DCCLXIII

DCCLXIIIAnno diCristoDCCLXIII. IndizioneI.PaoloI papa 7.CostantinoCopronimo imperadore 44 e 23.LeoneIV imperadore 13.Desideriore 7.Adelgisore 5.Mi sia lecito il rapportare a questo anno la lettera trentesima sesta del Codice Carolino, scritta da tutto ilsenatoe dalla generalità delpopolo romanoal rePippino, patrizio de' Romani. Il ringraziano essi perchè abbia presa la difesa della vera fede per le controversie che allora bollivano coi Greci, e perchè abbia procurata la salute al popolo romano con proteggerlo dai Longobardi. Dicono d'avere ricevuto con tutto onore una lettera graziosa d'esso re, in cui gli esortava ad essere fermi e fedeli verso la Chiesa romana e verso il sommo pontefice Paolo, e protestano d'essere fermi e fedeli servi della santa Chiesa di Dio e del beatissimo padre e signor nostro Paolo papa, perchè egli è nostro padre ed ottimo pastore, e non cessa di operare per la nostra salute, siccome ancor fece papa Stefano suo fratello, con governar noi come pecorelle ragionevoli a lui consegnate da Dio, mostrandosi sempre misericordioso e imitatore di san Pietro, di cui è vicario. Il pregano ancora di voler perfezionare la dilatazione di questa provincia, ch'egli avea liberata dalle mani de' Longobardi, e di continuare nella difesa di tutti loro, per poter vivere con sicurezza della pace. Veramente si aspettava il lettore di poter apprendere da questa lettera qual fosse allora il governo di Roma, cioè se ne era sì o no sovrano il sommo pontefice. Ma non si può quindi accogliere assaidi lume per ben chiarir questo fatto, se non che al papa è ivi dato il titolo didomino nostro; il che lascerò decidere ad altri, se sia un concludente indizio di quel che si cerca. Certo non apparisce assai palesemente, quantunque sia verisimile, che l'imperadore avesse perduta affatto la sua autorità sopra di Roma, nè come si reggesse allora il popolo romano, potendo essere che si governasse a repubblica, di cui fosse capo il sommo pontefice. Lo stesso scrivere il re Pippino al senato e popolo, con raccomandargli di onorare papa Paolo, porge luogo a conghietturare che anche presso di loro risedesse in parte l'autorità del comando temporale. E tanto più, perchè se nel papa era già trasferita, come vien preteso, la sovranità sopra Roma, non ben s'intende come Leone III, per quanto vedremo, volesse privarne sè stesso e i suoi successori, con trasferirla in Carlo Magno, allorchè il dichiarò imperadore Augusto. Si possono qui dir molte cose, ma forse niuna sarà bastevole a mettere ben in chiaro il sistema d'allora; e massimamente perchè neppure ben sappiamo in che consistesse l'autorità e il grado dipatrizio de' Romaniconferito in questi tempi ai re di Francia. Nell'anno presente, essendo probabilmente mancato di vitaGisolfoduca di Spoleti, succedette in suo luogo, se crediamo al catalogo posto avanti alla Cronica di Farfa,Teodericoduca. Ma si dee scrivereTeodicio, i cui Atti si cominciarono a vedere sotto quest'anno nelle memorie del suddetto monistero, che io ho rapportato altrove[Antiquitat. Italic., Dissert. LXVII.]. Di lui parimente è fatta menzione in varii siti della Cronica sopraddetta. Seguitava intanto una fiera guerra fra il rePippinoeGuaifarioduca d'Aquitania, colla peggio dell'ultimo.

Mi sia lecito il rapportare a questo anno la lettera trentesima sesta del Codice Carolino, scritta da tutto ilsenatoe dalla generalità delpopolo romanoal rePippino, patrizio de' Romani. Il ringraziano essi perchè abbia presa la difesa della vera fede per le controversie che allora bollivano coi Greci, e perchè abbia procurata la salute al popolo romano con proteggerlo dai Longobardi. Dicono d'avere ricevuto con tutto onore una lettera graziosa d'esso re, in cui gli esortava ad essere fermi e fedeli verso la Chiesa romana e verso il sommo pontefice Paolo, e protestano d'essere fermi e fedeli servi della santa Chiesa di Dio e del beatissimo padre e signor nostro Paolo papa, perchè egli è nostro padre ed ottimo pastore, e non cessa di operare per la nostra salute, siccome ancor fece papa Stefano suo fratello, con governar noi come pecorelle ragionevoli a lui consegnate da Dio, mostrandosi sempre misericordioso e imitatore di san Pietro, di cui è vicario. Il pregano ancora di voler perfezionare la dilatazione di questa provincia, ch'egli avea liberata dalle mani de' Longobardi, e di continuare nella difesa di tutti loro, per poter vivere con sicurezza della pace. Veramente si aspettava il lettore di poter apprendere da questa lettera qual fosse allora il governo di Roma, cioè se ne era sì o no sovrano il sommo pontefice. Ma non si può quindi accogliere assaidi lume per ben chiarir questo fatto, se non che al papa è ivi dato il titolo didomino nostro; il che lascerò decidere ad altri, se sia un concludente indizio di quel che si cerca. Certo non apparisce assai palesemente, quantunque sia verisimile, che l'imperadore avesse perduta affatto la sua autorità sopra di Roma, nè come si reggesse allora il popolo romano, potendo essere che si governasse a repubblica, di cui fosse capo il sommo pontefice. Lo stesso scrivere il re Pippino al senato e popolo, con raccomandargli di onorare papa Paolo, porge luogo a conghietturare che anche presso di loro risedesse in parte l'autorità del comando temporale. E tanto più, perchè se nel papa era già trasferita, come vien preteso, la sovranità sopra Roma, non ben s'intende come Leone III, per quanto vedremo, volesse privarne sè stesso e i suoi successori, con trasferirla in Carlo Magno, allorchè il dichiarò imperadore Augusto. Si possono qui dir molte cose, ma forse niuna sarà bastevole a mettere ben in chiaro il sistema d'allora; e massimamente perchè neppure ben sappiamo in che consistesse l'autorità e il grado dipatrizio de' Romaniconferito in questi tempi ai re di Francia. Nell'anno presente, essendo probabilmente mancato di vitaGisolfoduca di Spoleti, succedette in suo luogo, se crediamo al catalogo posto avanti alla Cronica di Farfa,Teodericoduca. Ma si dee scrivereTeodicio, i cui Atti si cominciarono a vedere sotto quest'anno nelle memorie del suddetto monistero, che io ho rapportato altrove[Antiquitat. Italic., Dissert. LXVII.]. Di lui parimente è fatta menzione in varii siti della Cronica sopraddetta. Seguitava intanto una fiera guerra fra il rePippinoeGuaifarioduca d'Aquitania, colla peggio dell'ultimo.


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