DCCCXXIXAnno diCristoDCCCXXIX. Indiz.VII.GregorioIV, papa 3.Lodovico Pioimperadore 16.Lottarioimperadore e re d'Italia 10 e 7.L'anno ultimo della vita e dell'imperio diMichele Balboimperadore de' Greci fu questo. Morì egli nel mese d'ottobre, con lasciare presso i Cattolici un'abbominevol memoria a cagione de' suoi giudaici ed ereticali sentimenti, e della persecuzione fatta ai protettori delle sacre immagini. Gli succedetteTeofilosuo figliuolo, che sulle prime finse mansuetudine e zelo della giustizia, e poi, cavatasi la maschera, non sì lasciò vincere dal padre ne' vizii. Intanto l'imperador Lodovicocontinuamente pensava a provveder di stati il piccioloCarlo, cioè il quarto deisuoi figliuoli, a lui nato dall'imperadrice Giuditta; perciocchè dianzi avea divisi i suoi regni fra i tre maggiori. Nitardo[Nithardus. Hist., lib. 2.]è quello che ci ha conservate tali notizie. Nè parlò più volte Lodovico conLottario, e questi in fine consentì che ne fosse assegnata anche a lui una porzione, con giurar anche di sostenerlo e di difenderlo in tutte le occorrenze. Perciò l'Allamagna ossia la Suevia, che allora abbracciava l'Elvezia, cioè gli Svizzeri, fu data in sua parte al regio fanciullo. Tegano[Theganus, de Gest. Ludovici Pii.]vi aggiugne anche la Rezia ossia i Grigioni, con parte della Borgogna. Di qui prese origine un'iliade di sconcerti nella famiglia imperiale, che costò tanti disturbi tanto sangue alla monarchia dei Franchi. Convien nulladimeno osservare che prima ancora di questo avvenimento non mancavano nella corte e fuor della corte d'esso Augusto de' cattivi umori contra della stessa di lui persona. Quei medesimi, a' quali egli avea donata la vita, o fatti altri benefizii, quegli erano che covavano un mal animo, e segretamente sparlavano di lui, macchinando anche, o almen desiderando la di lui rovina; effetti tutti del concetto, in cui egli era d'essere un principe debole. Poco stettero ancora l'invidia e l'interesse a maggiormente soffiar nel coperto fuoco. Ora altra via non seppe prendere il buon imperadore che di costituire aio del figliuolo Carlo un uomo da lui creduto di polso, cioèBernardo ducao marchese di quella che oggidì chiamiamo Linguadoca, con insieme conferirgli il grado di presidente della sua camera, e una straordinaria balìa nella sua corte. Ma ad altro non servì una tal risoluzione che a maggiormente inasprire non meno i figliuoli che i malcontenti, con somministrar loro nuovi pretesti per le novità che andremo esponendo. Fu celebrato in quest'anno un concilio di moltissimi vescovi nella città di Parigi, dove furono formati varii canoni di disciplina ecclesiastica, e dati anchede' saggi documenti agl'imperadori per governo de' popoli. In quest'anno l'imperador Lodovico spedì il figliuolo Lottario in Italia, acciocchè accudisse agli affari di questo regno. Sia lecito a me di rammentar qui un suo capitolare, che già diedi alla luce fra le leggi longobardiche[P. I, tom. 2 Rer. Italic.], quantunque sia incerto l'anno in cui esso fu formato dal suddetto Lottario Augusto. Dice egli di aver trovato che lo studio delle lettere, per colpa e dappocaggine dei ministri sacri e profani, èaffatto estintonel regno d'Italia; e però di aver deputati maestri che insegnino le lettere, con raccomandar loro di usar tutta la premura possibile affinchè i giovani ne cavino profitto. Vien poscia annoverando le città, in cadauna delle quali era destinato un maestro, acciocchè concorressero colà a studiare gli scolari delle circonvicine città.Primieramente, dice egli,dovran venire a studiare sotto Dungallo in Pavia i giovani di Milano, Brescia, Lodi, Bergamo, Novara, Vercelli e Como. QuestoDungalloaltri non può essere cheDungalomonaco, autore del trattato contra di Claudio vescovo di Torino, di cui s'è parlato di sopra, che abitava e faceva scuola in Pavia. Seguita a dire chein Ivrea lo stesso vescovo insegnerà le lettere. A Torino concorreranno da Albenga, da Vado, da Alba. In Cremona dovran venire allo studio quei di Reggio, Piacenza, ParmaeModena. Ed ecco chiaramente comprese queste quattro città nel regno d'Italia, e non già nell'esarcato conceduto alla santa Sede, come alcuno (non so mai come) ha preteso ai dì nostri.In Firenze(son parole di Lottario volgarizzate)si farà scuola a tutti gli studenti della Toscana: in Fermo a quei del ducato di Spoleti: a Verona concorreranno da Mantova e da Trento: a Vicenza da Padoa, da Trivigi, da Feltro, Ceneda ed Asolo. L'altre città di quelle parti manderanno i lor giovani alla scuola del Foro di Giulio, cioè a Cividal del Friuli. Questo bel documento ci fa intendere tutte lecontrade del regno d'Italia dalla parte occidentale. Non vi si parla del ducato di Benevento, perchè que' duchi o principi, a riserva del tributo, godevano quasi un supremo dominio ne' loro stati. E neppur si fa parola delle città della Chiesa romana, perchè esse erano ben sottoposte alla sovrana signoria degl'imperadori, ma escluse dal regno d'Italia. Si vuol inoltre osservare che i maestri di scuola d'allora altro non insegnavano che la grammatica, nome nondimeno che abbracciava un largo campo, cioè, oltre alla lingua latina, anche le lettere umane, la spiegazion degli antichi scrittori e poeti latini, una qualche tintura delle sacre Scritture, colla giunta talvolta del computo per intendere le lunazioni, e simili altre conoscenze. Ci ha contato delle favole chi ha spacciato delle università di arti e scienze in que' tempi, come oggidì, e ne ha fatto istitutore Carlo Magno in Italia e in Francia. Era fortuna in quei secoli rozzi il poter avere un buon maestro di scuola. Sì fatte scuole in molti monisteri di monaci si trovavano e in alcune città. Anche i vescovi talora insegnavano, e i parrochi di villa erano tenuti ad ammaestrar nelle lettere i fanciulli.Appartiene a quest'anno un celebre placito ossia giudizio tenuto in Roma dai ministri dell'imperador Lodovico, che il padre Mabillone[Mabill. Append. ad tom. 2 Annal. Bened.]già diede alla luce, e si legge nell'appendice alla piena esposizione dei diritti cesarei ed estensi sopra Comacchio. Anche il Du-Chesne[Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 3.], cento anni sono, l'avea comunicato al pubblico negli estratti della Cronica di Farfa. Il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]ne fa menzione all'anno 839, perchè non ne avea veduta la data, che è questa:Anno imperii domni Hludovici XVI, mense januario, per Indictione VII, cioè nell'anno presente. Da esso placito impariamo cheGiuseppe vescovo, eLeone conte, missi ipsius Augusti ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas,erano per ordine del grande imperador Lodovico venuti da Spoleti e dalla Romagna a Roma, e cheresidentibus nobis in judicio in palatio lateranensi, in praesentia domni Gregorii papae, et una simul nobiscum aderant Leo episcopus et bibliothecarius sanctae romanae Ecclesiae, Theodorus episcopus,etc.,Petrus dux de Ravenna,etc., comparve Ingoaldo abate del monistero di Farfa col suo avvocato, lamentandosi chedomnus Adrianus et Leo pontifices per fortia invasissent res ipsius monasterii, idest curtem cornianianum, etc. unde tempore Stephani, Paschalis et Eugenii semper reclamavimus, et justitiam minime invenire potuimus: perciò chiedeva giustizia dai ministri imperiali, secondo l'ordine dato loro dall'imperadore. Interrogato l'avvocato del papa, rispose che la santa Chiesa romana teneva giustamente que' beni. Allora fu intimato all'avvocato dall'abate di produrre, se ne avea, delle ragioni. E questi esibì strumento, dal quale appariva cheAnselberga badessa del monistero di s. Salvatore di Brescia(oggidì di santa Giulia), e figliuola del re Desiderio, avea ceduto quei beni al monistero farfense, siccome ancora un'altra pergamena, per cui si chiariva cheTeodicio duca di Spoletiglieli avea venduti; e un'altra comprovante cheAnsa reginaavea acquistato con un cambio la corte di s. Vito daTeutone vescovo di Rieti, e poi l'avea donata alla suddetta Anselberga sua figliuola. Produsse ancora i diplomi del re Desiderio e di Carlo Magno, che aveano confermato quelle corti al suo monistero. E perciocchè negava l'avvocato pontificio che i monaci ne avessero mai avuto il possesso, l'abbate si esibì pronto a produrre testimoni legittimi del possesso,usque dum praefati pontifices per fortia eas tollere fecissent. Nel giorno appresso furono esaminati varii idonei testimonii che deposero in favore dei monaci; e non avendo l'avvocato del papa che rispondere a tali testimonianze, i giudici diedero la sentenza che que' poderi fossero riconsegnati al monistero di Farfa. Mal'avvocato pontificio disse di non voler farlo; e il papa protestò di non accettar quella sentenza, con riserbarsi di trattarne di nuovo coi medesimi davanti al signor imperadore. Se dal vedere che i ministri imperiali alzano tribunale in Roma e nello stesso palazzo lateranense, e ad istanza di chi si pretende gravato, chiamano al loro giudizio il pontefice per beni temporali, e proferiscono sentenza, non risulti chiaramente il dominio sovrano tuttavia conservato in Roma dagli Augusti: io ne rimetto la decisione a chiunque fa profession d'amare le verità in Roma stessa, con credenza che ognuno ivi l'ami e non l'abborrisca. Secondo il Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], mancò in quest'anno di vitaGiustiniano Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, con lasciar molti legati ai luoghi pii, e un buon fondo per fabbricare una chiesa in onore di s. Marco evangelista, il cui corpo, siccome dicemmo, sotto di lui fu portato a Venezia. Aveva egli richiamato alla patriaGiovannisuo fratello, già relegato in Costantinopoli, ed ottenuto dal popolo d'averlo per suo collega; laonde, accaduta la di lui morte, esso Giovanni continuò ad esser doge.
L'anno ultimo della vita e dell'imperio diMichele Balboimperadore de' Greci fu questo. Morì egli nel mese d'ottobre, con lasciare presso i Cattolici un'abbominevol memoria a cagione de' suoi giudaici ed ereticali sentimenti, e della persecuzione fatta ai protettori delle sacre immagini. Gli succedetteTeofilosuo figliuolo, che sulle prime finse mansuetudine e zelo della giustizia, e poi, cavatasi la maschera, non sì lasciò vincere dal padre ne' vizii. Intanto l'imperador Lodovicocontinuamente pensava a provveder di stati il piccioloCarlo, cioè il quarto deisuoi figliuoli, a lui nato dall'imperadrice Giuditta; perciocchè dianzi avea divisi i suoi regni fra i tre maggiori. Nitardo[Nithardus. Hist., lib. 2.]è quello che ci ha conservate tali notizie. Nè parlò più volte Lodovico conLottario, e questi in fine consentì che ne fosse assegnata anche a lui una porzione, con giurar anche di sostenerlo e di difenderlo in tutte le occorrenze. Perciò l'Allamagna ossia la Suevia, che allora abbracciava l'Elvezia, cioè gli Svizzeri, fu data in sua parte al regio fanciullo. Tegano[Theganus, de Gest. Ludovici Pii.]vi aggiugne anche la Rezia ossia i Grigioni, con parte della Borgogna. Di qui prese origine un'iliade di sconcerti nella famiglia imperiale, che costò tanti disturbi tanto sangue alla monarchia dei Franchi. Convien nulladimeno osservare che prima ancora di questo avvenimento non mancavano nella corte e fuor della corte d'esso Augusto de' cattivi umori contra della stessa di lui persona. Quei medesimi, a' quali egli avea donata la vita, o fatti altri benefizii, quegli erano che covavano un mal animo, e segretamente sparlavano di lui, macchinando anche, o almen desiderando la di lui rovina; effetti tutti del concetto, in cui egli era d'essere un principe debole. Poco stettero ancora l'invidia e l'interesse a maggiormente soffiar nel coperto fuoco. Ora altra via non seppe prendere il buon imperadore che di costituire aio del figliuolo Carlo un uomo da lui creduto di polso, cioèBernardo ducao marchese di quella che oggidì chiamiamo Linguadoca, con insieme conferirgli il grado di presidente della sua camera, e una straordinaria balìa nella sua corte. Ma ad altro non servì una tal risoluzione che a maggiormente inasprire non meno i figliuoli che i malcontenti, con somministrar loro nuovi pretesti per le novità che andremo esponendo. Fu celebrato in quest'anno un concilio di moltissimi vescovi nella città di Parigi, dove furono formati varii canoni di disciplina ecclesiastica, e dati anchede' saggi documenti agl'imperadori per governo de' popoli. In quest'anno l'imperador Lodovico spedì il figliuolo Lottario in Italia, acciocchè accudisse agli affari di questo regno. Sia lecito a me di rammentar qui un suo capitolare, che già diedi alla luce fra le leggi longobardiche[P. I, tom. 2 Rer. Italic.], quantunque sia incerto l'anno in cui esso fu formato dal suddetto Lottario Augusto. Dice egli di aver trovato che lo studio delle lettere, per colpa e dappocaggine dei ministri sacri e profani, èaffatto estintonel regno d'Italia; e però di aver deputati maestri che insegnino le lettere, con raccomandar loro di usar tutta la premura possibile affinchè i giovani ne cavino profitto. Vien poscia annoverando le città, in cadauna delle quali era destinato un maestro, acciocchè concorressero colà a studiare gli scolari delle circonvicine città.Primieramente, dice egli,dovran venire a studiare sotto Dungallo in Pavia i giovani di Milano, Brescia, Lodi, Bergamo, Novara, Vercelli e Como. QuestoDungalloaltri non può essere cheDungalomonaco, autore del trattato contra di Claudio vescovo di Torino, di cui s'è parlato di sopra, che abitava e faceva scuola in Pavia. Seguita a dire chein Ivrea lo stesso vescovo insegnerà le lettere. A Torino concorreranno da Albenga, da Vado, da Alba. In Cremona dovran venire allo studio quei di Reggio, Piacenza, ParmaeModena. Ed ecco chiaramente comprese queste quattro città nel regno d'Italia, e non già nell'esarcato conceduto alla santa Sede, come alcuno (non so mai come) ha preteso ai dì nostri.In Firenze(son parole di Lottario volgarizzate)si farà scuola a tutti gli studenti della Toscana: in Fermo a quei del ducato di Spoleti: a Verona concorreranno da Mantova e da Trento: a Vicenza da Padoa, da Trivigi, da Feltro, Ceneda ed Asolo. L'altre città di quelle parti manderanno i lor giovani alla scuola del Foro di Giulio, cioè a Cividal del Friuli. Questo bel documento ci fa intendere tutte lecontrade del regno d'Italia dalla parte occidentale. Non vi si parla del ducato di Benevento, perchè que' duchi o principi, a riserva del tributo, godevano quasi un supremo dominio ne' loro stati. E neppur si fa parola delle città della Chiesa romana, perchè esse erano ben sottoposte alla sovrana signoria degl'imperadori, ma escluse dal regno d'Italia. Si vuol inoltre osservare che i maestri di scuola d'allora altro non insegnavano che la grammatica, nome nondimeno che abbracciava un largo campo, cioè, oltre alla lingua latina, anche le lettere umane, la spiegazion degli antichi scrittori e poeti latini, una qualche tintura delle sacre Scritture, colla giunta talvolta del computo per intendere le lunazioni, e simili altre conoscenze. Ci ha contato delle favole chi ha spacciato delle università di arti e scienze in que' tempi, come oggidì, e ne ha fatto istitutore Carlo Magno in Italia e in Francia. Era fortuna in quei secoli rozzi il poter avere un buon maestro di scuola. Sì fatte scuole in molti monisteri di monaci si trovavano e in alcune città. Anche i vescovi talora insegnavano, e i parrochi di villa erano tenuti ad ammaestrar nelle lettere i fanciulli.
Appartiene a quest'anno un celebre placito ossia giudizio tenuto in Roma dai ministri dell'imperador Lodovico, che il padre Mabillone[Mabill. Append. ad tom. 2 Annal. Bened.]già diede alla luce, e si legge nell'appendice alla piena esposizione dei diritti cesarei ed estensi sopra Comacchio. Anche il Du-Chesne[Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 3.], cento anni sono, l'avea comunicato al pubblico negli estratti della Cronica di Farfa. Il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]ne fa menzione all'anno 839, perchè non ne avea veduta la data, che è questa:Anno imperii domni Hludovici XVI, mense januario, per Indictione VII, cioè nell'anno presente. Da esso placito impariamo cheGiuseppe vescovo, eLeone conte, missi ipsius Augusti ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas,erano per ordine del grande imperador Lodovico venuti da Spoleti e dalla Romagna a Roma, e cheresidentibus nobis in judicio in palatio lateranensi, in praesentia domni Gregorii papae, et una simul nobiscum aderant Leo episcopus et bibliothecarius sanctae romanae Ecclesiae, Theodorus episcopus,etc.,Petrus dux de Ravenna,etc., comparve Ingoaldo abate del monistero di Farfa col suo avvocato, lamentandosi chedomnus Adrianus et Leo pontifices per fortia invasissent res ipsius monasterii, idest curtem cornianianum, etc. unde tempore Stephani, Paschalis et Eugenii semper reclamavimus, et justitiam minime invenire potuimus: perciò chiedeva giustizia dai ministri imperiali, secondo l'ordine dato loro dall'imperadore. Interrogato l'avvocato del papa, rispose che la santa Chiesa romana teneva giustamente que' beni. Allora fu intimato all'avvocato dall'abate di produrre, se ne avea, delle ragioni. E questi esibì strumento, dal quale appariva cheAnselberga badessa del monistero di s. Salvatore di Brescia(oggidì di santa Giulia), e figliuola del re Desiderio, avea ceduto quei beni al monistero farfense, siccome ancora un'altra pergamena, per cui si chiariva cheTeodicio duca di Spoletiglieli avea venduti; e un'altra comprovante cheAnsa reginaavea acquistato con un cambio la corte di s. Vito daTeutone vescovo di Rieti, e poi l'avea donata alla suddetta Anselberga sua figliuola. Produsse ancora i diplomi del re Desiderio e di Carlo Magno, che aveano confermato quelle corti al suo monistero. E perciocchè negava l'avvocato pontificio che i monaci ne avessero mai avuto il possesso, l'abbate si esibì pronto a produrre testimoni legittimi del possesso,usque dum praefati pontifices per fortia eas tollere fecissent. Nel giorno appresso furono esaminati varii idonei testimonii che deposero in favore dei monaci; e non avendo l'avvocato del papa che rispondere a tali testimonianze, i giudici diedero la sentenza che que' poderi fossero riconsegnati al monistero di Farfa. Mal'avvocato pontificio disse di non voler farlo; e il papa protestò di non accettar quella sentenza, con riserbarsi di trattarne di nuovo coi medesimi davanti al signor imperadore. Se dal vedere che i ministri imperiali alzano tribunale in Roma e nello stesso palazzo lateranense, e ad istanza di chi si pretende gravato, chiamano al loro giudizio il pontefice per beni temporali, e proferiscono sentenza, non risulti chiaramente il dominio sovrano tuttavia conservato in Roma dagli Augusti: io ne rimetto la decisione a chiunque fa profession d'amare le verità in Roma stessa, con credenza che ognuno ivi l'ami e non l'abborrisca. Secondo il Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], mancò in quest'anno di vitaGiustiniano Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, con lasciar molti legati ai luoghi pii, e un buon fondo per fabbricare una chiesa in onore di s. Marco evangelista, il cui corpo, siccome dicemmo, sotto di lui fu portato a Venezia. Aveva egli richiamato alla patriaGiovannisuo fratello, già relegato in Costantinopoli, ed ottenuto dal popolo d'averlo per suo collega; laonde, accaduta la di lui morte, esso Giovanni continuò ad esser doge.