DCCCVAnno diCristoDCCCV. IndizioneXIII.LeoneIII papa 11.Carlo Magnoimperadore 6.Pippinore d'Italia 25.Le imprese diCarlo imperadorenel presente anno furono le seguenti[Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.]. Venne a trovarlo ilCacano, ossiaCapcano, cioè il principe primario degli Unni abitanti nella Pannonia, e già divenuti sudditi e tributarii d'esso Augusto. ChiamavasiTeodoro, e professava la religione di Cristo. Dopo avergli rappresentato che per le violente incursioni de' vicini Schiavoni non potea più col suo popolo fermarsi nelle antiche sue contrade, il pregò di permettergli che venisse ad abitare fra Sabaria e Carnunto. Credono gli eruditi che queste due città fossero nel tratto del paese posto fra Vienna e Presburgo, e il fiume Rab. Ottenne Teodoro quanto dimandava, e licenziato con varii doni a lui fatti dall'imperadore, se ne tornò ai suoi, ma con sopravvivere poco tempo dipoi. Il suo successore inviò ambasciatori al medesimo Augusto per l'approvazione della dignità a lui conferita; e Carlo gli concedette autorità e giurisdizione sopra tutta la nazione degli Unni della Pannonia, come era in uso ne' vecchii tempi. Ma Carlo Magno, nelle cui vene bolliva la febbre dei conquistatori, i quali non mai sazii di dilatare in confini, mentre fanno un acquisto, ne van meditando un altro, rivolse in quest'anno le sue mire alla Boemia. Era quel paese allora abitato dagli Sclavi o Slavi, o vogliam dire Schiavoni: e di qui è poi venuto che que' popoli tuttavia usano la lingua schiavona. In più parti confinava con loro il dominio di Carlo Magno, cioè per la Sassonia, per la Baviera, che allora abbracciava l'Austria, e per la Pannonia. Ora nell'anno presente risoluto egli di sottomettere quella nazione, con tre poderosi eserciti da treparti la fece assalire. Era un d'essi formato di Franchi, condotti dal principeCarlosuo primogenito, il quale poco fa, oppure poco dappoi, avea conseguito il titolo di re dal padre. Il secondo composto di Sassoni e Sclavi, o Slavi Obotriti, secondochè s'ha dagli Annali de' Franchi, era composto di una innumerabil moltitudine di gente. Nel terzo si contavano le milizie di tutta la Baviera. Da questa formidabil oste assaliti i Boemi, non pensarono a far fronte, ma misero tutta la lor difesa nella ritirata sui monti e ne' boschi più folti. Bisogna nondimeno credere succeduta qualche baruffa, perchè vi rimase estintoLecone duca dei Boemi. Per quaranta giorni le suddette armate scorsero il paese, incendiando e dando il guasto a tutto; e perciocchè venne meno il foraggio ai cavalli e la provianda ai soldati, se ne tornarono in fine ai loro quartieri. Ma gli Annali moissiacensi[Annal. Moissiacenses, tom. 3 Rer. Franc.]aggiungono cheSamela re de' Boemivenne a patti, e promise fedeltà a Carlo Magno, con dargli anche per ostaggi due suoi figliuoli. Essendosi nulladimeno continuata nell'anno seguente la guerra coi Boemi, può dubitarsi della verità di questo racconto. Intanto l'imperadore andava visitando i luoghi del suo regno vicini al mare. Fu a visitarloLodovicosuo figliuolo re d'Aquitania, mentr'egli si trovava nella villa di Teodone. Vi arrivò anche dall'Italia il rePippino; e quivi colla grata compagnia di questi suoi due figliuoli solennizzò la festa del santo Natale del Signore. Ci viene poi dicendo Andrea Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12. Rer. Ital.], che dappoichè l'Istria, per le capitolazioni seguite fra i due imperii occidentale ed orientale, restò sotto il dominio di Carlo Magno, questi mandò per duca di quella provincia un certoGiovanni. Cominciò costui ad aggravar que' popoli, e i popoli ne portarono le doglianze all'imperadore, il quale non tardò a spedire colàIzoneprete,CadalooedAjone conti, con ordinedi esaminar l'affare. QuestoCadalooaltri non può essere che il successore diEricooEnriconel governo del ducato del Friuli. E non portando egli se non il titolo diconte, potrebbe a talun parere che la marca del Friuli o trivisana non fosse peranche formata. Ma noi vedremo che imarchesiusavano anche il titolo diconti, perchè come marchesi soprintendevano a tutta la marca, e come conti erano governatori stabiliti di qualche città. Dai suddetti deputati dell'imperadore fu raunata una dieta in Istria, in cui concorseroFortunato patriarca di Grado, esule dalla sua patria,Teodoro, Leone, Staurazio, StefanoeLorenzo vescovidi quelle contrade, e cento sessantadue principali cittadini delle città dell'Istria. Chiarito ch'ebbero l'insolito peso imposto dalduca Giovanni, ne esentarono que' popoli, con ordinare che non fossero tenuti a pagare se non marche trecentocinquantaquattro, siccome dianzi faceano alla camera imperiale dei Greci, con ripartire il pagamento secondo la possibilità delle città e castella della provincia. Aggiugne il Dandolo che i Veneziani, per l'odio che portavano ai due dogi fuggiti, ridussero in un mucchio di pietre la città d'Eraclea, da dove quei medesimi dogi aveano tirata la loro origine, senza però dissimulare che la distruzione di quella città vien da altri attribuita aPippino re d'Italianella guerra che fra poco racconteremo. Annovera poi egli le nobili famiglie che di là passarono ad abitare in Malamocco, Rialto e Torcello. La rovina di questa città mi fa sovvenire che ne' medesimi tempiNiceforo imperadore de' Greci, a cui quasi tutte le imprese andavano alla traversa, restò maltrattato sì fattamente nella guerra coi Saraceni[Theoph., in Chronogr. Elmac. Hist. Sarac. lib. 2.], che fu astretto a comperar la pace da loro, con promettere un annuo tributo, e di non riedificareEraclea, città diversa da quella dei Veneziani.
Le imprese diCarlo imperadorenel presente anno furono le seguenti[Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.]. Venne a trovarlo ilCacano, ossiaCapcano, cioè il principe primario degli Unni abitanti nella Pannonia, e già divenuti sudditi e tributarii d'esso Augusto. ChiamavasiTeodoro, e professava la religione di Cristo. Dopo avergli rappresentato che per le violente incursioni de' vicini Schiavoni non potea più col suo popolo fermarsi nelle antiche sue contrade, il pregò di permettergli che venisse ad abitare fra Sabaria e Carnunto. Credono gli eruditi che queste due città fossero nel tratto del paese posto fra Vienna e Presburgo, e il fiume Rab. Ottenne Teodoro quanto dimandava, e licenziato con varii doni a lui fatti dall'imperadore, se ne tornò ai suoi, ma con sopravvivere poco tempo dipoi. Il suo successore inviò ambasciatori al medesimo Augusto per l'approvazione della dignità a lui conferita; e Carlo gli concedette autorità e giurisdizione sopra tutta la nazione degli Unni della Pannonia, come era in uso ne' vecchii tempi. Ma Carlo Magno, nelle cui vene bolliva la febbre dei conquistatori, i quali non mai sazii di dilatare in confini, mentre fanno un acquisto, ne van meditando un altro, rivolse in quest'anno le sue mire alla Boemia. Era quel paese allora abitato dagli Sclavi o Slavi, o vogliam dire Schiavoni: e di qui è poi venuto che que' popoli tuttavia usano la lingua schiavona. In più parti confinava con loro il dominio di Carlo Magno, cioè per la Sassonia, per la Baviera, che allora abbracciava l'Austria, e per la Pannonia. Ora nell'anno presente risoluto egli di sottomettere quella nazione, con tre poderosi eserciti da treparti la fece assalire. Era un d'essi formato di Franchi, condotti dal principeCarlosuo primogenito, il quale poco fa, oppure poco dappoi, avea conseguito il titolo di re dal padre. Il secondo composto di Sassoni e Sclavi, o Slavi Obotriti, secondochè s'ha dagli Annali de' Franchi, era composto di una innumerabil moltitudine di gente. Nel terzo si contavano le milizie di tutta la Baviera. Da questa formidabil oste assaliti i Boemi, non pensarono a far fronte, ma misero tutta la lor difesa nella ritirata sui monti e ne' boschi più folti. Bisogna nondimeno credere succeduta qualche baruffa, perchè vi rimase estintoLecone duca dei Boemi. Per quaranta giorni le suddette armate scorsero il paese, incendiando e dando il guasto a tutto; e perciocchè venne meno il foraggio ai cavalli e la provianda ai soldati, se ne tornarono in fine ai loro quartieri. Ma gli Annali moissiacensi[Annal. Moissiacenses, tom. 3 Rer. Franc.]aggiungono cheSamela re de' Boemivenne a patti, e promise fedeltà a Carlo Magno, con dargli anche per ostaggi due suoi figliuoli. Essendosi nulladimeno continuata nell'anno seguente la guerra coi Boemi, può dubitarsi della verità di questo racconto. Intanto l'imperadore andava visitando i luoghi del suo regno vicini al mare. Fu a visitarloLodovicosuo figliuolo re d'Aquitania, mentr'egli si trovava nella villa di Teodone. Vi arrivò anche dall'Italia il rePippino; e quivi colla grata compagnia di questi suoi due figliuoli solennizzò la festa del santo Natale del Signore. Ci viene poi dicendo Andrea Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12. Rer. Ital.], che dappoichè l'Istria, per le capitolazioni seguite fra i due imperii occidentale ed orientale, restò sotto il dominio di Carlo Magno, questi mandò per duca di quella provincia un certoGiovanni. Cominciò costui ad aggravar que' popoli, e i popoli ne portarono le doglianze all'imperadore, il quale non tardò a spedire colàIzoneprete,CadalooedAjone conti, con ordinedi esaminar l'affare. QuestoCadalooaltri non può essere che il successore diEricooEnriconel governo del ducato del Friuli. E non portando egli se non il titolo diconte, potrebbe a talun parere che la marca del Friuli o trivisana non fosse peranche formata. Ma noi vedremo che imarchesiusavano anche il titolo diconti, perchè come marchesi soprintendevano a tutta la marca, e come conti erano governatori stabiliti di qualche città. Dai suddetti deputati dell'imperadore fu raunata una dieta in Istria, in cui concorseroFortunato patriarca di Grado, esule dalla sua patria,Teodoro, Leone, Staurazio, StefanoeLorenzo vescovidi quelle contrade, e cento sessantadue principali cittadini delle città dell'Istria. Chiarito ch'ebbero l'insolito peso imposto dalduca Giovanni, ne esentarono que' popoli, con ordinare che non fossero tenuti a pagare se non marche trecentocinquantaquattro, siccome dianzi faceano alla camera imperiale dei Greci, con ripartire il pagamento secondo la possibilità delle città e castella della provincia. Aggiugne il Dandolo che i Veneziani, per l'odio che portavano ai due dogi fuggiti, ridussero in un mucchio di pietre la città d'Eraclea, da dove quei medesimi dogi aveano tirata la loro origine, senza però dissimulare che la distruzione di quella città vien da altri attribuita aPippino re d'Italianella guerra che fra poco racconteremo. Annovera poi egli le nobili famiglie che di là passarono ad abitare in Malamocco, Rialto e Torcello. La rovina di questa città mi fa sovvenire che ne' medesimi tempiNiceforo imperadore de' Greci, a cui quasi tutte le imprese andavano alla traversa, restò maltrattato sì fattamente nella guerra coi Saraceni[Theoph., in Chronogr. Elmac. Hist. Sarac. lib. 2.], che fu astretto a comperar la pace da loro, con promettere un annuo tributo, e di non riedificareEraclea, città diversa da quella dei Veneziani.