DCCCXXXIX

DCCCXXXIXAnno diCristoDCCCXXXIX. Indiz.II.GregorioIV papa 13.Lodovico Pioimperadore 26.Lottarioimperadore e re di Italia 20 e 17.Pacificò bensì l'imperador Lodovicoed unì per quanto potè i due suoi figliuoliLottarioeCarlo, con isperanza che tal unione terrebbe in brigliaLodovico re di Bavieradopo la sua morte[Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.]. Ma questi sdegnato non poco per la divisione sopraccennata di stati, non volle aspettar tanto a risentirsene. Nella quaresima dell'anno presente, uscito egli in campagna con quante forze potè, occupò tutta la parte della monarchia franzese di là dal Reno. A tale avviso l'imperadore suo padre, raunato un poderoso esercito, marciò incontro al figliuolo ribello, passò il Reno a Magonza, e dappoichè col fermarsi ebbe maggiormente ingrossata l'armata sua, continuò il viaggio per andare a fronte della nemica[Annales Francor. Bertiniani.]. Ma accadde che le milizie della Sassonia, Franconia, Turingia ed Alamagna, che s'erano poste sotto le insegne del giovane Lodovico, non solamente abbandonarono lui, ma vennero a schierarsi all'ubbidienza dell'Augusto suo genitore: colpo che fece ritirar nella Baviera disingannato e confuso lo sconsigliato principe suo figliuolo. Ma il buon imperadore, non mai dimentico d'essere padre, mandò a chiamarlo; ed egli, veggendosi al disotto, benchè a suo dispetto, v'andò. Lo accolse Lodovico Augusto con aria di sdegno, e sulle prime lo sgridò, ma poi con amorevoli parole gli parlò e gli perdonò: dopo di che lasciollo tornare in Baviera, con avere ricuperato tutto il paese perduto. E qui è più probabile che accadesse quanto abbiamo inteso di sopra dagli Annali bertiniani intorno alla cessione fatta dal giovane Lodovico al padre. Dagli stessi Annali abbiamo sottoquest'anno il racconto di questa guerra. Nel maggio del presente anno vennero a trovar l'imperador Lodovico, dimorante in Ingeleim, gli ambasciatori diTeofilo imperadore dei Greci, che gli presentarono varii regali e una lettera assai cortese. Secondo i suddetti Annali bertiniani, d'altro non trattarono, se non di confermar l'amicizia e lega che passava fra i due imperii. Ma Costantino Porfirogenneta[Porphyrogenneta, lib. 3, num. 36.]attesta che il principal motivo di tale spedizione fu per chiedere soccorso all'imperador latino contra dei Saraceni che aveano occupate le isole di Creta e di Sicilia, e varie città dell'Asia, con aver inoltre dato varie rotte a più d'un esercito di Greci spedito contra di loro. Non si mostrò Lodovico Augusto alieno da questa impresa; ma essendo mancato di vitaTeodosio patrizio, capo di quella ambasciata nel presente anno, e nel susseguente lo stesso imperadore de' Greci, si sciolse in fumo tutto il trattato. Intanto per la morte delre Pippinoera tutto in confusione il regno di Aquitania. Lodovico Pio fece tosto intendere a que' popoli, che per concessione sua quelle contrade erano state aggiunte al regno di Carlo, minimo tra i suoi figliuoli. Ma di Pippino erano restati due figliuoli maschi leggittimi, cioèPippino IIeCarlo; e una parte di que' popoli avea già acclamato per re lo stesso Pippino II, perchè primogenito del re defunto: l'altra parte si trovò favorevole al re Carlo. Perciò l'imperador Lodovico, per sostenere gl'interessi dell'amato figliuolo, mosse l'armi nell'autunno contra del nipote Pippino, prese qualche fortezza, e tirò nel suo partito alquanti di que' nobili. Ma l'esercito suo infestato dalle febbri, e faticato dalle scorrerie de gli Aquitani, giacchè cominciava ad inasprirsi la stagione, stimò meglio di ritirarsi e di passare ai quartieri di verno. Si sforza l'autore[Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.]della vita di Lodovico Pio d'inorpellare questa sua spedizionecontro i figli di un suo figliuolo, con dire che non erano atti al governo i due figliuoli di Pippino per la loro età, e che que' popoli tumultuanti aveano bisogno di un buon braccio per essere regolati. Ma niuno lascerà di conoscere e di dire che non fa onore alla memoria di questo imperadore l'aver voluto spogliare de' loro stati e diritti que' principi per ingrandir maggiormente il proprio figliuolo Carlo, già provveduto di una nobilissima porzione di stati. Il troppo amore, ch'egli portava a questo suo Beniamino, gli dovette ben chiudere gli occhi, e gli orecchi, per non vedere nè ascoltare in tal congiuntura le leggi della giustizia.Dalla storia di Andrea Dandolo[Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.]impariamo che circa questi tempiPietrodoge di Venezia, desiderando di far dismettere agli Sclavi, o vogliam dire agli Schiavoni abitanti nella Dalmazia, il brutto mestiere della pirateria, colla sua flotta andò a trovarli, e gli riuscì di conchiudere col principe loro un trattato di pace. Passato dipoi alle isole di Narenta, confermò la precedente lega conDrosaico ducadi quella contrada; dopo di che con gloria se ne tornò a Venezia. Ed appunto arrivato da lì a poco ad essa Venezia Teodosio patrizio, spedito, come dicemmo poco fa, da Teofilo imperadore de' Greci, a nome dell'Augusto medesimo, dopo aver creato il suddetto doge Pietrospatario imperiale, gli fece istanza di un gagliardo armamento per mare contra de' Saraceni. Sessanta furono le navi da guerra che in tal congiuntura i Veneziani armarono, con passare fino a Taranto, dove trovarono Saba principe di que' Saraceni con un formidabile esercito. Vennero alle mani con coloro i Veneziani; ma soperchiati dall'eccessivo numero degl'infedeli, quasi tutti vi restarono o morti o prigioni. Insuperbiti per questa vittoria quegli infedeli, colla loro armata navale vennero fino in Dalmazia, e nel secondo giorno di Pasqua avendopresa la città di Ausera, la diedero alle fiamme. Lo stesso trattamento fecero alla città d'Ancona, e nel tornarsene col bottino, scontrati per viaggio alcuni legni mercantili de' Veneziani, li presero, con levare di vita chiunque entro di essi si ritrovò. Ma alquanto più tardi sembra che succedessero questi fatti, quantunque il Dandolo li racconti prima della morte di Lodovico Pio; perciocchè abbiamo dall'Anonimo salernitano[Anonym. Salernit., Paralip. P. II. tom. 2 Rer. Ital.]cheTarantonon era per anche caduto in mano de' Saraceni allorchèSicardoprincipe di Benevento fu messo a morte dai suoi: del che ora appunto io debbo favellare. Non durò molto, siccome dissi, la capitolazione seguita fra Napoletani e il suddetto Sicardo. Narra il sopraddetto Anonimo, che nata dissensione fra gli Amalfitani, i principali di quel popolo si sottomisero a Sicardo e passarono ad abitare in Salerno, città del ducato beneventano. I buoni trattamenti, che quivi riceverono, servirono di stimolo a parecchi altri Amalfitani di portarsi per loro maggior quiete a mettere casa in Salerno, di maniera che fatti varii maritaggi in quella città, di due popoli se ne formò un solo. Rimasta Amalfi spopolata, vi accorsero le brigate longobardiche di Sicardo e la devastarono, con asportarne a Benevento il corpo di santa Trifomene vergine e martire, come consta ancora dall'antica sua leggenda, data alla luce dall'Ughelli[Ughell., tom. 7 Ital. Sacr. in Episcop. Minorit.]. Seguitò Sicardo a maggiormente molestare e stringere colle sue armi la città e il popolo di Napoli. Ora veggendoAndreaduca di quella città di non potere resistere, giacchè soccorso non si potea sperare dall'imperio greco troppo avvilito, e continuamente spelato dai Saraceni, rivolse le speranze, per quanto s'ha da Giovanni Diacono nelle vite de vescovi di Napoli[Johann. Diac., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], aLottarioAugusto. Gli spedì i suoi ambasciatori, che dovettero portarsi fino in Francia per trovarlo. Furono questi graziosamente accolti da Lottario, e rispediti coll'accompagnamento d'uno de' suoi baroni appellatoContardo, affinchè a suo nome comandasse a Sicardo di desistere dalla persecuzione de' Napoletani: altrimenti egli avrebbe medicato il di lui furore. Ritornarono gli ambasciatori, ma non ci fu bisogno della calda parlata di Contardo, perchè si trovò che in questi giorni Sicardo era stato tolto con violenza dal mondo. Intorno a che è da sapere che il suddettoSicardoprincipe di Benevento, per attestato non men dell'Anonimo salernitano che di Erchemperto storico[Erchempertus, cap. 12, P. 1, tom. 2 Rer. Italic.]più riguardevole, era macchiato di molti vizii d'incontinenza e d'avarizia, per i quali aggravava forte i suoi popoli. A renderlo nondimeno peggiore concorse l'essersi egli messo tutto in mano di Roffredo, figliuolo di Dauferio, sopprannominato Profeta, ed uno de' più astuti uomini di que' paesi da cui fu ridotto a tale, che nulla si faceva senza il suo parere e consentimento, e tanto più perchè lo indusse a prendere per moglieAdelgisasua parente. Per i consigli di costui Sicardo mise le mani addosso aSiconolfosuo fratello, per i sospetti ch'egli aspirasse al principato, e mandollo prigione a Taranto; costrinse a farsi MonacoMaionesuo parente, e proditoriamente fece impiccareAlfano, uno de' più illustri personaggi di Benevento. In una parola, pochi de' nobili beneventani si contarono che non fossero uccisi, o posti in prigione, o non eleggessero un volontario esilio. Credevasi tutto questo operato da Roffredo con disegno di occupar egli il principato, dacchè i migliori del paese fossero depressi, e divenuto Sicardo odioso al popolo tutto. Ora non potendo più reggere i Beneventani a tali iniquità, formata una congiura da un certo Adalferio, con più ferite un giorno l'uccisero.Crede Camillo Pellegrino che ciò avvenisse nell'anno presente. Dipoi passarono all'elezione del nuovo principe. Cadde questa nella persona diRadelchi, ossiaRadelgiso, dianzi tesoriere del defunto Sicardo; e quasi tutti si accordarono in proclamarlo principe, perchè era uomo di buoni e dolci costumi. Ma qui ebbe principio la divisione e l'abbassamento dell'ampissimo ducato di Benevento: intorno a che mi riserbo di parlare all'anno seguente. Potrebbe essere che in questo succedesse quanto narra Agnello[Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., P. I, Tom. 2 Rer. Italic.], autore contemporaneo, diGiorgio arcivescovodi Ravenna. Destinato avea l'imperador Lottario di fare con solennità il battesimo diRotrudesua figliuola. L'ambizioso arcivescovo tanto si adoperò, che ottenne di poter levare al sacro fonte questa principessa; onore che costò ben caro alla sua chiesa, perchè egli la spogliò di parte del suo tesoro, e tutto portò seco a Pavia. Di grandi regali fece al suddetto imperadore e all'Augusta sua moglieErmengarda. I soli abiti battesimali della principessa furono da lui pagati cinquecento soldi d'oro; e al medesimo Agnello scrittore toccò di vestirla, alzata che fu, secondo i riti d'allora, dal sacro fonte. Intervenne alla funzione l'imperadrice col volto coperto, riccamente abbigliata e carica di gioie; e nota Agnello ch'essa prima della messa, che fu celebrata dall'arcivescovo, sentendosi una gran sete, si fece portare una buona tazza di vino forestiere, ed occultamente la tracannò, e ciò non ostante andò in quella mattina a partecipare della mensa celeste.

Pacificò bensì l'imperador Lodovicoed unì per quanto potè i due suoi figliuoliLottarioeCarlo, con isperanza che tal unione terrebbe in brigliaLodovico re di Bavieradopo la sua morte[Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.]. Ma questi sdegnato non poco per la divisione sopraccennata di stati, non volle aspettar tanto a risentirsene. Nella quaresima dell'anno presente, uscito egli in campagna con quante forze potè, occupò tutta la parte della monarchia franzese di là dal Reno. A tale avviso l'imperadore suo padre, raunato un poderoso esercito, marciò incontro al figliuolo ribello, passò il Reno a Magonza, e dappoichè col fermarsi ebbe maggiormente ingrossata l'armata sua, continuò il viaggio per andare a fronte della nemica[Annales Francor. Bertiniani.]. Ma accadde che le milizie della Sassonia, Franconia, Turingia ed Alamagna, che s'erano poste sotto le insegne del giovane Lodovico, non solamente abbandonarono lui, ma vennero a schierarsi all'ubbidienza dell'Augusto suo genitore: colpo che fece ritirar nella Baviera disingannato e confuso lo sconsigliato principe suo figliuolo. Ma il buon imperadore, non mai dimentico d'essere padre, mandò a chiamarlo; ed egli, veggendosi al disotto, benchè a suo dispetto, v'andò. Lo accolse Lodovico Augusto con aria di sdegno, e sulle prime lo sgridò, ma poi con amorevoli parole gli parlò e gli perdonò: dopo di che lasciollo tornare in Baviera, con avere ricuperato tutto il paese perduto. E qui è più probabile che accadesse quanto abbiamo inteso di sopra dagli Annali bertiniani intorno alla cessione fatta dal giovane Lodovico al padre. Dagli stessi Annali abbiamo sottoquest'anno il racconto di questa guerra. Nel maggio del presente anno vennero a trovar l'imperador Lodovico, dimorante in Ingeleim, gli ambasciatori diTeofilo imperadore dei Greci, che gli presentarono varii regali e una lettera assai cortese. Secondo i suddetti Annali bertiniani, d'altro non trattarono, se non di confermar l'amicizia e lega che passava fra i due imperii. Ma Costantino Porfirogenneta[Porphyrogenneta, lib. 3, num. 36.]attesta che il principal motivo di tale spedizione fu per chiedere soccorso all'imperador latino contra dei Saraceni che aveano occupate le isole di Creta e di Sicilia, e varie città dell'Asia, con aver inoltre dato varie rotte a più d'un esercito di Greci spedito contra di loro. Non si mostrò Lodovico Augusto alieno da questa impresa; ma essendo mancato di vitaTeodosio patrizio, capo di quella ambasciata nel presente anno, e nel susseguente lo stesso imperadore de' Greci, si sciolse in fumo tutto il trattato. Intanto per la morte delre Pippinoera tutto in confusione il regno di Aquitania. Lodovico Pio fece tosto intendere a que' popoli, che per concessione sua quelle contrade erano state aggiunte al regno di Carlo, minimo tra i suoi figliuoli. Ma di Pippino erano restati due figliuoli maschi leggittimi, cioèPippino IIeCarlo; e una parte di que' popoli avea già acclamato per re lo stesso Pippino II, perchè primogenito del re defunto: l'altra parte si trovò favorevole al re Carlo. Perciò l'imperador Lodovico, per sostenere gl'interessi dell'amato figliuolo, mosse l'armi nell'autunno contra del nipote Pippino, prese qualche fortezza, e tirò nel suo partito alquanti di que' nobili. Ma l'esercito suo infestato dalle febbri, e faticato dalle scorrerie de gli Aquitani, giacchè cominciava ad inasprirsi la stagione, stimò meglio di ritirarsi e di passare ai quartieri di verno. Si sforza l'autore[Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.]della vita di Lodovico Pio d'inorpellare questa sua spedizionecontro i figli di un suo figliuolo, con dire che non erano atti al governo i due figliuoli di Pippino per la loro età, e che que' popoli tumultuanti aveano bisogno di un buon braccio per essere regolati. Ma niuno lascerà di conoscere e di dire che non fa onore alla memoria di questo imperadore l'aver voluto spogliare de' loro stati e diritti que' principi per ingrandir maggiormente il proprio figliuolo Carlo, già provveduto di una nobilissima porzione di stati. Il troppo amore, ch'egli portava a questo suo Beniamino, gli dovette ben chiudere gli occhi, e gli orecchi, per non vedere nè ascoltare in tal congiuntura le leggi della giustizia.

Dalla storia di Andrea Dandolo[Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.]impariamo che circa questi tempiPietrodoge di Venezia, desiderando di far dismettere agli Sclavi, o vogliam dire agli Schiavoni abitanti nella Dalmazia, il brutto mestiere della pirateria, colla sua flotta andò a trovarli, e gli riuscì di conchiudere col principe loro un trattato di pace. Passato dipoi alle isole di Narenta, confermò la precedente lega conDrosaico ducadi quella contrada; dopo di che con gloria se ne tornò a Venezia. Ed appunto arrivato da lì a poco ad essa Venezia Teodosio patrizio, spedito, come dicemmo poco fa, da Teofilo imperadore de' Greci, a nome dell'Augusto medesimo, dopo aver creato il suddetto doge Pietrospatario imperiale, gli fece istanza di un gagliardo armamento per mare contra de' Saraceni. Sessanta furono le navi da guerra che in tal congiuntura i Veneziani armarono, con passare fino a Taranto, dove trovarono Saba principe di que' Saraceni con un formidabile esercito. Vennero alle mani con coloro i Veneziani; ma soperchiati dall'eccessivo numero degl'infedeli, quasi tutti vi restarono o morti o prigioni. Insuperbiti per questa vittoria quegli infedeli, colla loro armata navale vennero fino in Dalmazia, e nel secondo giorno di Pasqua avendopresa la città di Ausera, la diedero alle fiamme. Lo stesso trattamento fecero alla città d'Ancona, e nel tornarsene col bottino, scontrati per viaggio alcuni legni mercantili de' Veneziani, li presero, con levare di vita chiunque entro di essi si ritrovò. Ma alquanto più tardi sembra che succedessero questi fatti, quantunque il Dandolo li racconti prima della morte di Lodovico Pio; perciocchè abbiamo dall'Anonimo salernitano[Anonym. Salernit., Paralip. P. II. tom. 2 Rer. Ital.]cheTarantonon era per anche caduto in mano de' Saraceni allorchèSicardoprincipe di Benevento fu messo a morte dai suoi: del che ora appunto io debbo favellare. Non durò molto, siccome dissi, la capitolazione seguita fra Napoletani e il suddetto Sicardo. Narra il sopraddetto Anonimo, che nata dissensione fra gli Amalfitani, i principali di quel popolo si sottomisero a Sicardo e passarono ad abitare in Salerno, città del ducato beneventano. I buoni trattamenti, che quivi riceverono, servirono di stimolo a parecchi altri Amalfitani di portarsi per loro maggior quiete a mettere casa in Salerno, di maniera che fatti varii maritaggi in quella città, di due popoli se ne formò un solo. Rimasta Amalfi spopolata, vi accorsero le brigate longobardiche di Sicardo e la devastarono, con asportarne a Benevento il corpo di santa Trifomene vergine e martire, come consta ancora dall'antica sua leggenda, data alla luce dall'Ughelli[Ughell., tom. 7 Ital. Sacr. in Episcop. Minorit.]. Seguitò Sicardo a maggiormente molestare e stringere colle sue armi la città e il popolo di Napoli. Ora veggendoAndreaduca di quella città di non potere resistere, giacchè soccorso non si potea sperare dall'imperio greco troppo avvilito, e continuamente spelato dai Saraceni, rivolse le speranze, per quanto s'ha da Giovanni Diacono nelle vite de vescovi di Napoli[Johann. Diac., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], aLottarioAugusto. Gli spedì i suoi ambasciatori, che dovettero portarsi fino in Francia per trovarlo. Furono questi graziosamente accolti da Lottario, e rispediti coll'accompagnamento d'uno de' suoi baroni appellatoContardo, affinchè a suo nome comandasse a Sicardo di desistere dalla persecuzione de' Napoletani: altrimenti egli avrebbe medicato il di lui furore. Ritornarono gli ambasciatori, ma non ci fu bisogno della calda parlata di Contardo, perchè si trovò che in questi giorni Sicardo era stato tolto con violenza dal mondo. Intorno a che è da sapere che il suddettoSicardoprincipe di Benevento, per attestato non men dell'Anonimo salernitano che di Erchemperto storico[Erchempertus, cap. 12, P. 1, tom. 2 Rer. Italic.]più riguardevole, era macchiato di molti vizii d'incontinenza e d'avarizia, per i quali aggravava forte i suoi popoli. A renderlo nondimeno peggiore concorse l'essersi egli messo tutto in mano di Roffredo, figliuolo di Dauferio, sopprannominato Profeta, ed uno de' più astuti uomini di que' paesi da cui fu ridotto a tale, che nulla si faceva senza il suo parere e consentimento, e tanto più perchè lo indusse a prendere per moglieAdelgisasua parente. Per i consigli di costui Sicardo mise le mani addosso aSiconolfosuo fratello, per i sospetti ch'egli aspirasse al principato, e mandollo prigione a Taranto; costrinse a farsi MonacoMaionesuo parente, e proditoriamente fece impiccareAlfano, uno de' più illustri personaggi di Benevento. In una parola, pochi de' nobili beneventani si contarono che non fossero uccisi, o posti in prigione, o non eleggessero un volontario esilio. Credevasi tutto questo operato da Roffredo con disegno di occupar egli il principato, dacchè i migliori del paese fossero depressi, e divenuto Sicardo odioso al popolo tutto. Ora non potendo più reggere i Beneventani a tali iniquità, formata una congiura da un certo Adalferio, con più ferite un giorno l'uccisero.Crede Camillo Pellegrino che ciò avvenisse nell'anno presente. Dipoi passarono all'elezione del nuovo principe. Cadde questa nella persona diRadelchi, ossiaRadelgiso, dianzi tesoriere del defunto Sicardo; e quasi tutti si accordarono in proclamarlo principe, perchè era uomo di buoni e dolci costumi. Ma qui ebbe principio la divisione e l'abbassamento dell'ampissimo ducato di Benevento: intorno a che mi riserbo di parlare all'anno seguente. Potrebbe essere che in questo succedesse quanto narra Agnello[Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., P. I, Tom. 2 Rer. Italic.], autore contemporaneo, diGiorgio arcivescovodi Ravenna. Destinato avea l'imperador Lottario di fare con solennità il battesimo diRotrudesua figliuola. L'ambizioso arcivescovo tanto si adoperò, che ottenne di poter levare al sacro fonte questa principessa; onore che costò ben caro alla sua chiesa, perchè egli la spogliò di parte del suo tesoro, e tutto portò seco a Pavia. Di grandi regali fece al suddetto imperadore e all'Augusta sua moglieErmengarda. I soli abiti battesimali della principessa furono da lui pagati cinquecento soldi d'oro; e al medesimo Agnello scrittore toccò di vestirla, alzata che fu, secondo i riti d'allora, dal sacro fonte. Intervenne alla funzione l'imperadrice col volto coperto, riccamente abbigliata e carica di gioie; e nota Agnello ch'essa prima della messa, che fu celebrata dall'arcivescovo, sentendosi una gran sete, si fece portare una buona tazza di vino forestiere, ed occultamente la tracannò, e ciò non ostante andò in quella mattina a partecipare della mensa celeste.


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