DCCCCXVIAnno diCristoDCCCCXVI. IndizioneIV.GiovanniX papa 2.Berengarioimperadore 2.Se vogliamo fidarci del panegirista diBerengario, questo principe, accostandosi la festa della resurrezione del Signore (che nel presente anno cadde nel dì 24 di marzo), s'incamminò verso Roma a prendere la corona dell'imperio, secondo il concerto fatto conpapa Giovanni. Si legge con piacere descritta da esso panegirista[Anonym., in Panegyr. Berengar., lib. 4.]quella magnifica funzione. All'udir che s'avvicinava alla regal città il futuro imperadore, uscì il senato e popolo con tutte le scuole delle diverse nazioni che si trovavano in Roma, Greci, Sassoni, Franzesi e simili, portando le lor bandiere ed insegne. In cima a quelle dei Romani si vedevano teste finte di fiere, cioè di lioni, lupi e draghi:. . . . Namque prius patrio canit ore senatus,Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum.Tutti cantavano nella lor lingua le lodi di Berengario. Gli ultimi della processione erano i nobili giovani romani, fra i quali Pietro fratello del papa, e il figliuolo di Teofilatto console, i quali, dopo aver baciato i piedi a Berengario, gli diedero il ben venuto, e il complimentarono a nome della città. Stava il sommo pontefice Giovanni sulle scalinate di san Pietro, vestito degli abiti pontificali, col clero, aspettando il principe che veniva fra l'immensa calca del popolo sopra bianca chinea a lui inviata dal papa. Smontò Berengario, e, al salire delle scalinate, alzossi dal faldistorio papa Giovanni, e seguì fra loro con baci e toccamento di mani un festoso abbracciamento. Stavano chiuse le porte della basilica vaticana, nè si aprirono finchè Berengario non ebbe giurato di confermare, creato che fosse imperadore, tutti quanti gli stati e beni che la pia munificenzadegli antichi imperadori avea donato alla Chiesa romana. Fatte le preghiere al sepolcro di san Pietro, passò il principe al palazzo lateranense, dove gli era apprestata una lauta cena. L'entrata sua pare che succedesse nel sabbato santo. Venuto poi il solennissimo giorno di Pasqua di resurrezione, procederono papa Giovanni e Berengario alla basilica vaticana, superbamente addobbata, fra gli strepitosi viva dell'innumerabil popolo. Quivi fu unto, quivi fu coronato imperador de' RomaniBerengariocon corona d'oro, ornata di gemme; furono cantate le acclamazioni votive del clero e popolo; e intimato il silenzio, fu letto ad alta voce il diploma, con cui il novello Augusto conservava alla Chiesa romana e ai sommi pontifici tutti gli stati e beni ad essa conceduti da' suoi predecessori, coll'intimazione delle pene contra chiunque ne turbasse il possesso e dominio ai successori di san Pietro. Ciò fatto, Berengario esercitò la sua pia magnificenza con superbissimi regali d'armi, vesti e corone d'oro, tempestate di gemme, non solamente alla basilica di san Pietro, ma anche all'altre della città, e, come si può credere, anche al papa, al clero, al senato e ai militi di Roma. In tale occasione ancora gran copia di moneta si gittava al popolo, siccome ho io dimostrato altrove[Antiquit. Ital., Dissert. III, pag. 108.]. E qui l'anonimo poeta termina il panegirico di Berengario, con invitare i giovani poeti a cantare il resto delle azioni di questo nuovo imperadore:Et post imperii diadema resumite laudes.Adriano Valesio, che fu il primo a trar dalle tenebre questo poema istorico, prezioso frammento per la storia dello scuro secolo presente, fu di parere che il poeta fosse contemporaneo di Berengario. Ma, all'osservare ch'egli ha preso qualche abbaglio in punti importanti di storia, de' quali dovrebbe essere stato meglioinformato chi rappresenta sè stesso poeta vecchio sul fine, non so io farmi a credere ch'egli, vivente Berengario, componesse quel poema. Parrà intanto inverisimile che dopo la morte di Berengario alcuno avesse intrapresa questa fatica. Pure non è fuori dei limiti del possibile che Berengario suo nipote, divenuto poi re d'Italia, si prendesse la cura di far tessere le lodi dell'avolo Augusto.Ha già provato il padre Pagi con sode ragioni non sussistere l'opinione di chi riferì al settembre dell'anno precedente la coronazione romana di Berengario. Altre pruove ne ho addotte anche io di sopra, siccome pure nelle Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. LVI.]. Che poi seguisse nel dì di Pasqua dell'anno presente quella maestosa funzione, dovrebbe a noi bastare la chiara asserzione della Cronica casauriense[Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]e del panegirista suddetto, che così ne scrive[Anonymus, in Panegyrico Berengarii.]:Mox crocei mundum lampas phoebea quadrigisLuce, Deus qua factus homo processit ab antroTumbali, perflat......Tuttavia son io persuaso che non nella Pasqua dell'anno presente, ma nel Natale dell'anno precedente, Berengario fosse innalzato al trono imperiale. Ne addurrò le pruove all'anno 921 e 924. Intanto, dopo aver noi veduto ch'egli era in Toscana nel dì 10 di novembre, incamminato alla volta di Roma, non pare che dovesse tardar tanto ad arrivarvi, e che piuttosto nel Natale egli avesse conseguito il diadema imperiale. Nè già dice il Fiorentini ch'egli seguitasse sino al marzo dell'anno 916 ad essere chiamato re, ma solamente dice che nel marzo si comincia a trovar memoria dell'imperio suo nelle carte di Lucca. Abbiam detto essere stato uno dei motivi, per gli quali fu promosso Berengario alla corona imperiale, il bisogno del suo aiuto per isterminare i Saracenidal Garigliano. Leone Ostiense[Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 52.]fece credere al Sigonio, al Baronio e ad altri che questa gloriosa impresa seguisse nell'anno 915, correndo il mese di agosto. Ma o egli fallò, o è scorretto il suo testo. Per confessione sua, il principale influsso per distruggere quel nido di assassini venne da papa Giovanni X,qui ex episcopatu ravennate triennio ante romanam sedem invaserat. Solamente in quest'anno ebbe principio ilterzo annodel pontificato d'esso papa Giovanni; e però in questo dee essere succeduto l'esterminio di quegl'infedeli. Lupo protospata[Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Ital.]l'attestò anch'egli, scrivendo:Anno DCCCCXVI exierunt Agareni de Gariliano. Ora abbiamo da Liutprando[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 14.]e dal suddetto Ostiense che Giovanni papa, premendogli forte di snidare dal Garigliano i Saraceni, fin qui creduti invincibili, spedì alla corte imperiale di Costantinopoli per ottenere un'armata navale, la qual chiudesse la via del mare a quella canaglia, e impedisse i soccorsi che poteano sperare dall'Africa. Trasse in lega Landolfo principe di Benevento e di Capoa,Gregorio ducadi Napolie Giovanni ducadi Gaeta, a' quali due ultimi Niccolò patrizio, soprannominato Picingli, generale dei Greci, portò l'onore del patriziato. Che anche l'imperador Berengario contribuisse non poche forze per quell'impresa, si può lecitamente conghietturare, e massimamente scrivendo l'Ostiense che papa Giovanniuna cum Alberico marchione, cum valida pugnatorum manu, volle in persona intervenirvi, per maggiormente animare il popolo cristiano. Già dicemmo cheAlbericoera marchese di Camerino, e, secondo le apparenze, anche duca di Spoleti, e però vassallo di Berengario. Par credibile che egli guidasse le truppe date dall'imperadore; e da Liutprando sappiamo che le genti diCamerinoe diSpoletinon mancarono a quella gloriosa spedizione. Divisoquesto fiorito esercito, da due bande strinse i Saraceni, tenendo forte l'assedio o blocco per tre mesi: tempo che bastò ad affamar que' Mori, i quali non potendo più reggere, attaccato il fuoco a tutte le lor case ed arnesi, sbucarono impetuosamente fuori de' loro recinti, e scapparono chi qua chi là per le montagne e selve vicine. Ma gl'inseguirono con tal diligenza ed ostinazione i Cristiani, che di coloro niuno vi rimase che non fosse o ucciso, o preso vivo, o fatto schiavo. Per questa gloriosa impresa incredibile fu il gaudio dei fedeli di Cristo in Roma e negli altri circonvicini paesi, e lode ne riportò papa Giovanni, tuttochè non a tutti paresse proprio che un vicario di Cristo pacifico si portasse in persona ad assistere a quella sanguinosa danza, e desse egli il primo un esempio di praticar lo stesso ad altri. Intanto l'imperador Berengario venne da Roma verso la Lombardia. Un suo diploma presso il Margarino[Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2, pag. 40.]fu datoVIII kalendas junii, anno Domini DCCCCXVI, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIX, imperii autem sui primo, Indictione IV. Actum curte Sina: luogo a me ignoto. In esso concede aBertadilettissima figliuola sua, e badessa dell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, la facoltà di fabbricare un castello sulla riva del Ticino,cum bertiscis, spizatis, turribus, et merulorum propugnaculis, fossatis, atque aggeribus, omnibusque argumentis eidem castello necessariis. Il timore degli Ungheri, siccome dissi, facea prendere queste precauzioni agli Italiani. Un altro suo diploma in favore diPietro vescovod'Arezzo e della sua chiesa, da me pubblicato[Antiq. Ital., Dissert. XVII.], si vede datoX kalendas juniicoll'altre sopra riferite note, e in fineActum in civitate Ravenna. Nella Cronica arabica cantabrigense[Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.]è notato sotto quest'anno che i Siciliani deposero Benkorhab, e il mandarono in Africa, dove egli e il figliuolomorirono. Pare che costui si fosse sollevato in Sicilia contra del re de' Mori, e che preso ed inviato in Africa, pagasse colla testa la pena della sua ribellione. Spedì il re africano nel mese d'agosto dell'anno presente una potente armata navale in Sicilia per estinguere quel fuoco, il quale verisimilmente fu cagione che in questi tempi la nazione saracenica da quelle parti non infestasse l'Italia.
Se vogliamo fidarci del panegirista diBerengario, questo principe, accostandosi la festa della resurrezione del Signore (che nel presente anno cadde nel dì 24 di marzo), s'incamminò verso Roma a prendere la corona dell'imperio, secondo il concerto fatto conpapa Giovanni. Si legge con piacere descritta da esso panegirista[Anonym., in Panegyr. Berengar., lib. 4.]quella magnifica funzione. All'udir che s'avvicinava alla regal città il futuro imperadore, uscì il senato e popolo con tutte le scuole delle diverse nazioni che si trovavano in Roma, Greci, Sassoni, Franzesi e simili, portando le lor bandiere ed insegne. In cima a quelle dei Romani si vedevano teste finte di fiere, cioè di lioni, lupi e draghi:
. . . . Namque prius patrio canit ore senatus,Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum.
. . . . Namque prius patrio canit ore senatus,
Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum.
Tutti cantavano nella lor lingua le lodi di Berengario. Gli ultimi della processione erano i nobili giovani romani, fra i quali Pietro fratello del papa, e il figliuolo di Teofilatto console, i quali, dopo aver baciato i piedi a Berengario, gli diedero il ben venuto, e il complimentarono a nome della città. Stava il sommo pontefice Giovanni sulle scalinate di san Pietro, vestito degli abiti pontificali, col clero, aspettando il principe che veniva fra l'immensa calca del popolo sopra bianca chinea a lui inviata dal papa. Smontò Berengario, e, al salire delle scalinate, alzossi dal faldistorio papa Giovanni, e seguì fra loro con baci e toccamento di mani un festoso abbracciamento. Stavano chiuse le porte della basilica vaticana, nè si aprirono finchè Berengario non ebbe giurato di confermare, creato che fosse imperadore, tutti quanti gli stati e beni che la pia munificenzadegli antichi imperadori avea donato alla Chiesa romana. Fatte le preghiere al sepolcro di san Pietro, passò il principe al palazzo lateranense, dove gli era apprestata una lauta cena. L'entrata sua pare che succedesse nel sabbato santo. Venuto poi il solennissimo giorno di Pasqua di resurrezione, procederono papa Giovanni e Berengario alla basilica vaticana, superbamente addobbata, fra gli strepitosi viva dell'innumerabil popolo. Quivi fu unto, quivi fu coronato imperador de' RomaniBerengariocon corona d'oro, ornata di gemme; furono cantate le acclamazioni votive del clero e popolo; e intimato il silenzio, fu letto ad alta voce il diploma, con cui il novello Augusto conservava alla Chiesa romana e ai sommi pontifici tutti gli stati e beni ad essa conceduti da' suoi predecessori, coll'intimazione delle pene contra chiunque ne turbasse il possesso e dominio ai successori di san Pietro. Ciò fatto, Berengario esercitò la sua pia magnificenza con superbissimi regali d'armi, vesti e corone d'oro, tempestate di gemme, non solamente alla basilica di san Pietro, ma anche all'altre della città, e, come si può credere, anche al papa, al clero, al senato e ai militi di Roma. In tale occasione ancora gran copia di moneta si gittava al popolo, siccome ho io dimostrato altrove[Antiquit. Ital., Dissert. III, pag. 108.]. E qui l'anonimo poeta termina il panegirico di Berengario, con invitare i giovani poeti a cantare il resto delle azioni di questo nuovo imperadore:
Et post imperii diadema resumite laudes.
Et post imperii diadema resumite laudes.
Adriano Valesio, che fu il primo a trar dalle tenebre questo poema istorico, prezioso frammento per la storia dello scuro secolo presente, fu di parere che il poeta fosse contemporaneo di Berengario. Ma, all'osservare ch'egli ha preso qualche abbaglio in punti importanti di storia, de' quali dovrebbe essere stato meglioinformato chi rappresenta sè stesso poeta vecchio sul fine, non so io farmi a credere ch'egli, vivente Berengario, componesse quel poema. Parrà intanto inverisimile che dopo la morte di Berengario alcuno avesse intrapresa questa fatica. Pure non è fuori dei limiti del possibile che Berengario suo nipote, divenuto poi re d'Italia, si prendesse la cura di far tessere le lodi dell'avolo Augusto.
Ha già provato il padre Pagi con sode ragioni non sussistere l'opinione di chi riferì al settembre dell'anno precedente la coronazione romana di Berengario. Altre pruove ne ho addotte anche io di sopra, siccome pure nelle Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. LVI.]. Che poi seguisse nel dì di Pasqua dell'anno presente quella maestosa funzione, dovrebbe a noi bastare la chiara asserzione della Cronica casauriense[Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]e del panegirista suddetto, che così ne scrive[Anonymus, in Panegyrico Berengarii.]:
Mox crocei mundum lampas phoebea quadrigisLuce, Deus qua factus homo processit ab antroTumbali, perflat......
Mox crocei mundum lampas phoebea quadrigis
Luce, Deus qua factus homo processit ab antro
Tumbali, perflat......
Tuttavia son io persuaso che non nella Pasqua dell'anno presente, ma nel Natale dell'anno precedente, Berengario fosse innalzato al trono imperiale. Ne addurrò le pruove all'anno 921 e 924. Intanto, dopo aver noi veduto ch'egli era in Toscana nel dì 10 di novembre, incamminato alla volta di Roma, non pare che dovesse tardar tanto ad arrivarvi, e che piuttosto nel Natale egli avesse conseguito il diadema imperiale. Nè già dice il Fiorentini ch'egli seguitasse sino al marzo dell'anno 916 ad essere chiamato re, ma solamente dice che nel marzo si comincia a trovar memoria dell'imperio suo nelle carte di Lucca. Abbiam detto essere stato uno dei motivi, per gli quali fu promosso Berengario alla corona imperiale, il bisogno del suo aiuto per isterminare i Saracenidal Garigliano. Leone Ostiense[Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 52.]fece credere al Sigonio, al Baronio e ad altri che questa gloriosa impresa seguisse nell'anno 915, correndo il mese di agosto. Ma o egli fallò, o è scorretto il suo testo. Per confessione sua, il principale influsso per distruggere quel nido di assassini venne da papa Giovanni X,qui ex episcopatu ravennate triennio ante romanam sedem invaserat. Solamente in quest'anno ebbe principio ilterzo annodel pontificato d'esso papa Giovanni; e però in questo dee essere succeduto l'esterminio di quegl'infedeli. Lupo protospata[Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Ital.]l'attestò anch'egli, scrivendo:Anno DCCCCXVI exierunt Agareni de Gariliano. Ora abbiamo da Liutprando[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 14.]e dal suddetto Ostiense che Giovanni papa, premendogli forte di snidare dal Garigliano i Saraceni, fin qui creduti invincibili, spedì alla corte imperiale di Costantinopoli per ottenere un'armata navale, la qual chiudesse la via del mare a quella canaglia, e impedisse i soccorsi che poteano sperare dall'Africa. Trasse in lega Landolfo principe di Benevento e di Capoa,Gregorio ducadi Napolie Giovanni ducadi Gaeta, a' quali due ultimi Niccolò patrizio, soprannominato Picingli, generale dei Greci, portò l'onore del patriziato. Che anche l'imperador Berengario contribuisse non poche forze per quell'impresa, si può lecitamente conghietturare, e massimamente scrivendo l'Ostiense che papa Giovanniuna cum Alberico marchione, cum valida pugnatorum manu, volle in persona intervenirvi, per maggiormente animare il popolo cristiano. Già dicemmo cheAlbericoera marchese di Camerino, e, secondo le apparenze, anche duca di Spoleti, e però vassallo di Berengario. Par credibile che egli guidasse le truppe date dall'imperadore; e da Liutprando sappiamo che le genti diCamerinoe diSpoletinon mancarono a quella gloriosa spedizione. Divisoquesto fiorito esercito, da due bande strinse i Saraceni, tenendo forte l'assedio o blocco per tre mesi: tempo che bastò ad affamar que' Mori, i quali non potendo più reggere, attaccato il fuoco a tutte le lor case ed arnesi, sbucarono impetuosamente fuori de' loro recinti, e scapparono chi qua chi là per le montagne e selve vicine. Ma gl'inseguirono con tal diligenza ed ostinazione i Cristiani, che di coloro niuno vi rimase che non fosse o ucciso, o preso vivo, o fatto schiavo. Per questa gloriosa impresa incredibile fu il gaudio dei fedeli di Cristo in Roma e negli altri circonvicini paesi, e lode ne riportò papa Giovanni, tuttochè non a tutti paresse proprio che un vicario di Cristo pacifico si portasse in persona ad assistere a quella sanguinosa danza, e desse egli il primo un esempio di praticar lo stesso ad altri. Intanto l'imperador Berengario venne da Roma verso la Lombardia. Un suo diploma presso il Margarino[Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2, pag. 40.]fu datoVIII kalendas junii, anno Domini DCCCCXVI, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIX, imperii autem sui primo, Indictione IV. Actum curte Sina: luogo a me ignoto. In esso concede aBertadilettissima figliuola sua, e badessa dell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, la facoltà di fabbricare un castello sulla riva del Ticino,cum bertiscis, spizatis, turribus, et merulorum propugnaculis, fossatis, atque aggeribus, omnibusque argumentis eidem castello necessariis. Il timore degli Ungheri, siccome dissi, facea prendere queste precauzioni agli Italiani. Un altro suo diploma in favore diPietro vescovod'Arezzo e della sua chiesa, da me pubblicato[Antiq. Ital., Dissert. XVII.], si vede datoX kalendas juniicoll'altre sopra riferite note, e in fineActum in civitate Ravenna. Nella Cronica arabica cantabrigense[Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.]è notato sotto quest'anno che i Siciliani deposero Benkorhab, e il mandarono in Africa, dove egli e il figliuolomorirono. Pare che costui si fosse sollevato in Sicilia contra del re de' Mori, e che preso ed inviato in Africa, pagasse colla testa la pena della sua ribellione. Spedì il re africano nel mese d'agosto dell'anno presente una potente armata navale in Sicilia per estinguere quel fuoco, il quale verisimilmente fu cagione che in questi tempi la nazione saracenica da quelle parti non infestasse l'Italia.