DCCCCLV

DCCCCLVAnno diCristoDCCCCLV. Indiz.XIII.AgapitoII papa 10.BerengarioII re d'Italia 6.Adalbertore d'Italia 6.Fu d'avviso il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccles.]che in quest'annopapa Agapitodesse fine ai suoi giorni. Eruditamente han provatoi padri Papebrochio[Papebrochius, in Conatu Chron. Hist.]e Pagi[Pagius, ad Annales Baron.]ch'egli menò sua vita sino a qualche mese dell'anno seguente. Ciò ancora si deduce da uno strumento ferrarese, da me veduto, in cui sono queste note:Anno, Deo propicio, pontificato domno Agapito summo pontifice, et universali papae in apostolica sacratissima beati Petri apostoli Domini sede anno decimo, sicque regnante domno Berengario rege, et Adalbertus ejus filius in Italia anno sexto, die undecimo mense januario, Indictione quartadecima Ferrarie, cioè nel dì 11 di gennaio dell'anno seguente. Durava tuttavia l'assedio della rocca di Canossa, intrapreso dalre Berengario, che, per testimonianza di Donizone[Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.], v'intervenne in persona, ed avea presa la sua stanza in un luogo appellato Lavacchiello, risoluto di non partirsi di lì, finchè non veniva in suo potere quell'ostinata fortezza. Si attediava di questa troppo lunga prigioniaAlberto Azzoquivi ristretto, e spesse volte per ricrearsi scendeva dall'alto in un certo sito, da dove parlava coi principali dell'esercito nemico. Venne pensiero a Berengario di attrappolarlo in quel sito; ma Azzo una notte avvertito da una delle sentinelle nemiche di quel che si trattava, non più da lì innanzi si attentò di lasciarsi vedere. Gli venne poi fatto di spignere una notte fuori della rocca uno de' suoi famigli, e d'inviarlo alre Ottonein Germania con lettere compassionevoli, supplicandolo d'aiuto, e rammentandogli le promesse di protezione a lui fatte. Ma Ottone neppur in quest'anno potè accudire agli interessi d'Italia, perchè avea troppi nemici addosso nelle proprie contrade. Era sul fine del precedente anno seguita la pace fra lui eLodolfosuo figliuolo, eCorradosuo genero; e quand'egli pur si credeva di poter attendere alla sola guerra che gli restava con gli Schiavoni, eccoti un esercito innumerabile d'Ungheri inoltrarsifino ad Augusta. A giudizio d'ognuno, questo gran nuvolo di armati pareva invincibile; ma il prode re Ottone sì animosamente, ed ordinatamente, benchè troppo inferiori forze avesse, gli assalì, che li mise in rotta[Annalista Saxo, Continuat. Rheginonis. Frodoardus, in Chron. Ditmar., lib. 2.]. Una sterminata quantità restò vittima delle spade; altri lasciarono la vita nel fiume Lech; pochi in fine se ne salvarono; di maniera che da dugento anni in addietro non s'era riportata una vittoria sì strepitosa e compiuta. Ma in quel terribil conflitto restò morto il suddetto Corrado duca di Lorena. Diede anche fine in quest'anno ai suoi giorniArrigo ducadi Baviera, fratello del re Ottone, principe che in ambizione e crudeltà non si lasciava vincere da alcuno. Scrivono che egli fece castrare l'arcivescovo di Aquileia, e cavar gli occhi a quello di Salisburgo. Lasciò dopo di sè un figliuolo, che da' moderni viene appellatoArrigo il Rissoso, a cui il re Ottone conferì il ducato, e col tempo si ribellò adOttone IIimperadore.Attese ancora in quest'anno il re Ottone alla guerra contro gli Schiavoni, e di questi parimente riportò vittoria: con che crebbe in immenso la gloria di lui, e il timore in tutti i popoli confinanti alla Germania. Gli nacque eziandio nell'anno presente dalla regina AdelaideOttone II, che fu poi imperadore, con somma allegrezza del padre e de' sudditi suoi. Circa questi tempiPietro Candiano III, doge di Venezia[Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.]col consiglio ed assenso del popolo creò suo collegaPietro, uno de' suoi figliuoli; ma questi, sprezzando le ammonizioni del padre, alzò bandiera contra di lui, e si venne un dì all'armi nella piazza di Rialto fra la sua fazione e quella del padre. Era per soccombere il giovane, se il vecchio doge non gli otteneva in dono la vita. Ma per soddisfazione della giustizia e del popolo il mandò in esilio; e in questa congiuntura i vescovi, il clero e popolo feceroun decreto con giuramento di non ammetterlo mai più per doge nè in vita, nè dopo morte del padre. Secondochè scrive il Dandolo, andò il giovane Pietro a ritrovareGuido marchese, figliuolo del re Berengario, che accoltolo cortesemente, il presentò al re,et ad spoletanam marcham debellandam secum duxit. Poscia ottenuta licenza da Berengario di vendicarsi de' Veneziani, venne a Ravenna, dove con sei navi armate prese vicino al porto di Primaro sette navi venete che cariche di merci andavano a Fano. Non è da sprezzare questo racconto del Dandolo, il quale si servì di antiche storie, ora indarno da noi desiderate, somministrandoci egli un barlume per conoscere che il re Berengario tentò di levare il ducato di Spoleti aTeobaldooTebaldo, che n'era, siccome vedemmo, allora in possesso, per darlo aGuidosuo figliuolo. Pare nondimeno che il Dandolo riferisca questo sconvolgimento all'anno 958, o 959, perchè scrive che Pietro doge (morto nel 959)post filii creationem non plus quam duobus mensibus et quatuordecim diebus vixisse fertur. Ma un sì poco tempo non convien molto a tutta quella serie di cose.

Fu d'avviso il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccles.]che in quest'annopapa Agapitodesse fine ai suoi giorni. Eruditamente han provatoi padri Papebrochio[Papebrochius, in Conatu Chron. Hist.]e Pagi[Pagius, ad Annales Baron.]ch'egli menò sua vita sino a qualche mese dell'anno seguente. Ciò ancora si deduce da uno strumento ferrarese, da me veduto, in cui sono queste note:Anno, Deo propicio, pontificato domno Agapito summo pontifice, et universali papae in apostolica sacratissima beati Petri apostoli Domini sede anno decimo, sicque regnante domno Berengario rege, et Adalbertus ejus filius in Italia anno sexto, die undecimo mense januario, Indictione quartadecima Ferrarie, cioè nel dì 11 di gennaio dell'anno seguente. Durava tuttavia l'assedio della rocca di Canossa, intrapreso dalre Berengario, che, per testimonianza di Donizone[Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.], v'intervenne in persona, ed avea presa la sua stanza in un luogo appellato Lavacchiello, risoluto di non partirsi di lì, finchè non veniva in suo potere quell'ostinata fortezza. Si attediava di questa troppo lunga prigioniaAlberto Azzoquivi ristretto, e spesse volte per ricrearsi scendeva dall'alto in un certo sito, da dove parlava coi principali dell'esercito nemico. Venne pensiero a Berengario di attrappolarlo in quel sito; ma Azzo una notte avvertito da una delle sentinelle nemiche di quel che si trattava, non più da lì innanzi si attentò di lasciarsi vedere. Gli venne poi fatto di spignere una notte fuori della rocca uno de' suoi famigli, e d'inviarlo alre Ottonein Germania con lettere compassionevoli, supplicandolo d'aiuto, e rammentandogli le promesse di protezione a lui fatte. Ma Ottone neppur in quest'anno potè accudire agli interessi d'Italia, perchè avea troppi nemici addosso nelle proprie contrade. Era sul fine del precedente anno seguita la pace fra lui eLodolfosuo figliuolo, eCorradosuo genero; e quand'egli pur si credeva di poter attendere alla sola guerra che gli restava con gli Schiavoni, eccoti un esercito innumerabile d'Ungheri inoltrarsifino ad Augusta. A giudizio d'ognuno, questo gran nuvolo di armati pareva invincibile; ma il prode re Ottone sì animosamente, ed ordinatamente, benchè troppo inferiori forze avesse, gli assalì, che li mise in rotta[Annalista Saxo, Continuat. Rheginonis. Frodoardus, in Chron. Ditmar., lib. 2.]. Una sterminata quantità restò vittima delle spade; altri lasciarono la vita nel fiume Lech; pochi in fine se ne salvarono; di maniera che da dugento anni in addietro non s'era riportata una vittoria sì strepitosa e compiuta. Ma in quel terribil conflitto restò morto il suddetto Corrado duca di Lorena. Diede anche fine in quest'anno ai suoi giorniArrigo ducadi Baviera, fratello del re Ottone, principe che in ambizione e crudeltà non si lasciava vincere da alcuno. Scrivono che egli fece castrare l'arcivescovo di Aquileia, e cavar gli occhi a quello di Salisburgo. Lasciò dopo di sè un figliuolo, che da' moderni viene appellatoArrigo il Rissoso, a cui il re Ottone conferì il ducato, e col tempo si ribellò adOttone IIimperadore.

Attese ancora in quest'anno il re Ottone alla guerra contro gli Schiavoni, e di questi parimente riportò vittoria: con che crebbe in immenso la gloria di lui, e il timore in tutti i popoli confinanti alla Germania. Gli nacque eziandio nell'anno presente dalla regina AdelaideOttone II, che fu poi imperadore, con somma allegrezza del padre e de' sudditi suoi. Circa questi tempiPietro Candiano III, doge di Venezia[Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.]col consiglio ed assenso del popolo creò suo collegaPietro, uno de' suoi figliuoli; ma questi, sprezzando le ammonizioni del padre, alzò bandiera contra di lui, e si venne un dì all'armi nella piazza di Rialto fra la sua fazione e quella del padre. Era per soccombere il giovane, se il vecchio doge non gli otteneva in dono la vita. Ma per soddisfazione della giustizia e del popolo il mandò in esilio; e in questa congiuntura i vescovi, il clero e popolo feceroun decreto con giuramento di non ammetterlo mai più per doge nè in vita, nè dopo morte del padre. Secondochè scrive il Dandolo, andò il giovane Pietro a ritrovareGuido marchese, figliuolo del re Berengario, che accoltolo cortesemente, il presentò al re,et ad spoletanam marcham debellandam secum duxit. Poscia ottenuta licenza da Berengario di vendicarsi de' Veneziani, venne a Ravenna, dove con sei navi armate prese vicino al porto di Primaro sette navi venete che cariche di merci andavano a Fano. Non è da sprezzare questo racconto del Dandolo, il quale si servì di antiche storie, ora indarno da noi desiderate, somministrandoci egli un barlume per conoscere che il re Berengario tentò di levare il ducato di Spoleti aTeobaldooTebaldo, che n'era, siccome vedemmo, allora in possesso, per darlo aGuidosuo figliuolo. Pare nondimeno che il Dandolo riferisca questo sconvolgimento all'anno 958, o 959, perchè scrive che Pietro doge (morto nel 959)post filii creationem non plus quam duobus mensibus et quatuordecim diebus vixisse fertur. Ma un sì poco tempo non convien molto a tutta quella serie di cose.


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