DCCCCXXXVIAnno diCristoDCCCCXXXVI. Indiz.IX.LeoneVII papa 1.Ugore d'Italia 11.Lottariore d'Italia 6.Giunse al fine de' suoi giorni in questo anno papaGiovanni XI, e se mancasse di morte naturale, o in altra guisa, non ne abbiamo lume alcuno nella storia. Ecco ciò che di lui lasciò scritto Frodoardo scrittore di questi tempi[Frodoardus, de Roman. Pontificib.]:Nato patriciae[Di Marozia.]hinc cedunt pia jura Johanni,Undecimus Petri hoc qui nomine sede levatur,Vi vacuus, splendore carens, modo sacra ministrans,Fratre a patricio juris moderamine rapto.Qui matrem incestam, rerum fastigia moeco[Al re Ugo.]Tradere conantem, decimum sub claustra JohannemQuae dederat, claustro vigili et custode subegit.Artoldus noster sub quo sacra pallia sumit.Papaque obit, nomen geminum[Quinctum.]fere nactus in annum.Cioè, per attestato di Frodoardo, a questo sfortunato pontefice fu usurpata tutta la signoria temporale di Roma. E sebben dice questo scrittore,modo sacra ministransin vece ditantummodo, quasichè Alberico patrizio suo fratello si contentasse ch'egli attendesse a dir messa e a regolar lo spirituale della Chiesa; pure giusto motivo ci è di credere che l'usurpatore Alberico volesse anche far da papa, con obbligare il fratello a fare quel solo che a lui piaceva. Non vituperio, ma disgrazia fu questa della santa Sede romana, tiranneggiata allora da' suoi proprii cittadini. Abbiamo dal medesimo Frodoardo[Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Fran. Du-Chesne.]sotto quest'anno cheJohanne papa fratre Albrici defuncto, Leo quidam Dei servus Romae papa constituitur. Queste parole congiunte con altre riflessioni fatte dal padre Mabillone[Mabill., in Annal. Benedictin., lib. 43.]intorno ai brevi di questo pontefice, zelantissimo perchè si rimettesse in piedi la troppa scaduta disciplina monastica, hanno somministrato qualche fondamento da credere ch'egli fosse monaco. Ma se tale non fu, certo fu uomo di rara probità, e che difficilmente acconsentì alla sua elezione, appunto promosso a questo sublime grado daAlberico principedi Roma, perchè si sapeva ch'egli non curava punto le pompe del secolo, e pensava solo alle cose di Dio, il che era appunto ciò che Alberico desiderava,Frodoardo, che finì di scrivere il suo poemetto de' romani pontefici, vivente esso papa Leone, così ne parla:Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista voluntas,Nec curans apices mundi, nec celsa requirens,Sola Dei quae sunt, alacri sub pectore volvens,Culminaque evitans, dignusque nitore probaturRegminis eximii, Petrique in sede locatur.Ac geminans dono cumulatum muneris almiPergere laetantem amplexu dimisit honoro.Quem Pater omnipotens alacrem cultuque venustumAttollat, servetque diu....Se Leone fosse stato monaco, non avrebbe probabilmente taciuta questa sua qualità Frodoardo monaco. Uno strumento diLeone abbatedi Subiaco si legge nelle mie Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.], scrittoanno, Domino propitio, pontificatus domni Leonis summi pontificis, et universalis sexti(dovrebbe direseptimi)papae I, Indictione VIII, cioè nell'anno presente. Dacchè Roma ebbe la consolazione di veder nella sedia di san Pietro collocato un sì degno personaggio, tardò poco a provar dei gravissimi affanni per l'assedio che di nuovo ne intraprese il re Ugo, sempre inviperito contra de' Romani e del loro principe, a cagion dell'insulto a lui fatto nell'anno 932, e sempre voglioso del dominio di quell'augusta città. Ecco ciò che ne scrive nella sua Cronica il suddetto Frodoardo[Frodoardus, in Chronico.]:Hugo Italiae rex Romam nisus capere, afflicto suo exercitu fame, et equorum interitu, pacta tamdem pace cum Albrico, dans ei filiam suam conjugem, ab obsidione desistit.È da credere che Alberico, veggendosi venir la piena addosso, avesse spogliato di grani e di foraggio la campagna: dal che nacque la penuria dell'esercito d'Ugo. Ad intavolar questa pace non poco si adoperòOdone abbatesanto e celebre del monistero di Clugnì, che risplendeva allora dappertutto per la riforma del monachismo felicemente in esso introdotta. Era egli amicissimo del re Ugo, e però fu chiamato a Roma dalbuon papa, sì perchè trattasse d'accordo, e sì ancora perchè rimettesse l'osservanza monastica e il buon ordine nel monistero di san Polo di Roma. Giovanni monaco[Mabill., Saecul. V Benedict., in Vita S. Odonis, lib. 2.], e discepolo di esso santo Odone, nella di lui vita così scrive:Sub idem tempus Italiam missi sumus a Leone summo pontifice, ut pacis legatione fungeremur inter Hugonem Longobardorum regem, et Albericum romanae urbis principem.Più sotto aggiugne:Dum romuleam urbem ob inimicitiam Alberici jam fati principis praedictus Hugo rex obsideret, coepit ille(Odo)intra extraque discurrere, et pacis concordiaeque monita inter utrosque disseminare, quatenus posset furorem praedicti regis sedare, et praedictam urbem tueri a tanta obsidione.Ma forse non è certo che in quest'anno santo Odone fosse chiamato da papa Leone. Liutprando[Liutprandus, lib. 4, c. 1.], che non parla se non d'un assedio di Roma, fatto circa questi tempi del re Ugo, scrive, che sperando egli di far cadere nella rete colle sue furberie Alberico, gli propose di dargli in moglieAldasua figliuola, e di tenerlo da lì innanzi in luogo di figlio. Ma Alberico, che sapeva anch'egli il fatto suo, acconsentì alle nozze, e prese Alda per moglie, ma non lasciò mai mettere piede in Roma ad esso re Ugo, nè mai si fidò, sinchè visse, di lui. Tuttavia (aggiugne Liutprando) sarebbe riuscito al re Ugo di far cadere nella tagliuola il genero, se non fossero stati tanti nobili e soldati, che per paura del re Ugo scappavano a Roma, ed ivi ben accolti ed onorati da Alberico, il tenevano saldo in non volere nè confidenza nè pace con lui.Un'altra più sonora ne fece in quest'anno il re Ugo. Vedemmo costituito duca di Toscana per via d'iniquitàBosonefratello del medesimo re. Aveva egli per moglie Willa, donna nobile di Borgogna, avidissima di accumular danaro o per diritto o per rovescio. Per pauradi lei s'erano ridotte le nobili donne di Toscana a dismettere tutti i loro ornamenti, essendo pericoloso il portarne. Nessun maschio, quattro femmine bensì aveva essa partorito al marito, una delle quali,Willaanche essa di nome, fu maritata conBerengariofigliuolo diAdalberto marchesed'Ivrea, cioè con quello stesso che vedremo a suo tempo re d'Italia. Per quanto ne scrive Liutprando[Liutprandus, lib. 4, cap. 1.], pervenne all'orecchio del re Ugo che Bosone, ad istigazion della moglie, macchinava contra di lui delle novità. Chi sa nondimeno che quella volpe non fingesse ancor questi delitti nel fratello, per far passare il ducato della Toscana in un suo proprio figliuolo, siccome in fatti avvenne? Liutprando poi volea male aWilla. Studiò pertanto e trovò la maniera di imprigionar Bosone; lo spogliò anche di tutte quante le ricchezze sue, ed ordinò cheWillasua moglie, come origine dei falli del marito, fosse ricondotta in Borgogna. Sopra tutto faceva il re l'amore ad un pendone assai lungo e largo, tutto gioiellato, che Bosone soleva portare. Questo non si trovò fra lo spoglio di lui. Ciò inteso dal re, diede ordine che si usasse ogni maggior diligenza per rinvenirlo; e se non compariva, che si cercasse anche sotto i panni di Willa. In fatti osservato che pendeva una fibbia di sotto le natiche di Willa assisa sul cavallo, una delle guardie con galanteria le fece partorire il pendone. Liutprando, umor buffone, mette in bocca di quella guardia delle piacevoli parole intorno a questa scoperta. Dopo la caduta di Bosone, di cui non sappiamo cosa divenisse, fu dato dal re Ugo il ducato di Toscana adUbertofigliuolo suo bastardo, a lui partorito da Waldelmonda una delle sue concubine, giacchè questo piissimo re agli altri suoi vizii univa ancor quello di mantenerne molte alla turchesca. Al placitotenuto in Pavia nell'anno precedente, e da me accennato di sopra, oltre adAzzonerinomato vescovo di Vercelli, e aBatericovescovo d'Ivrea, intervenne ancoraUbertus illustris marchio, et filio, idem domni Ugoni piissimi regis. Sicchè egli portava già il titolo dimarchese, e dovea governar qualche marca. E se non ci fosse l'autorità di Francesco Maria Fiorentini[Fiorentini, Memor. di Matilde.], che ci assicura trovarsi in una carta lucchese tuttavia Bosone duca in Toscananel dì sei di luglio del 936, si sarebbe potuto sospettare che nel precedente anno fosse accaduta la disgrazia di Bosone, e divenuto duca ossia marchese di Toscana Uberto. Ma abbiamo qui concorde anche Frodoardo[Frodoardus, in Chronico.], che sotto quest'anno scrive:Hugo rex repertis quibusdam fratris sui Bosonis contra se, UT FERTUR, insidiis, eumdem fratrem suum dolo capit, atque in custodia mittit.Sul principio di luglio dell'anno presente mancò di vitaArrigo redi Germania, principe per le sue molte virtù e per varie segnalate vittorie glorioso nella storia, che ebbe per successore in quel regno un figliuolo più glorioso del padre, cioèOttone il grande, di cui avremo non poco da favellare nel progresso di questi Annali. Fra le carte del monistero vulturnense[Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1. Rer. Ital.]una se ne legge, scrittaregnante domno Ugo rex gratia Dei in Italia in anno XI, et Lotharius rex filius ejus insimul cum eo in anno V, et vigesimo die mense julii per Indictionem nonam. Actum in Marsi.Erano i Marsi nel ducato di Spoleti, e però quivi si contavano gli anni del re d'Italia. Nel presente anno fu scritta quella carta, ma i copisti han guaste alquanto le note, cioè s'ha da scrivereanno V Lothario, essendo certo che Lottario prima del mese di luglio dell'anno 931 avea conseguita la dignità regale.
Giunse al fine de' suoi giorni in questo anno papaGiovanni XI, e se mancasse di morte naturale, o in altra guisa, non ne abbiamo lume alcuno nella storia. Ecco ciò che di lui lasciò scritto Frodoardo scrittore di questi tempi[Frodoardus, de Roman. Pontificib.]:
Nato patriciae[Di Marozia.]hinc cedunt pia jura Johanni,Undecimus Petri hoc qui nomine sede levatur,Vi vacuus, splendore carens, modo sacra ministrans,Fratre a patricio juris moderamine rapto.Qui matrem incestam, rerum fastigia moeco[Al re Ugo.]Tradere conantem, decimum sub claustra JohannemQuae dederat, claustro vigili et custode subegit.Artoldus noster sub quo sacra pallia sumit.Papaque obit, nomen geminum[Quinctum.]fere nactus in annum.
Nato patriciae[Di Marozia.]hinc cedunt pia jura Johanni,
Undecimus Petri hoc qui nomine sede levatur,
Vi vacuus, splendore carens, modo sacra ministrans,
Fratre a patricio juris moderamine rapto.
Qui matrem incestam, rerum fastigia moeco[Al re Ugo.]
Tradere conantem, decimum sub claustra Johannem
Quae dederat, claustro vigili et custode subegit.
Artoldus noster sub quo sacra pallia sumit.
Papaque obit, nomen geminum[Quinctum.]fere nactus in annum.
Cioè, per attestato di Frodoardo, a questo sfortunato pontefice fu usurpata tutta la signoria temporale di Roma. E sebben dice questo scrittore,modo sacra ministransin vece ditantummodo, quasichè Alberico patrizio suo fratello si contentasse ch'egli attendesse a dir messa e a regolar lo spirituale della Chiesa; pure giusto motivo ci è di credere che l'usurpatore Alberico volesse anche far da papa, con obbligare il fratello a fare quel solo che a lui piaceva. Non vituperio, ma disgrazia fu questa della santa Sede romana, tiranneggiata allora da' suoi proprii cittadini. Abbiamo dal medesimo Frodoardo[Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Fran. Du-Chesne.]sotto quest'anno cheJohanne papa fratre Albrici defuncto, Leo quidam Dei servus Romae papa constituitur. Queste parole congiunte con altre riflessioni fatte dal padre Mabillone[Mabill., in Annal. Benedictin., lib. 43.]intorno ai brevi di questo pontefice, zelantissimo perchè si rimettesse in piedi la troppa scaduta disciplina monastica, hanno somministrato qualche fondamento da credere ch'egli fosse monaco. Ma se tale non fu, certo fu uomo di rara probità, e che difficilmente acconsentì alla sua elezione, appunto promosso a questo sublime grado daAlberico principedi Roma, perchè si sapeva ch'egli non curava punto le pompe del secolo, e pensava solo alle cose di Dio, il che era appunto ciò che Alberico desiderava,Frodoardo, che finì di scrivere il suo poemetto de' romani pontefici, vivente esso papa Leone, così ne parla:
Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista voluntas,Nec curans apices mundi, nec celsa requirens,Sola Dei quae sunt, alacri sub pectore volvens,Culminaque evitans, dignusque nitore probaturRegminis eximii, Petrique in sede locatur.Ac geminans dono cumulatum muneris almiPergere laetantem amplexu dimisit honoro.Quem Pater omnipotens alacrem cultuque venustumAttollat, servetque diu....
Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista voluntas,
Nec curans apices mundi, nec celsa requirens,
Sola Dei quae sunt, alacri sub pectore volvens,
Culminaque evitans, dignusque nitore probatur
Regminis eximii, Petrique in sede locatur.
Ac geminans dono cumulatum muneris almi
Pergere laetantem amplexu dimisit honoro.
Quem Pater omnipotens alacrem cultuque venustum
Attollat, servetque diu....
Se Leone fosse stato monaco, non avrebbe probabilmente taciuta questa sua qualità Frodoardo monaco. Uno strumento diLeone abbatedi Subiaco si legge nelle mie Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.], scrittoanno, Domino propitio, pontificatus domni Leonis summi pontificis, et universalis sexti(dovrebbe direseptimi)papae I, Indictione VIII, cioè nell'anno presente. Dacchè Roma ebbe la consolazione di veder nella sedia di san Pietro collocato un sì degno personaggio, tardò poco a provar dei gravissimi affanni per l'assedio che di nuovo ne intraprese il re Ugo, sempre inviperito contra de' Romani e del loro principe, a cagion dell'insulto a lui fatto nell'anno 932, e sempre voglioso del dominio di quell'augusta città. Ecco ciò che ne scrive nella sua Cronica il suddetto Frodoardo[Frodoardus, in Chronico.]:Hugo Italiae rex Romam nisus capere, afflicto suo exercitu fame, et equorum interitu, pacta tamdem pace cum Albrico, dans ei filiam suam conjugem, ab obsidione desistit.È da credere che Alberico, veggendosi venir la piena addosso, avesse spogliato di grani e di foraggio la campagna: dal che nacque la penuria dell'esercito d'Ugo. Ad intavolar questa pace non poco si adoperòOdone abbatesanto e celebre del monistero di Clugnì, che risplendeva allora dappertutto per la riforma del monachismo felicemente in esso introdotta. Era egli amicissimo del re Ugo, e però fu chiamato a Roma dalbuon papa, sì perchè trattasse d'accordo, e sì ancora perchè rimettesse l'osservanza monastica e il buon ordine nel monistero di san Polo di Roma. Giovanni monaco[Mabill., Saecul. V Benedict., in Vita S. Odonis, lib. 2.], e discepolo di esso santo Odone, nella di lui vita così scrive:Sub idem tempus Italiam missi sumus a Leone summo pontifice, ut pacis legatione fungeremur inter Hugonem Longobardorum regem, et Albericum romanae urbis principem.Più sotto aggiugne:Dum romuleam urbem ob inimicitiam Alberici jam fati principis praedictus Hugo rex obsideret, coepit ille(Odo)intra extraque discurrere, et pacis concordiaeque monita inter utrosque disseminare, quatenus posset furorem praedicti regis sedare, et praedictam urbem tueri a tanta obsidione.Ma forse non è certo che in quest'anno santo Odone fosse chiamato da papa Leone. Liutprando[Liutprandus, lib. 4, c. 1.], che non parla se non d'un assedio di Roma, fatto circa questi tempi del re Ugo, scrive, che sperando egli di far cadere nella rete colle sue furberie Alberico, gli propose di dargli in moglieAldasua figliuola, e di tenerlo da lì innanzi in luogo di figlio. Ma Alberico, che sapeva anch'egli il fatto suo, acconsentì alle nozze, e prese Alda per moglie, ma non lasciò mai mettere piede in Roma ad esso re Ugo, nè mai si fidò, sinchè visse, di lui. Tuttavia (aggiugne Liutprando) sarebbe riuscito al re Ugo di far cadere nella tagliuola il genero, se non fossero stati tanti nobili e soldati, che per paura del re Ugo scappavano a Roma, ed ivi ben accolti ed onorati da Alberico, il tenevano saldo in non volere nè confidenza nè pace con lui.
Un'altra più sonora ne fece in quest'anno il re Ugo. Vedemmo costituito duca di Toscana per via d'iniquitàBosonefratello del medesimo re. Aveva egli per moglie Willa, donna nobile di Borgogna, avidissima di accumular danaro o per diritto o per rovescio. Per pauradi lei s'erano ridotte le nobili donne di Toscana a dismettere tutti i loro ornamenti, essendo pericoloso il portarne. Nessun maschio, quattro femmine bensì aveva essa partorito al marito, una delle quali,Willaanche essa di nome, fu maritata conBerengariofigliuolo diAdalberto marchesed'Ivrea, cioè con quello stesso che vedremo a suo tempo re d'Italia. Per quanto ne scrive Liutprando[Liutprandus, lib. 4, cap. 1.], pervenne all'orecchio del re Ugo che Bosone, ad istigazion della moglie, macchinava contra di lui delle novità. Chi sa nondimeno che quella volpe non fingesse ancor questi delitti nel fratello, per far passare il ducato della Toscana in un suo proprio figliuolo, siccome in fatti avvenne? Liutprando poi volea male aWilla. Studiò pertanto e trovò la maniera di imprigionar Bosone; lo spogliò anche di tutte quante le ricchezze sue, ed ordinò cheWillasua moglie, come origine dei falli del marito, fosse ricondotta in Borgogna. Sopra tutto faceva il re l'amore ad un pendone assai lungo e largo, tutto gioiellato, che Bosone soleva portare. Questo non si trovò fra lo spoglio di lui. Ciò inteso dal re, diede ordine che si usasse ogni maggior diligenza per rinvenirlo; e se non compariva, che si cercasse anche sotto i panni di Willa. In fatti osservato che pendeva una fibbia di sotto le natiche di Willa assisa sul cavallo, una delle guardie con galanteria le fece partorire il pendone. Liutprando, umor buffone, mette in bocca di quella guardia delle piacevoli parole intorno a questa scoperta. Dopo la caduta di Bosone, di cui non sappiamo cosa divenisse, fu dato dal re Ugo il ducato di Toscana adUbertofigliuolo suo bastardo, a lui partorito da Waldelmonda una delle sue concubine, giacchè questo piissimo re agli altri suoi vizii univa ancor quello di mantenerne molte alla turchesca. Al placitotenuto in Pavia nell'anno precedente, e da me accennato di sopra, oltre adAzzonerinomato vescovo di Vercelli, e aBatericovescovo d'Ivrea, intervenne ancoraUbertus illustris marchio, et filio, idem domni Ugoni piissimi regis. Sicchè egli portava già il titolo dimarchese, e dovea governar qualche marca. E se non ci fosse l'autorità di Francesco Maria Fiorentini[Fiorentini, Memor. di Matilde.], che ci assicura trovarsi in una carta lucchese tuttavia Bosone duca in Toscananel dì sei di luglio del 936, si sarebbe potuto sospettare che nel precedente anno fosse accaduta la disgrazia di Bosone, e divenuto duca ossia marchese di Toscana Uberto. Ma abbiamo qui concorde anche Frodoardo[Frodoardus, in Chronico.], che sotto quest'anno scrive:Hugo rex repertis quibusdam fratris sui Bosonis contra se, UT FERTUR, insidiis, eumdem fratrem suum dolo capit, atque in custodia mittit.Sul principio di luglio dell'anno presente mancò di vitaArrigo redi Germania, principe per le sue molte virtù e per varie segnalate vittorie glorioso nella storia, che ebbe per successore in quel regno un figliuolo più glorioso del padre, cioèOttone il grande, di cui avremo non poco da favellare nel progresso di questi Annali. Fra le carte del monistero vulturnense[Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1. Rer. Ital.]una se ne legge, scrittaregnante domno Ugo rex gratia Dei in Italia in anno XI, et Lotharius rex filius ejus insimul cum eo in anno V, et vigesimo die mense julii per Indictionem nonam. Actum in Marsi.Erano i Marsi nel ducato di Spoleti, e però quivi si contavano gli anni del re d'Italia. Nel presente anno fu scritta quella carta, ma i copisti han guaste alquanto le note, cioè s'ha da scrivereanno V Lothario, essendo certo che Lottario prima del mese di luglio dell'anno 931 avea conseguita la dignità regale.