tempi tante storiepubblicate dipoi, si servì qui d'una pruova che fa appunto contra di lui. Imperocchè è da sapere che Carlo Magno mantenne gran corrispondenza con Aronne califfa de' Saraceni, e re allora anche della Persia. Eginardo[Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.]attesta che questo califfo si pregiava più della amicizia d'esso Carlo (tanta era la di lui riputazione e potenza), che di quella di tutti gli altri principi del mondo; e mandò più volte a regalarlo. Carlo Magno, siccome principe che stendeva il guardo a tutto quanto potea recar gloria a sè e vantaggio alla religione cristiana, seppe ben profittare del suo credito e della sua amicizia con esso Aronne. Trattò dunque con lui per via di lettere e di ambasciatori, e gli riuscì di ottenere da lui il dominio della sacra città diGerusalemme. Odasi il suddetto Eginardo, che così seguita a dire:Quum legati ejus(Caroli),quos cum donariis ad sacratissimum Domini ac Salvatoris nostri sepulcrum, locumque resurrectionis miserat, ad eum venissent, et ei domini sui voluntatem indicassent, non solum ea quae petebantur, fieri permisit, sed etiam sacrum illum ac salutarem locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit.Il poeta sassone[Poeta Saxo. Annal. apud Du-Chesne, tom. 2. Rer. Franc.]conferma la stessa notizia, con dire che Aronne inviò a Carlo Magno donativi di gemme, oro, vesti, aromati:Adscribique locum sanctum HierosolymorumConcessit propriae Caroli semper ditioni.E perchè non si dubiti del dominio ancora della città di Gerusalemme, odansi gli Annali[Annales, Loisel. ad ann. 800.]:Zacharias cum duobus monacis de Oriente reversus Romam venit, quos patriarcha hierosolymitanus ad regem misit. Qui benedictionis causa claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae claves etiam civitatis et montis eum vexillo detulerunt.Altrettanto si legge nella vitadi Carlo Magno d'autore incerto[Anonymus, in Vit. Caroli Magni.], e in quella del monaco Engolismense[Monach. Engolism.], negli Annali bertiniani[Annales Bertiniani.], di Metz[Annales Metenses.], ec. Veggasi dunque che significasse in tali casi l'inviare ilvessillo. L'acquisto fatto nella forma suddetta da Carlo Magno della città di Gerusalemme, servì di fondamento al favoloso ed antico romanzo di Turpino per ispacciare ch'esso imperadore si portò in Oriente, vi conquistò la santa città, andò a Costantinopoli, e fece altre prodezze: tutte favole, che poi il Dandolo ed assai altri storici a man baciata come verità contanti accolsero, ma che oggidì non hanno più spaccio. Io mi dispenserò da qui innanzi dal riferir gli anni de' greci imperadori, perch'essi in Italia non fecero più gran figura, e solamente andarono ritenendo il dominio in Napoli ed in alcune città della Calabria. Finalmente non vo' lasciar di dire che da una pergamena citata dal Fiorentini[Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.]apparisce essere stato in questo anno duca, cioè governatore in LuccaWicheramo, ma senza sapersi se la sua autorità si stendesse sopra le altre città della Toscana.
Dopo essersi sbrigato Carlo Magno dalle lunghe e fastidiose guerre de' Sassoni e degli Unni, rivolse i suoi pensieri all'Italia. Non pareva a lui peranche se non imperfettamente terminata la causa de' persecutori di papa Leone. Oltre a ciò,Grimoaldoduca di Benevento sostenea con vigore l'indipendenza dal re Carlo, e coll'armi difendeva il suo diritto. Nè volea finalmente esso re Carlo lasciare impunita la morte diEnricoducadel Friuli. Venne dunque alla determinazione d'imprendere di nuovo il viaggio d'Italia[Annal. Franc. Annal. Lambec. Eginhard., in Annal.]. Dopo Pasqua arrivò alla città di Tours, accompagnato daCarloePippinosuoi figliuoli, e colà ancora arrivòLodovico, il terzo de' suoi figliuoli legittimi. Gli convenne fermarsi quivi per la mala sanità della reginaLiutgardesua moglie, che diede ivi fine al corso di sua vita. Perch'egli non sapeva passarsela senza una donna ai fianchi, tenne da lì innanzi l'una dopo l'altra quattro concubine, nominate tutte dall'autor della sua vita Eginardo. I padri Bollandisti ed altri, considerate tante virtù, e massimamente la religion di questo gran principe, hanno sostenuto che sì fatte concubine fossero mogli di coscienza; mogli, come suol dirsi, della mano sinistra: e però lecite e non contrarie agl'insegnamenti della Chiesa, la quale poi solamente nel concilio di Trento diede un miglior regolamento al sacro contratto del matrimonio. Se ciò ben sussista, ne lascerò io ad altri la decisione. Passò di là il re Carlo a Magonza, e, secondochè abbiamo dagli Annali pubblicati dal Lambecio[Rer. Italic., Part. II, tom. 2.], tenne ivi una gran dieta, dove espose le ingiurie fatte al romano pontefice e i suoi motivi di passare in Italia, giacchè si godeva la pace in tutta la monarchia franzese. Venne dunque l'invitto re, guidando seco un poderoso esercito, ed, arrivato a Ravenna, vi prese riposo per sette giorni[Eginhardus, in Annal. Franc.]. Continuato dipoi il cammino sino ad Ancona, di là spedì il figliuolo Pippino con parte della armata contra del duca di Benevento, ma senza apparire che questi facesse per ora impresa alcuna in quelle parti. Venne il pontefice Leone incontro al re sino a Nomento, oggidì Lamentana, dodici miglia lungi da Roma, e dopo avere desinato con lui, se ne ritornò a Roma, per riceverlo nel dì seguente con piùsolennità. Arrivato il re con tutta la sua corte, trovò esso papa che l'aspettava davanti alla basilica vaticana coi vescovi e col clero, e fra i sacri cantici l'introdusse nel sacro tempio per rendere grazie all'Altissimo. Abbiamo anche dal monaco engolismense[Monachus Engolismensis, in Vita Carol. Magni.]che andarono fuor di Roma le milizie, le scuole ed altre persone ad incontrare il re vegnente, come altre volte s'era praticato. Seguì l'arrivo colà di Carlo Magno nel dì 24 di novembre[Anastas. Bibliothec., in Leon. III.]. Dopo sette giorni raunatisi per ordine suo in s. Pietro gli arcivescovi, vescovi ed abbati, e tutta la nobiltà sì franzese che romana, e postisi a sedere esso re e il papa, con far anche sedere tutti i suddetti prelati, stando in piedi gli altri sacerdoti e nobili, fu intimato l'esame de' reati che venivano apposti ad esso papa Leone. Allora tutti i vescovi ed abbati concordemente protestarono che niuno ardiva di chiamare in giudizio il sommo pontefice; perchè la Sede apostolica, capo di tutte le Chiese, è bensì giudice di tutti gli ecclesiastici, ma essa non è giudicata da alcuno, come sempre s'era praticato in addietro. E il papa soggiunse che voleva seguitare il rito de' suoi predecessori. In fatti nel giorno appresso, giacchè niuno compariva che osasse provar que' pretesi delitti, il papa davanti a tutta quella grande assemblea, e presente il popolo romano, salito sull'ambone, ossia sul pulpito, tenendo in mano il libro de' santi Vangeli, con chiara voce protestò che in sua coscienza non sapea d'aver commesso que' falli, de' quali veniva imputato da alcuni de' Romani suoi persecutori, e tal protesta autenticò col giuramento. Il che fatto, e canonicamente terminato quel difficil affare, tutto il clero, intonato ilTe Deum, diede grazie all'Altissimo, alla Vergine santa, a san Pietro e a tutti i Santi. Negli Annali pubblicati dal Lambecio e scritti da autore contemporaneo,abbiamo che molto ben comparvero in quell'assemblea gli accusatori del papa; ma conosciuto che da invidia e malizia procedevano quelle imputazioni, fu risoluto da tutti che il papa da sè stesso si purgasse da que' falsi reati. Leggesi presso il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccl.]la formula usata in quella congiuntura da esso papa Leone.
Venuto poi il giorno del natale del Signor nostro, seguì una mutazione di sommo riguardo per Roma e per l'Occidente tutto. Cantò il papa secondo il solito messa solenne nella basilica vaticana coll'intervento di Carlo Magno e di un immenso popolo, quando eccoti indirizzarsi esso pontefice al re, nel mentre che volea partirsi, e mettergli sul capo una preziosissima corona, e nello stesso tempo concordemente tutto il clero e popolo intonar la solenne acclamazione, che si usava nella creazion degli imperadori, cioè:A Carlo piissimo Augusto coronato da Dio, grande e pacifico imperadore, vita e vittoria. Tre volte detta fu questa acclamazione, e in tal maniera si vide costituito da tutti il buon re Carlo imperadore de' Romani; e il pontefice immediatamente unse coll'olio santo esso Augusto e il re Pippino suo figliuolo. Di questa unzione non parlano alcuni Annali de' Franchi, ma solamente della coronazione, e delle acclamazioni e delle lodi suddette: dopo le quali aggiungono che il papa fu il primo a far riverenza a Carlo, come si costumava con gli antichi imperadori.A pontifice more antiquorum principum adoratus est.Perciò esso Carlo, da lì innanzi lasciato il nome di patrizio, cominciò ad usar quello d'imperador de' Romanie diAugusto. E qui convien rammentar le parole di Eginardo[Eginhardus, in Vita Caroli Magni.]che di lui scrive:Romam veniens, propter reparandum, qui nimis conturbatus erat, Ecclesiae statum, ibi totum hyemis tempus protraxit. Quo tempore et Imperatoris et Augusti nomenaccepit: quod primo in tantum aversatus est, ut affirmaret, se eo die quamvis praecipua festivitas esset. Ecclesiam non intraturum fuisse, si consilium pontificis praescire potuisset. Benchè Eginardo sia scrittore di somma autorità per questi tempi ed affari, pure non ha saputo persuadere nè al Sigonio, nè al padre Daniello, nè ad altri storici, che potesse mai seguire una tal funzione senza contezza, anzi con ripugnanza di Carlo Magno, che pur fu principe sì voglioso di gloria. E se il clero e popolo tutto era preparato per cantare le acclamazioni poco fa riferite, come mai non potè traspirar la notizia di sì gran preparamento e disegno ad esso monarca? Nè mancano scrittori antichi che il tennero ben informato della dignità che gli si voleva conferire. Giovanni Diacono[Johann. Diaconus., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], autore contemporaneo, nelle vite de' vescovi di Napoli lasciò scritto che papa Leonefugiens ad regem Carolum, spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, augustali eum diademate coronaret. Molto più chiaramente parlano gli Annali del Lambecio e moissiacensi colle seguenti parole:Visum est et ipsi apostolico Leoni, et universis sanctis patribus, qui in ipso concilio(cioè nel romano poco fu accennato)seu reliquo christiano populo, ut ipsum Carolum regem Francorum IMPERATOREM nominare debuissent, QUI IPSAM ROMAM TENEBAT, ubi semper Caesares sedere soliti erant, seu reliquas sedes, quas ipse per Italiam, seu Galliam, nec non et Germaniam TENEBAT: quia Deus omnipotens has omnes sedes in POTESTATEM EJUS concessit; ideo justum eis esse videbatur, ut ipse cum Dei adjutorio, et universo christiano populo petente ipsum nomen haberet. Quorum petitionem ipse rex Carolus denegare noluit, sed cum omni humilitate subjectus Deo et petitioni sacerdotum, et universi christiani populi, in ipsa nativitate Domini nostri Jesu Christi ipsum nomen IMPERATORIS cum consecratione domniLeonis papae suscepit. L'Annalista lambeciano scriveva queste cose ne' medesimi tempi, e però di gran peso è la sua asserzione.
Vo' io immaginando che molto ben fosse proposto dal papa e da quel gran consesso al re Carlo Magno di dichiararlo imperador de' Romani, ma ch'egli ripugnasse sulle prime, per non disgustare i greci imperadori, asserendo appunto Eginardo che dopo il fatto se l'ebbero molto a male gli Augusti orientali.Constantinopolitanis tamen imperatoribus super hoc indignantibus, magna tulit patientia, vicitque magnanimitate, qua eis procul dubio praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes, et in epistolis fratres eos appellando.Ma il pontefice Leone dovette concertare col clero e popolo di cogliere inaspettatamente esso Carlo nella solenne funzione del santo Natale; e vedendo poi egli la concordia e risoluzion del papa e de' Romani, senza più fare resistenza si accomodò al loro volere, ed accettò il nome d'imperadore. Dissi il nome, colle parole degli storici suddetti; perciocchè per conto di Roma e del suo ducato, gli stessi Annali ci han già fatto sapere ch'egli anche solamente patrizio ne era padrone:ipsam Romam tenebat. E come padrone appunto mandò i suoi messi prima, e poi venne egli a far giustizia contro i calunniatori e persecutori del papa. Che se talun chiede, che guadagnò allora Carlo Magno in questa mutazione, consistente, come si pretende, in un solo titolo e nome, hassi da rispondere: che fino a questi tempi era stata una prerogativa degl'imperadori romani la superiorità d'onore sopra i re cristiani di Spagna, Francia, Borgogna ed Italia. Scrivendo essi re agli Augusti, davano loro il titolo dipadree disignore. E i primi re di Francia e d'Italia, per giustificare i lor dominio in tante provincie occupate al romano imperio, non ebbero difficoltà di riconoscersi come dipendenti dagl'imperadori, con aversi procacciato da loro il titolo dipatrizii.Laonde gli stessi Augusti greci ritenevano qualche diritto, o almeno un possesso d'onore sopra i re e regni ch'erano stati del romano imperio. Inoltre fin qui erano stati riguardati come sovrani di Roma, e il nome loro compariva negli atti pubblici, come si usò per tanti secoli in addietro. Ora creato Carlo Magno imperador d'Occidente, veniva a levarsi al greco Augusto ogni diritto sopra Roma, e l'antica onorificenza nelle contrade occidentali, perchè trasfusa nel novello imperador d'Occidente. Infatti da lì innanzi Carlo Magno, per attestato di Eginardo, non più col titolo dipadre, ma con quel difratellocominciò a scrivere ai greci imperadori, siccome divenuto loro eguale nell'altezza del grado, e così ancora ne' pubblici atti di Roma si cominciò a scrivere il di lui nome d'imperadore. Ecco la cagione per cui essi Augusti greci, fino allora rispettati anche in Roma, s'ebbero tanto a male questa novità. E di qui è avere scritto Teofane[Theoph., in Chronogr.]che ora solamentein Francorum potestatem Roma cessit, perchè in addietro avevano i Greci conservato l'alto dominio in Roma, e questo cessò nel costituire imperador de' Romani il re Carlo. Per altro i motivi del romano pontefice, e del senato e popolo romano, per rinnovare nella persona di Carlo Magno il romano imperio, son chiaramente accennati dagli antichi scrittori. Non v'era allora imperadore. Una donna, cioèIrene, comandava le feste, e si intitolavaimperadrice de' Romani. Vollero perciò il papa e i Romani ripigliare l'antico loro diritto, e farsi un imperadore. E tanto più perchè i Greci non faceano più alcun bene, anzi si studiavano di far del male ai Romani; ed era ben più nobile e potente de' Greci il monarca franzese. Tornava anche in maggior decoro di essi Romani che il lor padrone non più usasse l'inferior titolo dipatrizio, ed assumesse il nobilissimo ed indipendente d'imperadore, con cui venivaparimente ad acquistare una specie di diritto, se non di giurisdizione, almeno di onore, sopra i re e regni di occidente. Per conto poi de' papi non si può ben discernere, se ne' precedenti anni avessero dominio, o qual dominio temporale avessero in Roma. Da qui innanzi bensì chiara cosa è ch'essi furono signori temporali della stessa città e del suo ducato, secondo i patti che dovettero seguire col novello imperadore: con podestà nondimeno subordinata all'alto dominio degli Augusti latini, potendo noi molto bene immaginare che papa Leone stabilisse tale accordo con Carlo Magno prima di cotanto esaltarlo, e guadagnasse anch'egli dal canto suo e dei suoi successori. Il perchè da lì innanzi cominciarono i papi a battere moneta col nome lor proprio nell'una parte dei soldi e denari, e nell'altra col nome dell'imperadore regnante, come si può vedere ne' libri pubblicati dal Blanc franzese, e dagli abbati Vignoli e Fioravanti. Rito appunto indicante la sovranità di Carlo Magno e de' suoi successori in Roma stessa, non lasciandone dubitare lo esempio sopra da noi veduto di Grimoaldo duca di Benevento.
Dopo così strepitosa funzione l'imperador Carlo attese a regolar gli affari di Roma, e ripigliò fra gli altri quello de' congiurati ed offensori di papa Leone[Annal. Franc. Loiselian. Poeta Saxo. Monachus Engolism.]. Furono costoro di nuovo esaminati, e secondo le leggi romane, venne proferita sentenza di morte contra di loro. Ma il misericordioso pontefice s'interpose in lor favore appresso di Carlo, in guisa che ebbero salva la vita e le membra. Ma perchè non restasse affatto impunita l'enormità del delitto, furono mandati in esilio in Francia. Dal che si vede non sussistere l'asserzione di Anastasio, che li fa esiliati prima che Carlo venisse a Roma. Fra le altre controversie che si trattarono in questi tempi in Roma alla presenza del nuovo imperadore,quella eziandio vi fu che già vedemmo agitata ai tempi del re Liutprando fra i vescovi d'Arezzo e di Siena, a cagione di molte parrocchie, che il primo pretendeva usurpate alla sua diocesi dall'altro. L'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr. tom. I, in Episcop. Aretin.]pubblicò un decreto d'esso Carlo Magno datoquarto nonas martias, trigesimo tertio, et trigesimo quarto anno imperii nostri. Actum Romae in ecclesia sancti Petri, ec. È piena di spropositi questa data. Viziato ancora si scorge il titolo, cioèKarolus gratia Dei rex Francorum et Romanorum, atque Longobardorum.E se così fosse scritto nell'archivio della chiesa d'Arezzo, il documento sarebbe falso. Ma forse son da attribuire sì fatti errori al Burali, ovvero alla non ignota trascuraggine dell'Ughelli. QuiviAribertovescovo d'Arezzo ricorre al suddetto Augusto contra diAndreavescovo di Siena, querelandosi che teneva occupate molte chiese spettanti alla diocesi aretina. Rimessa tal causa a papa Leone, fu deciso in favore d'Ariberto, e Carlo Magno con suo diploma avvalorò maggiormente questa sentenza. Un'altra particolarità degna di gran riguardo abbiamo dagli Annali de' Franchi, cioè che sul fine del novembre e sul principio di decembre dell'anno presente, mentre Carlo Magno era in Roma, tornò da Gerusalemme Zacheria prete, già inviato colà da esso Carlo, conducendo seco due monaci spediti dal patriarca di quella città[Eginhardus, in Annal. Franc.], i qualibenedictionis gratia claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae cum vexillo detuleruntal medesimo Carlo Magno. Si è servito il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]di questo stesso fatto per provare che l'aver i romani pontefici inviato ai re Franchile chiavi del sepolcro di san Pietro e il vessillonon è segno che il dominio di Roma e del suo ducato fosse trasferito in quei re. Ma il dottissimo cardinale, per non aver potuto vedere a' suoi tempi tante storiepubblicate dipoi, si servì qui d'una pruova che fa appunto contra di lui. Imperocchè è da sapere che Carlo Magno mantenne gran corrispondenza con Aronne califfa de' Saraceni, e re allora anche della Persia. Eginardo[Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.]attesta che questo califfo si pregiava più della amicizia d'esso Carlo (tanta era la di lui riputazione e potenza), che di quella di tutti gli altri principi del mondo; e mandò più volte a regalarlo. Carlo Magno, siccome principe che stendeva il guardo a tutto quanto potea recar gloria a sè e vantaggio alla religione cristiana, seppe ben profittare del suo credito e della sua amicizia con esso Aronne. Trattò dunque con lui per via di lettere e di ambasciatori, e gli riuscì di ottenere da lui il dominio della sacra città diGerusalemme. Odasi il suddetto Eginardo, che così seguita a dire:Quum legati ejus(Caroli),quos cum donariis ad sacratissimum Domini ac Salvatoris nostri sepulcrum, locumque resurrectionis miserat, ad eum venissent, et ei domini sui voluntatem indicassent, non solum ea quae petebantur, fieri permisit, sed etiam sacrum illum ac salutarem locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit.Il poeta sassone[Poeta Saxo. Annal. apud Du-Chesne, tom. 2. Rer. Franc.]conferma la stessa notizia, con dire che Aronne inviò a Carlo Magno donativi di gemme, oro, vesti, aromati:
Adscribique locum sanctum HierosolymorumConcessit propriae Caroli semper ditioni.
E perchè non si dubiti del dominio ancora della città di Gerusalemme, odansi gli Annali[Annales, Loisel. ad ann. 800.]:Zacharias cum duobus monacis de Oriente reversus Romam venit, quos patriarcha hierosolymitanus ad regem misit. Qui benedictionis causa claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae claves etiam civitatis et montis eum vexillo detulerunt.Altrettanto si legge nella vitadi Carlo Magno d'autore incerto[Anonymus, in Vit. Caroli Magni.], e in quella del monaco Engolismense[Monach. Engolism.], negli Annali bertiniani[Annales Bertiniani.], di Metz[Annales Metenses.], ec. Veggasi dunque che significasse in tali casi l'inviare ilvessillo. L'acquisto fatto nella forma suddetta da Carlo Magno della città di Gerusalemme, servì di fondamento al favoloso ed antico romanzo di Turpino per ispacciare ch'esso imperadore si portò in Oriente, vi conquistò la santa città, andò a Costantinopoli, e fece altre prodezze: tutte favole, che poi il Dandolo ed assai altri storici a man baciata come verità contanti accolsero, ma che oggidì non hanno più spaccio. Io mi dispenserò da qui innanzi dal riferir gli anni de' greci imperadori, perch'essi in Italia non fecero più gran figura, e solamente andarono ritenendo il dominio in Napoli ed in alcune città della Calabria. Finalmente non vo' lasciar di dire che da una pergamena citata dal Fiorentini[Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.]apparisce essere stato in questo anno duca, cioè governatore in LuccaWicheramo, ma senza sapersi se la sua autorità si stendesse sopra le altre città della Toscana.