DCCLXXXIII

DCCLXXXIIIAnno diCristoDCCLXXXIII. Indiz.VI.Adriano Ipapa 12.Costantinoimperad. 8 e 4.IreneAugusta 4.Carlo Magnore de' Franchi e Longobardi 10.Pippinore d'Italia 3.Restò sommamente sconsolato in quest'anno il re Carlo per la morte immatura della reginaIldegarde, moglie sua dilettissima, che in età di ventisei anni finì di vivere nell'ultimo dì d'aprile, e da alcuni, secondo la facilità d'allora,fu registrata nel catalogo de' santi. Lasciò essa dopo di sè tre figliuole e tre figliuoli viventi, cioèCarloprimogenito, destinato ad essere re di Francia,Pippinogià re d'Italia, eLodovicogià re d'Aquitania. Mancò eziandio di vita la reginaBerta, madre di Carlo Magno, nel dì 12 di luglio. E perciocchè esso Carlo era principe poco inclinato alla continenza, non andò molto che prese un'altra moglie, cioèFastrada. Tornarono ancora in quest'anno a ribellarsi i Sassoni, ma l'invitto re in due battaglie talmente li snervò e confuse, che da lì innanzi pareva che non dovesse più venir loro voglia di alzare il capo contra di lui. Col padre Cointe si può riferire all'anno presente l'epistola settantesima quinta del Codice Carolino, nella quale papaAdrianoespone a Carlo Magno, come Eleuterio e Gregorio cittadini di Ravenna non voleano aver sopra di sè giudici in quelle parti, commetteano enormi prepotenze contra de' poveri, vendendoli specialmente per ischiavi ai pagani. Aggiugne, che costoro menando seco una mano di sgherri, aveano commesso varii omicidii, e massimamente in una chiesa in tempo della messa uno di quei briganti avea malamente ferito un povero innocente. E poichè essi ben conosceano che il papa non soffrirebbe così inique operazioni, senza chiederne a lui licenza, s'erano portati in Francia per reclamare contra d'esso papa, e sforzarsi di far nascere delle zizzanie fra il re Carlo e il romano pontefice, non riflettendo che i fedeli di san Pietro son parimente fedeli del re de' Franchi, e i nemici di s. Pietro tali sono ancora del re stesso. Però il prega di non ammettere questi malvagi siccome nemici suoi e di s. Pietro, e di volerli mandare a Roma, affinchè sieno processati, e resti illesa ed illibata l'oblazione di quegli stati, fatta dal re Pippino, e confermata dal medesimo re Carlo a san Pietro. Questi ricorsi dei Ravennati a Carlo Magno, il fatto diLeonearcivescovo mentovato di sopra, l'avere esso Carlorinnovata ai romani pontefici la oblazione dell'esercato, possono servire ad indicar sussistente l'opinion del Sigonio[Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 774.], che stimò ritenuta dai re franchi la sovranità, ossia l'alto dominio sopra gli stati conceduti o donati alla santa Chiesa romana. Per altro questa medesima lettera ci fa conoscere che papa Adriano I era in possesso allora dell'esarcato, e vi esercitava la giurisdizione temporale. Credesi poi da alcuni fondati sulle lettere di Alcuino[Alcuin., Epist. 42 et 93.], che verso questi tempiAngilberto, riguardevol personaggio franzese, e poscia celebre abate di Centula, fosse in Italiaprimicerius palatii Pippini regis, cioè il primo dei suoi consiglieri.Omeroveniva questi appellato dai letterati d'allora, siccome Carlo Magno portava il nome diDavide, e così gli altri affettavano un egual gergo ne' loro nomi. Ma forse più tardi Angilberto ebbe quest'impiego e grado nella corte del re Pippino. Pubblicò il Baluzio[Baluz., Capitolar., tom. 1, p. 258.]un capitolare di Carlo Magnode causis regni Italiae, ch'egli credette dell'anno 793,post obitum Hildegardis reginae. Ma essendo succeduta in questo anno la morte di essa regina, taluno ha creduto che quell'editto appartenga al medesimo presente anno. Quivi Carlo comanda che chiunque ha degli spedali de' pellegrini, debba farne buon governo: altrimenti vuole che il vescovo ne abbia cura. Proibisce ai laici il tener parrocchiali. E perchè nell'Italia abitavano allora molte nazioni, come, per esempio, i nazionali italiani, i longobardi, i franzesi, i bavaresi; perciò ordina che sieno tutti giudicati secondo la loro legge. Dal che si vede già introdotta e praticata in queste contrade la varietà delle leggi. Comanda ancora che nelle composizioni dei re la terza parte del denaro tocchi ai conti, cioè ai governatori delle città, e le due altre al fisco regale. Oltre a ciò, proibisce ai conti l'obbligare ad alcunoloro privato servigio gli uomini liberi. Vuole che si faccia un inventario dei beni spettanti alla fu reginaIldegarde, da inviarsi a lui; nè permette che iPiacentiniabbiano gliAldioni, cioè uomini simili ai liberti dipendenti dalla camera regia. In fine comanda che i servi fuggiti nelle parti diBenevento, Spoleti, Romania(onde è venuto il nome diRomagna) ePentapoli, sieno restituiti, e tornino ai lor padroni. Tralascio gli altri. Di questo capitolare ho ben io fatta qui menzione; ma non avendo il re Carlo sottomessi i Beneventani, se non nell'anno 787, al veder qui ch'egli comanda anche inBenevento, più probabile a me sembra che dopo quell'anno fossero pubblicate queste leggi.

Restò sommamente sconsolato in quest'anno il re Carlo per la morte immatura della reginaIldegarde, moglie sua dilettissima, che in età di ventisei anni finì di vivere nell'ultimo dì d'aprile, e da alcuni, secondo la facilità d'allora,fu registrata nel catalogo de' santi. Lasciò essa dopo di sè tre figliuole e tre figliuoli viventi, cioèCarloprimogenito, destinato ad essere re di Francia,Pippinogià re d'Italia, eLodovicogià re d'Aquitania. Mancò eziandio di vita la reginaBerta, madre di Carlo Magno, nel dì 12 di luglio. E perciocchè esso Carlo era principe poco inclinato alla continenza, non andò molto che prese un'altra moglie, cioèFastrada. Tornarono ancora in quest'anno a ribellarsi i Sassoni, ma l'invitto re in due battaglie talmente li snervò e confuse, che da lì innanzi pareva che non dovesse più venir loro voglia di alzare il capo contra di lui. Col padre Cointe si può riferire all'anno presente l'epistola settantesima quinta del Codice Carolino, nella quale papaAdrianoespone a Carlo Magno, come Eleuterio e Gregorio cittadini di Ravenna non voleano aver sopra di sè giudici in quelle parti, commetteano enormi prepotenze contra de' poveri, vendendoli specialmente per ischiavi ai pagani. Aggiugne, che costoro menando seco una mano di sgherri, aveano commesso varii omicidii, e massimamente in una chiesa in tempo della messa uno di quei briganti avea malamente ferito un povero innocente. E poichè essi ben conosceano che il papa non soffrirebbe così inique operazioni, senza chiederne a lui licenza, s'erano portati in Francia per reclamare contra d'esso papa, e sforzarsi di far nascere delle zizzanie fra il re Carlo e il romano pontefice, non riflettendo che i fedeli di san Pietro son parimente fedeli del re de' Franchi, e i nemici di s. Pietro tali sono ancora del re stesso. Però il prega di non ammettere questi malvagi siccome nemici suoi e di s. Pietro, e di volerli mandare a Roma, affinchè sieno processati, e resti illesa ed illibata l'oblazione di quegli stati, fatta dal re Pippino, e confermata dal medesimo re Carlo a san Pietro. Questi ricorsi dei Ravennati a Carlo Magno, il fatto diLeonearcivescovo mentovato di sopra, l'avere esso Carlorinnovata ai romani pontefici la oblazione dell'esercato, possono servire ad indicar sussistente l'opinion del Sigonio[Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 774.], che stimò ritenuta dai re franchi la sovranità, ossia l'alto dominio sopra gli stati conceduti o donati alla santa Chiesa romana. Per altro questa medesima lettera ci fa conoscere che papa Adriano I era in possesso allora dell'esarcato, e vi esercitava la giurisdizione temporale. Credesi poi da alcuni fondati sulle lettere di Alcuino[Alcuin., Epist. 42 et 93.], che verso questi tempiAngilberto, riguardevol personaggio franzese, e poscia celebre abate di Centula, fosse in Italiaprimicerius palatii Pippini regis, cioè il primo dei suoi consiglieri.Omeroveniva questi appellato dai letterati d'allora, siccome Carlo Magno portava il nome diDavide, e così gli altri affettavano un egual gergo ne' loro nomi. Ma forse più tardi Angilberto ebbe quest'impiego e grado nella corte del re Pippino. Pubblicò il Baluzio[Baluz., Capitolar., tom. 1, p. 258.]un capitolare di Carlo Magnode causis regni Italiae, ch'egli credette dell'anno 793,post obitum Hildegardis reginae. Ma essendo succeduta in questo anno la morte di essa regina, taluno ha creduto che quell'editto appartenga al medesimo presente anno. Quivi Carlo comanda che chiunque ha degli spedali de' pellegrini, debba farne buon governo: altrimenti vuole che il vescovo ne abbia cura. Proibisce ai laici il tener parrocchiali. E perchè nell'Italia abitavano allora molte nazioni, come, per esempio, i nazionali italiani, i longobardi, i franzesi, i bavaresi; perciò ordina che sieno tutti giudicati secondo la loro legge. Dal che si vede già introdotta e praticata in queste contrade la varietà delle leggi. Comanda ancora che nelle composizioni dei re la terza parte del denaro tocchi ai conti, cioè ai governatori delle città, e le due altre al fisco regale. Oltre a ciò, proibisce ai conti l'obbligare ad alcunoloro privato servigio gli uomini liberi. Vuole che si faccia un inventario dei beni spettanti alla fu reginaIldegarde, da inviarsi a lui; nè permette che iPiacentiniabbiano gliAldioni, cioè uomini simili ai liberti dipendenti dalla camera regia. In fine comanda che i servi fuggiti nelle parti diBenevento, Spoleti, Romania(onde è venuto il nome diRomagna) ePentapoli, sieno restituiti, e tornino ai lor padroni. Tralascio gli altri. Di questo capitolare ho ben io fatta qui menzione; ma non avendo il re Carlo sottomessi i Beneventani, se non nell'anno 787, al veder qui ch'egli comanda anche inBenevento, più probabile a me sembra che dopo quell'anno fossero pubblicate queste leggi.


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