DCCLVAnno diCristoDCCLV. IndizioneVIII.StefanoII papa 4.CostantinoCopronimo imperadore 36 e 15.LeoneIV imperadore 5.Astolfore 7.Bisognerà ben credere cheAstolfore dei Longobardi fosse uomo di poca coscienza, ed anche di men giudizio, da che egli non istette molto a calpestare i giuramenti fatti e ad irritar la pazienza del re Pippino, principe di potenza tanto superiore alla sua. Non solamente nulla restituì di quanto avea promesso, ma furibondo sul principio dell'anno corrente, se pur non fu di giugno, unito tutto lo sforzo delle sue armi e del ducato beneventano, passò all'assedio di Roma con dare il guasto ai contorni, asportare i corpi de' Santi ritrovati nelle chiese fuori della città, e tormentare con frequenti assalti la città medesima. Siccome costa dal Codice Carolino, cioè dalcarteggio che allora passava tra i romani pontefici e i re di Francia, e come lasciò scritto anche Anastasio, ossia l'autore della vita di papa Stefano II, diede esso pontefice prontamente avviso della prepotenza e perfidia di Astolfo al re Pippino, inviandogli per mare i suoi legati, cioèGiorgiovescovo eTomaricoconte, in compagnia diGuarnieriabbate franzese, che a nome di Pippino si trovava in Roma. Seguitando poi con più furia l'assedio, nè udendosi movimento alcuno de' soccorsi desiderati, scrisse il medesimo pontefice una lettera a nome di san Pietro apostolo ad esso re Pippino, a' suoi figliuoli e a tutta la nazion franzese, rapportata dal cardinal Baronio e dal Codice Carolino, in cui si finge che esso Apostolo li chiami, con quante formole patetiche si seppero trovare, all'aiuto di Roma, promettendo loro per tale azione la vita eterna in paradiso, e minacciando, se nol facevano, l'eterna lor dannazione.Questa lettera,dice l'abbate di Fleury[Fleury, Histoire Ecclesiast., lib. 43, §. 17.],è importante per conoscere il genio di quel secolo, e fin dove le persone più gravi sapevano spingere la finzione, quando la credevano utile. Nel resto essa è piena di equivochi, come le precedenti. La Chiesa vi significa non l'assemblea de' fedeli, ma i beni temporali consecrati a Dio; la greggia di Gesù Cristo sono i corpi e non già le anime; le promesse temporali dell'antica legge sono mischiate colle spirituali del Vangelo; e i motivi più santi della religione impiegati per un affare di stato.Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e l'amore de' beni temporali innata in noi tutti. Ma intorno a questa delicata materia basterà per ora il poco che ho riferito dello storico franzese. Ora noi abbiamo dai continuatori di Fredegario, da Anastasio e da altri, che il re Pippino, raunato un potentissimo esercito si mosse alla volta d'Italia: del cheavvertito Astolfo, sciolto l'assedio, lasciò libera Roma, ed accorse colle sue forze alla difesa dei confini dell'Italia, per opporsi ai Franzesi. In questo mentre arrivarono a Roma due ambasciatori spediti dall'AugustoCostantinoal re di Francia, cioèGregoriocapo de' segretarii, eGiovannisilenziario, con ordine, per quanto apparisce, di commuovere esso re contra de' Longobardi, e di procurar la restituzione dell'esarcato al romano imperio. Udito poi che già il re Pippino era marciato colla sua armata, se ne stupirono forte, nè lo sapevano credere. Perciò senza perdere tempo, messisi in viaggio per mare, e seco conducendo un messo dato loro dal papa per accompagnarli, in breve pervennero a Marsiglia, dove udendo che già il re Pippino avea valicato l'Alpi, se ne afflissero non poco. Aveano essi, per quanto si può conghietturare, scoperto prima, o certo scoprirono allora, che i negoziati del papa contra de' Longobardi erano, non già in favore dell'imperador loro padrone, ma bensì in profitto del sommo pontefice e della Chiesa romana, alla quale Pippino avea promesso in dono l'esarcato. Per ciò s'ingegnarono in tutte le forme, e colle brusche ancora, di tenere indietro il messo del papa, e in fatti il suddetto Gregorio andando innanzi, trovò Pippino poco lungi da Pavia, e presentate le lettere imperiali, non omise preghiere per indurlo a fare restituire all'imperadore suo padrone le città dell'esarcato, siccome paese a lui usurpato, e su cui non aveano per anche acquistato alcun legittimo diritto i Longobardi, con esibirsi di pagar le spese occorse nella guerra. Ma Pippino in poche parole apertamente gli disse di aver fatto un dono di quella contrada a san Pietro, cioè alla Chiesa romana, e che per tutto l'oro del mondo non cambierebbe mai pensiero. Se i ministri cesarei impugnassero il disegno di questo donativo, come di cosa altrui, nol sappiamo. Solamente si sa ch'essi ministrifurono licenziati, senza che ottenessero neppur buone parole.Intanto posto l'assedio a Pavia, Astolfo si trovò verso il fine dell'anno costretto a chiedere perdono, a pagare gran somma di danaro, e a promettere in forma più stretta di rendere le città al papa, aggiungendo anche alle medesime la città di Comacchio, che dianzi doveva essere del re longobardo, e non già inchiusa nell'esarcato. Allora fu che Pippino, siccome attesta Anastasio, fece una donazione in iscritto di essa città a san Pietro, ossia alla Chiesa romana, ed inviò tostoFulradoabbate del monistero di san Dionisio a prendere il possesso, con ritornarsene egli intanto in Francia. Andò Fulrado coi deputati del re Astolfo a città per città dell'esarcato e della Pentapoli (segno che tutte erano dianzi venute in potere de' Longobardi), e ricevendone le chiavi e gli ostaggi, coi principali cittadini d'esse passò a Roma, dove sopra l'altare di san Pietro pose le chiavi suddette, insieme colla donazion fattane dal re Pippino, e diede a san Pietro e a tutti i suoi vicarii romani pontefici per l'avvenire il possesso di quelle città: cioè diRavenna,Rimini,Pesaro,Fano,Cesena,Sinigaglia,Jesi,Forlimpopoli,Forlì col castello Sussubio,Monfeltro,Acerragio,Monte di Lucaro,Serra,Castello di san Mariano(forse san Marino),Bobio(diverso dall'altro della Liguria),Urbino,Cagli,Luceolo,Gubbio,Commachio, colla giunta ancora della città diNarni, che i duchi di Spoleti molti anni prima aveano tolta al ducato romano. Ma qual fosse e con quali condizioni una tal donazione non resta a noi ben chiaro, essendo periti gli atti e strumenti d'allora, e a nulla servendo per illuminarci i posteriormente finti, se mai uscissero alla luce. Papa Stefano in una delle sue lettere al re Pippino[Codex Carolinus.]scrive che il re Astolfonec unius palmi terrae spatium beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, vel reipublicae Romanorum redderepassus est. Aggiunge che Pippino avea confermatopropria voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, reipublicae, civitates et loca restituenda. Altri passi ci sono, ne' quali si parla della restituzione che s'avea da fare allarepubblica, chiaramente distinta dalla Chiesa romana. Il padre Cointe negli Annali ecclesiastici della Francia pretese, che sotto nome direpubblicavenisse ilromano imperio, ossia la camera e il fisco imperiale. A questa opinione non acconsentì il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron., ad ann. 755.]; ma, per quanto mi sono io ingegnato di provare nelle Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.], indubitata cosa è che sotto il nome direpubblicaveniva l'imperio romano, benchè non apparisca qual cosa fosse ora restituita ad esso imperio, essendo anche incerto come restasse in questi tempi il governo di Roma. Pretende bensì il suddetto padre Pagi, che da lì innanzi i romani pontefici avessero in pieno lor dominio non meno essa città che l'esercato; ma senza che si veggano prove concludenti di tal opinione. Certo non si può mettere in dubbio la donazione dell'esarcato e della Pentapoli fatta dal re Pippino alla santa Sede romana, con escluderne affatto la signoria de' greci Augusti; ma se avvenisse per conto di Roma e del suo ducato lo stesso, e se Pippino si riservasse dominio alcuno sopra lo stesso esarcato, non pare finora concludentemente deciso, come altrove osservai[Piena Esposizione, cap. 2.]. E questo, a mio credere, è il primo esempio di dominii temporali con giurisdizione dati alle chiese e a' sacri pastori, del quale poi profittarono a poco a poco le altre chiese, la maggior parte delle quali procurò a sè stessa ed ottenne di somiglianti signorie, siccome andremo vedendo. Gloriosamente in quest'anno coronò il corso di sua vita sanBonifacio, celebre arcivescovo di Magonza, con sofferire il martirio dai Pagani. Credesiparimente che riuscisse al re Pippino di sottomettere la città di Narbona dopo tre anni di assedio, con ritorla ai Saraceni, i quali perciò furono cacciati da tutta la provincia della Settimania, oggidì Linguadoca. Per attestato ancora del Dandolo[Dandulus, in Chron. tom. 12 Rer. Ital.], in quest'annoDeusdeditdoge di Venezia, mentre era dietro per fabbricare un castello fortissimo alla riva del porto della Brenta, per congiura di uno scellerato uomo appellatoGalla, fu ucciso dal suo popolo. Dopo di che lo stessoGallaportatosi a Malamocco, occupò la sedia e il nome ducale, ma per poco tempo, siccome vedremo.
Bisognerà ben credere cheAstolfore dei Longobardi fosse uomo di poca coscienza, ed anche di men giudizio, da che egli non istette molto a calpestare i giuramenti fatti e ad irritar la pazienza del re Pippino, principe di potenza tanto superiore alla sua. Non solamente nulla restituì di quanto avea promesso, ma furibondo sul principio dell'anno corrente, se pur non fu di giugno, unito tutto lo sforzo delle sue armi e del ducato beneventano, passò all'assedio di Roma con dare il guasto ai contorni, asportare i corpi de' Santi ritrovati nelle chiese fuori della città, e tormentare con frequenti assalti la città medesima. Siccome costa dal Codice Carolino, cioè dalcarteggio che allora passava tra i romani pontefici e i re di Francia, e come lasciò scritto anche Anastasio, ossia l'autore della vita di papa Stefano II, diede esso pontefice prontamente avviso della prepotenza e perfidia di Astolfo al re Pippino, inviandogli per mare i suoi legati, cioèGiorgiovescovo eTomaricoconte, in compagnia diGuarnieriabbate franzese, che a nome di Pippino si trovava in Roma. Seguitando poi con più furia l'assedio, nè udendosi movimento alcuno de' soccorsi desiderati, scrisse il medesimo pontefice una lettera a nome di san Pietro apostolo ad esso re Pippino, a' suoi figliuoli e a tutta la nazion franzese, rapportata dal cardinal Baronio e dal Codice Carolino, in cui si finge che esso Apostolo li chiami, con quante formole patetiche si seppero trovare, all'aiuto di Roma, promettendo loro per tale azione la vita eterna in paradiso, e minacciando, se nol facevano, l'eterna lor dannazione.Questa lettera,dice l'abbate di Fleury[Fleury, Histoire Ecclesiast., lib. 43, §. 17.],è importante per conoscere il genio di quel secolo, e fin dove le persone più gravi sapevano spingere la finzione, quando la credevano utile. Nel resto essa è piena di equivochi, come le precedenti. La Chiesa vi significa non l'assemblea de' fedeli, ma i beni temporali consecrati a Dio; la greggia di Gesù Cristo sono i corpi e non già le anime; le promesse temporali dell'antica legge sono mischiate colle spirituali del Vangelo; e i motivi più santi della religione impiegati per un affare di stato.Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e l'amore de' beni temporali innata in noi tutti. Ma intorno a questa delicata materia basterà per ora il poco che ho riferito dello storico franzese. Ora noi abbiamo dai continuatori di Fredegario, da Anastasio e da altri, che il re Pippino, raunato un potentissimo esercito si mosse alla volta d'Italia: del cheavvertito Astolfo, sciolto l'assedio, lasciò libera Roma, ed accorse colle sue forze alla difesa dei confini dell'Italia, per opporsi ai Franzesi. In questo mentre arrivarono a Roma due ambasciatori spediti dall'AugustoCostantinoal re di Francia, cioèGregoriocapo de' segretarii, eGiovannisilenziario, con ordine, per quanto apparisce, di commuovere esso re contra de' Longobardi, e di procurar la restituzione dell'esarcato al romano imperio. Udito poi che già il re Pippino era marciato colla sua armata, se ne stupirono forte, nè lo sapevano credere. Perciò senza perdere tempo, messisi in viaggio per mare, e seco conducendo un messo dato loro dal papa per accompagnarli, in breve pervennero a Marsiglia, dove udendo che già il re Pippino avea valicato l'Alpi, se ne afflissero non poco. Aveano essi, per quanto si può conghietturare, scoperto prima, o certo scoprirono allora, che i negoziati del papa contra de' Longobardi erano, non già in favore dell'imperador loro padrone, ma bensì in profitto del sommo pontefice e della Chiesa romana, alla quale Pippino avea promesso in dono l'esarcato. Per ciò s'ingegnarono in tutte le forme, e colle brusche ancora, di tenere indietro il messo del papa, e in fatti il suddetto Gregorio andando innanzi, trovò Pippino poco lungi da Pavia, e presentate le lettere imperiali, non omise preghiere per indurlo a fare restituire all'imperadore suo padrone le città dell'esarcato, siccome paese a lui usurpato, e su cui non aveano per anche acquistato alcun legittimo diritto i Longobardi, con esibirsi di pagar le spese occorse nella guerra. Ma Pippino in poche parole apertamente gli disse di aver fatto un dono di quella contrada a san Pietro, cioè alla Chiesa romana, e che per tutto l'oro del mondo non cambierebbe mai pensiero. Se i ministri cesarei impugnassero il disegno di questo donativo, come di cosa altrui, nol sappiamo. Solamente si sa ch'essi ministrifurono licenziati, senza che ottenessero neppur buone parole.
Intanto posto l'assedio a Pavia, Astolfo si trovò verso il fine dell'anno costretto a chiedere perdono, a pagare gran somma di danaro, e a promettere in forma più stretta di rendere le città al papa, aggiungendo anche alle medesime la città di Comacchio, che dianzi doveva essere del re longobardo, e non già inchiusa nell'esarcato. Allora fu che Pippino, siccome attesta Anastasio, fece una donazione in iscritto di essa città a san Pietro, ossia alla Chiesa romana, ed inviò tostoFulradoabbate del monistero di san Dionisio a prendere il possesso, con ritornarsene egli intanto in Francia. Andò Fulrado coi deputati del re Astolfo a città per città dell'esarcato e della Pentapoli (segno che tutte erano dianzi venute in potere de' Longobardi), e ricevendone le chiavi e gli ostaggi, coi principali cittadini d'esse passò a Roma, dove sopra l'altare di san Pietro pose le chiavi suddette, insieme colla donazion fattane dal re Pippino, e diede a san Pietro e a tutti i suoi vicarii romani pontefici per l'avvenire il possesso di quelle città: cioè diRavenna,Rimini,Pesaro,Fano,Cesena,Sinigaglia,Jesi,Forlimpopoli,Forlì col castello Sussubio,Monfeltro,Acerragio,Monte di Lucaro,Serra,Castello di san Mariano(forse san Marino),Bobio(diverso dall'altro della Liguria),Urbino,Cagli,Luceolo,Gubbio,Commachio, colla giunta ancora della città diNarni, che i duchi di Spoleti molti anni prima aveano tolta al ducato romano. Ma qual fosse e con quali condizioni una tal donazione non resta a noi ben chiaro, essendo periti gli atti e strumenti d'allora, e a nulla servendo per illuminarci i posteriormente finti, se mai uscissero alla luce. Papa Stefano in una delle sue lettere al re Pippino[Codex Carolinus.]scrive che il re Astolfonec unius palmi terrae spatium beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, vel reipublicae Romanorum redderepassus est. Aggiunge che Pippino avea confermatopropria voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, reipublicae, civitates et loca restituenda. Altri passi ci sono, ne' quali si parla della restituzione che s'avea da fare allarepubblica, chiaramente distinta dalla Chiesa romana. Il padre Cointe negli Annali ecclesiastici della Francia pretese, che sotto nome direpubblicavenisse ilromano imperio, ossia la camera e il fisco imperiale. A questa opinione non acconsentì il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron., ad ann. 755.]; ma, per quanto mi sono io ingegnato di provare nelle Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.], indubitata cosa è che sotto il nome direpubblicaveniva l'imperio romano, benchè non apparisca qual cosa fosse ora restituita ad esso imperio, essendo anche incerto come restasse in questi tempi il governo di Roma. Pretende bensì il suddetto padre Pagi, che da lì innanzi i romani pontefici avessero in pieno lor dominio non meno essa città che l'esercato; ma senza che si veggano prove concludenti di tal opinione. Certo non si può mettere in dubbio la donazione dell'esarcato e della Pentapoli fatta dal re Pippino alla santa Sede romana, con escluderne affatto la signoria de' greci Augusti; ma se avvenisse per conto di Roma e del suo ducato lo stesso, e se Pippino si riservasse dominio alcuno sopra lo stesso esarcato, non pare finora concludentemente deciso, come altrove osservai[Piena Esposizione, cap. 2.]. E questo, a mio credere, è il primo esempio di dominii temporali con giurisdizione dati alle chiese e a' sacri pastori, del quale poi profittarono a poco a poco le altre chiese, la maggior parte delle quali procurò a sè stessa ed ottenne di somiglianti signorie, siccome andremo vedendo. Gloriosamente in quest'anno coronò il corso di sua vita sanBonifacio, celebre arcivescovo di Magonza, con sofferire il martirio dai Pagani. Credesiparimente che riuscisse al re Pippino di sottomettere la città di Narbona dopo tre anni di assedio, con ritorla ai Saraceni, i quali perciò furono cacciati da tutta la provincia della Settimania, oggidì Linguadoca. Per attestato ancora del Dandolo[Dandulus, in Chron. tom. 12 Rer. Ital.], in quest'annoDeusdeditdoge di Venezia, mentre era dietro per fabbricare un castello fortissimo alla riva del porto della Brenta, per congiura di uno scellerato uomo appellatoGalla, fu ucciso dal suo popolo. Dopo di che lo stessoGallaportatosi a Malamocco, occupò la sedia e il nome ducale, ma per poco tempo, siccome vedremo.