DCCCLXXVII

DCCCLXXVIIAnno diCristoDCCCLXXVII. Indiz.X.Giovanni VIIIpapa 6.Carlomannore d'Italia 1.Fece nel marzo di quest'anno la vedova imperadriceAngilberga, stando in Brescia nel monistero di santa Giulia, l'ultimo suo testamento, pubblicato dal Campi[Campi, Hist. Ecclesiast. Piacent., lib. 7.], in cui lascia al monistero delle monache di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza, un'immensa quantità di beni, cioè case, poderi e ville, ivi chiamatecorti, fra le quali si vede Campo Migliaccio nel modenese, Corte nuova, Pigognaga, Felina, Guastalla e Luzzara nel reggiano; Cabroi e Masino nel contado di Staziona, oggidì Anghiera sul Lago Maggiore; Brunago e Trecate nel contado di Burgaria, oggidì nel distretto di Milano, per tacere d'altri luoghi. Lascia altri beni per lo spedale degl'infermi e pellegrini, edificato in vicinanza d'esso monistero, secondo il costume d'allora, pochi essendo stati i monisteri che non avessero spedale pubblico, perchè o non si usavano, o rarissime erano quelle che oggidì chiamiamo osterie. E tutto ciò è donatopro remedio et mercede animae ejusdem clementissimi imperatoris(Lodovico II)domini et senioris mei, et meae. Si riserva, finchè vivrà, il patronato e il governo sì del monistero che dello spedale, con soggiugnere:Post meum vero obitum volo atque decerno, ut si Ermengarda unica mea filia religiosa veste induerit, ipsa provisionem ejusdem loci mea vice suscipiat, ec.Quod si illa, me de hac vita transeunte, religionis veste induta non fuerit, volo atque instituo, ut de ipso monasterio atque xenodochio, ec.nullam deminorationem faciat, ec. Questa sua ultima volontà la fece ella confermare daGiovanni VIIIcon bolla datakalendis augustiper manum Johannis episcopi, missi et apocrisarii sanctae sedis apostolicae, imperante domno nostro Carolo, a Deo coronato magno imperatore, secundo, et post consolatum ejus anno secundo, indictione X.Quando si legge di Ermengarda in esso testamento, ci fa vedere che non doveva essere per anche seguito ciò che narrano gli Annali bertiniani[Annal. Franc. Bertiniani.]all'anno precedente 876 con queste parole:Boso, postquam imperator ab Italia in Franciam rediit, Berengarii Everardi filii factione filiam Hludovici imperatoris Hirmengardam, quae apud eum morabatur, iniquo cortudio in matrimonium sumsit.Intorno a che è da avvertire cheBerengarioduca o marchese del Friuli, siccome dicemmo, s'era nell'anno 875 unito con Carlomanno contra di Carlo Calvo; ma essendo prevaluta in que' contrasti la fortuna di Carlo con divenire re d'Italia ed imperador de' Romani, questo duca, accomodandosi anch'egli al tempo, cangiò mantello, e strinse buona amicizia conBosone duca, lasciato da esso imperadore al governo e alla difesa di Lombardia. Erasi per avventura ricoverata nella corte d'esso Berengario la poco fa nominataErmengarda, unica figliuola del defunto imperador Lodovico II, stante la parentela che passava fra loro. ImperocchèEberardoduca o marchese del Friuli, padre diUnrocoe dello stessoBerengario,aveva avuta per moglie Gisela o Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, e perciò sorella di Carlo Calvo Augusto, e zia paterna del suddetto imperadore Lodovico II. Nel testamento d'esso Everardo, che citai di sopra all'anno 867, manifestamente si vede cheGislaera il nome di sua moglie. Che poi questa principessa avesse per padre Lodovico Pio Augusto, e Giuditta imperadrice, lo negò bensì Adriano Valesio[Valesius, in Praefat. ad Panegyr. Berengarii.], ma si raccoglie da Agnello[Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 185.], scrittore contemporaneo, il quale nelle vite degli arcivescovi di Ravenna, dopo aver nominati i figliuoli d'esso Augusto a lui nati dall'imperadrice Ermengarda, seguita a dire:ad Carolum vero(cioè al Calvo)plus fertilem et opimam largivit partem; et Giselam filiam suam tradidit marito Curado(si dee scrivere Evrardo)piissimus homo(probabilmente in vece dipiissimo homini).Hunc et hanc Judith Augusta parturit.Anche nello Spicilegio del padre Dachery[Dachery, Spicileg.]si legge una donazione fatta da essaGisla, in cui nomina riverentementeCarlo Calvosuo fratello. Ecco dunque per maggiore chiarezza la tavola onde risulta la parentela di Ermengarda con Berengario.LODOVICO PIO IMPERADOREmorto nell'anno 840.Carlo Calvo imperad.Lodovico re di GermaniaLottario imperadore morto nell'anno 855.Gisela moglie di Eberardo duca del Friuli morto circa l'anno 867.Carlomanno re d'ItaliaCarlo il Grosso imper.Lodovico II re di GermaniaLodovico II. imper. morto nell'anno 875.Unroco duca o marchese del FriuliBerengario duca o marchese del Friuli, poscia re d'Ital. ed imperad.Ermengarda moglie di Bosone duca di Lombardia.Ora Bosone considerando la nobiltà diErmengarda, figliuola di un imperadore, e più la pingue eredità ch'ella portava seco, affine di ottenerla per moglie, segretamente se l'intese con Berengario. Bramava ancor questi di mettersi bene in grazia di Bosone, cioè di chi era fratello dell'imperadrice Richilda, ed arbitro allora del regno d'Italia. Fecero dunque una furberia e collusione iniqua per trarre a fine questo negozio. E qual fosse può ricavarsi dagli Annali di Fulda[Annal. Franc. Fuldenses.], i quali all'anno 878, parlando diBosone conte(che così ancora si veggono non rade volte allora appellati i duchi e marchesi), hanno le seguenti parole:Quia propria uxore veneno extincta, filiam Hludovici imperatoris de Italia per vim rapuerat.Dovette essere il concerto che Bosone facesse vista di averla rapita per forza, acciocchè a Berengario non venisse dato qualche carico presso la vedovaimperadrice Angilberga, nè presso i figliuoli diLodovico Ire di Germania, di aver tenuta mano a sì fatto matrimonio: poichè quanto a Bosone, ne doveva egli avere un segreto consenso da Carlo Calvo Augusto, mercè della sorella, cioè della suddetta imperadrice Richilda. Cosa poine avvenisse, lo vedremo fra poco. Nè si vuol tacere che il medesimo Bosone (non se ne sa il pretesto) avea ritenuto nell'anno precedenteLeone, nipote dipapa Giovanni VIII, ePietro, amendue vescovi e legati, spediti da esso pontefice alla corte dell'imperador Carlo[Epist. 7 Johannis Papae VIII.]: della quale ingiuria si dolse non poco con lui esso papa Giovanni.Era intanto in grandi faccende questo papa per gli danni che tuttavia recavano i Saraceni al ducato romano con timore di peggio. Non sapeva egli digerire cheSergio II ducadi Napoli cristiano avesse non solamente stabilita pace con que' nemici del nome cristiano, ma anche una specie di lega ed unione con loro. Per disciogliere questa indegna alleanza, si portò egli in persona a Napoli verisimilmente nel gennaio di quest'anno; fece quante calde esortazioni potè a quel duca; e per tentar pure di guadagnarlo[Epist. 38 et seqq. ejusdem.], consecrò vescovo di quella cittàAtanasiojuniore, fratello del medesimo duca; ma non riportò a Roma se non delle parole, perchè ad esse non tenne dietro alcun fatto. Questo è il viaggio,del quale parla Erchemperto[Erchempertus, Hist., cap. 39.], con aggiugnere cheLamberto duca di SpoletieGuidosuo fratello andarono in compagnia del papa, il quale usò il medesimo studio per istaccar dall'amicizia de' SaraceniGuaiferioprincipe di Salerno,Pulcareduca di Amalfi, eDocibileipato, ossia duca di Gaeta. Del suddetto Guaiferio principe salernitano si legge una donazione fatta nell'anno 877, e da me pubblicata[Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 831.]. A seconda dei suoi desiderii questi operarono. Gagliardissime istanze parimente fece adAionevescovo di Benevento, affinchè inducesse il fratello, cioèAdelgiso principedi quel ducato, a ritirarsi dalle convenzioni fatte con quegl'infedeli, con dire fra l'altre cose[Epist. 45 Johannis Papae VIII.]:Nos, cooperante gratia Christi, tam cum carissimo filio nostro Lamberto glorioso duce(di Spoleti)qui nobis in omnibus haeret, quam cum aliis Dominum timentibus, desudabimus, ut impium foedus cum Agarenis habitum dissolvatur. E perciocchè esso papa intese cheGregorio imperial pedagogoera venuto in Calabria e a Bari con un'armata spedita dall'imperadore Basilio, anche a lui scrisse, pregandolo pel soccorso di alcuni per nettare dai Saraceni il littorale romano. Ma le maggiori premure di papa Giovanni erano presso all'imperadorCarlo Calvo, acciocchè menasse o mandasse delle forze bastanti a ripulsar que' Barbari, che già aveano disertata la Campania e la Sabina, e scorreano fino alle vicinanze di Roma. Son patetiche le sue lettere in questo affare[Epist. 47 ejusdem.]. Aveva in questi tempiAdalardo vescovodi Verona impetrato da esso imperadore in benefizio, ossia in commenda, l'insigne monistero di Nonantola, posto nel territorio di Modena,quod pro Dei, tantique loci reverentia nullus umquam episcoporum vel judicum in beneficium quaesierat, suisque usibus, coarctatis extrema egestate monachis, applicavit;e ciò con isprezzo de' privilegii della Sede apostolica: disordine che anche in Italia avea cominciato a prendere gran piede. Però lo scomunicò, e ne diede avviso adAnsperto arcivescovodi Milano, aGualperto patriarcad'Aquileia e al clero di Verona. Convien credere che al vedersi i Romani così maltrattati, anzi divorati dai Saraceni, e minacciati di mali anche più terribili, senza che dopo tante istanze Carlo Calvo movesse un dito per soccorrerli: difficilmente potessero tenere in freno la lingua dallo sparlare contra di lui con dire:A che ci serve questo imperadore che si gloria d'essere nostro sovrano, nè vuol poscia ne' gravissimi bisogni recarci un menomo aiuto, e intanto attende solo a far delle guerre ingiuste contra de' suoi nipoti? S'egli dimentica il suo dovere, saremo scusati se dimenticheremo ancor noi il nostro, e se cercheremo altro miglior signore.Rapportate a Carlo Calvo queste mormorazioni e minacce di sottrarsi al suo dominio, dovette egli far delle gravi doglianze col papa per la fede vacillante del popolo. Ora il pontefice per quetar lui, e reprimere eziandio le licenziose voci dei Romani, tenne nel febbraio dell'anno presente un concilio di vescovi in Roma, nel quale, dopo la protesta di aver già eletto ed unto in imperadore Carlo figliuolo di Lodovico Augusto[Labbe, Concil., tom. 9.],una cum annisu et voto omnium fratrum et coepiscoporum nostrorum, atque aliorum sanctae romanae Ecclesiae ministrorum, amplique senatus, totiusque popoli romani, gentisque togatae, et secundum priscam consuetudinem: conferma e fa confermare da tutti la elezione e consecrazione di lui. Non si può leggere senza stupore, per non dir altro, l'allocuzione ivi fatta da papa Giovanni, perchè contenente una sparata tale di lodi di Carlo Calvo, che chiunque è intendente della storia d'allora, manifestamente conosce essere esorbitanti, nè convenienti alla gravità e maestà di chi le propone. Non aveano certo i precedentipapi negli Annali de' Franchi conosciuto in lui que' pregi che qui gli vengono dalla sola adulazione attribuiti. Poscia si venne alla scomunica contra qualsivoglia persona che osasse, per qualunque titolo, turbar questa elezione e seminar discordie, con dichiararli ministri del diavolo e nemici di Dio, della Chiesa e della Cristianità. Abbiamo una lettera scritta da esso papa Giovanni[Epist. 61 Johannis VIII Papae.]aLamberto glorioso ducadi Spoleti, da cui si scorge che esso duca avea ricevuto ordine dall'imperadore di portarsi a Roma, e di obbligare i Romani a dar degli ostaggi della lor fedeltà: chiaro contrassegno della sovranità conservata anche da questo imperadore in Roma. Risponde il pontefice:Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides datos: quanto minus istorum, qui fidelitatem augustalem et mente custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt?Chiaramente poi protesta di dubitare se quest'ordine si sia spiccato dall'imperadore stesso, perchè non gli par probabile ch'esso Augusto avesse tenuto segreto ad esso papa un tal disegno,et ipsum imperatorem non credimus suum nos velle secretum latuisse. In somma gli fa sapere che non s'incomodi per venire a Roma, altrimente non sarà ricevuto.Quum autem, Deo juvante, ad unam concordiam et unam quietem reipublicae caussa redierit, et litis figmenta, quae tamquam telas aranearum putamus, contra augustalem majestatem oborta, sopita exstiterint: allora sarà amichevolmente accolto esso Lamberto: dal che si conferma che titubavano non poco i Romani nella fedeltà giurata a Carlo Calvo; e probabilmente soffiavano in questo fuoco i figliuoli diLodovico Ire di Germania, pretendenti anche essi all'imperio. Dicesi data la suddetta lettera di papa GiovanniXII kalendas novembris, Indictione XI, cioè nel dì 26 d'ottobre dell'anno presente. Ma si conosce che vi ha errore, ed esser ella (al che non s'è badato fin qui) fuor di sito; perchè ivisi parla d'unimperadorvivente, e Carlo Calvo era già mancato di vita (siccome diremo) nel dì 13 di esso mese, nè Carlomanno era imperadore. Però questa lettera probabilmente fu scritta nell'ottobre dell'anno precedente, e in vece diIndictione XI, s'ha da scrivereIndictione X.Venne poscia l'infaticabil papa a Ravenna, dove nel mese d'agosto, se pur non fu in giugno, tenne un concilio numeroso di 130 vescovi. Girolamo Rossi, Giovan-Giorgio Eccardo, ed altri hanno moltiplicato i concilii tenuti da papa Giovanni in Ravenna. Non so io dire se più d'uno egli ne celebrasse. Ben so che in questo anno quivi si tenne la suddetta sacra assemblea[Labbe, Concilior., tom. 9.], ciò costando da varie lettere del medesimo papa. Furono in esso concilio fatti diciannove canoni; e il Dandolo scrive[Dandol. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]che si diede fine alla controversia insorta fraOrso dogedi Venezia ePietro patriarcadi Grado, perchè questi ricusava di consecrar vescovo di Torcello, a requisizion del doge,Domenico abbatedel monistero di Altino. Fu determinato che finchè vivesse il patriarca, egli resterebbe privo della consecrazione, ma godrebbe le entrate di quel vescovato. Aggiugne quello storico, che l'armata navale de' Saraceni arrivò sotto Grado, e le diede più assalti, ma indarno, per la valorosa difesa de' cittadini. Portata questa nuova a Venezia, inviò il doge con uno stuolo di navi Giovanni suo figliuolo al loro soccorso. Non credettero bene que' Barbari di aspettarlo, ed alzate le ancore vennero alla città di Comacchio, e le diedero il sacco. Fu poco appresso dal popolo di Venezia eletto doge e collega del padre essoGiovanni. Confessa il Dandolo che in questi tempi i mercatanti veneziani comperando dai corsari (o Saraceni o Schiavoni) i poveri cristiani, fatti da loro schiavi, ne facevano poi traffico, vendendoli anche agl'infedeli. A tale iniquitàil doge e popolo veneziano cercarono il rimedio con pubblicare un rigoroso divieto, e intimar gravi pene a chiunque contravvenisse. Seguitava intantoSergio II ducadi Napoli a tenere stretta corrispondenza e una specie di lega coi Saraceni, nè voleva, per quanto gridasse papa Giovanni[Epist. 66 et 67 Johannis Papae VIII.], distorsene, ingannato dai consigli diAdelgiso principedi Benevento, e diLamberto ducadi Spoleti, uomo doppio ed avvezzo a pescare nel torbido. Non potendo, nè volendo papa Giovanni soffrire tanta iniquità, lo scomunicò. Sergio, irritato per questo, mosse guerra aGuaiferio principedi Salerno, che avea non solo rinunziato alla amicizia di coloro, ma eziandio parecchi ne avea già tagliati a pezzi. Otto giorni dopo la scomunica Guaiferio prese ventidue soldati napoletani, a' quali fece tagliar la testa: che così n'avea commissione da papa Giovanni. Qui nondimeno non finì la faccenda.Atanasio vescovodi Napoli ascoltò volentieri in tal congiuntura le suggestioni dell'ambizione; e giacchè oltre i romani pontefici, che da più d'un secolo godevano temporal dominio di stati, ancheLandolfo vescovodi Capoa come principe signoreggiava quella città, con questi esempli davanti agli occhi pensò anch'egli a farsi padrone in temporale della patria sua. Pertanto formata una congiura, fece prendere ilduca Sergiosuo fratello, e dopo avergli fatto cavar gli occhi, il mandò prigione a Roma, dove miserabilmente terminò i suoi giorni. Non gli fu difficile il farsi poco appresso proclamar duca di Napoli. Di questa azione ne fu mirabilmente lodato Atanasio da papa Giovanni, come apparisce da una sua lettera. E che anch'egli avesse intelligenza di questo fatto e vi desse braccio, pare che si raccolga dal dirsi quivi:Nos namque aliis omnibus mancosis datis, mille quadrigentos vobis dare debemus, quos vestrae dilectioni aut in initio quadragesimae, aut in die sanctae resurrectionisvobis procul dubio dirigemus. Scrisse anche ai Napoletani, lodandoli di quanto aveano operato, e promettendo loro il danaro, concertato verisimilmente per muoverli contra di Sergio. Queste nondimeno furono picciole avventure rispetto a quelle dell'imperador Carlo Calvo[Annales Franc. Bertiniani.]. Ricevette egli a CompiegnePietro vescovodi Fossombrone ePietro vescovodi Sinigaglia, nunzii a lui spediti dal papa per sollecitarlo a venire in Italia, per liberar dagl'insulti de' Saraceni il ducato romano: al che si era egli obbligato con varie promesse. Determinò di venire; ma prima attese a quotare i corsari normanni, gran flagello allora della Francia, col pagamento delle contribuzioni ordinate: al qual fine impose una grave tassa a tutti i secolari ed ecclesiastici del suo regno. Raunata parimente gran copia d'oro, d'argento e d'altre preziose cose, e un grosso nerbo di cavalleria, calò finalmente in Italia accompagnato dall'imperadrice Richildasua consorte. A Vercelli fu ad incontrarlo papa Giovanni. Se crediamo a Reginone, fu in questa occasione che[Regino, in Chron.]fu data in moglie aBosone duca Ermengardafiglia del fu Lodovico II Augusto.Bosoni germano Richildis reginae Hermingardem filiam Ludovici imperatoris in matrimonium jungit. Dies nuptiarum tanto apparatu, tantaque ludorum magnificentia celebratus est, ut hujus celebritatis gaudia modum excessisse ferantur. Dedit etiam eidem Bosoni provinciam, et corona in vertice capitis imposita, eum regem appellari jussit, ut more priscorum imperatorum regibus denominari videretur.Può patire delle difficoltà questo racconto di Reginone per quel che riguarda l'aver Carlo Calvo dichiarato re di Provenza in tal congiuntura Bosone: perchè, secondo gli Annali bertiniani, Bosone solamente due anni dappoi, per impulso della moglie, prese il titolo di re; ma non dovrebbe già aver egli sognatole nozze di lui, nè la gran pompa con cui furono celebrate. Certo Bosone non isposò Ermengarda, allorchè nell'anno precedente Carlo Calvo si trovò in Lombardia, perchè solamente dacchè Carlo fu ritornato in Francia, egli la rapì. Il tempo proprio per tali nozze fu il ritorno in Italia d'esso imperadore, e la presenza ancora di Richilda Augusta, sorella di esso Bosone.Stavasene tripudiando in Pavia Carlo imperadore col papa, quando eccoti giugnere avviso cheCarlomannosuo nipote, cioè il primogenito diLodovico Ire di Germania, con un grosso esercito di Tedeschi calava in Italia, non per intervenire a quelle feste, ma per fare una visita disgustosa all'Augusto suo zio. Le parole degli Annali fuldensi son queste:[Annales Francor. Fuldenses.]Quod quum Carolus comperisset, illico juxta consuetudinem suam fugam iniit. Omnibus enim diebus vitae suae, ubicumque necesse erat adversariis resistere, aut palam terga vertere, aut clam militibus suis effugere solebat.Confessa anche l'autor franzese degli Annali di san Bertino[Annales Francor. Bertiniani.]che Carlo Calvo sbigottito per quella nuova, nuova certo non falsa, se ne scappò col papa a Tortona, dove l'imperadrice Richilda appena ebbe ricevuta la consecrazione imperiale dalle mani d'esso pontefice, che prese la fuga col tesoro verso la Morienna. Stette alquanto in essa città di Tortona Carlo Augusto col papa, aspettando che venissero a trovarlo i primati del suo regno, cioèUgo abbate,Bosoneed altri, come era il concerto; e saputo che non venivano, subito che intese l'avvicinamento di Carlomanno, frettolosamente si incamminò egli verso la Savoia. Anche il papa non perdè tempo a ritornarsene a Roma, ma di mala voglia, riportando seco in vece di un esercito un Crocefisso d'oro di gran peso, e tempestato di gemme preziose, per la basilica di san Pietro, che Carlo Calvo gli avea donato.Fu preso per istrada l'imperador dalla febbre, e portato di là dal monte Cenisio a un luogo appellato Brios, colà fece venir dalla Morienna l'imperadrice, e poscia finì di vivere nel dì 15 d'ottobre. Attestano tutti gli Annalisti, essere stata allora voce comune che egli morisse di veleno, a lui dato o mandato da Sedecia medico ebreo, suo favorito, in una medicina, per liberarlo dalla febbre. Il liberò questa da tutti i mali. Aperto il suo cadavero, e levate le interiora, come si potè il meglio, bagnato con vino e sparso d'aromi, fu posto in una bara per portarlo a seppellire a Parigi nel monistero di san Dionisio, in esecuzione degli ordini da lui lasciati prima di morire. Ma non potendo reggere i portatori allo eccessivo fetore, misero quel corpo in una botte ben impegolata di dentro e di fuori, e coperta di cuoio. Neppur questo ripiego bastò a levare lo straordinario puzzo; però allorchè furono giunti ad una chiesetta di monaci nella diocesi di Lione, quivi seppellirono sotterra la botte col corpo stesso.Sic transit gloria mundi.Per ordine poi diLodovico Balbosuo figliuolo e successore nel regno, portate l'ossa sue a Parigi, qui ebbero più degna sepoltura. Andrea prete[Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.]nella Cronichetta più volte citata scrive che Carlo Calvo creato imperadore se ne tornò a Pavia nel gennaio,Indictione nonacioè nell'anno 876.Quumque idem Carolus imperator de Roma reversus in Papia sederet, audivit quod Karlomannus Hludovici filius contra eum veniret; quumque exercitum suum adunare vellet, et cum eo bellum gerere, quidam de suis, in quorum fidelitate maxime confidebat, ab eo defecti, cum Karlomanno se conjungebant. Quod ille videns, fugam iniit, et in Galliam repedavit, statimque in ipso itinere mortuus est. Karlomannus vero regnum Italiae disponens post non multum tempus ad patrem in Bajoariam reversus est.Due grossi errori son qui, etali, che fan conoscere o che esso Andrea non iscrisse in questi tempi, o che alla Cronichetta in fine sono state da altri aggiunte le suddette parole. Due furono le venute in Italia di Carlo Calvo, e non una sola. Nè egli terminò sua vita nell'anno 876, ma bensì nell'877. Oltre a ciò, Carlomanno non potè andare a trovar il padre in Baviera, perchè questi era già morto nell'anno precedente. Dagli Annali bertiniani, che ci han conservate le notizie riferite di sopra, un'altra ne abbiamo: cioè, cheKarlomannus mendaci nuncio audiens, quod imperator et papa Johannes super eum cum multitudine maxima bellatorum venirent, et ipse fugam arripuit per viam, quam venerat. Ma verisimilmente questo autore si lasciò in ciò ingannare da qualche diceria del volgo. Carlomanno sen venne senza paura alcuna in Lombardia, e quivi attese a mettersi in possesso della corona di Italia, e a farsi eleggere o riconoscere re dai baroni del regno, che a poco a poco andarono a sottomettersi a lui. Ho io pubblicato[Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.]un suo diploma, dato in favore dei monaci di san Colombano di Bobbio (monistero allora goduto in benefizio da non so qual persona potente)XIII kalendas novembris, anno Christo propitio, I regni domni Karlomanni serenissimi regis in Italia, Indictione XI. Actum in Curte Nova villa regia.Un altro pure[Ibid. Dissert. LXIV.], con cui dona una chiesa al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, fondato daAngilberga Augusta, chiamata da lui nostra sorella, cioè spirituale, è datoXIV kalendas novembris anno, Christo propitio, I regni. Actum in Curte sancti Ambrosii, quae vocitatur Cassianum juxta Attuam fluvium, Indictione XI.Un altro ancora in favore[Ibid. Dissert. LXX.]delle monache della Posterla di Pavia fu datoXII kalendas decembris anno, Christo propitio, I regni. Actum civitate Verona, Indictione XI.Se in tali documenti l'indizionecomincia in settembre, come io credo, essi appartengono all'anno presente. Anche nella Cronica casauriense[Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.]si legge un suo diploma dato in PaviaXVII kalendas novembris anno secundo regni(cioè di Baviera),Indictione decima: il che dà indizio che egli non avesse per anche assunto il titolo di re d'Italia nel dì 16 d'ottobre. Ma in vece diIndictione decimadovrebbe leggersi iviundecima, che così hanno gli altri suoi diplomi, poco fa accennati. Tralascio altri diplomi di esso re, da me pubblicati nelle Antichità italiche[Antiq. Ital. Dissert. XVII.]ed altrove. Ma non pertanto non voglio lasciar di avvertire che uno strumento originale, da me veduto in Lucca, porta queste note:Regnante domino nostro Karlomanno piissimo rege anno regni ejus, postquam, Deo propitio, in Italiam ingressus est, primo, pridie idus novembris, Indictione duodecima, cioè nell'anno 878, nel dì 12 di novembre. Adunque nello stesso dì nell'anno precedente egli non era per anche re. Un altro è scritto:Anno II Karlomanni pridie nonas decembris, Indictione XIII, cioè nell'anno 879, se la indizione ha avuto principio nel settembre. Adunque neppur nel dì 4 di dicembre dell'anno 877 egli sarebbe stato re d'Italia. Contuttociò assai fondamento c'è per mettere in dubbio che Carlomanno sbigottito se ne tornasse indietro per la via, per cui era venuto. E non tardò egli, udita che ebbe la morte di Carlo Calvo Augusto, a ragguagliarne con sue lettere papa Giovanni, con aggiugnere d'essere stato ben accolto in Italia, e che dopo una scorsa che gli conveniva di fare in Germania, per parlare co' suoi fratelli, intenzione sua era di venire in Roma per ricevere la corona dell'imperio, promettendo di esaltare più di tutti i suoi antecessori la Chiesa romana. Il papa gli risponde[Epist. 63 Johannes Papae VIII.], che a suo tempo, cioè dopo il suo ritorno,gl'invierà i suoi legaticum pagina capitulariter continente ea, quae vos matri vestrae romanae Ecclesiae, vestroque protectori beato Petro apostolo perpetualiter debetis concedere. Il prega di non ammettere nè di ascoltareinfideles nostros, nostraeque vitae insidiantes. La sua lettera è data nel novembre dell'anno presente. In un'altra[Epist. 72 Johannis Papae VIII.], aLamberto glorioso conte scritta, gli fa sapere di aver inteso ch'esso Lamberto medita di venire a Roma, per dar favore ai nemici ed infedeli del medesimo pontefice, e cheeos rebus et beneficiis contra nostram etiam voluntatem inconvenienter restituere debeatis. Vuol dire diFormoso vescovodi Porto, e d'altri simili ch'egli avea scomunicati. Però dice che nol riceverà, se viene per questo. Con altra lettera[Epist. 68 ejusdem.]ancora gli notifica la risoluzione sua di passar per mare in Francia,per iter marinum, mostrando di andar colà per trattare col reCarlomannointorno alla difesa della terra di san Pietro e di tutta la Cristianità; ma non se gli farà torto a credere ch'egli avesse dell'altre segrete mire, perchè l'andar per mare non era il viaggio proprio per trovar Carlomanno. Per questa ordina a Lamberto di non molestare gli stati della Chiesa, altrimenti gl'intima la scomunica. Intanto prima che terminasse l'anno[Annales Franc. Fuldenses et Bertiniani.], il re Carlomanno se ne tornò in Germania; ma seco portando una pericolosa malattia, che quasi per un anno il tenne languente. Cacciossi anche la peste nell'armata sua, per cui molti solamente tossendo cadevano morti. Una lettera di Giovanni papa, scritta in quest'anno (se pur non appartiene al precedente) adIncmaro arcivescovodi Rems[Marlot. Hist., Remens. lib. 3, cap. 34.],per manus Anastasii bibliothecarii, ci fa conoscere che fino a questi tempi visseAnastasio bibliotecario, scrittore celebre della Chiesa romana, a cui spezialmentesiam tenuti per avere raccolte e a noi conservate le vite dei papi.

Fece nel marzo di quest'anno la vedova imperadriceAngilberga, stando in Brescia nel monistero di santa Giulia, l'ultimo suo testamento, pubblicato dal Campi[Campi, Hist. Ecclesiast. Piacent., lib. 7.], in cui lascia al monistero delle monache di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza, un'immensa quantità di beni, cioè case, poderi e ville, ivi chiamatecorti, fra le quali si vede Campo Migliaccio nel modenese, Corte nuova, Pigognaga, Felina, Guastalla e Luzzara nel reggiano; Cabroi e Masino nel contado di Staziona, oggidì Anghiera sul Lago Maggiore; Brunago e Trecate nel contado di Burgaria, oggidì nel distretto di Milano, per tacere d'altri luoghi. Lascia altri beni per lo spedale degl'infermi e pellegrini, edificato in vicinanza d'esso monistero, secondo il costume d'allora, pochi essendo stati i monisteri che non avessero spedale pubblico, perchè o non si usavano, o rarissime erano quelle che oggidì chiamiamo osterie. E tutto ciò è donatopro remedio et mercede animae ejusdem clementissimi imperatoris(Lodovico II)domini et senioris mei, et meae. Si riserva, finchè vivrà, il patronato e il governo sì del monistero che dello spedale, con soggiugnere:Post meum vero obitum volo atque decerno, ut si Ermengarda unica mea filia religiosa veste induerit, ipsa provisionem ejusdem loci mea vice suscipiat, ec.Quod si illa, me de hac vita transeunte, religionis veste induta non fuerit, volo atque instituo, ut de ipso monasterio atque xenodochio, ec.nullam deminorationem faciat, ec. Questa sua ultima volontà la fece ella confermare daGiovanni VIIIcon bolla datakalendis augustiper manum Johannis episcopi, missi et apocrisarii sanctae sedis apostolicae, imperante domno nostro Carolo, a Deo coronato magno imperatore, secundo, et post consolatum ejus anno secundo, indictione X.Quando si legge di Ermengarda in esso testamento, ci fa vedere che non doveva essere per anche seguito ciò che narrano gli Annali bertiniani[Annal. Franc. Bertiniani.]all'anno precedente 876 con queste parole:Boso, postquam imperator ab Italia in Franciam rediit, Berengarii Everardi filii factione filiam Hludovici imperatoris Hirmengardam, quae apud eum morabatur, iniquo cortudio in matrimonium sumsit.Intorno a che è da avvertire cheBerengarioduca o marchese del Friuli, siccome dicemmo, s'era nell'anno 875 unito con Carlomanno contra di Carlo Calvo; ma essendo prevaluta in que' contrasti la fortuna di Carlo con divenire re d'Italia ed imperador de' Romani, questo duca, accomodandosi anch'egli al tempo, cangiò mantello, e strinse buona amicizia conBosone duca, lasciato da esso imperadore al governo e alla difesa di Lombardia. Erasi per avventura ricoverata nella corte d'esso Berengario la poco fa nominataErmengarda, unica figliuola del defunto imperador Lodovico II, stante la parentela che passava fra loro. ImperocchèEberardoduca o marchese del Friuli, padre diUnrocoe dello stessoBerengario,aveva avuta per moglie Gisela o Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, e perciò sorella di Carlo Calvo Augusto, e zia paterna del suddetto imperadore Lodovico II. Nel testamento d'esso Everardo, che citai di sopra all'anno 867, manifestamente si vede cheGislaera il nome di sua moglie. Che poi questa principessa avesse per padre Lodovico Pio Augusto, e Giuditta imperadrice, lo negò bensì Adriano Valesio[Valesius, in Praefat. ad Panegyr. Berengarii.], ma si raccoglie da Agnello[Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 185.], scrittore contemporaneo, il quale nelle vite degli arcivescovi di Ravenna, dopo aver nominati i figliuoli d'esso Augusto a lui nati dall'imperadrice Ermengarda, seguita a dire:ad Carolum vero(cioè al Calvo)plus fertilem et opimam largivit partem; et Giselam filiam suam tradidit marito Curado(si dee scrivere Evrardo)piissimus homo(probabilmente in vece dipiissimo homini).Hunc et hanc Judith Augusta parturit.Anche nello Spicilegio del padre Dachery[Dachery, Spicileg.]si legge una donazione fatta da essaGisla, in cui nomina riverentementeCarlo Calvosuo fratello. Ecco dunque per maggiore chiarezza la tavola onde risulta la parentela di Ermengarda con Berengario.

LODOVICO PIO IMPERADOREmorto nell'anno 840.Carlo Calvo imperad.Lodovico re di GermaniaLottario imperadore morto nell'anno 855.Gisela moglie di Eberardo duca del Friuli morto circa l'anno 867.Carlomanno re d'ItaliaCarlo il Grosso imper.Lodovico II re di GermaniaLodovico II. imper. morto nell'anno 875.Unroco duca o marchese del FriuliBerengario duca o marchese del Friuli, poscia re d'Ital. ed imperad.Ermengarda moglie di Bosone duca di Lombardia.

Ora Bosone considerando la nobiltà diErmengarda, figliuola di un imperadore, e più la pingue eredità ch'ella portava seco, affine di ottenerla per moglie, segretamente se l'intese con Berengario. Bramava ancor questi di mettersi bene in grazia di Bosone, cioè di chi era fratello dell'imperadrice Richilda, ed arbitro allora del regno d'Italia. Fecero dunque una furberia e collusione iniqua per trarre a fine questo negozio. E qual fosse può ricavarsi dagli Annali di Fulda[Annal. Franc. Fuldenses.], i quali all'anno 878, parlando diBosone conte(che così ancora si veggono non rade volte allora appellati i duchi e marchesi), hanno le seguenti parole:Quia propria uxore veneno extincta, filiam Hludovici imperatoris de Italia per vim rapuerat.Dovette essere il concerto che Bosone facesse vista di averla rapita per forza, acciocchè a Berengario non venisse dato qualche carico presso la vedovaimperadrice Angilberga, nè presso i figliuoli diLodovico Ire di Germania, di aver tenuta mano a sì fatto matrimonio: poichè quanto a Bosone, ne doveva egli avere un segreto consenso da Carlo Calvo Augusto, mercè della sorella, cioè della suddetta imperadrice Richilda. Cosa poine avvenisse, lo vedremo fra poco. Nè si vuol tacere che il medesimo Bosone (non se ne sa il pretesto) avea ritenuto nell'anno precedenteLeone, nipote dipapa Giovanni VIII, ePietro, amendue vescovi e legati, spediti da esso pontefice alla corte dell'imperador Carlo[Epist. 7 Johannis Papae VIII.]: della quale ingiuria si dolse non poco con lui esso papa Giovanni.

Era intanto in grandi faccende questo papa per gli danni che tuttavia recavano i Saraceni al ducato romano con timore di peggio. Non sapeva egli digerire cheSergio II ducadi Napoli cristiano avesse non solamente stabilita pace con que' nemici del nome cristiano, ma anche una specie di lega ed unione con loro. Per disciogliere questa indegna alleanza, si portò egli in persona a Napoli verisimilmente nel gennaio di quest'anno; fece quante calde esortazioni potè a quel duca; e per tentar pure di guadagnarlo[Epist. 38 et seqq. ejusdem.], consecrò vescovo di quella cittàAtanasiojuniore, fratello del medesimo duca; ma non riportò a Roma se non delle parole, perchè ad esse non tenne dietro alcun fatto. Questo è il viaggio,del quale parla Erchemperto[Erchempertus, Hist., cap. 39.], con aggiugnere cheLamberto duca di SpoletieGuidosuo fratello andarono in compagnia del papa, il quale usò il medesimo studio per istaccar dall'amicizia de' SaraceniGuaiferioprincipe di Salerno,Pulcareduca di Amalfi, eDocibileipato, ossia duca di Gaeta. Del suddetto Guaiferio principe salernitano si legge una donazione fatta nell'anno 877, e da me pubblicata[Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 831.]. A seconda dei suoi desiderii questi operarono. Gagliardissime istanze parimente fece adAionevescovo di Benevento, affinchè inducesse il fratello, cioèAdelgiso principedi quel ducato, a ritirarsi dalle convenzioni fatte con quegl'infedeli, con dire fra l'altre cose[Epist. 45 Johannis Papae VIII.]:Nos, cooperante gratia Christi, tam cum carissimo filio nostro Lamberto glorioso duce(di Spoleti)qui nobis in omnibus haeret, quam cum aliis Dominum timentibus, desudabimus, ut impium foedus cum Agarenis habitum dissolvatur. E perciocchè esso papa intese cheGregorio imperial pedagogoera venuto in Calabria e a Bari con un'armata spedita dall'imperadore Basilio, anche a lui scrisse, pregandolo pel soccorso di alcuni per nettare dai Saraceni il littorale romano. Ma le maggiori premure di papa Giovanni erano presso all'imperadorCarlo Calvo, acciocchè menasse o mandasse delle forze bastanti a ripulsar que' Barbari, che già aveano disertata la Campania e la Sabina, e scorreano fino alle vicinanze di Roma. Son patetiche le sue lettere in questo affare[Epist. 47 ejusdem.]. Aveva in questi tempiAdalardo vescovodi Verona impetrato da esso imperadore in benefizio, ossia in commenda, l'insigne monistero di Nonantola, posto nel territorio di Modena,quod pro Dei, tantique loci reverentia nullus umquam episcoporum vel judicum in beneficium quaesierat, suisque usibus, coarctatis extrema egestate monachis, applicavit;e ciò con isprezzo de' privilegii della Sede apostolica: disordine che anche in Italia avea cominciato a prendere gran piede. Però lo scomunicò, e ne diede avviso adAnsperto arcivescovodi Milano, aGualperto patriarcad'Aquileia e al clero di Verona. Convien credere che al vedersi i Romani così maltrattati, anzi divorati dai Saraceni, e minacciati di mali anche più terribili, senza che dopo tante istanze Carlo Calvo movesse un dito per soccorrerli: difficilmente potessero tenere in freno la lingua dallo sparlare contra di lui con dire:A che ci serve questo imperadore che si gloria d'essere nostro sovrano, nè vuol poscia ne' gravissimi bisogni recarci un menomo aiuto, e intanto attende solo a far delle guerre ingiuste contra de' suoi nipoti? S'egli dimentica il suo dovere, saremo scusati se dimenticheremo ancor noi il nostro, e se cercheremo altro miglior signore.Rapportate a Carlo Calvo queste mormorazioni e minacce di sottrarsi al suo dominio, dovette egli far delle gravi doglianze col papa per la fede vacillante del popolo. Ora il pontefice per quetar lui, e reprimere eziandio le licenziose voci dei Romani, tenne nel febbraio dell'anno presente un concilio di vescovi in Roma, nel quale, dopo la protesta di aver già eletto ed unto in imperadore Carlo figliuolo di Lodovico Augusto[Labbe, Concil., tom. 9.],una cum annisu et voto omnium fratrum et coepiscoporum nostrorum, atque aliorum sanctae romanae Ecclesiae ministrorum, amplique senatus, totiusque popoli romani, gentisque togatae, et secundum priscam consuetudinem: conferma e fa confermare da tutti la elezione e consecrazione di lui. Non si può leggere senza stupore, per non dir altro, l'allocuzione ivi fatta da papa Giovanni, perchè contenente una sparata tale di lodi di Carlo Calvo, che chiunque è intendente della storia d'allora, manifestamente conosce essere esorbitanti, nè convenienti alla gravità e maestà di chi le propone. Non aveano certo i precedentipapi negli Annali de' Franchi conosciuto in lui que' pregi che qui gli vengono dalla sola adulazione attribuiti. Poscia si venne alla scomunica contra qualsivoglia persona che osasse, per qualunque titolo, turbar questa elezione e seminar discordie, con dichiararli ministri del diavolo e nemici di Dio, della Chiesa e della Cristianità. Abbiamo una lettera scritta da esso papa Giovanni[Epist. 61 Johannis VIII Papae.]aLamberto glorioso ducadi Spoleti, da cui si scorge che esso duca avea ricevuto ordine dall'imperadore di portarsi a Roma, e di obbligare i Romani a dar degli ostaggi della lor fedeltà: chiaro contrassegno della sovranità conservata anche da questo imperadore in Roma. Risponde il pontefice:Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides datos: quanto minus istorum, qui fidelitatem augustalem et mente custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt?Chiaramente poi protesta di dubitare se quest'ordine si sia spiccato dall'imperadore stesso, perchè non gli par probabile ch'esso Augusto avesse tenuto segreto ad esso papa un tal disegno,et ipsum imperatorem non credimus suum nos velle secretum latuisse. In somma gli fa sapere che non s'incomodi per venire a Roma, altrimente non sarà ricevuto.Quum autem, Deo juvante, ad unam concordiam et unam quietem reipublicae caussa redierit, et litis figmenta, quae tamquam telas aranearum putamus, contra augustalem majestatem oborta, sopita exstiterint: allora sarà amichevolmente accolto esso Lamberto: dal che si conferma che titubavano non poco i Romani nella fedeltà giurata a Carlo Calvo; e probabilmente soffiavano in questo fuoco i figliuoli diLodovico Ire di Germania, pretendenti anche essi all'imperio. Dicesi data la suddetta lettera di papa GiovanniXII kalendas novembris, Indictione XI, cioè nel dì 26 d'ottobre dell'anno presente. Ma si conosce che vi ha errore, ed esser ella (al che non s'è badato fin qui) fuor di sito; perchè ivisi parla d'unimperadorvivente, e Carlo Calvo era già mancato di vita (siccome diremo) nel dì 13 di esso mese, nè Carlomanno era imperadore. Però questa lettera probabilmente fu scritta nell'ottobre dell'anno precedente, e in vece diIndictione XI, s'ha da scrivereIndictione X.

Venne poscia l'infaticabil papa a Ravenna, dove nel mese d'agosto, se pur non fu in giugno, tenne un concilio numeroso di 130 vescovi. Girolamo Rossi, Giovan-Giorgio Eccardo, ed altri hanno moltiplicato i concilii tenuti da papa Giovanni in Ravenna. Non so io dire se più d'uno egli ne celebrasse. Ben so che in questo anno quivi si tenne la suddetta sacra assemblea[Labbe, Concilior., tom. 9.], ciò costando da varie lettere del medesimo papa. Furono in esso concilio fatti diciannove canoni; e il Dandolo scrive[Dandol. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]che si diede fine alla controversia insorta fraOrso dogedi Venezia ePietro patriarcadi Grado, perchè questi ricusava di consecrar vescovo di Torcello, a requisizion del doge,Domenico abbatedel monistero di Altino. Fu determinato che finchè vivesse il patriarca, egli resterebbe privo della consecrazione, ma godrebbe le entrate di quel vescovato. Aggiugne quello storico, che l'armata navale de' Saraceni arrivò sotto Grado, e le diede più assalti, ma indarno, per la valorosa difesa de' cittadini. Portata questa nuova a Venezia, inviò il doge con uno stuolo di navi Giovanni suo figliuolo al loro soccorso. Non credettero bene que' Barbari di aspettarlo, ed alzate le ancore vennero alla città di Comacchio, e le diedero il sacco. Fu poco appresso dal popolo di Venezia eletto doge e collega del padre essoGiovanni. Confessa il Dandolo che in questi tempi i mercatanti veneziani comperando dai corsari (o Saraceni o Schiavoni) i poveri cristiani, fatti da loro schiavi, ne facevano poi traffico, vendendoli anche agl'infedeli. A tale iniquitàil doge e popolo veneziano cercarono il rimedio con pubblicare un rigoroso divieto, e intimar gravi pene a chiunque contravvenisse. Seguitava intantoSergio II ducadi Napoli a tenere stretta corrispondenza e una specie di lega coi Saraceni, nè voleva, per quanto gridasse papa Giovanni[Epist. 66 et 67 Johannis Papae VIII.], distorsene, ingannato dai consigli diAdelgiso principedi Benevento, e diLamberto ducadi Spoleti, uomo doppio ed avvezzo a pescare nel torbido. Non potendo, nè volendo papa Giovanni soffrire tanta iniquità, lo scomunicò. Sergio, irritato per questo, mosse guerra aGuaiferio principedi Salerno, che avea non solo rinunziato alla amicizia di coloro, ma eziandio parecchi ne avea già tagliati a pezzi. Otto giorni dopo la scomunica Guaiferio prese ventidue soldati napoletani, a' quali fece tagliar la testa: che così n'avea commissione da papa Giovanni. Qui nondimeno non finì la faccenda.Atanasio vescovodi Napoli ascoltò volentieri in tal congiuntura le suggestioni dell'ambizione; e giacchè oltre i romani pontefici, che da più d'un secolo godevano temporal dominio di stati, ancheLandolfo vescovodi Capoa come principe signoreggiava quella città, con questi esempli davanti agli occhi pensò anch'egli a farsi padrone in temporale della patria sua. Pertanto formata una congiura, fece prendere ilduca Sergiosuo fratello, e dopo avergli fatto cavar gli occhi, il mandò prigione a Roma, dove miserabilmente terminò i suoi giorni. Non gli fu difficile il farsi poco appresso proclamar duca di Napoli. Di questa azione ne fu mirabilmente lodato Atanasio da papa Giovanni, come apparisce da una sua lettera. E che anch'egli avesse intelligenza di questo fatto e vi desse braccio, pare che si raccolga dal dirsi quivi:Nos namque aliis omnibus mancosis datis, mille quadrigentos vobis dare debemus, quos vestrae dilectioni aut in initio quadragesimae, aut in die sanctae resurrectionisvobis procul dubio dirigemus. Scrisse anche ai Napoletani, lodandoli di quanto aveano operato, e promettendo loro il danaro, concertato verisimilmente per muoverli contra di Sergio. Queste nondimeno furono picciole avventure rispetto a quelle dell'imperador Carlo Calvo[Annales Franc. Bertiniani.]. Ricevette egli a CompiegnePietro vescovodi Fossombrone ePietro vescovodi Sinigaglia, nunzii a lui spediti dal papa per sollecitarlo a venire in Italia, per liberar dagl'insulti de' Saraceni il ducato romano: al che si era egli obbligato con varie promesse. Determinò di venire; ma prima attese a quotare i corsari normanni, gran flagello allora della Francia, col pagamento delle contribuzioni ordinate: al qual fine impose una grave tassa a tutti i secolari ed ecclesiastici del suo regno. Raunata parimente gran copia d'oro, d'argento e d'altre preziose cose, e un grosso nerbo di cavalleria, calò finalmente in Italia accompagnato dall'imperadrice Richildasua consorte. A Vercelli fu ad incontrarlo papa Giovanni. Se crediamo a Reginone, fu in questa occasione che[Regino, in Chron.]fu data in moglie aBosone duca Ermengardafiglia del fu Lodovico II Augusto.Bosoni germano Richildis reginae Hermingardem filiam Ludovici imperatoris in matrimonium jungit. Dies nuptiarum tanto apparatu, tantaque ludorum magnificentia celebratus est, ut hujus celebritatis gaudia modum excessisse ferantur. Dedit etiam eidem Bosoni provinciam, et corona in vertice capitis imposita, eum regem appellari jussit, ut more priscorum imperatorum regibus denominari videretur.Può patire delle difficoltà questo racconto di Reginone per quel che riguarda l'aver Carlo Calvo dichiarato re di Provenza in tal congiuntura Bosone: perchè, secondo gli Annali bertiniani, Bosone solamente due anni dappoi, per impulso della moglie, prese il titolo di re; ma non dovrebbe già aver egli sognatole nozze di lui, nè la gran pompa con cui furono celebrate. Certo Bosone non isposò Ermengarda, allorchè nell'anno precedente Carlo Calvo si trovò in Lombardia, perchè solamente dacchè Carlo fu ritornato in Francia, egli la rapì. Il tempo proprio per tali nozze fu il ritorno in Italia d'esso imperadore, e la presenza ancora di Richilda Augusta, sorella di esso Bosone.

Stavasene tripudiando in Pavia Carlo imperadore col papa, quando eccoti giugnere avviso cheCarlomannosuo nipote, cioè il primogenito diLodovico Ire di Germania, con un grosso esercito di Tedeschi calava in Italia, non per intervenire a quelle feste, ma per fare una visita disgustosa all'Augusto suo zio. Le parole degli Annali fuldensi son queste:[Annales Francor. Fuldenses.]Quod quum Carolus comperisset, illico juxta consuetudinem suam fugam iniit. Omnibus enim diebus vitae suae, ubicumque necesse erat adversariis resistere, aut palam terga vertere, aut clam militibus suis effugere solebat.Confessa anche l'autor franzese degli Annali di san Bertino[Annales Francor. Bertiniani.]che Carlo Calvo sbigottito per quella nuova, nuova certo non falsa, se ne scappò col papa a Tortona, dove l'imperadrice Richilda appena ebbe ricevuta la consecrazione imperiale dalle mani d'esso pontefice, che prese la fuga col tesoro verso la Morienna. Stette alquanto in essa città di Tortona Carlo Augusto col papa, aspettando che venissero a trovarlo i primati del suo regno, cioèUgo abbate,Bosoneed altri, come era il concerto; e saputo che non venivano, subito che intese l'avvicinamento di Carlomanno, frettolosamente si incamminò egli verso la Savoia. Anche il papa non perdè tempo a ritornarsene a Roma, ma di mala voglia, riportando seco in vece di un esercito un Crocefisso d'oro di gran peso, e tempestato di gemme preziose, per la basilica di san Pietro, che Carlo Calvo gli avea donato.Fu preso per istrada l'imperador dalla febbre, e portato di là dal monte Cenisio a un luogo appellato Brios, colà fece venir dalla Morienna l'imperadrice, e poscia finì di vivere nel dì 15 d'ottobre. Attestano tutti gli Annalisti, essere stata allora voce comune che egli morisse di veleno, a lui dato o mandato da Sedecia medico ebreo, suo favorito, in una medicina, per liberarlo dalla febbre. Il liberò questa da tutti i mali. Aperto il suo cadavero, e levate le interiora, come si potè il meglio, bagnato con vino e sparso d'aromi, fu posto in una bara per portarlo a seppellire a Parigi nel monistero di san Dionisio, in esecuzione degli ordini da lui lasciati prima di morire. Ma non potendo reggere i portatori allo eccessivo fetore, misero quel corpo in una botte ben impegolata di dentro e di fuori, e coperta di cuoio. Neppur questo ripiego bastò a levare lo straordinario puzzo; però allorchè furono giunti ad una chiesetta di monaci nella diocesi di Lione, quivi seppellirono sotterra la botte col corpo stesso.Sic transit gloria mundi.Per ordine poi diLodovico Balbosuo figliuolo e successore nel regno, portate l'ossa sue a Parigi, qui ebbero più degna sepoltura. Andrea prete[Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.]nella Cronichetta più volte citata scrive che Carlo Calvo creato imperadore se ne tornò a Pavia nel gennaio,Indictione nonacioè nell'anno 876.Quumque idem Carolus imperator de Roma reversus in Papia sederet, audivit quod Karlomannus Hludovici filius contra eum veniret; quumque exercitum suum adunare vellet, et cum eo bellum gerere, quidam de suis, in quorum fidelitate maxime confidebat, ab eo defecti, cum Karlomanno se conjungebant. Quod ille videns, fugam iniit, et in Galliam repedavit, statimque in ipso itinere mortuus est. Karlomannus vero regnum Italiae disponens post non multum tempus ad patrem in Bajoariam reversus est.Due grossi errori son qui, etali, che fan conoscere o che esso Andrea non iscrisse in questi tempi, o che alla Cronichetta in fine sono state da altri aggiunte le suddette parole. Due furono le venute in Italia di Carlo Calvo, e non una sola. Nè egli terminò sua vita nell'anno 876, ma bensì nell'877. Oltre a ciò, Carlomanno non potè andare a trovar il padre in Baviera, perchè questi era già morto nell'anno precedente. Dagli Annali bertiniani, che ci han conservate le notizie riferite di sopra, un'altra ne abbiamo: cioè, cheKarlomannus mendaci nuncio audiens, quod imperator et papa Johannes super eum cum multitudine maxima bellatorum venirent, et ipse fugam arripuit per viam, quam venerat. Ma verisimilmente questo autore si lasciò in ciò ingannare da qualche diceria del volgo. Carlomanno sen venne senza paura alcuna in Lombardia, e quivi attese a mettersi in possesso della corona di Italia, e a farsi eleggere o riconoscere re dai baroni del regno, che a poco a poco andarono a sottomettersi a lui. Ho io pubblicato[Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.]un suo diploma, dato in favore dei monaci di san Colombano di Bobbio (monistero allora goduto in benefizio da non so qual persona potente)XIII kalendas novembris, anno Christo propitio, I regni domni Karlomanni serenissimi regis in Italia, Indictione XI. Actum in Curte Nova villa regia.Un altro pure[Ibid. Dissert. LXIV.], con cui dona una chiesa al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, fondato daAngilberga Augusta, chiamata da lui nostra sorella, cioè spirituale, è datoXIV kalendas novembris anno, Christo propitio, I regni. Actum in Curte sancti Ambrosii, quae vocitatur Cassianum juxta Attuam fluvium, Indictione XI.Un altro ancora in favore[Ibid. Dissert. LXX.]delle monache della Posterla di Pavia fu datoXII kalendas decembris anno, Christo propitio, I regni. Actum civitate Verona, Indictione XI.

Se in tali documenti l'indizionecomincia in settembre, come io credo, essi appartengono all'anno presente. Anche nella Cronica casauriense[Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.]si legge un suo diploma dato in PaviaXVII kalendas novembris anno secundo regni(cioè di Baviera),Indictione decima: il che dà indizio che egli non avesse per anche assunto il titolo di re d'Italia nel dì 16 d'ottobre. Ma in vece diIndictione decimadovrebbe leggersi iviundecima, che così hanno gli altri suoi diplomi, poco fa accennati. Tralascio altri diplomi di esso re, da me pubblicati nelle Antichità italiche[Antiq. Ital. Dissert. XVII.]ed altrove. Ma non pertanto non voglio lasciar di avvertire che uno strumento originale, da me veduto in Lucca, porta queste note:Regnante domino nostro Karlomanno piissimo rege anno regni ejus, postquam, Deo propitio, in Italiam ingressus est, primo, pridie idus novembris, Indictione duodecima, cioè nell'anno 878, nel dì 12 di novembre. Adunque nello stesso dì nell'anno precedente egli non era per anche re. Un altro è scritto:Anno II Karlomanni pridie nonas decembris, Indictione XIII, cioè nell'anno 879, se la indizione ha avuto principio nel settembre. Adunque neppur nel dì 4 di dicembre dell'anno 877 egli sarebbe stato re d'Italia. Contuttociò assai fondamento c'è per mettere in dubbio che Carlomanno sbigottito se ne tornasse indietro per la via, per cui era venuto. E non tardò egli, udita che ebbe la morte di Carlo Calvo Augusto, a ragguagliarne con sue lettere papa Giovanni, con aggiugnere d'essere stato ben accolto in Italia, e che dopo una scorsa che gli conveniva di fare in Germania, per parlare co' suoi fratelli, intenzione sua era di venire in Roma per ricevere la corona dell'imperio, promettendo di esaltare più di tutti i suoi antecessori la Chiesa romana. Il papa gli risponde[Epist. 63 Johannes Papae VIII.], che a suo tempo, cioè dopo il suo ritorno,gl'invierà i suoi legaticum pagina capitulariter continente ea, quae vos matri vestrae romanae Ecclesiae, vestroque protectori beato Petro apostolo perpetualiter debetis concedere. Il prega di non ammettere nè di ascoltareinfideles nostros, nostraeque vitae insidiantes. La sua lettera è data nel novembre dell'anno presente. In un'altra[Epist. 72 Johannis Papae VIII.], aLamberto glorioso conte scritta, gli fa sapere di aver inteso ch'esso Lamberto medita di venire a Roma, per dar favore ai nemici ed infedeli del medesimo pontefice, e cheeos rebus et beneficiis contra nostram etiam voluntatem inconvenienter restituere debeatis. Vuol dire diFormoso vescovodi Porto, e d'altri simili ch'egli avea scomunicati. Però dice che nol riceverà, se viene per questo. Con altra lettera[Epist. 68 ejusdem.]ancora gli notifica la risoluzione sua di passar per mare in Francia,per iter marinum, mostrando di andar colà per trattare col reCarlomannointorno alla difesa della terra di san Pietro e di tutta la Cristianità; ma non se gli farà torto a credere ch'egli avesse dell'altre segrete mire, perchè l'andar per mare non era il viaggio proprio per trovar Carlomanno. Per questa ordina a Lamberto di non molestare gli stati della Chiesa, altrimenti gl'intima la scomunica. Intanto prima che terminasse l'anno[Annales Franc. Fuldenses et Bertiniani.], il re Carlomanno se ne tornò in Germania; ma seco portando una pericolosa malattia, che quasi per un anno il tenne languente. Cacciossi anche la peste nell'armata sua, per cui molti solamente tossendo cadevano morti. Una lettera di Giovanni papa, scritta in quest'anno (se pur non appartiene al precedente) adIncmaro arcivescovodi Rems[Marlot. Hist., Remens. lib. 3, cap. 34.],per manus Anastasii bibliothecarii, ci fa conoscere che fino a questi tempi visseAnastasio bibliotecario, scrittore celebre della Chiesa romana, a cui spezialmentesiam tenuti per avere raccolte e a noi conservate le vite dei papi.


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