DCCLXXXIX

DCCLXXXIXAnno diCristoDCCLXXXIX. Indiz.XII.Adriano Ipapa 18.Costantinoimperad. 14 e 10.IreneAugusta 10.Carlo Magnore de' Franchi e Longobardi 16.Pippinore d'Italia 9.Fino a quest'anno aveva il ducaIldebrandolodevolmente governato il ducato di Spoleti, e mantenuta buona armonia col reCarloe conPippinore d'Italia; ma gli convenne pagare il tributo che tutti dobbiamo alla natura. In lui perderono i Longobardi un principe commendabile della lor nazione, a cui fu sostituito un altro, ma di nazion franzese. Questi fuWinigiso, ossiaGuinigiso, oGuinichis, quel medesimo che nel precedente anno era stato spedito in Italia da Carlo Magno per assistere al duca di Benevento nella guerra contra de' Greci. Bernardino de' Conti di Campello[Campelli, Istoria di Spoleti, lib. 15.]differì sino all'anno 791 la morte d'Ildebrando, e l'esaltazione di Guinigiso; ma è fuor di dubbio che all'anno presente egli fu creato duca di Spoleti. Ne abbiamo la testimonianza del catalogo antichissimo di que' duchi[Chron. Farfense, P. II, T. II Rer. Ital.], posto avanti alla Cronica di Farfa, e inoltre ce ne assicurano le memorie d'esso monistero farfense, da me pubblicate[Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], dove si legge una carta scrittaanno Karoli et Pippini XVII et IX temporibus Guinichis ducis Spoletani anno I, mense octobris, Indictione XIII, con altri simili coerenti all'epoca stessa. Se vogliam credere alla Cronica moissiacense[Chronic. Moissiacense.], in quest'anno vennero in Italia con un'armata navale tre patrizii spediti daCostantinoimperadore per ricuperare l'Italia; ma furono sbaragliati dai Longobardi uniti col messo del re Carlo. Ha creduto taluno che questa sia impresa diversa da quella dell'anno precedente, quandoevidente è che si parla del medesimo fatto, ma rapportato fuori di sito. Per conghiettura poi vien creduto che nell'anno presente fosse scritta da papaAdrianoal re Carlo la lettera ottantesima quinta del Codice Carolino, da cui si scorge che non mancavano persone seminatrici di zizzanie fra esso papa e Carlo. Duolsene forte il papa; e perchè il re anche egli si doleva d'avere inteso, come in Italia avea voga la simonia, confessa il medesimo pontefice che pur troppo si osservava questo iniquo mercato delle chiese in qualche luogo, e massimamente nella provincia di Ravenna: vizio nondimeno disapprovato e combattuto sempre dalla Sede apostolica, la quale non consecrava mai vescovi che puzzassero di quell'infamia. Finalmente dopo altri punti viene a parlare di certi uomini dell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli, iti in Francia per portare, come credeva il papa, delle doglianze e delle sinistre relazioni al re Carlo contra del papa medesimo. Vero è avere scritto esso Carlo che costoro nulla di male aveano rapportato a lui in pregiudizio del pontefice, e che anzi ne aveano parlato in bene: contuttociò si lagna Adriano, perchè senza permissione e passaporto suo s'avvezzino a far dei ricorsi al re, aggiugnendo queste rilevanti parole:Ipsi vero Ravenniani et Pentapolenses, ceterique homines, qui sine nostra absolutione ad vos veniunt, fastu superbiae elati, nostra ad justitias faciendas contemnunt mandata, et nullam ditionem, sicut a vobis beato Petro apostolo, et nobis concessa est, tribuere dignantur.Però Adriano il prega di non fare novità nell'olocausto fatto a san Pietro da Pippino suo padre, e dallo stesso re Carlo confermato,quia, ut fati estis, honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus amplius honorifice honoratur: simili modo ipse patriciatus beati Petri, fautoris vestri, tam a sanctae recordationis domno Pippino, magno rege, genitore vestro, in integro concessus, et a vobisamplius confirmatus irrefragabili jure permaneat. Pertanto, siccome non soleano vescovi, conti ed altri uomini venire di Francia a Roma senza passaporti del re, così non dee dispiacere ad esso che anche gli uomini del papa,qualiscumque ex nostris aut pro salutationis caussa, aut QUAERENDI JUSTITIAM ad vos properaverint, vi vadano col passaporto del papa medesimo. Diedero motivo le suddette parole a Pietro de Marca, arcivescovo di Parigi[Marca da Concord., lib. 3, cap. 11.], di credere che Roma fosse allora sottoposta a due patrizii, cioè al papa e a Carlo Magno. Ma il padre Pagi[Pagius, in Critic. ad Annal. Baron. Ad hunc ann. 789.]più giudiziosamente osservò che i papi non furono mai patrizii di Roma; Carlo bensì essere stato patrizio di Roma, perchè difensore della Chiesa e del popolo di Roma: dignità nondimeno solamente d'onore. Perciocchè i Romani, levatisi dall'ubbidienza dell'imperadore, aveano formata una repubblica, di cui era capo il romano pontefice; nè Carlo Magno vi esercitava giurisdizione se non per difendere i Romani. Però perputriziato del papasi dee intendere il dominio a lui spettante nell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli per concession di Pippino e di Carlo re de' Franchi. Anche Giovan-Giorgio Eccardo[Eccard., Rer. Franc., lib. 25, cap. 38.]riconobbe essere consistito il patriziato pontifizio nella giurisdizione sopra le città di Ravenna e della Pentapoli, ma con aggiugnere:Patriciatum romanum cum urbe Roma regibus Francorum integre ubjectum fuisse, neque pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arrogasse.Certo non è cosa facile il poter rischiarare senza pericolo d'ingannarsi il sistema di que' governi, e ciò per mancanza di documenti e notizie. Contuttociò tengo anch'io per infallibile che perpatriziato di s. Pietro, ossia del romano pontefice, si abbia da intendere la signoriade' papi sopra le provincie di Ravenna e della Pentapoli. La stessa epistola ottogesima quinta, da noi veduta qui sopra, sufficientemente l'addita; perchè si tratta d'uomini di quelle provincie che faceano ricorso al re Carlo contro la volontà e i diritti del papa. Ma questi medesimi ricorsi e la concession di quelle contrade fatte dal re Pippino, e la confermazione accordatane dal re Carlo, con altri atti accennati di sopra, c'inducono a credere che l'alto dominio sopra quelle provincie fosse ritenuto non men da Pippino che da Carlo Magno. Pippino coll'armi le avea ritolte ai Longobardi, e ne dispose in favore della Chiesa romana, ma ritenendo l'uso degli altri beni d'allora donati alle chiese, sopra i quali i re e gli imperadori conservavano la loro sovranità. Lo stesso nome dipatrizioindica dipendenza da qualche sovrano. Per conto poi delpatriziato de' Romaniconferito ai re franchi, non sappiam bene come passasse la faccenda. Io bramerei di poter dire che i pontefici fossero allora, come sono da più secoli in qua, sovrani di Roma e del suo ducato, e che ilpatriziatodi Carlo Magno si riducesse ad un titolo solo privo di dominio. Ma l'immaginarsi che questo in altro non consistesse che in una dignità d'onore, per cui il re si obbligava alla difesa della Chiesa e del popolo di Roma, non s'accorda colla vera idea del patriziato, allorchè si conferiva per governar popoli. Ilpatrizio di Ravenna, chiamato esarco ne' tempi addietro, comandava a Ravenna, alla Pentapoli e a Roma stessa. Così ilpatrizio della Sicilia, e così i papi in vigore del loro patriziato esercitavano signoria e giurisdizione nell'esarcato di Ravenna. Che ilpatriziato romanodi Carlo Magno fosse diverso, non apparisce; ed Anastasio[Anastas., in Vit. Hadriani I.]attesta che quando Carlo Magno nell'anno 774 andò a Roma, il sommo pontefice Adrianoobviam illi dirigens venerandas cruces, idest signa, sicul mos est ad exarchum aut patriciumsuscipiendum, eum cum ingenti honore suscipi fecit. Ed appena creato, siccome vedremo, papa Leone III, nell'anno 792,mox per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi(Carolo)misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque sujectionem per sacramenta firmaret. Questo porgere il vessillo è il segno adoperato per conferire la signoria: il che si può anche osservare nelle antiche monete de' dogi di Venezia. Indizio di questo son parimente le chiavi. Gregorio III pontefice, in una lettera scritta a Carlo Martello, nominaclaves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus. E Paolo Diacono[Paulus Diacon., in Praefat. ad Festum.]scrivendo a Carlo Magno, non per anche divenuto imperadore, gli dicea:Et praecipue civitatis vestrae romuleae viarum, portarum, etc, vocabula diserta reperietis.Questi son passi che non si accordano coll'opinione del padre Pagi, secondo il cui parere il patriziato romano di Carlo Magno portava seco solamente l'obbligo e l'onore della difesa del papa romano. Ma ne' suoi atti quel monarca s'intitolavapatrizio de' Romani, cioè con titolo indicante signoria, come l'indicava senza fallo il chiamarsi ancorare de' Franchi e Longobardi. Nè dice egli patriziodella Chiesa romana, ma sì benede' Romani. Erano voci sinonime in questi tempi i titoli di console, duca e patrizio, e tutte portavano signoria, come si può vedere nei dogi di Venezia, ne' duchi di Napoli e di Gaeta[Con diversità però, imperciocchè i dogi di Venezia erano principi indipendenti ed eletti dal popolo, e non riconoscevano altri sovrani, quando i duchi di Gaeta e di Napoli eletti a principio dagl'imperadori riconoscevano la di loro sovranità, o alto dominio.].Dalla lettera ottantesima ottava del Codice Carolino scritta da papa Adriano al re Carlo, siccome vedemmo di sopra,si ricava che Arigiso duca di Benevento mandò al greco imperadore i suoi inviati, petens auxiliumet honorem patriciatus una cum ducatu beneventano sub integritate, promittens ei tam in tonsura quam et in vestibus usu Graecorum perfrui, sub ejusdem imperatoris ditione: cioè si esibiva di diventar vassallo del greco Augusto, godendo il dominio del ducato di Benevento colla giunta di Napoli, e intitolandosipatrizio. Ed appunto uso fu degl'imperadori greci di conferire la podestà principesca con questo titolo solo, perchè quello di re involveva la totale independenza da altri sovrani. Così Zenone Augusto dichiaròpatriziid'ItaliaOdoacreeTeoderico, che, non contenti di questo, assunsero il nome di re. Ed Anastasio imperadore diede anch'egli il titolo dipatrizioaClodoveoil Grande re di Francia, conquistator della Gallia, per tacere altri esempi, secondo i quali anche i papi e il senato romano elessero per loropatrizii, cioè principi,PippinoeCarlo Magnore de' Franchi; nè conferirono ad essi il titolo d'Imperadoreper qualche rispetto che durava tuttavia verso i Greci Augusti, e per non inasprir maggiormente le cose. Fors'anche nelle ambascerie, che non poche seguirono fra i suddetti due re franchi e gl'imperadori greci, procurarono i primi che fosse approvata questa lor dignità e podestà dalla corte imperiale, con riconoscere tuttavia la sovranità d'essi Augusti. Tutto quanto ho detto fin qui pare assai fondato. Ma che è da dire dell'opinion dell'Eccardo, il qual pretende che, posto il patriziato di Pippino e Carlo Magno, i papi non godessero giurisdizione e dominio alcun temporale? Fu di sentimento il padre Pagi che Roma si governasse allora a repubblica, di cui fosse capo il papa. È ella ben fondata quest'altra opinione? E poi onde apparisce l'esercizio dell'autorità in Roma, poco fa attribuita al patrizio? Convien confessarlo: restano qui molte tenebre, nè si può decidere per mancanza d'antiche memorie. Tuttaviasia lecito a me di dire che quel passo della lettera ottantesima quinta fa gran forza, per indurci a credere che ilpatriziato di Carloin Roma portasse dominio temporale, nè poter sussistere la repubblica mera e independente, immaginata dal padre Pagi. Pare bensì più verisimile che Roma allora fosse governata a nome del patrizio, ossia con dipendenza dal patrizio, dal senato e dagli altri magistrati, ne' quali io non ho difficoltà di riconoscere qualche forma di repubblica e di padronanza. Le lettere del Codice Carolino fanno vedere che ivi era ilsenato, ivi ilprefetto della città. Se ci restassero le lettere scritte da questi a Carlo, si conoscerebbe probabilmente che la loro autorità, ammettendo ancora capo del senato e d'essa repubblica il pontefice, dipendeva dal patrizio. Abbiamo anche veduto che in Roma stavano i Franchi di Carlomanno fratello d'esso Carlo; par bene che parimente Carlo vi tenesse i suoi. E noi sappiamo, come si vedrà andando avanti, che iprefetti di Romaerano ivi posti dagl'imperadori, perchè esercitassero la giustizia punitiva. Inoltre si osservi che nelle lettere del Codice Carolino si parla tanto del dominio dei papi sull'esarcato, e nulla del dominio d'essi in Roma. Che se i pontefici di questi tempi mostrano tanta premura per la difesa e ingrandimento del ducato romano, nulla di più fanno che si facesse san Gregorio Magno, il quale niun dirà che fosse padron di Roma. Comunque sia, meglio è in questa oscurità di cose confessar la nostra ignoranza, che decidere senza valevoli pruove dello stato delle cose d'allora. Io so non mancar persone che mal volentieri odono trattati questi punto di storia; ma è da desiderare che ognuno anteponga ai privati suoi affetti l'amore della verità, nè si metta a volere stabilir colle idee de' tempi presenti quelle degli antichi secoli; siccome all'incontro è di dovere che ognuno rispetti il presente sistema degli stati e governi, confermato dalla prescrizione di tantisecoli, senza pretendere di prender legge da' vecchi secoli per regolare i presenti.

Fino a quest'anno aveva il ducaIldebrandolodevolmente governato il ducato di Spoleti, e mantenuta buona armonia col reCarloe conPippinore d'Italia; ma gli convenne pagare il tributo che tutti dobbiamo alla natura. In lui perderono i Longobardi un principe commendabile della lor nazione, a cui fu sostituito un altro, ma di nazion franzese. Questi fuWinigiso, ossiaGuinigiso, oGuinichis, quel medesimo che nel precedente anno era stato spedito in Italia da Carlo Magno per assistere al duca di Benevento nella guerra contra de' Greci. Bernardino de' Conti di Campello[Campelli, Istoria di Spoleti, lib. 15.]differì sino all'anno 791 la morte d'Ildebrando, e l'esaltazione di Guinigiso; ma è fuor di dubbio che all'anno presente egli fu creato duca di Spoleti. Ne abbiamo la testimonianza del catalogo antichissimo di que' duchi[Chron. Farfense, P. II, T. II Rer. Ital.], posto avanti alla Cronica di Farfa, e inoltre ce ne assicurano le memorie d'esso monistero farfense, da me pubblicate[Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], dove si legge una carta scrittaanno Karoli et Pippini XVII et IX temporibus Guinichis ducis Spoletani anno I, mense octobris, Indictione XIII, con altri simili coerenti all'epoca stessa. Se vogliam credere alla Cronica moissiacense[Chronic. Moissiacense.], in quest'anno vennero in Italia con un'armata navale tre patrizii spediti daCostantinoimperadore per ricuperare l'Italia; ma furono sbaragliati dai Longobardi uniti col messo del re Carlo. Ha creduto taluno che questa sia impresa diversa da quella dell'anno precedente, quandoevidente è che si parla del medesimo fatto, ma rapportato fuori di sito. Per conghiettura poi vien creduto che nell'anno presente fosse scritta da papaAdrianoal re Carlo la lettera ottantesima quinta del Codice Carolino, da cui si scorge che non mancavano persone seminatrici di zizzanie fra esso papa e Carlo. Duolsene forte il papa; e perchè il re anche egli si doleva d'avere inteso, come in Italia avea voga la simonia, confessa il medesimo pontefice che pur troppo si osservava questo iniquo mercato delle chiese in qualche luogo, e massimamente nella provincia di Ravenna: vizio nondimeno disapprovato e combattuto sempre dalla Sede apostolica, la quale non consecrava mai vescovi che puzzassero di quell'infamia. Finalmente dopo altri punti viene a parlare di certi uomini dell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli, iti in Francia per portare, come credeva il papa, delle doglianze e delle sinistre relazioni al re Carlo contra del papa medesimo. Vero è avere scritto esso Carlo che costoro nulla di male aveano rapportato a lui in pregiudizio del pontefice, e che anzi ne aveano parlato in bene: contuttociò si lagna Adriano, perchè senza permissione e passaporto suo s'avvezzino a far dei ricorsi al re, aggiugnendo queste rilevanti parole:Ipsi vero Ravenniani et Pentapolenses, ceterique homines, qui sine nostra absolutione ad vos veniunt, fastu superbiae elati, nostra ad justitias faciendas contemnunt mandata, et nullam ditionem, sicut a vobis beato Petro apostolo, et nobis concessa est, tribuere dignantur.Però Adriano il prega di non fare novità nell'olocausto fatto a san Pietro da Pippino suo padre, e dallo stesso re Carlo confermato,quia, ut fati estis, honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus amplius honorifice honoratur: simili modo ipse patriciatus beati Petri, fautoris vestri, tam a sanctae recordationis domno Pippino, magno rege, genitore vestro, in integro concessus, et a vobisamplius confirmatus irrefragabili jure permaneat. Pertanto, siccome non soleano vescovi, conti ed altri uomini venire di Francia a Roma senza passaporti del re, così non dee dispiacere ad esso che anche gli uomini del papa,qualiscumque ex nostris aut pro salutationis caussa, aut QUAERENDI JUSTITIAM ad vos properaverint, vi vadano col passaporto del papa medesimo. Diedero motivo le suddette parole a Pietro de Marca, arcivescovo di Parigi[Marca da Concord., lib. 3, cap. 11.], di credere che Roma fosse allora sottoposta a due patrizii, cioè al papa e a Carlo Magno. Ma il padre Pagi[Pagius, in Critic. ad Annal. Baron. Ad hunc ann. 789.]più giudiziosamente osservò che i papi non furono mai patrizii di Roma; Carlo bensì essere stato patrizio di Roma, perchè difensore della Chiesa e del popolo di Roma: dignità nondimeno solamente d'onore. Perciocchè i Romani, levatisi dall'ubbidienza dell'imperadore, aveano formata una repubblica, di cui era capo il romano pontefice; nè Carlo Magno vi esercitava giurisdizione se non per difendere i Romani. Però perputriziato del papasi dee intendere il dominio a lui spettante nell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli per concession di Pippino e di Carlo re de' Franchi. Anche Giovan-Giorgio Eccardo[Eccard., Rer. Franc., lib. 25, cap. 38.]riconobbe essere consistito il patriziato pontifizio nella giurisdizione sopra le città di Ravenna e della Pentapoli, ma con aggiugnere:Patriciatum romanum cum urbe Roma regibus Francorum integre ubjectum fuisse, neque pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arrogasse.

Certo non è cosa facile il poter rischiarare senza pericolo d'ingannarsi il sistema di que' governi, e ciò per mancanza di documenti e notizie. Contuttociò tengo anch'io per infallibile che perpatriziato di s. Pietro, ossia del romano pontefice, si abbia da intendere la signoriade' papi sopra le provincie di Ravenna e della Pentapoli. La stessa epistola ottogesima quinta, da noi veduta qui sopra, sufficientemente l'addita; perchè si tratta d'uomini di quelle provincie che faceano ricorso al re Carlo contro la volontà e i diritti del papa. Ma questi medesimi ricorsi e la concession di quelle contrade fatte dal re Pippino, e la confermazione accordatane dal re Carlo, con altri atti accennati di sopra, c'inducono a credere che l'alto dominio sopra quelle provincie fosse ritenuto non men da Pippino che da Carlo Magno. Pippino coll'armi le avea ritolte ai Longobardi, e ne dispose in favore della Chiesa romana, ma ritenendo l'uso degli altri beni d'allora donati alle chiese, sopra i quali i re e gli imperadori conservavano la loro sovranità. Lo stesso nome dipatrizioindica dipendenza da qualche sovrano. Per conto poi delpatriziato de' Romaniconferito ai re franchi, non sappiam bene come passasse la faccenda. Io bramerei di poter dire che i pontefici fossero allora, come sono da più secoli in qua, sovrani di Roma e del suo ducato, e che ilpatriziatodi Carlo Magno si riducesse ad un titolo solo privo di dominio. Ma l'immaginarsi che questo in altro non consistesse che in una dignità d'onore, per cui il re si obbligava alla difesa della Chiesa e del popolo di Roma, non s'accorda colla vera idea del patriziato, allorchè si conferiva per governar popoli. Ilpatrizio di Ravenna, chiamato esarco ne' tempi addietro, comandava a Ravenna, alla Pentapoli e a Roma stessa. Così ilpatrizio della Sicilia, e così i papi in vigore del loro patriziato esercitavano signoria e giurisdizione nell'esarcato di Ravenna. Che ilpatriziato romanodi Carlo Magno fosse diverso, non apparisce; ed Anastasio[Anastas., in Vit. Hadriani I.]attesta che quando Carlo Magno nell'anno 774 andò a Roma, il sommo pontefice Adrianoobviam illi dirigens venerandas cruces, idest signa, sicul mos est ad exarchum aut patriciumsuscipiendum, eum cum ingenti honore suscipi fecit. Ed appena creato, siccome vedremo, papa Leone III, nell'anno 792,mox per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi(Carolo)misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque sujectionem per sacramenta firmaret. Questo porgere il vessillo è il segno adoperato per conferire la signoria: il che si può anche osservare nelle antiche monete de' dogi di Venezia. Indizio di questo son parimente le chiavi. Gregorio III pontefice, in una lettera scritta a Carlo Martello, nominaclaves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus. E Paolo Diacono[Paulus Diacon., in Praefat. ad Festum.]scrivendo a Carlo Magno, non per anche divenuto imperadore, gli dicea:Et praecipue civitatis vestrae romuleae viarum, portarum, etc, vocabula diserta reperietis.Questi son passi che non si accordano coll'opinione del padre Pagi, secondo il cui parere il patriziato romano di Carlo Magno portava seco solamente l'obbligo e l'onore della difesa del papa romano. Ma ne' suoi atti quel monarca s'intitolavapatrizio de' Romani, cioè con titolo indicante signoria, come l'indicava senza fallo il chiamarsi ancorare de' Franchi e Longobardi. Nè dice egli patriziodella Chiesa romana, ma sì benede' Romani. Erano voci sinonime in questi tempi i titoli di console, duca e patrizio, e tutte portavano signoria, come si può vedere nei dogi di Venezia, ne' duchi di Napoli e di Gaeta[Con diversità però, imperciocchè i dogi di Venezia erano principi indipendenti ed eletti dal popolo, e non riconoscevano altri sovrani, quando i duchi di Gaeta e di Napoli eletti a principio dagl'imperadori riconoscevano la di loro sovranità, o alto dominio.].

Dalla lettera ottantesima ottava del Codice Carolino scritta da papa Adriano al re Carlo, siccome vedemmo di sopra,si ricava che Arigiso duca di Benevento mandò al greco imperadore i suoi inviati, petens auxiliumet honorem patriciatus una cum ducatu beneventano sub integritate, promittens ei tam in tonsura quam et in vestibus usu Graecorum perfrui, sub ejusdem imperatoris ditione: cioè si esibiva di diventar vassallo del greco Augusto, godendo il dominio del ducato di Benevento colla giunta di Napoli, e intitolandosipatrizio. Ed appunto uso fu degl'imperadori greci di conferire la podestà principesca con questo titolo solo, perchè quello di re involveva la totale independenza da altri sovrani. Così Zenone Augusto dichiaròpatriziid'ItaliaOdoacreeTeoderico, che, non contenti di questo, assunsero il nome di re. Ed Anastasio imperadore diede anch'egli il titolo dipatrizioaClodoveoil Grande re di Francia, conquistator della Gallia, per tacere altri esempi, secondo i quali anche i papi e il senato romano elessero per loropatrizii, cioè principi,PippinoeCarlo Magnore de' Franchi; nè conferirono ad essi il titolo d'Imperadoreper qualche rispetto che durava tuttavia verso i Greci Augusti, e per non inasprir maggiormente le cose. Fors'anche nelle ambascerie, che non poche seguirono fra i suddetti due re franchi e gl'imperadori greci, procurarono i primi che fosse approvata questa lor dignità e podestà dalla corte imperiale, con riconoscere tuttavia la sovranità d'essi Augusti. Tutto quanto ho detto fin qui pare assai fondato. Ma che è da dire dell'opinion dell'Eccardo, il qual pretende che, posto il patriziato di Pippino e Carlo Magno, i papi non godessero giurisdizione e dominio alcun temporale? Fu di sentimento il padre Pagi che Roma si governasse allora a repubblica, di cui fosse capo il papa. È ella ben fondata quest'altra opinione? E poi onde apparisce l'esercizio dell'autorità in Roma, poco fa attribuita al patrizio? Convien confessarlo: restano qui molte tenebre, nè si può decidere per mancanza d'antiche memorie. Tuttaviasia lecito a me di dire che quel passo della lettera ottantesima quinta fa gran forza, per indurci a credere che ilpatriziato di Carloin Roma portasse dominio temporale, nè poter sussistere la repubblica mera e independente, immaginata dal padre Pagi. Pare bensì più verisimile che Roma allora fosse governata a nome del patrizio, ossia con dipendenza dal patrizio, dal senato e dagli altri magistrati, ne' quali io non ho difficoltà di riconoscere qualche forma di repubblica e di padronanza. Le lettere del Codice Carolino fanno vedere che ivi era ilsenato, ivi ilprefetto della città. Se ci restassero le lettere scritte da questi a Carlo, si conoscerebbe probabilmente che la loro autorità, ammettendo ancora capo del senato e d'essa repubblica il pontefice, dipendeva dal patrizio. Abbiamo anche veduto che in Roma stavano i Franchi di Carlomanno fratello d'esso Carlo; par bene che parimente Carlo vi tenesse i suoi. E noi sappiamo, come si vedrà andando avanti, che iprefetti di Romaerano ivi posti dagl'imperadori, perchè esercitassero la giustizia punitiva. Inoltre si osservi che nelle lettere del Codice Carolino si parla tanto del dominio dei papi sull'esarcato, e nulla del dominio d'essi in Roma. Che se i pontefici di questi tempi mostrano tanta premura per la difesa e ingrandimento del ducato romano, nulla di più fanno che si facesse san Gregorio Magno, il quale niun dirà che fosse padron di Roma. Comunque sia, meglio è in questa oscurità di cose confessar la nostra ignoranza, che decidere senza valevoli pruove dello stato delle cose d'allora. Io so non mancar persone che mal volentieri odono trattati questi punto di storia; ma è da desiderare che ognuno anteponga ai privati suoi affetti l'amore della verità, nè si metta a volere stabilir colle idee de' tempi presenti quelle degli antichi secoli; siccome all'incontro è di dovere che ognuno rispetti il presente sistema degli stati e governi, confermato dalla prescrizione di tantisecoli, senza pretendere di prender legge da' vecchi secoli per regolare i presenti.


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