DCCXIIAnno diCristoDCCXII. IndizioneX.Costantinopapa 5.Filippicoimperadore 2.Aliprandore 1.Liutprandore 1.Sotto il nuovo imperadoreFilippicosi credeva omai di goder pace e tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità dellaChiesa cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star lungamente sul trono. Gliel promise Bardane[Theoph., in Chronogr.], ossia Filippico, e la parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando, che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di CostantinopoliCiro, e a lui sostituitoGiovanniaderente ai suoi errori. Se ne stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella diFelicearcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio nella Crimea[Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2 Rer. Italic.]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta, che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto come quella sola corona.Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo arcivescovoGiorgio, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la testimonianza di Anastasio bibliotecario[Anastas. Biblioth. in Constant.], che, ritornato questo arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei. Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi dopo l'arrivo in Roma di papaCostantino, cioè verso il fine di gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico: cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero. Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto, siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti,nè di lasciar correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.Fino a questi tempiAnsprando, aio del fu reLiutberto, avea fermato il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam veduto[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 35.]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche daTeodebertoduca d'essa Baviera, venne in Italia contra del reAriberto II, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga. Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de' Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi,Ariberto IIsi fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia.Ebbe egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là, per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nomeGumberto, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellatoRagimberto, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di concorde volere i Longobardi elessero per re loroAnsprando, personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi aveano proclamato reLiutprandosuo figliuolo, così nominato, e non giàLuitprando, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano, fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto di versi ritmici.ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS,SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS,ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR,SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA.CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM,POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOSAPICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATOLYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS,DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.Queldatum Papiaetemo io che non si legga così disteso nel marmo, sì perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi ildatum, e sì perchè non si soleva per anche direPapiae, ma bensìTicini. Verisimilmente le due sole lettere DP, che significanodepositus, si son convertite inDatum Papiae. Per altro sta bene la nota cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], dal p. Pagi[Pagius, ad Annal. Baron.]e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il reLiutprandosuo figlio, giovane bensì, ma principe di grande aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da me pubblicato[Antiquitat. Italic., tom. 3, pag. 1005.], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno. Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da medati alla luce nelle Antichità italiche[Antiquit. Ital., Dissertat. LXXIV.]. Ne rapporterò il principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa copiata.Aripertus(dice egli)filius ejus regnavit annos XII, cujus regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste, veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina, pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens, coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere, atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis populus commotus est adversus Lupertianum episcopum,eumque inde fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant, volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria oracula(cioè tre oratorii)et duos presbyteros enormiter, et contra ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno Dominicae Incarnationis DCCXII.Vedremo andando innanzi la continuazion di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valorosoPelagio, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie vittorie contra di quegl'infedeli.
Sotto il nuovo imperadoreFilippicosi credeva omai di goder pace e tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità dellaChiesa cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star lungamente sul trono. Gliel promise Bardane[Theoph., in Chronogr.], ossia Filippico, e la parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando, che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di CostantinopoliCiro, e a lui sostituitoGiovanniaderente ai suoi errori. Se ne stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella diFelicearcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio nella Crimea[Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2 Rer. Italic.]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta, che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto come quella sola corona.Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo arcivescovoGiorgio, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la testimonianza di Anastasio bibliotecario[Anastas. Biblioth. in Constant.], che, ritornato questo arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei. Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi dopo l'arrivo in Roma di papaCostantino, cioè verso il fine di gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico: cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero. Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto, siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti,nè di lasciar correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.
Fino a questi tempiAnsprando, aio del fu reLiutberto, avea fermato il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam veduto[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 35.]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche daTeodebertoduca d'essa Baviera, venne in Italia contra del reAriberto II, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga. Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de' Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi,Ariberto IIsi fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia.Ebbe egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là, per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nomeGumberto, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellatoRagimberto, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di concorde volere i Longobardi elessero per re loroAnsprando, personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi aveano proclamato reLiutprandosuo figliuolo, così nominato, e non giàLuitprando, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano, fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto di versi ritmici.
ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS,SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS,ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR,SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA.CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM,POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOSAPICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATOLYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS,DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.
ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS,
SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS,
ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR,
SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA.
CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM,
POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOS
APICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATO
LYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS,
DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.
Queldatum Papiaetemo io che non si legga così disteso nel marmo, sì perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi ildatum, e sì perchè non si soleva per anche direPapiae, ma bensìTicini. Verisimilmente le due sole lettere DP, che significanodepositus, si son convertite inDatum Papiae. Per altro sta bene la nota cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], dal p. Pagi[Pagius, ad Annal. Baron.]e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il reLiutprandosuo figlio, giovane bensì, ma principe di grande aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da me pubblicato[Antiquitat. Italic., tom. 3, pag. 1005.], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno. Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da medati alla luce nelle Antichità italiche[Antiquit. Ital., Dissertat. LXXIV.]. Ne rapporterò il principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa copiata.Aripertus(dice egli)filius ejus regnavit annos XII, cujus regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste, veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina, pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens, coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere, atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis populus commotus est adversus Lupertianum episcopum,eumque inde fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant, volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria oracula(cioè tre oratorii)et duos presbyteros enormiter, et contra ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno Dominicae Incarnationis DCCXII.Vedremo andando innanzi la continuazion di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valorosoPelagio, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie vittorie contra di quegl'infedeli.