DCCCCVI

DCCCCVIAnno diCristoDCCCCVI. IndizioneIX.SergioIII papa 3.LodovicoIII imperadore 6.Berengariore d'Italia 19.Può essere che in quest'anno si godesse dopo tanti affanni di contese e guerre una buona pace e quiete in Italia, se non che Andrea Dandolo scrive[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]che in questi tempi la crudelissima e pagana nazion degli Ungheri scorse furiosamente l'Italia, incendiando i luoghi, tagliando a pezzi, e menando in ischiavitù le persone. Che il re Berengario mandò contra d'essi venti mila armati, pochi de' quali tornarono indietro. Si stese la rabbia di costoro a Trivigi, Padova e Brescia, con giugnere fino a Milano e Pavia, e passare all'estremità del Piemonte. Aggiugne che questi Barbari venuti in barche ne' contorni di Venezia vi abbruciarono Città Nuova e Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, ediedero il sacco a tutto quel litorale. Tentarono anche nel dì 28 di giugno di arrivar fino a Malamocco e a Rialto, cioè alla stessa città di Venezia. MaPietro doge, facendosi loro incontro coll'armata navale, li mise in fuga. Durò una tal persecuzione tutto quest'anno. Il re Berengario altra maniera non avendo per isbrigarsi di questi cani, a forza di regali gl'indusse a tornarsene alle lor terre. Così il Dandolo, ma senza poter io accertare s'egli errasse con riferire a quest'anno l'irruzion fatta in Italia nell'anno 899, oppure nel 900, di cui s'è parlato di sopra. Abbiamo parimente dal frammento della vita di san Geminiano vescovo di Modena, da me pubblicata[Rer. Ital., P. II, tom. 2.], e scritta da un autore non solo vivente in questo secolo, ma vicino a questi tempi, che questa inumana genteex horrendo Scytharum genere originem ducens, cioè venuta dalla Tartaria, arrivò anche a Modena, da dove era fuggito il vescovo con tutto il popolo. Entrarono nell'abbandonata città, si portarono al duomo, senza però toccare il sepolcro d'esso santo, nè inferirono danno alcuno alla città: il che fu attribuito all'intercessione del medesimo santo protettore. Se questo avvenisse nella suddetta prima entrata degli Ungheri in Italia, oppure nell'anno presente, non si può decidere. Solamente sappiamo, per relazione di Liutprando[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.], che dopo avere il re Berengario riacquistato il regno d'Italia nell'anno precedente, e rimandato l'imperador Lodovico in Provenza con una tal memoria, che più non gli venne voglia di tornare in Italia,Hungarorum interea rabies, quia per Saxones, Francos, Suevos, Bajoarios nequibant, totam per Italiam nullis resistentibus dilatatur. Verum quia Berengarius firmiter suos milites habere fideles non poterat, amicos sibi Hungaros non mediocriter effecerat. Questi erano i flagelli della misera Italia dalla parte di Levante. Anche i Romani, Capuanie Beneventani portavano il peso d'altre simili sciagure per cagion dei Mori, ossia de' Saraceni, i quali fabbricatosi un buon nido, e ben fortificato al fiume Garigliano, scorrevano per tutto il contorno.S'aggiunse un'altra peste dalla parte del Ponente, narrata dal suddetto Liutprando, dalla Cronica della Novalesa[Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]e da altre antiche storie. Racconta esso Liutprando[Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 1.], che alcuni anni prima di questo venti soli Saraceni di quei di Spagna, in una piccola barca portati dalla tempesta, approdarono ad una villa postain Italicorum, Provincialumque confinio, chiamatoFrassineto. Questo luogo il mettono alcuni nella Provenza; il padre Beretti[Beretti, Dissert. Chorogr., tom. 10 Rer. Italic.]lo crede situato fra Nizza e Monaco nell'Italia. Certo è che non era lungi dal mare, e a portata da poter nuocere sì all'Italia che alla Provenza. Costoro entrativi di notte, scannarono quanti cristiani ivi si ritrovarono, ed impadronitisi della villa, con folte boscaglie e spineti si fecero un sicuro argine e rifugio in un monte contiguo. Di là cominciarono ad infestare e saccheggiar i luoghi circonvicini: e chiamati dalla Spagna altri non pochi della lor setta, a poco a poco si renderono formidabili a tutti gli abitanti di quelle contrade, e divenne come inespugnabile quel loro nido. Contribuirono anche gli stolti paesani ad accrescere la loro bestiale insolenza, perchè regnando la dissensione fra i popoli della Provenza, l'una parte li chiamava in aiuto per deprimere l'altra, e tutti infine rimasero distrutti da questi ospiti, nemici del nome cristiano. Ora comparivano costoro in Provenza, ora volavano nel regno di Borgogna, ed ora si spargevano per le contigue parti dell'Italia. Arrivarono dipoi, siccome a suo luogo vedremo, sino ad Aiqui nel Monferrato, ed in quest'annopassarono fino alla Novalesa sopra Torino, con saccheggiare ed abbruciare quel riguardevolissimo monistero. Presentita la lor venuta,Donniverto abbateco' suoi monaci e col tesoro ebbe tempo di fuggirsene, e da mettersi in salvo nella città di Torino. Per testimonianza della suddetta Cronica della Novalesa[Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital., p. 731.],hoc tempore in taurinensi civitate translatio facta est sancti Secundi martyris, qui fuit dux Thebeorum legionis, facta a domno Wilielmo episcopo anno Incarnationis dominicae DCCCCVI. Hic composuit passionem sancti Salvatoris cum tribus responsoriis. Et ab apostolico romanae sedis, et cunctorum episcoporum, qui in sancta synodo convenerant, tribus annis ob poenitentiae causam ab episcopatu suspensus est.

Può essere che in quest'anno si godesse dopo tanti affanni di contese e guerre una buona pace e quiete in Italia, se non che Andrea Dandolo scrive[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]che in questi tempi la crudelissima e pagana nazion degli Ungheri scorse furiosamente l'Italia, incendiando i luoghi, tagliando a pezzi, e menando in ischiavitù le persone. Che il re Berengario mandò contra d'essi venti mila armati, pochi de' quali tornarono indietro. Si stese la rabbia di costoro a Trivigi, Padova e Brescia, con giugnere fino a Milano e Pavia, e passare all'estremità del Piemonte. Aggiugne che questi Barbari venuti in barche ne' contorni di Venezia vi abbruciarono Città Nuova e Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, ediedero il sacco a tutto quel litorale. Tentarono anche nel dì 28 di giugno di arrivar fino a Malamocco e a Rialto, cioè alla stessa città di Venezia. MaPietro doge, facendosi loro incontro coll'armata navale, li mise in fuga. Durò una tal persecuzione tutto quest'anno. Il re Berengario altra maniera non avendo per isbrigarsi di questi cani, a forza di regali gl'indusse a tornarsene alle lor terre. Così il Dandolo, ma senza poter io accertare s'egli errasse con riferire a quest'anno l'irruzion fatta in Italia nell'anno 899, oppure nel 900, di cui s'è parlato di sopra. Abbiamo parimente dal frammento della vita di san Geminiano vescovo di Modena, da me pubblicata[Rer. Ital., P. II, tom. 2.], e scritta da un autore non solo vivente in questo secolo, ma vicino a questi tempi, che questa inumana genteex horrendo Scytharum genere originem ducens, cioè venuta dalla Tartaria, arrivò anche a Modena, da dove era fuggito il vescovo con tutto il popolo. Entrarono nell'abbandonata città, si portarono al duomo, senza però toccare il sepolcro d'esso santo, nè inferirono danno alcuno alla città: il che fu attribuito all'intercessione del medesimo santo protettore. Se questo avvenisse nella suddetta prima entrata degli Ungheri in Italia, oppure nell'anno presente, non si può decidere. Solamente sappiamo, per relazione di Liutprando[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.], che dopo avere il re Berengario riacquistato il regno d'Italia nell'anno precedente, e rimandato l'imperador Lodovico in Provenza con una tal memoria, che più non gli venne voglia di tornare in Italia,Hungarorum interea rabies, quia per Saxones, Francos, Suevos, Bajoarios nequibant, totam per Italiam nullis resistentibus dilatatur. Verum quia Berengarius firmiter suos milites habere fideles non poterat, amicos sibi Hungaros non mediocriter effecerat. Questi erano i flagelli della misera Italia dalla parte di Levante. Anche i Romani, Capuanie Beneventani portavano il peso d'altre simili sciagure per cagion dei Mori, ossia de' Saraceni, i quali fabbricatosi un buon nido, e ben fortificato al fiume Garigliano, scorrevano per tutto il contorno.

S'aggiunse un'altra peste dalla parte del Ponente, narrata dal suddetto Liutprando, dalla Cronica della Novalesa[Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]e da altre antiche storie. Racconta esso Liutprando[Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 1.], che alcuni anni prima di questo venti soli Saraceni di quei di Spagna, in una piccola barca portati dalla tempesta, approdarono ad una villa postain Italicorum, Provincialumque confinio, chiamatoFrassineto. Questo luogo il mettono alcuni nella Provenza; il padre Beretti[Beretti, Dissert. Chorogr., tom. 10 Rer. Italic.]lo crede situato fra Nizza e Monaco nell'Italia. Certo è che non era lungi dal mare, e a portata da poter nuocere sì all'Italia che alla Provenza. Costoro entrativi di notte, scannarono quanti cristiani ivi si ritrovarono, ed impadronitisi della villa, con folte boscaglie e spineti si fecero un sicuro argine e rifugio in un monte contiguo. Di là cominciarono ad infestare e saccheggiar i luoghi circonvicini: e chiamati dalla Spagna altri non pochi della lor setta, a poco a poco si renderono formidabili a tutti gli abitanti di quelle contrade, e divenne come inespugnabile quel loro nido. Contribuirono anche gli stolti paesani ad accrescere la loro bestiale insolenza, perchè regnando la dissensione fra i popoli della Provenza, l'una parte li chiamava in aiuto per deprimere l'altra, e tutti infine rimasero distrutti da questi ospiti, nemici del nome cristiano. Ora comparivano costoro in Provenza, ora volavano nel regno di Borgogna, ed ora si spargevano per le contigue parti dell'Italia. Arrivarono dipoi, siccome a suo luogo vedremo, sino ad Aiqui nel Monferrato, ed in quest'annopassarono fino alla Novalesa sopra Torino, con saccheggiare ed abbruciare quel riguardevolissimo monistero. Presentita la lor venuta,Donniverto abbateco' suoi monaci e col tesoro ebbe tempo di fuggirsene, e da mettersi in salvo nella città di Torino. Per testimonianza della suddetta Cronica della Novalesa[Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital., p. 731.],hoc tempore in taurinensi civitate translatio facta est sancti Secundi martyris, qui fuit dux Thebeorum legionis, facta a domno Wilielmo episcopo anno Incarnationis dominicae DCCCCVI. Hic composuit passionem sancti Salvatoris cum tribus responsoriis. Et ab apostolico romanae sedis, et cunctorum episcoporum, qui in sancta synodo convenerant, tribus annis ob poenitentiae causam ab episcopatu suspensus est.


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