DCCLXXIIIAnno diCristoDCCLXXIII. Indiz.XI.AdrianoI papa 2.CostantinoCopronimo imperadore 54 e 33.LeoneIV imperadore 23.Desideriore 17.Adelgisore 15.Bramoso più che mai il re Desiderio di abboccarsi con papaAdriano, gli spedìAndreareferendario eStabileduca, per esporgli questa sua intenzione. Mostrossi pronto il papa a tale abboccamento o in Pavia, o in Ravenna, Perugia e Roma, purchè precedesse la restituzione delle città ultimamente occupate. Ma Desiderio ostinato più che mai rigettò questa condizione, e proruppe in minacce contra di Roma, passi tutti che obbligarono il papa a spedire per mare i suoi messi al re Carlo Magno colla notizia di sì fatti insulti, e con implorare il suo aiuto in tanta angustia e necessità. Desiderio, giacchè non potea muovere il papa a' suoi voleri, si avvisò di portarsi egli in persona a parlare con lui, e di adoperar la forza per indurlo a cedere. Mossosi pertanto da Pavia conAdelgisosuo figliuolo, coll'esercito de' Longobardi, e colla moglie e coi figliuoli del fu re Carlomanno, s'inviò alla volta di Roma senza precedente concerto col papa. Solamente mandò gente innanzi ad avvisarlo della sua venuta. Adriano coraggiosamente rispose che se non veniva prima restituito il mal tolto, indarno il re si prendeva quell'incomodo, perchè assolutamente intendeva di non ammetterlo. Quindi per precauzione fatte venire a Roma le soldatesche della Toscana, Campania e Perugia, e alcune ancora delle città della Pentapoli, guernì fortemente Roma, con trovar tutti disposti a ben difenderla. Spogliò le chiese di san Pietro e Paolo facendo portar tutti i lor tesori entro la città, e chiudere con grossi ferri le porte della basilica vaticana. Poscia inviò al re DesiderioEustrazio,AndreaeTeodosiovescovi di Albano, di Palestrina e di Tivoli, ad intimargli una forte scomunica, s'egli osava senza licenza sua d'entrare ne' confini del ducato romano. Era già pervenuto Desiderio a Viterbo, e quivi intesa questa disgustosa ambasciata, non ardì d'andare più innanzi, e con gran riverenza e confusione ne tornò indietro. Dopo ciò arrivarono a Roma i messi di Carlo Magno, cioèGiorgiovescovo,Gulfradoabbate edAlbinoconfidente d'esso re, per chiarire, se sussisteva quanto il re Desiderio aveva esposto allo stesso re Carlo, con volergli far credere restituite a s. Pietro tutte le città e giustizie usurpate. Trovato falso l'esposto, se ne tornarono in Francia, e passando da Pavia, con tutte le loro esortazioni nulla poterono ottenere da Desiderio. Informato di ciò il re Carlo, tornò ad inviargli de' messi, con pregarlo di soddisfare al romano pontefice, e con promettergli anche quattordicimila soldi d'oro. Ma Desiderio divenuto cieco nella sua malizia, e tutto ricusando, incautamente si andava fabbricando la sua rovina. Allora Carlo Magno, conoscendo ormai che la sola forza potea liberar da queste propotenze Roma e la Chiesa romana, e ridondar l'uso dell'armi in proprio profitto, unito l'esercito generale di tutta la Francia, sen venne a Genova, risoluto di passare in Italia. Trovò che il re Desiderio accorso colla sua armata alle Chiuse dell'Italia verso il monte Cinisio, quivi s'era fortificato in varie maniere, per contrastargli il passo. Divise Carlo in due l'esercito suo, e ne spedì l'una pel suddetto monte, l'altra per monte di Giove.Prima nondimeno di sperimentar le suo armi, tornò ad inviare messi al Longobardo, per indurlo pacificamente alla restituzione, contentandosi di riceverne una promessa, e tre nobili ostaggi per sicurezza della parola. Ma ancor questi vennero indarno. S'inoltrò l'esercito franzese; ma trovata gagliarda opposizione, già si disponeva a tornarsene indietro,quando all'improvviso s'intese che Adelgiso figliuolo di Desiderio e tutti i Longobardi, colti da un panico terrore aveano presa la fuga, abbandonate le tende e l'equipaggio, senza che alcuno gli inseguisse. Agnello ravennate[Agnell., Pont. Raven. P. I, tom. 2 Rer. Italic.], scrittore del secolo susseguente, scrive che Carlo Magno fu invitato in Italia daLeonearcivescovo di Ravenna, il quale anche per mezzo di Martino suo diacono gl'insegnò il sito e la maniera di valicar l'Alpi al dispetto de' Longobardi. Questo si può credere un vanto de' Ravennati. Sappiam di certo che Carlo venne invitato dal papa; non sarebbe tuttavia improbabile che anche quell'arcivescovo fosse concorso col suo influsso a muoverlo. L'autore poi della Cronica novaliciense[Chronic. Navaliciense, P. II, tom. 1, Rer. Italic.]lasciò scritto essere stato un buffone che scoprì ai Franchi la via per passare in Italia. Quello scrittore si scopre un romanziere in altri racconti. Certo è bensì che senza contrasto calò il re Carlo in Piemonte col suo fiorito esercito, e tal timore incusse nel re Desiderio, che altro scampo non ebbe che di ritirarsi e chiudersi nella forte città di Pavia, come appunto avea fatto il re Astolfo, ma con esito differente da quello. Che se Godifredo da Viterbo[Godefridus Viterbiensis, in Chronico.], a cui prestarono fede molti de' moderni, scrisse che a Selva-bella seguì un fiero fatto d'armi tra i Franchi e Longobardi colla peggio degli ultimi, laonde quel luogo prese il nome diMortara, si può, anzi si dee un tal racconto mettere al ruolo delle favole, perchè di tanti antichi storici de' fatti di Carlo Magno, niuno conobbe, niuno accennò questa battaglia; e se questa fosse succeduta, n'avrebbono essi avuta contezza e fatta menzione. Restò dunque confinato a Pavia e circondato da uno stretto assedio o blocco il re Desiderio, probabilmente nel mesed'ottobre, come ha Anastasio[Anastas., in Hadriani I papae Vit.], e non già di giugno, come scrisse l'autore della Cronica del monistero di Volturno[Chronic. Vulturnense, P. II, tom. I. Rer. Italic., pag. 402.]. Adelgiso figliuolo di Desiderio ebbe l'incombenza di difendere Verona, città allora delle più forti del regno longobardico, che medesimamente restò assediata dall'armi franzesi. Ma veggendo il re Carlo, che comandava in persona la sua armata sotto Pavia, essere un osso duro quella città, si accinse a domarla coll'ostinazion dell'assedio, o vogliam dire del blocco; e però fatta colà venir la reginaIldegardaco' suoi figliuoli, la quale ivi gli partorì una figlia appellataAdelaide, passò sotto l'assediata città le feste del santo Natale. Intanto molte città longobardiche oltre Po si sottomisero alla potenza de' Franchi. Per attestato del Fiorentini[Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.]e di Cosimo della Rena[Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.], in una carta del giugno di quest'anno si trova nominatoTachipertoduca, cioè governatore, nella città diLucca. Ma che questi reggesse la Toscana tutta non apparisce da memoria alcuna.
Bramoso più che mai il re Desiderio di abboccarsi con papaAdriano, gli spedìAndreareferendario eStabileduca, per esporgli questa sua intenzione. Mostrossi pronto il papa a tale abboccamento o in Pavia, o in Ravenna, Perugia e Roma, purchè precedesse la restituzione delle città ultimamente occupate. Ma Desiderio ostinato più che mai rigettò questa condizione, e proruppe in minacce contra di Roma, passi tutti che obbligarono il papa a spedire per mare i suoi messi al re Carlo Magno colla notizia di sì fatti insulti, e con implorare il suo aiuto in tanta angustia e necessità. Desiderio, giacchè non potea muovere il papa a' suoi voleri, si avvisò di portarsi egli in persona a parlare con lui, e di adoperar la forza per indurlo a cedere. Mossosi pertanto da Pavia conAdelgisosuo figliuolo, coll'esercito de' Longobardi, e colla moglie e coi figliuoli del fu re Carlomanno, s'inviò alla volta di Roma senza precedente concerto col papa. Solamente mandò gente innanzi ad avvisarlo della sua venuta. Adriano coraggiosamente rispose che se non veniva prima restituito il mal tolto, indarno il re si prendeva quell'incomodo, perchè assolutamente intendeva di non ammetterlo. Quindi per precauzione fatte venire a Roma le soldatesche della Toscana, Campania e Perugia, e alcune ancora delle città della Pentapoli, guernì fortemente Roma, con trovar tutti disposti a ben difenderla. Spogliò le chiese di san Pietro e Paolo facendo portar tutti i lor tesori entro la città, e chiudere con grossi ferri le porte della basilica vaticana. Poscia inviò al re DesiderioEustrazio,AndreaeTeodosiovescovi di Albano, di Palestrina e di Tivoli, ad intimargli una forte scomunica, s'egli osava senza licenza sua d'entrare ne' confini del ducato romano. Era già pervenuto Desiderio a Viterbo, e quivi intesa questa disgustosa ambasciata, non ardì d'andare più innanzi, e con gran riverenza e confusione ne tornò indietro. Dopo ciò arrivarono a Roma i messi di Carlo Magno, cioèGiorgiovescovo,Gulfradoabbate edAlbinoconfidente d'esso re, per chiarire, se sussisteva quanto il re Desiderio aveva esposto allo stesso re Carlo, con volergli far credere restituite a s. Pietro tutte le città e giustizie usurpate. Trovato falso l'esposto, se ne tornarono in Francia, e passando da Pavia, con tutte le loro esortazioni nulla poterono ottenere da Desiderio. Informato di ciò il re Carlo, tornò ad inviargli de' messi, con pregarlo di soddisfare al romano pontefice, e con promettergli anche quattordicimila soldi d'oro. Ma Desiderio divenuto cieco nella sua malizia, e tutto ricusando, incautamente si andava fabbricando la sua rovina. Allora Carlo Magno, conoscendo ormai che la sola forza potea liberar da queste propotenze Roma e la Chiesa romana, e ridondar l'uso dell'armi in proprio profitto, unito l'esercito generale di tutta la Francia, sen venne a Genova, risoluto di passare in Italia. Trovò che il re Desiderio accorso colla sua armata alle Chiuse dell'Italia verso il monte Cinisio, quivi s'era fortificato in varie maniere, per contrastargli il passo. Divise Carlo in due l'esercito suo, e ne spedì l'una pel suddetto monte, l'altra per monte di Giove.
Prima nondimeno di sperimentar le suo armi, tornò ad inviare messi al Longobardo, per indurlo pacificamente alla restituzione, contentandosi di riceverne una promessa, e tre nobili ostaggi per sicurezza della parola. Ma ancor questi vennero indarno. S'inoltrò l'esercito franzese; ma trovata gagliarda opposizione, già si disponeva a tornarsene indietro,quando all'improvviso s'intese che Adelgiso figliuolo di Desiderio e tutti i Longobardi, colti da un panico terrore aveano presa la fuga, abbandonate le tende e l'equipaggio, senza che alcuno gli inseguisse. Agnello ravennate[Agnell., Pont. Raven. P. I, tom. 2 Rer. Italic.], scrittore del secolo susseguente, scrive che Carlo Magno fu invitato in Italia daLeonearcivescovo di Ravenna, il quale anche per mezzo di Martino suo diacono gl'insegnò il sito e la maniera di valicar l'Alpi al dispetto de' Longobardi. Questo si può credere un vanto de' Ravennati. Sappiam di certo che Carlo venne invitato dal papa; non sarebbe tuttavia improbabile che anche quell'arcivescovo fosse concorso col suo influsso a muoverlo. L'autore poi della Cronica novaliciense[Chronic. Navaliciense, P. II, tom. 1, Rer. Italic.]lasciò scritto essere stato un buffone che scoprì ai Franchi la via per passare in Italia. Quello scrittore si scopre un romanziere in altri racconti. Certo è bensì che senza contrasto calò il re Carlo in Piemonte col suo fiorito esercito, e tal timore incusse nel re Desiderio, che altro scampo non ebbe che di ritirarsi e chiudersi nella forte città di Pavia, come appunto avea fatto il re Astolfo, ma con esito differente da quello. Che se Godifredo da Viterbo[Godefridus Viterbiensis, in Chronico.], a cui prestarono fede molti de' moderni, scrisse che a Selva-bella seguì un fiero fatto d'armi tra i Franchi e Longobardi colla peggio degli ultimi, laonde quel luogo prese il nome diMortara, si può, anzi si dee un tal racconto mettere al ruolo delle favole, perchè di tanti antichi storici de' fatti di Carlo Magno, niuno conobbe, niuno accennò questa battaglia; e se questa fosse succeduta, n'avrebbono essi avuta contezza e fatta menzione. Restò dunque confinato a Pavia e circondato da uno stretto assedio o blocco il re Desiderio, probabilmente nel mesed'ottobre, come ha Anastasio[Anastas., in Hadriani I papae Vit.], e non già di giugno, come scrisse l'autore della Cronica del monistero di Volturno[Chronic. Vulturnense, P. II, tom. I. Rer. Italic., pag. 402.]. Adelgiso figliuolo di Desiderio ebbe l'incombenza di difendere Verona, città allora delle più forti del regno longobardico, che medesimamente restò assediata dall'armi franzesi. Ma veggendo il re Carlo, che comandava in persona la sua armata sotto Pavia, essere un osso duro quella città, si accinse a domarla coll'ostinazion dell'assedio, o vogliam dire del blocco; e però fatta colà venir la reginaIldegardaco' suoi figliuoli, la quale ivi gli partorì una figlia appellataAdelaide, passò sotto l'assediata città le feste del santo Natale. Intanto molte città longobardiche oltre Po si sottomisero alla potenza de' Franchi. Per attestato del Fiorentini[Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.]e di Cosimo della Rena[Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.], in una carta del giugno di quest'anno si trova nominatoTachipertoduca, cioè governatore, nella città diLucca. Ma che questi reggesse la Toscana tutta non apparisce da memoria alcuna.