DCCCLV

DCCCLVAnno diCristoDCCCLV. IndizioneIII.BenedettoIII papa 1.LodovicoII imper. 7, 6 e 1.Avvenne in quest'anno in Roma un accidente fastidioso, di cui ci ha informati il solo Anastasio bibliotecario[Anastas. Biblioth., in Vita. Leonis IV.]. Daniello maestro de' militi, ossia uno dei generali delle milizie, andò a trovare loimperador Lodovico, e gli rivelò che Graziano superista della città di Roma, creduto da esso Augusto uomo fedele nel di lui servigio, nella propria casa di esso Daniello avea detto a lui solo:Che i Franchi(ossiaFranzesi)niun bene faceano, niun aiuto davano al popolo romano(maltrattato o minacciato tutto dì dai Saraceni),e che piuttosto colla forza lo spogliavano delle loro sostanze. Perchè non chiamiamo piuttosto i Greci, trattando con esso loro un accordo di pace, e non ci leviamo di sotto al regno e alla signoria de' Franchi e della sua gente? Quare non advocamus Graecos, cum eis foedus componentes, et Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione non expellimus?Di più non occorse perchè l'Augusto Lodovico andasse nelle furie, e senza perdere tempo s'incamminasse alla volta di Roma con delle soldatesche, come si può credere, ma senza far precedere, giusta il costume, le lettere di avviso al papa e al senato romano. Contuttociò il buon papaLeone IVil ricevette coi soliti onori sopra le scalinate della basilica di san Pietro; e udite le sue querele, cercò di placarlo colle più dolci parole che seppe adoperare. In uno dei giorni appresso lo stesso imperadore, assiso col pontefice e con tutti i baroni romani e franzesi, tenne un solenne giudizio nella sala già fabbricata da papa Leone III. Quivi Daniello pubblicamente disse:Iste Gratianus habuit mecum consilium, hanc romanam terram de vestra tollere potestate, et Graecis tradere illam.Allora non solamente Graziano, ma i nobili romani tutti, alzatisi in piedi davanti all'imperadore, gridarono che costui mentiva, e non essere vero in conto alcuno ciò ch'egli diceva. Mancavano a Daniello i testimoni per provare l'accusa; e però come calunniatore secondo le leggi romane fu giudicato reo, ed egli stesso confessò il fallo; dopo di che fu dato in mano a Graziano, acciocchè ne facesse quel che gli parea. Ma avendolo poi l'imperadore chiesto in grazia, ed essendosenecontentato Graziano, costui restò liberato dal pericolo della morte. Se ne tornò a Pavia l'imperadore, e tal fine ebbe un sì delicato affare, dal quale, siccome avvertirono il padre Pagi e l'Eccardo chiaramente si deduce la sovranità degl'imperadori di que' tempi in Roma stessa e nel suo ducato. Poco stette dipoi il sommo ponteficeLeone IVad essere chiamato da Dio al premio delle fatiche da lui sostenute in un sì affannoso pontificato. Accadde la morte sua nel dì 17 di luglio; ma dura e durerà la memoria di questo papa, insigne per tante opere della sua pia munificenza descritte lungamente da Anastasio, ossia dall'autore della sua vita, ma più per la santità del viver suo, per cui meritò di essere registrato nel catalogo de' santi. A questo pontefice (piuttosto che a papa Leone terzo) credono gli eruditi, che si abbiano a riferir due squarci di lettere scritte, secondo Graziano[Gratian., cap. 9, Dissert. X, et cap. 14, 2, n. 17.], aLottarioeLodovico imperadori, nel primo de' quali son le seguenti parole:De capitulis vel praeceptis imperialibus vestris vestrorumque praedecessorum irrefragabiliter custodiendis et conservandis, quantum valuimus et valemus, Christo propitio, et nunc et in aevum nos conservaturos, modis omnibus profitemur. Et si fortasse quilibet alter vobis dixerit, vel dicturus est, sciatis, eum pro certo mendacem.Nel secondo si leggono quest'altre:Nos si incompetenter aliquid egimus, et subditis justae legis tramitem non conservavimvs, vestro, ac missorum vestrorum cuncta volumus emendare judicio. Inde magnitudinis vestrae magnopere clementiam imploramus, ut tales ad haec, quae diximus, perquirenda missos in his partibus dirigatis, qui Deum per omnia timeant, et cuncta (quemadmodum si vestra praesens fuisset imperialis gloria) diligenter exquirant. Et non tantum haec sola, quae superius diximus, quaerimus, ut examussim exagitent, sed sive minora, sive etiam majora illis sint de nobisindicata negotia, ita eorum cuncta legitimo terminentur examine, quatenus in posterum nihil sit, quod ex eis indiscussum vel inde finitum remaneat.Passi tali servono anche essi per farci sempre più intender il sistema del governo temporale d'allora in Roma.Poco si tardò dopo la morte del santo pontefice Leone a venire all'elezion del successore: e questi fuBenedetto III, cardinale del titolo di san Calisto. Non già la papessa Giovanna, come una volta fu creduto, allorchè per l'ignoranza de' popoli si poteano spacciare ed erano buonamente ricevute anche le più spallate favole. Tale in fatti è ancor questa, nata solamente nel secolo decimoterzo, ma oggidì talmente confutata, e riconosciuta fin dai nemici della religion cattolica, che si renderebbe ridicolo chi assumesse di più sostenerla, o di maggiormente screditarla ed abbatterla. Ma l'assunzione di esso papa Benedetto non passò senza contrasto. Eravi una fazion contraria di Romani che segretamente teneva per Anastasio prete cardinale, già scomunicato e deposto nel concilio romano, e adoperò quante cabale potè per innalzarlo in questa congiuntura. Racconta Anastasio che eletto papa Benedetto,Clerus et cuncti proceres decretum componentes propriis manibus roboraverunt, et ut consuetudo prisca poscit, invictissimis Lothario ac Ludovico destinaverunt Augusti; il che ci fa sempre più intendere ch'era antico il costume, e tuttavia si osservava, di non consecrare il papa eletto, se non dappoichè informatone l'imperadore, prestava l'assenso suo. L'incarico di portar questo decreto alla corte imperiale fu dato aNiccolò vescovodi Anagni e aMercuriomaestro de' militi, cioè generale dell'armi, i quali arrivati a Gubbio trovarono il vescovo di quella cittàArsenio, che li guadagnò in favore dello scomunicato Anastasio. Pervenuti alla corte di Lodovico Augusto, in vece di promuovere gli interessi di Benedetto eletto, si studiarono di guadagnar la protezion di lui permettere esso Anastasio nella cattedra di san Pietro, con rappresentargli probabilmente che la seguita elezione era stata o simoniaca, o violenta, contuttochè il vero fosse che Benedetto avea fatta gran ripugnanza ad accettare il peso del pontificato. Spedì l'imperadore i suoi messi, i quali non sì tosto furono giunti alla città di Orta, che videro venir varii nobili de' primarii di Roma, tutti fautori di Anastasio; e poscia in vicinanza di Roma con loro si unironoRodoaldo vescovo di Porto ed Agatone vescovodi Todi. Intanto l'eletto papa Benedetto inviò incontro ai ministri imperiali due vescovi, ma questi contra l'intenzione dell'imperadore furono ritenuti e consegnati alle guardie. Nel giorno seguente andò ordine per parte di essi ministri a tutto il clero, senato e popolo romano di venir loro incontro sino a Ponte Molle, per intendere i comandamenti dell'imperadore. Così fecero, senza sapere che inganno fosse preparato. Con questo solenne accompagnamento l'accecato dalla sua ambizione Anastasio entrò nella basilica vaticana, poscia occupò il palazzo lateranense, e fatto spogliar Benedetto degli abiti pontificali, con istrapazzi non pochi il fece ritener sotto buona guardia. Allora furono incredibili gli urli e i pianti del clero e popolo, il quale nel giorno appresso si raunò nella chiesa di santa Emiliana, dove si portarono anche i ministri imperiali con grande alterigia, accompagnati da una copiosa frotta di armati, sperando pure o procurando d'indurli ad eleggere il suddetto miserabil Anastasio. Ma si trovò ne' vescovi specialmente, e poi nel resto del clero e popolo tal costanza in quel giorno e nel seguente, gridando tutti di voler Benedetto, e di essere pronti piuttosto a morire che ad accettare l'indegno personaggio loro proposto, che gli uffiziali dell'imperadore convennero nel loro sentimento, e fatto cacciar fuori del palazzo Anastasio suddetto, rimisero in libertà Benedetto. Dopo tre giorni di digiunofu solennemente confermata l'elezion di esso Benedetto, ed egli susseguentemente nel dì 24 di settembre consecrato, diede l'assoluzione a chiunque pentito la dimandò, fuorchè al vescovo di Porto.Nel quarto dì di febbraio dell'anno presente fu celebrato in Pavia un concilio[Labbe, Concil., tom. 8.]di molti vescovi, presidenti del quale furonoAngilberto arcivescovodi Milano,Andrea patriarca di Aquileia(quando non si ammettaAndrea IIfra que' patriarchi, questo nome si dee credere posto in vece diTeutimaro; oppure quel concilio appartiene ad altro anno) eGiuseppevescovo d'Ivrea, arcicappellano della corte cesarea. Truovansi in esso pubblicati alcuni bei regolamenti per la disciplina ecclesiastica. Ed altri in fine ne aggiunse l'Augusto Lodovico, spettanti al buon governo civile, da me[Rer. Ital., Part. II, tom. 1 Leg. Langobard.]dati alla luce fra le leggi longobardiche. Truovasi dipoi esso imperadore da lì a quattro giorni in Mantova, da che si legge un suo diploma[Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 55.], dato in quellacittà VI idus februarii dell'anno presente, in favore diRorigo vescovodi Padova. Questo poi fu l'anno in cuiLottario Augustosuo padre cominciò a sentir sopra di sè la mano di Dio, e a riconoscere ch'era mortale. Assalito da una lenta malattia, cercò indarno medici che sapessero l'arte di guarirlo. Un tale avviso servì di sprone al suddettoimperador Lodovicoper desiderare un abboccamento conLodovico redi Germania suo zio, affine di averlo favorevole, ogni qual volta mancasse di vita suo padre. Secondo le notizie recate da Gian-Giorgio[Eccard., Rer. Franc., lib. 30.], Eccardo seguì il loro congresso in Trento. Ivi si trattò di molti affari utili alla Cristianità, ed amendue si partirono di là in buona concordia. Crescendo intanto ogni dì più la infermità dell'imperadore Lottario, ed accortosi egli di camminare a gran passiverso il sepolcro, seriamente pensò a prendere congedo dal mondo, e insieme a profittar di questo poco tempo per far penitenza de' molti suoi eccessi, e poter comparire in morte diverso da quello ch'era stato in vita[Annal. Franc. Metenses. Erchemp., Hist., cap. 19.]. Convocata una dieta de' suoi baroni, divise i regni fra i tre suoi figliuoli legittimi. ALodovico IIgià dichiarato imperadore, confermò il dominio dell'Italia. ALottariosuo secondogenito lasciò la Francia di mezzo, cioè il regno situato fra il Reno e la Mosa, di cui si è parlato all'anno 843. Dal nome di questo giovane re cominciò poi quell'ampio tratto di paese ad appellarsiLottaringia, che noi ora diciamoLorena, se non che la moderna Lorena è una parte picciolissima dell'antica. ACarlosuo terzogenito lasciò il regno della Provenza. Questi da Erchemperto vien chiamatoCarletto. Dopo di questo l'Augusto Lottario passò al celebre monistero di Prumia, nella diocesi di Treveri, e quivi preso l'abito monastico con tutta umiltà, rinunziò affatto agli affari del mondo presente, ed attese a prepararsi per l'altro. Da lì appunto a sei giorni, nel dì 28 di settembre, finì di vivere; principe saggio in morte, ma non così in vita, che a molte virtù accoppiò maggior numero di vizii, nè mai meritò di essere messo nel ruolo de' santi, come han fatto i buoni monaci, solamente perchè incalzato dalla vicina morte, per qualche giorno portò le divise di monaco. Fu egli il primo, a mio credere, che introdusse, oppur dilatò in Italia l'abuso, tanto tempo prima cominciato in Francia, di dare in commenda i monisteri non men dei monaci che delle monache, ai vescovi e ad altri ecclesiastici, e insino alle imperadrici e alle principesse reali, e fino ai secolari di corte o della milizia: abuso, dissi, che durò poi, anzi smisuratamente crebbe negli anni susseguenti, più forza avendo i cattivi che i buoni esempli nelcuore guasto degli uomini. Nell'epitaffio di questo principe si legge:Qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis.Anche il Blanc[Blanc, des Monnoyes de Rois.]pubblicò una sua moneta, nel cui diritto sta HLOTHARIVS IMP. AV., e nel rovescio VENECIA. Pensò l'Eccardo[Eccard., Rer. Franc., lib. 31, cap. 2.]bastante questa moneta a farci conoscere che la città di Venezia fosse in que' tempi sottoposta al dominio dei re franchi. Ma ciò è lontano dal vero. Dagli stessi diplomi degl'imperadori franzesi, citati dal Dandolo[Dandulus, tom. 11 Rer. Italicar.], chiaramente si ricava che quell'inclita città era esclusa dal regno d'Italia; e se riconosceva superiore, questi era tuttavia l'imperador de' Greci. LaVeneciadi quella moneta altro non è che la città di Vannes in Francia, appellata dai Latini Venecia. Così nelle monete d'allora s'incontra VIRDVNVM, CAMERACVS, MEDIOLANVM, perchè quivi furono esse battute.

Avvenne in quest'anno in Roma un accidente fastidioso, di cui ci ha informati il solo Anastasio bibliotecario[Anastas. Biblioth., in Vita. Leonis IV.]. Daniello maestro de' militi, ossia uno dei generali delle milizie, andò a trovare loimperador Lodovico, e gli rivelò che Graziano superista della città di Roma, creduto da esso Augusto uomo fedele nel di lui servigio, nella propria casa di esso Daniello avea detto a lui solo:Che i Franchi(ossiaFranzesi)niun bene faceano, niun aiuto davano al popolo romano(maltrattato o minacciato tutto dì dai Saraceni),e che piuttosto colla forza lo spogliavano delle loro sostanze. Perchè non chiamiamo piuttosto i Greci, trattando con esso loro un accordo di pace, e non ci leviamo di sotto al regno e alla signoria de' Franchi e della sua gente? Quare non advocamus Graecos, cum eis foedus componentes, et Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione non expellimus?Di più non occorse perchè l'Augusto Lodovico andasse nelle furie, e senza perdere tempo s'incamminasse alla volta di Roma con delle soldatesche, come si può credere, ma senza far precedere, giusta il costume, le lettere di avviso al papa e al senato romano. Contuttociò il buon papaLeone IVil ricevette coi soliti onori sopra le scalinate della basilica di san Pietro; e udite le sue querele, cercò di placarlo colle più dolci parole che seppe adoperare. In uno dei giorni appresso lo stesso imperadore, assiso col pontefice e con tutti i baroni romani e franzesi, tenne un solenne giudizio nella sala già fabbricata da papa Leone III. Quivi Daniello pubblicamente disse:Iste Gratianus habuit mecum consilium, hanc romanam terram de vestra tollere potestate, et Graecis tradere illam.Allora non solamente Graziano, ma i nobili romani tutti, alzatisi in piedi davanti all'imperadore, gridarono che costui mentiva, e non essere vero in conto alcuno ciò ch'egli diceva. Mancavano a Daniello i testimoni per provare l'accusa; e però come calunniatore secondo le leggi romane fu giudicato reo, ed egli stesso confessò il fallo; dopo di che fu dato in mano a Graziano, acciocchè ne facesse quel che gli parea. Ma avendolo poi l'imperadore chiesto in grazia, ed essendosenecontentato Graziano, costui restò liberato dal pericolo della morte. Se ne tornò a Pavia l'imperadore, e tal fine ebbe un sì delicato affare, dal quale, siccome avvertirono il padre Pagi e l'Eccardo chiaramente si deduce la sovranità degl'imperadori di que' tempi in Roma stessa e nel suo ducato. Poco stette dipoi il sommo ponteficeLeone IVad essere chiamato da Dio al premio delle fatiche da lui sostenute in un sì affannoso pontificato. Accadde la morte sua nel dì 17 di luglio; ma dura e durerà la memoria di questo papa, insigne per tante opere della sua pia munificenza descritte lungamente da Anastasio, ossia dall'autore della sua vita, ma più per la santità del viver suo, per cui meritò di essere registrato nel catalogo de' santi. A questo pontefice (piuttosto che a papa Leone terzo) credono gli eruditi, che si abbiano a riferir due squarci di lettere scritte, secondo Graziano[Gratian., cap. 9, Dissert. X, et cap. 14, 2, n. 17.], aLottarioeLodovico imperadori, nel primo de' quali son le seguenti parole:De capitulis vel praeceptis imperialibus vestris vestrorumque praedecessorum irrefragabiliter custodiendis et conservandis, quantum valuimus et valemus, Christo propitio, et nunc et in aevum nos conservaturos, modis omnibus profitemur. Et si fortasse quilibet alter vobis dixerit, vel dicturus est, sciatis, eum pro certo mendacem.Nel secondo si leggono quest'altre:Nos si incompetenter aliquid egimus, et subditis justae legis tramitem non conservavimvs, vestro, ac missorum vestrorum cuncta volumus emendare judicio. Inde magnitudinis vestrae magnopere clementiam imploramus, ut tales ad haec, quae diximus, perquirenda missos in his partibus dirigatis, qui Deum per omnia timeant, et cuncta (quemadmodum si vestra praesens fuisset imperialis gloria) diligenter exquirant. Et non tantum haec sola, quae superius diximus, quaerimus, ut examussim exagitent, sed sive minora, sive etiam majora illis sint de nobisindicata negotia, ita eorum cuncta legitimo terminentur examine, quatenus in posterum nihil sit, quod ex eis indiscussum vel inde finitum remaneat.Passi tali servono anche essi per farci sempre più intender il sistema del governo temporale d'allora in Roma.

Poco si tardò dopo la morte del santo pontefice Leone a venire all'elezion del successore: e questi fuBenedetto III, cardinale del titolo di san Calisto. Non già la papessa Giovanna, come una volta fu creduto, allorchè per l'ignoranza de' popoli si poteano spacciare ed erano buonamente ricevute anche le più spallate favole. Tale in fatti è ancor questa, nata solamente nel secolo decimoterzo, ma oggidì talmente confutata, e riconosciuta fin dai nemici della religion cattolica, che si renderebbe ridicolo chi assumesse di più sostenerla, o di maggiormente screditarla ed abbatterla. Ma l'assunzione di esso papa Benedetto non passò senza contrasto. Eravi una fazion contraria di Romani che segretamente teneva per Anastasio prete cardinale, già scomunicato e deposto nel concilio romano, e adoperò quante cabale potè per innalzarlo in questa congiuntura. Racconta Anastasio che eletto papa Benedetto,Clerus et cuncti proceres decretum componentes propriis manibus roboraverunt, et ut consuetudo prisca poscit, invictissimis Lothario ac Ludovico destinaverunt Augusti; il che ci fa sempre più intendere ch'era antico il costume, e tuttavia si osservava, di non consecrare il papa eletto, se non dappoichè informatone l'imperadore, prestava l'assenso suo. L'incarico di portar questo decreto alla corte imperiale fu dato aNiccolò vescovodi Anagni e aMercuriomaestro de' militi, cioè generale dell'armi, i quali arrivati a Gubbio trovarono il vescovo di quella cittàArsenio, che li guadagnò in favore dello scomunicato Anastasio. Pervenuti alla corte di Lodovico Augusto, in vece di promuovere gli interessi di Benedetto eletto, si studiarono di guadagnar la protezion di lui permettere esso Anastasio nella cattedra di san Pietro, con rappresentargli probabilmente che la seguita elezione era stata o simoniaca, o violenta, contuttochè il vero fosse che Benedetto avea fatta gran ripugnanza ad accettare il peso del pontificato. Spedì l'imperadore i suoi messi, i quali non sì tosto furono giunti alla città di Orta, che videro venir varii nobili de' primarii di Roma, tutti fautori di Anastasio; e poscia in vicinanza di Roma con loro si unironoRodoaldo vescovo di Porto ed Agatone vescovodi Todi. Intanto l'eletto papa Benedetto inviò incontro ai ministri imperiali due vescovi, ma questi contra l'intenzione dell'imperadore furono ritenuti e consegnati alle guardie. Nel giorno seguente andò ordine per parte di essi ministri a tutto il clero, senato e popolo romano di venir loro incontro sino a Ponte Molle, per intendere i comandamenti dell'imperadore. Così fecero, senza sapere che inganno fosse preparato. Con questo solenne accompagnamento l'accecato dalla sua ambizione Anastasio entrò nella basilica vaticana, poscia occupò il palazzo lateranense, e fatto spogliar Benedetto degli abiti pontificali, con istrapazzi non pochi il fece ritener sotto buona guardia. Allora furono incredibili gli urli e i pianti del clero e popolo, il quale nel giorno appresso si raunò nella chiesa di santa Emiliana, dove si portarono anche i ministri imperiali con grande alterigia, accompagnati da una copiosa frotta di armati, sperando pure o procurando d'indurli ad eleggere il suddetto miserabil Anastasio. Ma si trovò ne' vescovi specialmente, e poi nel resto del clero e popolo tal costanza in quel giorno e nel seguente, gridando tutti di voler Benedetto, e di essere pronti piuttosto a morire che ad accettare l'indegno personaggio loro proposto, che gli uffiziali dell'imperadore convennero nel loro sentimento, e fatto cacciar fuori del palazzo Anastasio suddetto, rimisero in libertà Benedetto. Dopo tre giorni di digiunofu solennemente confermata l'elezion di esso Benedetto, ed egli susseguentemente nel dì 24 di settembre consecrato, diede l'assoluzione a chiunque pentito la dimandò, fuorchè al vescovo di Porto.

Nel quarto dì di febbraio dell'anno presente fu celebrato in Pavia un concilio[Labbe, Concil., tom. 8.]di molti vescovi, presidenti del quale furonoAngilberto arcivescovodi Milano,Andrea patriarca di Aquileia(quando non si ammettaAndrea IIfra que' patriarchi, questo nome si dee credere posto in vece diTeutimaro; oppure quel concilio appartiene ad altro anno) eGiuseppevescovo d'Ivrea, arcicappellano della corte cesarea. Truovansi in esso pubblicati alcuni bei regolamenti per la disciplina ecclesiastica. Ed altri in fine ne aggiunse l'Augusto Lodovico, spettanti al buon governo civile, da me[Rer. Ital., Part. II, tom. 1 Leg. Langobard.]dati alla luce fra le leggi longobardiche. Truovasi dipoi esso imperadore da lì a quattro giorni in Mantova, da che si legge un suo diploma[Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 55.], dato in quellacittà VI idus februarii dell'anno presente, in favore diRorigo vescovodi Padova. Questo poi fu l'anno in cuiLottario Augustosuo padre cominciò a sentir sopra di sè la mano di Dio, e a riconoscere ch'era mortale. Assalito da una lenta malattia, cercò indarno medici che sapessero l'arte di guarirlo. Un tale avviso servì di sprone al suddettoimperador Lodovicoper desiderare un abboccamento conLodovico redi Germania suo zio, affine di averlo favorevole, ogni qual volta mancasse di vita suo padre. Secondo le notizie recate da Gian-Giorgio[Eccard., Rer. Franc., lib. 30.], Eccardo seguì il loro congresso in Trento. Ivi si trattò di molti affari utili alla Cristianità, ed amendue si partirono di là in buona concordia. Crescendo intanto ogni dì più la infermità dell'imperadore Lottario, ed accortosi egli di camminare a gran passiverso il sepolcro, seriamente pensò a prendere congedo dal mondo, e insieme a profittar di questo poco tempo per far penitenza de' molti suoi eccessi, e poter comparire in morte diverso da quello ch'era stato in vita[Annal. Franc. Metenses. Erchemp., Hist., cap. 19.]. Convocata una dieta de' suoi baroni, divise i regni fra i tre suoi figliuoli legittimi. ALodovico IIgià dichiarato imperadore, confermò il dominio dell'Italia. ALottariosuo secondogenito lasciò la Francia di mezzo, cioè il regno situato fra il Reno e la Mosa, di cui si è parlato all'anno 843. Dal nome di questo giovane re cominciò poi quell'ampio tratto di paese ad appellarsiLottaringia, che noi ora diciamoLorena, se non che la moderna Lorena è una parte picciolissima dell'antica. ACarlosuo terzogenito lasciò il regno della Provenza. Questi da Erchemperto vien chiamatoCarletto. Dopo di questo l'Augusto Lottario passò al celebre monistero di Prumia, nella diocesi di Treveri, e quivi preso l'abito monastico con tutta umiltà, rinunziò affatto agli affari del mondo presente, ed attese a prepararsi per l'altro. Da lì appunto a sei giorni, nel dì 28 di settembre, finì di vivere; principe saggio in morte, ma non così in vita, che a molte virtù accoppiò maggior numero di vizii, nè mai meritò di essere messo nel ruolo de' santi, come han fatto i buoni monaci, solamente perchè incalzato dalla vicina morte, per qualche giorno portò le divise di monaco. Fu egli il primo, a mio credere, che introdusse, oppur dilatò in Italia l'abuso, tanto tempo prima cominciato in Francia, di dare in commenda i monisteri non men dei monaci che delle monache, ai vescovi e ad altri ecclesiastici, e insino alle imperadrici e alle principesse reali, e fino ai secolari di corte o della milizia: abuso, dissi, che durò poi, anzi smisuratamente crebbe negli anni susseguenti, più forza avendo i cattivi che i buoni esempli nelcuore guasto degli uomini. Nell'epitaffio di questo principe si legge:

Qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis.

Qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis.

Anche il Blanc[Blanc, des Monnoyes de Rois.]pubblicò una sua moneta, nel cui diritto sta HLOTHARIVS IMP. AV., e nel rovescio VENECIA. Pensò l'Eccardo[Eccard., Rer. Franc., lib. 31, cap. 2.]bastante questa moneta a farci conoscere che la città di Venezia fosse in que' tempi sottoposta al dominio dei re franchi. Ma ciò è lontano dal vero. Dagli stessi diplomi degl'imperadori franzesi, citati dal Dandolo[Dandulus, tom. 11 Rer. Italicar.], chiaramente si ricava che quell'inclita città era esclusa dal regno d'Italia; e se riconosceva superiore, questi era tuttavia l'imperador de' Greci. LaVeneciadi quella moneta altro non è che la città di Vannes in Francia, appellata dai Latini Venecia. Così nelle monete d'allora s'incontra VIRDVNVM, CAMERACVS, MEDIOLANVM, perchè quivi furono esse battute.


Back to IndexNext