DCCLXXII

DCCLXXIIAnno diCristoDCCLXXII. IndizioneX.Adriano Ipapa 1.CostantinoCopronimo imperadore 53 e 32.Leone IVimperadore 22.Desideriore 16.Adelgisore 14.Diede fine a' suoi giorni in questo anno nel principio di febbraio papaStefano III, in cui luogo fu elettoAdriano I, figliuolo di Teodolo console e duca, distinto allora per le sue virtù, e che poi riuscì un insigne pontefice; ed appena eletto richiamò alcuni che alla morte di papa Stefano erano stati mandati in esilio. Lasciò scritto Andrea Dandolo[Dandulus, in Chronic., T. 12 Rer. Italic.]che in questi tempi il re de' Longobardipersonalmente e realmenteaffliggeva il clero e popolo dell'Istria, e tirava quei vescovi sotto l'ordinazione del patriarca di Aquileia, quando, secondo i canoni, essi erano della dipendenza del patriarca di Grado. Era ricorsoGiovannipatriarca gradense per aiuto a Stefano III papa, e rapporta esso Dandolo una lettera consolatoria d'esso pontefice a quel patriarca. Scrisse anche ai vescovi il papa, ma non ne cavò profitto alcuno, stando essi costanti nell'unione co' Longobardi. Questo enorme pregiudizio inferito alla Chiesa di Grado, e l'intollerabil prepotenza de' Longobardi nell'Istria, mosse dipoiMauriziodoge di Venezia, già creato console imperiale, a spedire a Roma Magno prete archivista, e Costantino tribuno, per ottenere rimedii più efficaci in favore del patriarca gradense; ma sopravvenuta la morte di papa Stefano, restò per allora senza effetto la loro spedizione. Ora saputasi dal re Desiderio l'esaltazione diAdrianoal trono pontificio, non fu egli lento ad inviargli un'ambasceria[Anastas., in Hadriani I Vit.], composta daTeodicioduca di Spoleti, daTunoneduca di Ebora Regia (Eboregiacredo io che s'abbia quivi a leggere, cioèIvrea) e da Prandolo suo guardarobiere, per confermare la buona pace ed amicizia fra loro. Adriano domandò agli ambasciatori qual fidanza si potesse avere di un principe, il quale sopra il corpo di s. Pietro s'era impegnato con giuramento sotto il suo predecessore Stefano di fare le giustizie di s. Pietro, e mai non aveva attenuta parola? anzi per sua suggestione aveva esso papa fatto cavar gli occhi a Cristoforoe Sergio primati della Chiesa. Aggiunse ancora la risposta data da Desiderio ai messi di papa Stefano, che aveano fatta dappoi istanza per le suddette giustizie. L'abbiam veduta di sopra questa risposta. Dappoichè Sergio secondicerio restò privato della luce degli occhi, per quanto abbiam precedentemente detto, fu lasciato in prigione. Otto giorni prima che morisse papa Stefano III, Paolo Afiarta e Calvolo, camerieri d'esso pontefice, Gregorio difensore regionario, e Giovanni fratello del medesimo papa, il presero, e mandatolo ad Anagni, quivi il fecero ammazzare. Ora papa Adriano avendo subodorato che Paolo suddetto era stato autore di questo assassinio, segretamente fece sapere aLeonearcivescovo di Ravenna, che mentre costui se ne tornava da Pavia, dove era stato inviato per pubblici affari, gli facesse mettere le mani addosso, e il cacciasse in prigione. Ciò fu eseguito; e formato in Roma il processo, il pontefice Adriano per le istanze de' primati della Chiesa e degli uffiziali della milizia, fece anche prendere Calvolo e gli uomini che avevano ucciso Sergio, e processati che furono dal prefetto di Roma, li mandò in esilio a Costantinopoli. Spedì poscia il processo a Ravenna perchè su quello venisse esaminato Paolo Afiarta, il quale davanti al consolare di Ravenna confessò il delitto. Tuttavia desiderando papa Adriano di salvar la vita ad esso Paolo, formò aCostantino e Leone Augusti e grandi imperadoriuna relazione della morte inferita al cieco Sergio,deprecans eorum imperialem clementiam, ut ad emendationem tanti reatus, ipsum Paulum suscipi, et in ipsis Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecepissent. Queste parole di Anastasio hanno servito a Pietro de Marca, insigne letterato ed arcivescovo di Parigi, per credere che il pontefice signoreggiasse bensì in questi tempi in Roma, ma con dipendenza tuttavia dalla sovranità de' greci Augusti. Certamente non si sa intenderetanta familiarità e confidenza de' papi coi greci Augusti, quando avessero tolta loro tutta la signoria di Roma. Merita a questo proposito d'essere anche osservata la data d'una bolla del medesimo papa Adriano in favore del monistero di Farfa[Rer. Italic., P. II, tom. II.], cioèDat. X. kal. maji imperantibus domno nostro piissimo Augusto Constantino, a Deo coronato, magno imperatore, anno LIII, et post consulatum ejus anno XXXIII, sed et Leone magno imperadore, ejus filio anno XXI, Indictione X.Queldomno nostroserve ad avvalorare l'opinione suddetta.Mandò poscia papa Adriano ordine a Leone arcivescovo di Ravenna, che inviasse Paolo Afiarta in esilio per via di Venezia a Costantinopoli, accompagnato dalla relazione antedetta; ma Leone si scusò di farlo, con rispondere al papa che non tornava il conto a spedire Paolo colà, perchè avendo il re Desiderio prigione un figliuolo di Maurizio duca di Venezia, questi per riavere esso figliuolo avrebbe potuto cambiarlo con Paolo. Coll'occasione poi che Adriano ebbe da inviare a Desiderio un suo messo, cioè Gregorio sacellario, gli diede commissione di protestare in passando, ed ordinare per parte sua all'arcivescovo di Ravenna e a que' cittadini, che Paolo rimanesse sano e salvo: ordine mal eseguito, perchè nel suo ritorno a Ravenna Gregorio trovò che il prefato Paolo era stato levato di vita. Prima ancora che succedessero questi fatti, cioè non per anche passati due mesi dopo l'assunzione di Adriano alla cattedra pontificia, per attestato di Anastasio bibliotecario, il re Desiderio occupò la città di Faenza, il ducato di Ferrara e Comacchio, luoghi tutti donati dal re Pippino e dai due suoi figliuoli a s. Pietro. Con qual pretesto non è chiaro, se non che si sa avere il papa inviate lettere di buon inchiostro a Desiderio per esortarlo alla restituzione. La risposta sua fu che nol farebbe, se prima non seguisse un abboccamentodel papa con esso lui. Il motivo di questo congresso era per indurre il santo padre ad ungere e riconoscere per re i figliuoli del reCarlomanno, che si erano rifugiati sotto il suo patrocinio. Ma il pontefice Adriano, a cui premeva forte di non disgustareCarlo Magno, sostegno unico suo quaggiù per gl'interessi suoi temporali, si guardò ben dall'acconsentire ai disegni del Longobardo. Ora tra questa negativa e la carcerazione e morte di Paolo Afiarta, partigiano suo, Desiderio probabilmente montato in collera, si diede a molestare ed occupare gli stati della Chiesa romana. Non gli bastò d'aver tolto all'esarcato i luoghi sopra espressi; spinse ancora un esercito più avanti con entrare ne' confini di Sinigaglia, Montefeltro, Urbino, Gubbio, dove furono commessi molti incendii, saccheggi ed omicidii. E questo specialmente avvenne in Blera nella Toscana romana, dove uccisero i principali di quella terra. Giunsero anche i Longobardi ne' confini di Roma stessa, e si impossessarono del castello d'Utricoli. All'udir questi fatti, chi cercasse delicatezza di coscienza e prudenza nel re Desiderio, non la troverebbe. Perciocchè dell'un canto non apparisce alcun giusto motivo di cotal invasione, e dall'altro doveva esso re aver dimenticato ciò che era avvenuto sotto Astolfo suo predecessore, gastigato dal re Pippino, e che poteva a lui accadere anche di peggio dalla potenza di Carlo Magno, difensore della Chiesa romana, e principe giovane voglioso d'accrescere i suoi stati, ed anche malcontento di lui, per aver ricettati i nipoti figliuoli di Carlomanno. In questi tempi diede principio esso re Carlo alla guerra contra de' Sassoni, popolo pagano, popolo che s'era avvezzato a non voler più riconoscere la sovranità dei re franchi. Carlo Magno non era principe da voler trascurare alcuno dei diritti de' suoi predecessori, e ardeva più che gli altri di voglia d'ingrandire la sua per altro vastissima monarchia.

Diede fine a' suoi giorni in questo anno nel principio di febbraio papaStefano III, in cui luogo fu elettoAdriano I, figliuolo di Teodolo console e duca, distinto allora per le sue virtù, e che poi riuscì un insigne pontefice; ed appena eletto richiamò alcuni che alla morte di papa Stefano erano stati mandati in esilio. Lasciò scritto Andrea Dandolo[Dandulus, in Chronic., T. 12 Rer. Italic.]che in questi tempi il re de' Longobardipersonalmente e realmenteaffliggeva il clero e popolo dell'Istria, e tirava quei vescovi sotto l'ordinazione del patriarca di Aquileia, quando, secondo i canoni, essi erano della dipendenza del patriarca di Grado. Era ricorsoGiovannipatriarca gradense per aiuto a Stefano III papa, e rapporta esso Dandolo una lettera consolatoria d'esso pontefice a quel patriarca. Scrisse anche ai vescovi il papa, ma non ne cavò profitto alcuno, stando essi costanti nell'unione co' Longobardi. Questo enorme pregiudizio inferito alla Chiesa di Grado, e l'intollerabil prepotenza de' Longobardi nell'Istria, mosse dipoiMauriziodoge di Venezia, già creato console imperiale, a spedire a Roma Magno prete archivista, e Costantino tribuno, per ottenere rimedii più efficaci in favore del patriarca gradense; ma sopravvenuta la morte di papa Stefano, restò per allora senza effetto la loro spedizione. Ora saputasi dal re Desiderio l'esaltazione diAdrianoal trono pontificio, non fu egli lento ad inviargli un'ambasceria[Anastas., in Hadriani I Vit.], composta daTeodicioduca di Spoleti, daTunoneduca di Ebora Regia (Eboregiacredo io che s'abbia quivi a leggere, cioèIvrea) e da Prandolo suo guardarobiere, per confermare la buona pace ed amicizia fra loro. Adriano domandò agli ambasciatori qual fidanza si potesse avere di un principe, il quale sopra il corpo di s. Pietro s'era impegnato con giuramento sotto il suo predecessore Stefano di fare le giustizie di s. Pietro, e mai non aveva attenuta parola? anzi per sua suggestione aveva esso papa fatto cavar gli occhi a Cristoforoe Sergio primati della Chiesa. Aggiunse ancora la risposta data da Desiderio ai messi di papa Stefano, che aveano fatta dappoi istanza per le suddette giustizie. L'abbiam veduta di sopra questa risposta. Dappoichè Sergio secondicerio restò privato della luce degli occhi, per quanto abbiam precedentemente detto, fu lasciato in prigione. Otto giorni prima che morisse papa Stefano III, Paolo Afiarta e Calvolo, camerieri d'esso pontefice, Gregorio difensore regionario, e Giovanni fratello del medesimo papa, il presero, e mandatolo ad Anagni, quivi il fecero ammazzare. Ora papa Adriano avendo subodorato che Paolo suddetto era stato autore di questo assassinio, segretamente fece sapere aLeonearcivescovo di Ravenna, che mentre costui se ne tornava da Pavia, dove era stato inviato per pubblici affari, gli facesse mettere le mani addosso, e il cacciasse in prigione. Ciò fu eseguito; e formato in Roma il processo, il pontefice Adriano per le istanze de' primati della Chiesa e degli uffiziali della milizia, fece anche prendere Calvolo e gli uomini che avevano ucciso Sergio, e processati che furono dal prefetto di Roma, li mandò in esilio a Costantinopoli. Spedì poscia il processo a Ravenna perchè su quello venisse esaminato Paolo Afiarta, il quale davanti al consolare di Ravenna confessò il delitto. Tuttavia desiderando papa Adriano di salvar la vita ad esso Paolo, formò aCostantino e Leone Augusti e grandi imperadoriuna relazione della morte inferita al cieco Sergio,deprecans eorum imperialem clementiam, ut ad emendationem tanti reatus, ipsum Paulum suscipi, et in ipsis Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecepissent. Queste parole di Anastasio hanno servito a Pietro de Marca, insigne letterato ed arcivescovo di Parigi, per credere che il pontefice signoreggiasse bensì in questi tempi in Roma, ma con dipendenza tuttavia dalla sovranità de' greci Augusti. Certamente non si sa intenderetanta familiarità e confidenza de' papi coi greci Augusti, quando avessero tolta loro tutta la signoria di Roma. Merita a questo proposito d'essere anche osservata la data d'una bolla del medesimo papa Adriano in favore del monistero di Farfa[Rer. Italic., P. II, tom. II.], cioèDat. X. kal. maji imperantibus domno nostro piissimo Augusto Constantino, a Deo coronato, magno imperatore, anno LIII, et post consulatum ejus anno XXXIII, sed et Leone magno imperadore, ejus filio anno XXI, Indictione X.Queldomno nostroserve ad avvalorare l'opinione suddetta.

Mandò poscia papa Adriano ordine a Leone arcivescovo di Ravenna, che inviasse Paolo Afiarta in esilio per via di Venezia a Costantinopoli, accompagnato dalla relazione antedetta; ma Leone si scusò di farlo, con rispondere al papa che non tornava il conto a spedire Paolo colà, perchè avendo il re Desiderio prigione un figliuolo di Maurizio duca di Venezia, questi per riavere esso figliuolo avrebbe potuto cambiarlo con Paolo. Coll'occasione poi che Adriano ebbe da inviare a Desiderio un suo messo, cioè Gregorio sacellario, gli diede commissione di protestare in passando, ed ordinare per parte sua all'arcivescovo di Ravenna e a que' cittadini, che Paolo rimanesse sano e salvo: ordine mal eseguito, perchè nel suo ritorno a Ravenna Gregorio trovò che il prefato Paolo era stato levato di vita. Prima ancora che succedessero questi fatti, cioè non per anche passati due mesi dopo l'assunzione di Adriano alla cattedra pontificia, per attestato di Anastasio bibliotecario, il re Desiderio occupò la città di Faenza, il ducato di Ferrara e Comacchio, luoghi tutti donati dal re Pippino e dai due suoi figliuoli a s. Pietro. Con qual pretesto non è chiaro, se non che si sa avere il papa inviate lettere di buon inchiostro a Desiderio per esortarlo alla restituzione. La risposta sua fu che nol farebbe, se prima non seguisse un abboccamentodel papa con esso lui. Il motivo di questo congresso era per indurre il santo padre ad ungere e riconoscere per re i figliuoli del reCarlomanno, che si erano rifugiati sotto il suo patrocinio. Ma il pontefice Adriano, a cui premeva forte di non disgustareCarlo Magno, sostegno unico suo quaggiù per gl'interessi suoi temporali, si guardò ben dall'acconsentire ai disegni del Longobardo. Ora tra questa negativa e la carcerazione e morte di Paolo Afiarta, partigiano suo, Desiderio probabilmente montato in collera, si diede a molestare ed occupare gli stati della Chiesa romana. Non gli bastò d'aver tolto all'esarcato i luoghi sopra espressi; spinse ancora un esercito più avanti con entrare ne' confini di Sinigaglia, Montefeltro, Urbino, Gubbio, dove furono commessi molti incendii, saccheggi ed omicidii. E questo specialmente avvenne in Blera nella Toscana romana, dove uccisero i principali di quella terra. Giunsero anche i Longobardi ne' confini di Roma stessa, e si impossessarono del castello d'Utricoli. All'udir questi fatti, chi cercasse delicatezza di coscienza e prudenza nel re Desiderio, non la troverebbe. Perciocchè dell'un canto non apparisce alcun giusto motivo di cotal invasione, e dall'altro doveva esso re aver dimenticato ciò che era avvenuto sotto Astolfo suo predecessore, gastigato dal re Pippino, e che poteva a lui accadere anche di peggio dalla potenza di Carlo Magno, difensore della Chiesa romana, e principe giovane voglioso d'accrescere i suoi stati, ed anche malcontento di lui, per aver ricettati i nipoti figliuoli di Carlomanno. In questi tempi diede principio esso re Carlo alla guerra contra de' Sassoni, popolo pagano, popolo che s'era avvezzato a non voler più riconoscere la sovranità dei re franchi. Carlo Magno non era principe da voler trascurare alcuno dei diritti de' suoi predecessori, e ardeva più che gli altri di voglia d'ingrandire la sua per altro vastissima monarchia.


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