DCCCCXXIV

DCCCCXXIVAnno diCristoDCCCCXXIV. Indiz.XII.GiovanniX papa 11.Rodolfore d'Italia 4.Altra via non seppe trovare l'imperadorBerengarioper sostenersi in capo la crollante sua corona, che l'indegno ripiego di chiamar in Italia la spietata nazione degli Ungheri, co' quali avea trattenuta fin qui a forza di regali una buona amicizia. Calati costoro nel febbraio di quest'anno, li spinse egli alla volta di Pavia. Ma ad alcuni dei suoi medesimi Veronesi, stati in addietro sìfedeli ed attaccati a lui, dovette dispiacer non poco questa risoluzione barbarica, prevedendo ognuno quanto sangue e danno cagionerebbe agli amici stessi la venuta di quella gente, nemica del nome cristiano, e troppo avvezza alle crudeltà. E per questo motivo, oppure per altri a noi ignoti, cominciarono alquanti di quei cittadini ad ordire una congiura contra di Berengario[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 18 et seq.]. Ne ebbe sentore l'infelice principe, e saputo che un certo Flamberto suo compare, perchè gli avea tenuto un figliuolo al sacro fonte, ne era capo, fattoselo venir davanti, gli ricordò i benefizii a lui compartiti, ne promise de' maggiori, purchè egli fosse costante nella fedeltà verso del suo sovrano. E donatagli una tazza d'oro, lasciollo andare in pace. Altro non fece nella notte seguente, dopo essersi veduto scoperto, lo sconoscente Flamberto, che istigare i suoi congiurati a fare il colpo divisato contra la vita dell'Augusto Berengario. Che la malizia e l'accortezza non avessero gran luogo in cuore di questo principe, si può riconoscere dall'aver egli preso il riposo in quella notte, non già nel palazzo, che si potea difendere, ma in un picciolo gabinetto contiguo ad una chiesa, per poter essere presto, secondo il suo costume, a levarsi di mezza notte ed assistere ai divini uffizii. Perchè nulla sospettava di male, neppure si precauzionò colle guardie. Alzossi al suono della campana del mattutino notturno e andò alla chiesa. Ma vi comparve da lì a poco anche Flamberto con una mano di sgherri, e venutogli incontro Berengario per intendere il lor volere, trafitto da varii colpi delle loro spade, cadde morto ai lor piedi. E questo miserabil fine ebbe l'imperador Berengario, principe a cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza e nell'amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del presente anno egli fosse tolto dal mondo, perchè ho avuto sotto gli occhi e poistampato[Antiq. Ital., Dissert. XIX.]uno stromento originale, esistente nell'archivio dell'arcivescovato di Lucca, con queste note:Regnante domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima. Contiene una permuta fatta di alcuni beni tra Flaiberto Scavino ePietro vescovodi Lucca, con avereGuido ducainviati i suoi messi per conoscere che non seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della morte dell'Augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento maggiormente ci assicura che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua dell'anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno sarebbe corso l'annoottavo, e non già ilnono, del suo imperio. Ma se è così, vegniamo ad intendere che la di lui coronazione romana si ha da riferire al santo Natale dell'anno 915, e che il panegirista di Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si può, convien confessare ch'egli anche in questo fallò, nè ci è permesso di crederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a Liutprando[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 20.], restava tuttavia a' tempi suoi in Verona davanti ad una chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che, per quanto fosse lavata con varii liquori, mai non perdè quel colore. Aveva allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane, appellatoMilone, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, avea volutoMilonemettergli le guardie, ma a patto alcuno nol permise Berengario. Ora questo generoso giovane, giacchè non potè difendere ilsuo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto. Prese egli l'iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo giorno dopo l'uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola. Questo Milone fu dipoi (forse anche era allora) conte, cioè governator di Verona, e personaggio di rare e perfette virtù.Doveano prima di questa tragedia avere avuto ordine gli Ungheri da Berengario di passare all'assedio di Pavia, perchè se gli riusciva di ricuperar quella città, capo del regno, ilre Rodolfoverisimilmente più non rivedeva l'Italia. Andarono que' Barbari, sotto il comando di Salardo lor generale, commettendo pel viaggio tutte le inumanità loro consuete, e strinsero coll'assedio la regal città. Volle la disgrazia che non seppero que' cittadini difendere coraggiosamente quella forte piazza, nè saggiamente renderla a patti di buona guerra. V'entrarono per forza gli Ungheri, fecero man bassa sopra tutto il popolo, ed attaccato il fuoco a chiese, palagi e case, ridussero in un monte di pietre quella dianzi sì felice e ricca città, avendo cooperato un vento gagliardo a dilatare quell'incendio. In quella rovina perì pel fumo e per le fiamme ancheGiovanniottimo vescovo d'essa; e trovandosi con lui il vescovo di Vercelli, anch'egli miseramente vi lasciò la vita. In somma da gran tempo in qua non s'era udita una sì spaventosa calamità in città cristiane. Nè tralasciar si dee l'orrida descrizione che ne fece Frodoardo[Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.], scrittore allora vivente:Hungari ductu regis Berengarii, quem Langobardi pepulerant, Italiam depopulantur. Papiam quoque urbem populatissimam atque opulentissimam, igne succendunt, ubi opes periere innumerabiles; ecclesiae quadraginta tres succensae; urbis ipsius episcopus cum episcopo vercellensi, qui secum erat, igne fumoque necatur. Atque ex illa paene innumerabilimultitudine ducenti tantum superfuisse memorantur. Qui ex reliquiis urbis incensae, quas inter cineres legerant, argenti modios octo dederunt Hungaris, vitam murosque civitatis vacuae redimentes,ec.Interea Berengarius Italiae rex a suis interimitur. Anche Liutprando non si sazia di deplorar la lagrimevole rovina di quella bella città[Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 1 et seq.], e assegna il tempo preciso della medesima con dire:Usta est infelix olim formosa Papia anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, quarto idus martii, Indictione XII, feria VI, hora III. Aggiugne appresso, che Pavia distrutta, a differenza di Aquileia, risorse, e da lì a non molti anni tornò ad essere ben fabbricata, popolata e ricca, come prima, di modo che (dice egli)non solum vicinas, sed et longe positas praecellit opibus civitates. Ipsa insignis, et toto orbe notissima Roma, hac inferior esset, si pretiosa beatissimorum corpora non haberet. Per attestato del suddetto Frodoardo, gli Ungheri pieni di bottino, in vece di tornarsene pel Friuli alle lor case, come pretende Liutprando, passarono per le Alpi in Francia.Rodolfo redi Borgogna e d'Italia si trovava allora di là da' monti, ed unito conUgo contedi Vienna serrò questi malandrini ad alcuni passi stretti. Ma ebbero la maniera d'uscirne per dove men si credeva, e si spinsero verso la Linguadoca. Quanti ne potè cogliere Rodolfo, tutti gli fece mettere a fil di spada.Restata libera la Lombardia da questo flagello, e tolto di mezzo il competitor Berengario, se ne tornò lieto in Italia il re Rodolfo, e senza contrasto ebbe quasi tutto il regno a sua disposizione. Ricorse tosto a luiGiovanni vescovodi Cremona, già cancelliere dell'Augusto Berengario, per raccomandargli la sua chiesa,a paganis, cioè dagli Ungheri,et quod magis est dolendum, a pessimis Christianis desolatam. Gli confermò Rodolfo tutti i suoi beni e privilegii, ad istanza diBeato vescovodi Tortona ed arcicancelliere, non conosciutodall'Ughelli, e diAicardo vescovodi Parma, suoauriculario, cioè consigliere. Ha queste note il diploma:[Antiq. Ital., Dissert. LXXI.]Data V calendas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi serenissimi regis in Burgundia XV, in Italia IV, Indictione XIII. Actum in Pratis de Granne. Concedette egli ancora con un altro diploma aGuido vescovodi Piacenza[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.]un sito delle mura della città di Pavia, per potervi fabbricare la casa dei vescovi di Piacenza, perciocchè solevano tutti i vescovi del regno aver quivi, siccome altrove accennai, casa propria per abitarvi in occasion delle diete, e d'altre necessità da ricorrere al re. E quivi truovasi appunto anche nominatacasa sanctae lunensis ecclesiae. Il diploma è mancante del luogo e giorno e mese. Dicesi dato in quest'annoRodulfi regis in Italia tertio, Indictione duodecima: probabilmente prima di settembre. Esercitò inoltre questo re la sua munificenza verso il suddettoAicardo vescovodi Parma, con donargli la corte di Sabionetta, oggidì riguardevol terra. È dato quel diploma[Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.]VIII idus octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi piissimi regis in Burgundia XIV, hic in Italia IV. Actum Papiae. Un altro ancora fu dato da lui inVerona[Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 41, et Dissert. XXXIV, p. 55.]pridie idus novembris, Indictione XII, anno regis in Italia III;e un altro parimente dato nella stessa città e giorno coll'indizione XIIII. Ma dee essereXIII. V'ha della discordia fra questi diplomi intorno agli anni del regno d'Italia. Se poi sussistesse che nell'ottobre e novembre di quest'anno corresse il di luianno quarto, si verrebbe ad intendere che nell'anno 922 non ebbe principio il suo dominio in Italia, ma bensì circa l'ottobre del 921. Nè si dee omettere che il privilegio dato al vescovo di Parma fu conceduto per intercessionediErmengarda inclita contessae diBonifazio valorosissimo marchese, che Rodolfo chiamanostrae regiae potestatis consiliarios. EraErmengardamoglie diAdalberto marchesed'Ivrea, di cui ragioneremo fra poco, bastando per ora di osservare il grado di somma confidenza che essa occupava nella corte del re Rodolfo. Bonifazio qui mentovato potrebbe talun conjetturare che fosse quello stesso, per la cui accortezza e bravura abbiam veduto di sopra che Rodolfo riportò la vittoria di Fiorenzuola, e che in ricompensa l'avesse fatto marchese. Ma non è già certo che ivi si parli di quel medesimo Bonifazio; e quand'anche se ne parlasse, resta in dubbio di qual marca egli fosse investito. Siamo assicurati da Liutprando[Luitprandus, Hist., lib. 2, cap. 18.]che a' tempi suoi egli fumarchese di Camerino e di Spoleti; ma non sappiamo già se conseguisse in questi tempi quell'insigne governo.Alberico marcheseda noi veduto di sopra, era allora governatore di quella contrada. Certo che a questo Bonifazio il re Rodolfo diede per moglieGualdradasua sorella. Di ciò tornerà occasion di parlare più a basso all'anno 946, al qual anno solamente il credo io pervenuto al possesso e governo di Spoleti e di Camerino. Sotto quest'anno poi narra Lupo protospata[Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Ital.]le disgrazie della città d'Oria nella Calabria, con dire:Capta est Oria a Saracenis mense julii, et interfecerunt cunctas mulieres; reliquos vero deduxerunt in Africam, cunctos venumdantes. Abbiamo parimente dalla Cronica arabica di Sicilia[Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], che venuto in quest'anno dall'Africa un nuovo generale de' Mori, prese nella Calabria la Rocca di Santagata.

Altra via non seppe trovare l'imperadorBerengarioper sostenersi in capo la crollante sua corona, che l'indegno ripiego di chiamar in Italia la spietata nazione degli Ungheri, co' quali avea trattenuta fin qui a forza di regali una buona amicizia. Calati costoro nel febbraio di quest'anno, li spinse egli alla volta di Pavia. Ma ad alcuni dei suoi medesimi Veronesi, stati in addietro sìfedeli ed attaccati a lui, dovette dispiacer non poco questa risoluzione barbarica, prevedendo ognuno quanto sangue e danno cagionerebbe agli amici stessi la venuta di quella gente, nemica del nome cristiano, e troppo avvezza alle crudeltà. E per questo motivo, oppure per altri a noi ignoti, cominciarono alquanti di quei cittadini ad ordire una congiura contra di Berengario[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 18 et seq.]. Ne ebbe sentore l'infelice principe, e saputo che un certo Flamberto suo compare, perchè gli avea tenuto un figliuolo al sacro fonte, ne era capo, fattoselo venir davanti, gli ricordò i benefizii a lui compartiti, ne promise de' maggiori, purchè egli fosse costante nella fedeltà verso del suo sovrano. E donatagli una tazza d'oro, lasciollo andare in pace. Altro non fece nella notte seguente, dopo essersi veduto scoperto, lo sconoscente Flamberto, che istigare i suoi congiurati a fare il colpo divisato contra la vita dell'Augusto Berengario. Che la malizia e l'accortezza non avessero gran luogo in cuore di questo principe, si può riconoscere dall'aver egli preso il riposo in quella notte, non già nel palazzo, che si potea difendere, ma in un picciolo gabinetto contiguo ad una chiesa, per poter essere presto, secondo il suo costume, a levarsi di mezza notte ed assistere ai divini uffizii. Perchè nulla sospettava di male, neppure si precauzionò colle guardie. Alzossi al suono della campana del mattutino notturno e andò alla chiesa. Ma vi comparve da lì a poco anche Flamberto con una mano di sgherri, e venutogli incontro Berengario per intendere il lor volere, trafitto da varii colpi delle loro spade, cadde morto ai lor piedi. E questo miserabil fine ebbe l'imperador Berengario, principe a cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza e nell'amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del presente anno egli fosse tolto dal mondo, perchè ho avuto sotto gli occhi e poistampato[Antiq. Ital., Dissert. XIX.]uno stromento originale, esistente nell'archivio dell'arcivescovato di Lucca, con queste note:Regnante domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima. Contiene una permuta fatta di alcuni beni tra Flaiberto Scavino ePietro vescovodi Lucca, con avereGuido ducainviati i suoi messi per conoscere che non seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della morte dell'Augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento maggiormente ci assicura che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua dell'anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno sarebbe corso l'annoottavo, e non già ilnono, del suo imperio. Ma se è così, vegniamo ad intendere che la di lui coronazione romana si ha da riferire al santo Natale dell'anno 915, e che il panegirista di Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si può, convien confessare ch'egli anche in questo fallò, nè ci è permesso di crederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a Liutprando[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 20.], restava tuttavia a' tempi suoi in Verona davanti ad una chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che, per quanto fosse lavata con varii liquori, mai non perdè quel colore. Aveva allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane, appellatoMilone, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, avea volutoMilonemettergli le guardie, ma a patto alcuno nol permise Berengario. Ora questo generoso giovane, giacchè non potè difendere ilsuo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto. Prese egli l'iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo giorno dopo l'uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola. Questo Milone fu dipoi (forse anche era allora) conte, cioè governator di Verona, e personaggio di rare e perfette virtù.

Doveano prima di questa tragedia avere avuto ordine gli Ungheri da Berengario di passare all'assedio di Pavia, perchè se gli riusciva di ricuperar quella città, capo del regno, ilre Rodolfoverisimilmente più non rivedeva l'Italia. Andarono que' Barbari, sotto il comando di Salardo lor generale, commettendo pel viaggio tutte le inumanità loro consuete, e strinsero coll'assedio la regal città. Volle la disgrazia che non seppero que' cittadini difendere coraggiosamente quella forte piazza, nè saggiamente renderla a patti di buona guerra. V'entrarono per forza gli Ungheri, fecero man bassa sopra tutto il popolo, ed attaccato il fuoco a chiese, palagi e case, ridussero in un monte di pietre quella dianzi sì felice e ricca città, avendo cooperato un vento gagliardo a dilatare quell'incendio. In quella rovina perì pel fumo e per le fiamme ancheGiovanniottimo vescovo d'essa; e trovandosi con lui il vescovo di Vercelli, anch'egli miseramente vi lasciò la vita. In somma da gran tempo in qua non s'era udita una sì spaventosa calamità in città cristiane. Nè tralasciar si dee l'orrida descrizione che ne fece Frodoardo[Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.], scrittore allora vivente:Hungari ductu regis Berengarii, quem Langobardi pepulerant, Italiam depopulantur. Papiam quoque urbem populatissimam atque opulentissimam, igne succendunt, ubi opes periere innumerabiles; ecclesiae quadraginta tres succensae; urbis ipsius episcopus cum episcopo vercellensi, qui secum erat, igne fumoque necatur. Atque ex illa paene innumerabilimultitudine ducenti tantum superfuisse memorantur. Qui ex reliquiis urbis incensae, quas inter cineres legerant, argenti modios octo dederunt Hungaris, vitam murosque civitatis vacuae redimentes,ec.Interea Berengarius Italiae rex a suis interimitur. Anche Liutprando non si sazia di deplorar la lagrimevole rovina di quella bella città[Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 1 et seq.], e assegna il tempo preciso della medesima con dire:Usta est infelix olim formosa Papia anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, quarto idus martii, Indictione XII, feria VI, hora III. Aggiugne appresso, che Pavia distrutta, a differenza di Aquileia, risorse, e da lì a non molti anni tornò ad essere ben fabbricata, popolata e ricca, come prima, di modo che (dice egli)non solum vicinas, sed et longe positas praecellit opibus civitates. Ipsa insignis, et toto orbe notissima Roma, hac inferior esset, si pretiosa beatissimorum corpora non haberet. Per attestato del suddetto Frodoardo, gli Ungheri pieni di bottino, in vece di tornarsene pel Friuli alle lor case, come pretende Liutprando, passarono per le Alpi in Francia.Rodolfo redi Borgogna e d'Italia si trovava allora di là da' monti, ed unito conUgo contedi Vienna serrò questi malandrini ad alcuni passi stretti. Ma ebbero la maniera d'uscirne per dove men si credeva, e si spinsero verso la Linguadoca. Quanti ne potè cogliere Rodolfo, tutti gli fece mettere a fil di spada.

Restata libera la Lombardia da questo flagello, e tolto di mezzo il competitor Berengario, se ne tornò lieto in Italia il re Rodolfo, e senza contrasto ebbe quasi tutto il regno a sua disposizione. Ricorse tosto a luiGiovanni vescovodi Cremona, già cancelliere dell'Augusto Berengario, per raccomandargli la sua chiesa,a paganis, cioè dagli Ungheri,et quod magis est dolendum, a pessimis Christianis desolatam. Gli confermò Rodolfo tutti i suoi beni e privilegii, ad istanza diBeato vescovodi Tortona ed arcicancelliere, non conosciutodall'Ughelli, e diAicardo vescovodi Parma, suoauriculario, cioè consigliere. Ha queste note il diploma:[Antiq. Ital., Dissert. LXXI.]Data V calendas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi serenissimi regis in Burgundia XV, in Italia IV, Indictione XIII. Actum in Pratis de Granne. Concedette egli ancora con un altro diploma aGuido vescovodi Piacenza[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.]un sito delle mura della città di Pavia, per potervi fabbricare la casa dei vescovi di Piacenza, perciocchè solevano tutti i vescovi del regno aver quivi, siccome altrove accennai, casa propria per abitarvi in occasion delle diete, e d'altre necessità da ricorrere al re. E quivi truovasi appunto anche nominatacasa sanctae lunensis ecclesiae. Il diploma è mancante del luogo e giorno e mese. Dicesi dato in quest'annoRodulfi regis in Italia tertio, Indictione duodecima: probabilmente prima di settembre. Esercitò inoltre questo re la sua munificenza verso il suddettoAicardo vescovodi Parma, con donargli la corte di Sabionetta, oggidì riguardevol terra. È dato quel diploma[Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.]VIII idus octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi piissimi regis in Burgundia XIV, hic in Italia IV. Actum Papiae. Un altro ancora fu dato da lui inVerona[Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 41, et Dissert. XXXIV, p. 55.]pridie idus novembris, Indictione XII, anno regis in Italia III;e un altro parimente dato nella stessa città e giorno coll'indizione XIIII. Ma dee essereXIII. V'ha della discordia fra questi diplomi intorno agli anni del regno d'Italia. Se poi sussistesse che nell'ottobre e novembre di quest'anno corresse il di luianno quarto, si verrebbe ad intendere che nell'anno 922 non ebbe principio il suo dominio in Italia, ma bensì circa l'ottobre del 921. Nè si dee omettere che il privilegio dato al vescovo di Parma fu conceduto per intercessionediErmengarda inclita contessae diBonifazio valorosissimo marchese, che Rodolfo chiamanostrae regiae potestatis consiliarios. EraErmengardamoglie diAdalberto marchesed'Ivrea, di cui ragioneremo fra poco, bastando per ora di osservare il grado di somma confidenza che essa occupava nella corte del re Rodolfo. Bonifazio qui mentovato potrebbe talun conjetturare che fosse quello stesso, per la cui accortezza e bravura abbiam veduto di sopra che Rodolfo riportò la vittoria di Fiorenzuola, e che in ricompensa l'avesse fatto marchese. Ma non è già certo che ivi si parli di quel medesimo Bonifazio; e quand'anche se ne parlasse, resta in dubbio di qual marca egli fosse investito. Siamo assicurati da Liutprando[Luitprandus, Hist., lib. 2, cap. 18.]che a' tempi suoi egli fumarchese di Camerino e di Spoleti; ma non sappiamo già se conseguisse in questi tempi quell'insigne governo.Alberico marcheseda noi veduto di sopra, era allora governatore di quella contrada. Certo che a questo Bonifazio il re Rodolfo diede per moglieGualdradasua sorella. Di ciò tornerà occasion di parlare più a basso all'anno 946, al qual anno solamente il credo io pervenuto al possesso e governo di Spoleti e di Camerino. Sotto quest'anno poi narra Lupo protospata[Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Ital.]le disgrazie della città d'Oria nella Calabria, con dire:Capta est Oria a Saracenis mense julii, et interfecerunt cunctas mulieres; reliquos vero deduxerunt in Africam, cunctos venumdantes. Abbiamo parimente dalla Cronica arabica di Sicilia[Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], che venuto in quest'anno dall'Africa un nuovo generale de' Mori, prese nella Calabria la Rocca di Santagata.


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