DCCXLIAnno diCristoDCCXLI. IndizioneIX.Zacheriapapa 1.CostantinoCopronimo imperadore 22 e 1.Liutprandore 30.Ildebrandore 6.L'ultimo anno della vita diLeone Isauroimperadore fu questo. Un'idropisiail condusse al fine de' suoi giorni nel dì 18 di giugno, con lasciare il suo nome in abominazione ai popoli per la guerra da lui cominciata contro alle sacre immagini. Restò alla testa dell'imperioCostantino Copronimo, principe peggiore e più crudele del padre, de' cui vizii non si saziano di parlare gli scrittori greci[Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chronic.]. Ma sul principio corse egli pericolo di perdere affatto l'imperio e la vita. Era egli uscito in campagna contra degli Arabi; quandoArtabasdooArtabaso, suo cognato, si sollevò contra di lui per torgli la corona di capo. Dai suoi parziali fu fatta correre voce in Costantinopoli che Costantino avea cessato di vivere. Di più non vi volle perchè tutto il popolo ne facesse festa, e caricasse di villanie e maledizioni il creduto defunto Augusto. Anche il patriarcaAnastasio, uomo iniquo, che sapea navigare ad ogni vento, d'iconoclasta ch'era dianzi, voltato mantello, si cangiò in protettor delle sacre immagini; anzi con giuramento protestò d'avere inteso dalla bocca di esso Costantino delle orride asserzioni ereticali. Però tutto il popolo gridò al imperadoreArtabasdo, il quale non fu lento a portarsi a Costantinopoli, dove, per cattivarsi gli animi de' cittadini, fece rimettere nelle chiese le sacre immagini. A tutta prima fuggì Costantino Copronimo; poi ripigliato alquanto di forza, venne alla volta di Costantinopoli, s'impadronì di Crisopoli, dove era l'arsenale in faccia della città, e succedette anche qualche zuffa fra i due rivali imperadori. Ma non veggendosi egli quivi sicuro, si ritirò, o andò a svernare nella città d'Amoria. Era forte in collera il reLiutprandocontra di Trasmondo per avere, ad onta di lui, ripigliato il ducato di Spoleti, e contra del duca di Benevento che s'era collegato con esso Trasmondo, ma più coi Romani, dacchè colle lor forze avevano rimesso in casa quel duca. Però venuta la stagione in cui sogliono i re uscire per far guerra,con una poderosa armata s'incamminò verso Spoleti. Non è chiaro se a questi tempi, oppure alla guerra dell'anno 728 e 729 appartenga ciò che narra Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54 et 56.], poco curante dell'ordine de' tempi in riferir le imprese: cioè che mentre il re Liutprando si trovava lontano, in Rimini, ossia nel suo territorio, fu messo a fil di spada il di lui esercito. Per me credo più verisimile che ciò accadesse nella precedente guerra. Certo è che in questa esso re giunse nella Pentapoli, e nel passare da Fano a Fossombrone, in un bosco situato fra quelle due città, gli Spoletini e Romani, che vi si erano posti in agguato, gli diedero molto da fare, con impedirgli il passo. Tuttavia a forza d'armi si fece largo, e continuò la marcia. Aveva egli data la retroguardia aRatchisduca del Friuli e adAstolfosuo fratello; e però ad essi più che agli altri toccò di sostenere il peso de' nemici, i quali andavano malamente pizzicando alla coda i Furlani. Tale nondimeno fu la bravura di questi due condottieri e della lor gente a quel brutto passo, che sempre combattendo e ammazzando molti degli avversarii, seguitarono il loro cammino, con restar solamente feriti alquanti della loro brigata. Si avanzò fra gli altri uno de' più valorosi Spoletini, tutto armato, per nome Berto o Bertone, che chiamato per nome Ratchis, disse che la voleva con lui. Ratchis il lasciò venire, e con un colpo il gittò da cavallo. Accorsero i Furlani del suo seguito; ma Ratchis, uomo misericordioso, gli permise di fuggire; e colui, usando di questa grazia, carponi colle mani e co' piedi aggrappandosi ebbe la fortuna di salvarsi nel bosco. Anche addosso ad Astolfo due coraggiosi Spoletini corsero, mentr'egli stava passando per un ponte venendogli alla schiena. Ma egli, voltata faccia, con un fendente ne cacciò l'uno giù dal ponte, e immediatamente rivolto all'altro, l'uccise e fecelo rotolar giù nel fiume.Allorchè succedette l'altra rottura fra i Romani e Longobardi nell'anno 728 e 729, veggendosi a mal partito il santo papa Gregorio II, perchè dall'un canto venivano contra di Roma i Longobardi, e dall'altro avea l'imperadore nemico, cioè più disposto a fargli del male che del bene, prese la risoluzione di raccomandarsi efficacemente con sue lettere aCarlo Martelloreggente della Francia, potentissimo e prode guerriero de' tempi presenti. Questa particolarità la ricaviamo dal solo Anastasio[Anastas., in Vit. Stephan. III.], ma senza sapere che effetto producesse cotal ricorso. Della stessa massima si servì ancora, e molto più solennemente, papaGregorio IIIper l'impegno preso dai Romani in favore del duca di Spoleti contra del re Liutprando, ben conoscendo che restava esposto il ducato romano alle forze e sdegno di quel re irritato. Però abbiamo dal continuatore di Fredegario[Continuator Fredegar., inter Opera Greg. Turonen.]ch'esso papa spedì in quest'anno l'una dietro l'altra due ambascerie a Carlo Martello (cosa non più veduta per l'addietro in Francia), e gli mandò le chiavi del sepolcro di san Pietro con grandi ed infiniti regali. Pare anche che Anastasio[Anastas., in Gregor. III, et in Additamen.]faccia menzione di questo fatto, ma non parla se non d'una sola ambasceria. Le dimande del papa erano, come i padri Ruinart e Pagi han dimostrato, che Carlo Martello volesse imprendere la difesa di Roma contra dei Longobardi, poichè in ricompensa esso papa coi Romani gli offerivano di levarsi affatto dall'ubbidienza dell'imperadore, che non potea soccorrerli, anzi gli aveva in odio, e di dare a lui la signoria di Roma col titolo diconsole, ossia dipatrizio. Carlo Martello con ammirabil magnificenza ricevette questa ambasceria; mandò anch'egli de' suntuosi regali al papa; e tornando gli ambasciatori pontifizii indietro, unì con loroGrimoneabbate di Corbeia, e Sigeberto monaco rinchiuso di san Dionisio, con ordine di venire a Roma. Di più non dicono gli storici. Ma che questa fosse l'intenzione del papa, pare che chiaramente si deduca dalle parole di una lettera scritta dipoi al medesimo Carlo Martello da esso Gregorio III, riportata dal cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad ann. 740.]e nelle raccolte de' concilii, dove dice:Conjuro te per Deum vivum et verum, ut per ipsas sacratissimas claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus, ut non praeponas amicitiam regum Langobardorum amori principis Apostolorum, ec. E negli Annali di Metz presso il Du-Chesne[Du-Chesne, tom. 3 Rer. Franc.]si legge che in tal occasione papa Gregorio III mandò a Carlo Martello una letteracol decreto de' principali Romani, contenente che il popolo romano,relicta imperatoris dominatione, desideravano di mettersi sotto la difesa ed invitta clemenza di esso Carlo. Cosa risolvesse Carlo Martello, amico del re Liutprando, e da lui soccorso nell'anno precedente, resta ancora da sapersi. Solamente abbiamo dalla divisione de' regni fatta da Lodovico Pio fra' suoi figliuoli[Baluzius, Capitular. Regum Francor. tom. 1, pag. 685.], che egli loro raccomanda la cura e la difesa della Chiesa di san Pietro, cioè de' romani pontefici, siccome l'aveano avutaCarlosuo bisavolo,Pippinoavolo,Carlogenitore ed egli stesso. Ma questo non chiarisce se Carlo Martello accettasse veramente il patriarcato di Roma, in quanto esso portava seco anche la signoria di Roma e del suo ducato; nè se cessasse allora in essa Roma totalmente il dominio imperiale.Intanto il re Liutprando continuava il suo viaggio per far pentire Trasmondo duca di Spoleti, i Romani e i Beneventani della lega fatta contro di lui. Ma qui si truova un gruppo assai intricato di storia, che non si può bene sciogliere,e convien solo giocar ad indovinare. Nè Paolo Diacono, nè Anastasio dicono punto che il re Liutprando passasse all'assedio di Roma; eppur pare che questo si deduca, e lo dedusse in fatti il cardinal Baronio dalle due lettere scritte da papa Gregorio III. Si sa che Liutprando conquistò il ducato di Spoleti, e parrebbe che questo dovesse precedere l'insulto fatto a Roma; ma Anastasio scrive che i Romani furono in aiuto del re contra degli Spoletini. Parimente è a noi noto che Liutprando passò anche a Benevento, e ne scacciò il ducaGodescalco; ma senza che si sappia il tempo preciso di tale azione. Dirò io quello che mi sembra più verisimile. Condusse il re Liutprando l'armata sua addosso al ducato di Spoleti, dove Trasmondo colle forze sue e de' collegati cominciò a difendersi con tutto valore. Mentre si disputava fra loro, l'armata regale, parte pel bisogno, e parte per gli eccessi quasi inevitabili delle guerre, attendeva a bottinare, non solamente in quel ducato, ma eziandio nelle terre vicine del ducato romano, certo essendo che la giurisdizione del ducato spoletino si stendeva per la Sabina ad una gran vicinanza di Roma, e fra gli altri andarono a sacco molti poderi e beni della Chiesa romana. In questi brutti frangenti, e nel timore di peggio, Gregorio III papa scrive le due lettere suddette[Labbe, Concilior., tom. 6.]a Carlo Martello, colle quali, il più pateticamente che può, lo scongiura d'aiuto, con dirgli, fra l'altre cose, che nell'anno precedente nel passaggio dei Longobardi verso Spoleti aveano patito di molto nelle parti di Ravenna i beni allodiali e livellarii spettanti alla chiesa di san Pietro, che servivano alla luminaria d'essa chiesa e al sovvenimento de' poveri. Che in ripassando per colà in quest'anno i Longobardi aveano fatto del resto, mettendo a ferro e fuoco quanto incontravano per cammino. Che facevano ora lo stesso in varie parti del ducato romano, con avere distrutti i benidel beato Pietro principe degli Apostoli, e condotti via gli armenti. Il prega di non credere ai re Liutprando ed Ilprando, se gli rappresentano d'aver giusti motivi di procedere contro i duchi di Spoleti e Benevento, perchè questi in niuna cosa hanno mancato, ed essere solamente perseguitati per non aver voluto nell'anno innanzi volgere le lor armi contra del ducato romano, nè devastare i beni de' santi Apostoli, nè dare il sacco ai Romani, come aveano fatto essi due re. Poichè per altro i suddetti due duchi si esibivano pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso dei resecondo l'antica consuetudine. Nell'altra lettera torna a toccare la persecuzione ed oppressione fatta dai Longobardi, con aver toltoomnia luminaria ad honorem ipsius principis Apostolorum. Unde et ecclesia sancti Petri denudata est, et in nimiam desolationem redacta. Di qui ricavò il cardinal Baronio che l'armata longobarda fosse sotto a Roma, ed empiamente saccheggiasse la basilica vaticana, con inveir poscia contra del re Liutprando, e trovare che per gastigo di questa iniquità egli mancò di vita senza prole; quasichè Dio in tanti anni di matrimonio per l'addietro non gli avesse data successione in pena di un peccato che egli dovea poi fare. Va anche dubitando lo zelante cardinale che Carlo Martello in quest'anno, per non aver dato aiuto al papa, presto e miserabilmente morisse, quando appunto egli da lunghe febbri e da una grave inappetenza oppresso, non potè accudire all'Italia, e morì in tempi di queste medesime turbolenze. Sebbene è probabile ancora che l'aiutasse con raccomandazioni al re Liutprando, giacchè vedremo fra poco s'esso re fosse o non fosse rispettoso verso i sommi pontefici e verso la santa Chiesa romana. Ma il punto principale è, che non sussiste il sacco che il dottissimo cardinale immaginò dato alla basilica vaticana dall'esercito di Liutprando. Papa Gregorio III non parla quivi d'essabasilica, parla dellaChiesa di s. Pietro, cioè dellaChiesa romana, secondo l'uso di questi tempi, ne' quali ogni chiesa e monistero prendeva il nome dal suo titolare. Nomavansi in questa maniera le chiesedi sant'Ambrosiodi Milano, disan Giminianodi Modena, e simili. Nè altro dice esso pontefice, se non che i beni posseduti dalla santa Chiesa romana in varii di quei territorii, dove si faceva la guerra, erano stati devastati; male accaduto in infiniti altri incontri di questa fatta, e spesso contra il volere dei lor re e dei generali. Però non si accorda colla verità che Liutprando andasse sotto Roma, e molto meno che saccheggiasse la basilica sacrosanta del Vaticano; e per questa ragione Anastasio, o chiunque sia l'autor della vita di papa Zacheria, non parlò punto di questa insussistente empietà.Potrebbe poi parere che mentre il re Liutprando era impegnato nella guerra contro Spoleti, accadesse un altro fatto, raccontato fuor di sito da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.], cioè che i Romani, unito un grosso esercito, alla testa di cui eraAgatoneduca di Perugia, vennero per ritorreBolognadalle mani de' Longobardi. Ma v'erano di guarnigione tre bravi uffiziali, cioè Valcari, Peredeo e Rotari, i quali facendo una vigorosa sortita sopra essi Romani, molti ne tagliarono a pezzi, e il resto misero in fuga. Resta tuttavia in essa città di Bologna una bella memoria del dominio dei re Liutprando ed Ilprando, cioè un vaso di marmo nella chiesa di s. Stefano, per uso sacro, coll'iscrizione di stile barbaro, quale in quei tempi d'ignoranza sovente si trova. Fu essa inscrizione spiegata ed illustrata dal conte Valerio Zani, e si legge presso il conte Malvasia[Malvasia, Marm. Felsin. Section. IV, c. 10.]. Eccone le parole.VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINEDOMNORVM NOSTRORVM LIVTPRANTEILPRANTE REGIBVS ET DOMNIBARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIEBONONIENSIS. HIC IN HONOREM RELIGIOSI SVAPRAECEPTA OBTVLERVNT, VNDE HVNC VASIMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORISET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERITDEVS REQVIRETPer altro è incerto se il tentativo fatto dai Romani, cioè dai sudditi dell'imperadore, per ricuperar Bologna, appartenga alla precedente guerra dell'anno 728 e 729, ovvero ai tempi presenti. Ora noi sappiamo da Anastasio[Anastas., in Zachar.], che non intervenne il popolo romano alla difesa di Trasmondo, allorchè il re Liutprando armato venne per ritorgli il ducato di Spoleti. E ne adduce quello storico la ragione, o il pretesto, perchè Trasmondo, dopo essere rientrato nel possesso di quel ducato, non si prese più cura o pensiero di cavar dalle mani del re le quattro città dianzi occupate di ragion del ducato romano, e per non aver mantenuto altri patti seguiti fra loro. Soggiugne Anastasio, che mentre il re Liutprando si preparava con tutto l'esercito per passare all'offesa del ducato romano, Dio chiamò a miglior vita il ponteficeGregorio III, con lasciare in Roma un bell'odore di santità, e non poche memorie della sua pietà e munificenza, che son descritte ad una ad una dallo stesso autore. Finì egli di vivere sul fine di novembre. Diede alla luce monsignor Fontanini[Fontaninius, in Antiquit. Hort., lib. 2, c. 7.]una lettera non più veduta di questo papa, cavata dalla Raccolta MS. degli antichi Canoni, fatta dal cardinal Deusdedit. Essa è scritta ai vescoviTusciae Langobardorum, con pregarli di unirsi con Adeodato suddiacono regionario,ad obsecrandumet Deo favente obtinendum pro quatuor castris, quae anno praeterito beato Petro oblata sunt, ut restituantur a filiis nostris Liutprando et Hilprando.Leggesi la dataidus octobris Indictione IX, cioè, secondochè pensa il suddetto prelato, nell'anno 740. Ma non essendoci probabilità che nell'anno 739 il re Liutprando, impegnato co' suoi soccorsi nella guerra dei Saraceni in Provenza, facesse l'impresa di Spoleti, convien credere che l'occupazion di quelle quattro castella o città seguisseanno praeterito, cioè nell'anno 740, siccome ho detto; e per conseguente che quella lettera sia scritta nel presente 741, prima che questo pontefice passasse a miglior vita, e che in vece d'Indictione IX, si abbia a leggereIndictione X, se pure l'indizione allora non correva in Roma sino al fine dell'anno: nel qual caso nulla sarebbe da mutare. Che se lo stesso monsignor Fontanini ci fa quivi sapere chePerugiaera la capitaledella Toscana de' Longobardi, avrebbe egli durata fatica a provar quest'asserzione, perchè sotto i Longobardi non apparisce che la Toscana costituisse un ducato, o marca, di cui fosse capo qualche città. Quello ch'è peggio, abbiam veduto poco faAgatone duca di Perugiauffizial de' Romani, ossia degl'imperiali; e però neppur si vede chePerugiain questi tempi fosse sottoposta ai Longobardi, non che capitale della Toscana ad essi spettante.Ora dopo quattro giorni di sede vacante fu assunto al pontificato romanoZacheriadi nazione greco, personaggiodi gran benignità, di tutta bontà, amatore del clero e popolo romano, che non sapea se non con fatica andare in collera, facile a perdonare, e che fu liberale infin verso coloro che dianzi l'aveano perseguitato. Questo buon papa[Anastas., in Zachar.], trovati i pubblici affari in iscompiglio per la guerra di Spoleti, in vece di mettere le sue speranze nel soccorso de' Franchi, lo mise in Dio, e coraggiosamente spedì tosto un'ambasceria al re Liutprando con esortazioni da padre, perchè non fosse turbata la pace del popolo romano, con pregarlo spezialmente della restituzione delle suddette quattro città, ed esibirgli la unione del popolo romano contro al duca di Spoleti di lui ribello. Con tutta sommessione accolse Liutprando questa ambasciata, e diede parola di restituir le città suddette. Dopo di che unitosi l'esercito romano con quello de' Longobardi, marciarono insieme alla volta di Spoleti. Il duca Trasmondo, veggendo che non v'era scampo per lui, elesse il partito di rimettersi nella clemenza del re Liutprando, e andò a gittarsi nelle di lui mani. Il re si contentò ch'egli si facesse cherico, ricompensa adeguata a chi aveva obbligato il padre ad abbracciar quello stato; e poi sostituì in suo luogo duca di SpoletiAnsprando, ossiaAgiprando, suo nipote. Così Anastasio, così Paolo Diacono[Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.]; se non che Paolo nulla dice che i Romani fossero in aiuto del re Liutprando contra di Trasmondo. Per altro non è sì facile l'accordare insieme la narrativa di Anastasio colle lettere sovraccitate di papa Gregorio III. Dice il papa non avere Trasmondo avuto altro reato presso di Liutprando, che quello di aver ricusato di muovere le sue armi nell'anno antecedente contra di Roma. Anastasio all'incontro narra che Liutprando, dopo essersi impadronito del ducato romano, fece istanza ai Romani, perchè gli dessero il fuggito Trasmondo; e a cagione del loro rifiuto occupò lequattro già mentovate città, e quietamente dipoi se ne tornò a Pavia. S'egli avesse avuto mal animo contro di Roma, era allora vittorioso, aveva accresciute le sue forze coll'acquisto dell'ampio ducato di Spoleti, e con un duca nuovo sua creatura: non potea darsi più propizia congiuntura di quella per far del male ai Romani. Pure, secondo Anastasio, nulla ne fece, e tornossene alla sua reggia. Vuole la lettera di papa Gregorio, che Trasmondo fosse innocente, ed ingiustamente perseguitato da Liutprando; e noi abbiamo da Anastasio che papa Zacheria, pontefice non inferior di virtù al suo antecessore, consigliava i Romani di unire le lor armi contra d'esso duca Trasmondo: il che maggiormente servì ad abbatterlo. Tralascio altre osservazioni. Fu in quest'anno maestro dei militi e governator di VeneziaGiovanni Fabriciaco, per quanto attesta il Dandolo[Dandulus, in Chron., tom. 12. Rer. Italic.]. Ma costui non arrivò a compire l'anno del suo governo, perchè i Veneziani il deposero, e gli cavarono anche gli occhi. Nel mese ancor d'ottobre del presente anno finì di vivere dopo lunga malattiaCarlo Martello, reggente per tanti anni della monarchia franzese; celebre per tante vittorie da lui riportate, e benemerito di quella corona per avere oppressi molti tiranni, ma più benemerito della sua famiglia, ch'egli incamminò ad occupar quella stessa corona. Tuttavia perchè questo principe si servì delle rendite delle chiese per pagare i soldati in occasion di tante guerre, e introdusse lo abuso di dar le badie dei monaci in beneficio ai suoi uffiziali laici, lasciò dopo di sè una memoria svantaggiosa, e servì d'esempio ai suoi figliuoli e nipoti per continuar nell'abuso suddetto. Restarono di lui tre figliuoliCarlomanno, ePippino, nati dalle prime nozze, eGriffonedalle seconde. Non accordandosi i due primi coll'altro, si venne all'armi. Griffone fu da quelli preso e confinato in una prigione, eSonichildesua madre inun monistero. Il cognome diMartellodato ad esso Carlo, non si truova presso alcuno degli antichi annalisti franzesi. Solamente comincia a leggersi nelle storie di Epidanno e Odoranno, che fiorirono nel secolo undecimo.
L'ultimo anno della vita diLeone Isauroimperadore fu questo. Un'idropisiail condusse al fine de' suoi giorni nel dì 18 di giugno, con lasciare il suo nome in abominazione ai popoli per la guerra da lui cominciata contro alle sacre immagini. Restò alla testa dell'imperioCostantino Copronimo, principe peggiore e più crudele del padre, de' cui vizii non si saziano di parlare gli scrittori greci[Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chronic.]. Ma sul principio corse egli pericolo di perdere affatto l'imperio e la vita. Era egli uscito in campagna contra degli Arabi; quandoArtabasdooArtabaso, suo cognato, si sollevò contra di lui per torgli la corona di capo. Dai suoi parziali fu fatta correre voce in Costantinopoli che Costantino avea cessato di vivere. Di più non vi volle perchè tutto il popolo ne facesse festa, e caricasse di villanie e maledizioni il creduto defunto Augusto. Anche il patriarcaAnastasio, uomo iniquo, che sapea navigare ad ogni vento, d'iconoclasta ch'era dianzi, voltato mantello, si cangiò in protettor delle sacre immagini; anzi con giuramento protestò d'avere inteso dalla bocca di esso Costantino delle orride asserzioni ereticali. Però tutto il popolo gridò al imperadoreArtabasdo, il quale non fu lento a portarsi a Costantinopoli, dove, per cattivarsi gli animi de' cittadini, fece rimettere nelle chiese le sacre immagini. A tutta prima fuggì Costantino Copronimo; poi ripigliato alquanto di forza, venne alla volta di Costantinopoli, s'impadronì di Crisopoli, dove era l'arsenale in faccia della città, e succedette anche qualche zuffa fra i due rivali imperadori. Ma non veggendosi egli quivi sicuro, si ritirò, o andò a svernare nella città d'Amoria. Era forte in collera il reLiutprandocontra di Trasmondo per avere, ad onta di lui, ripigliato il ducato di Spoleti, e contra del duca di Benevento che s'era collegato con esso Trasmondo, ma più coi Romani, dacchè colle lor forze avevano rimesso in casa quel duca. Però venuta la stagione in cui sogliono i re uscire per far guerra,con una poderosa armata s'incamminò verso Spoleti. Non è chiaro se a questi tempi, oppure alla guerra dell'anno 728 e 729 appartenga ciò che narra Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54 et 56.], poco curante dell'ordine de' tempi in riferir le imprese: cioè che mentre il re Liutprando si trovava lontano, in Rimini, ossia nel suo territorio, fu messo a fil di spada il di lui esercito. Per me credo più verisimile che ciò accadesse nella precedente guerra. Certo è che in questa esso re giunse nella Pentapoli, e nel passare da Fano a Fossombrone, in un bosco situato fra quelle due città, gli Spoletini e Romani, che vi si erano posti in agguato, gli diedero molto da fare, con impedirgli il passo. Tuttavia a forza d'armi si fece largo, e continuò la marcia. Aveva egli data la retroguardia aRatchisduca del Friuli e adAstolfosuo fratello; e però ad essi più che agli altri toccò di sostenere il peso de' nemici, i quali andavano malamente pizzicando alla coda i Furlani. Tale nondimeno fu la bravura di questi due condottieri e della lor gente a quel brutto passo, che sempre combattendo e ammazzando molti degli avversarii, seguitarono il loro cammino, con restar solamente feriti alquanti della loro brigata. Si avanzò fra gli altri uno de' più valorosi Spoletini, tutto armato, per nome Berto o Bertone, che chiamato per nome Ratchis, disse che la voleva con lui. Ratchis il lasciò venire, e con un colpo il gittò da cavallo. Accorsero i Furlani del suo seguito; ma Ratchis, uomo misericordioso, gli permise di fuggire; e colui, usando di questa grazia, carponi colle mani e co' piedi aggrappandosi ebbe la fortuna di salvarsi nel bosco. Anche addosso ad Astolfo due coraggiosi Spoletini corsero, mentr'egli stava passando per un ponte venendogli alla schiena. Ma egli, voltata faccia, con un fendente ne cacciò l'uno giù dal ponte, e immediatamente rivolto all'altro, l'uccise e fecelo rotolar giù nel fiume.
Allorchè succedette l'altra rottura fra i Romani e Longobardi nell'anno 728 e 729, veggendosi a mal partito il santo papa Gregorio II, perchè dall'un canto venivano contra di Roma i Longobardi, e dall'altro avea l'imperadore nemico, cioè più disposto a fargli del male che del bene, prese la risoluzione di raccomandarsi efficacemente con sue lettere aCarlo Martelloreggente della Francia, potentissimo e prode guerriero de' tempi presenti. Questa particolarità la ricaviamo dal solo Anastasio[Anastas., in Vit. Stephan. III.], ma senza sapere che effetto producesse cotal ricorso. Della stessa massima si servì ancora, e molto più solennemente, papaGregorio IIIper l'impegno preso dai Romani in favore del duca di Spoleti contra del re Liutprando, ben conoscendo che restava esposto il ducato romano alle forze e sdegno di quel re irritato. Però abbiamo dal continuatore di Fredegario[Continuator Fredegar., inter Opera Greg. Turonen.]ch'esso papa spedì in quest'anno l'una dietro l'altra due ambascerie a Carlo Martello (cosa non più veduta per l'addietro in Francia), e gli mandò le chiavi del sepolcro di san Pietro con grandi ed infiniti regali. Pare anche che Anastasio[Anastas., in Gregor. III, et in Additamen.]faccia menzione di questo fatto, ma non parla se non d'una sola ambasceria. Le dimande del papa erano, come i padri Ruinart e Pagi han dimostrato, che Carlo Martello volesse imprendere la difesa di Roma contra dei Longobardi, poichè in ricompensa esso papa coi Romani gli offerivano di levarsi affatto dall'ubbidienza dell'imperadore, che non potea soccorrerli, anzi gli aveva in odio, e di dare a lui la signoria di Roma col titolo diconsole, ossia dipatrizio. Carlo Martello con ammirabil magnificenza ricevette questa ambasceria; mandò anch'egli de' suntuosi regali al papa; e tornando gli ambasciatori pontifizii indietro, unì con loroGrimoneabbate di Corbeia, e Sigeberto monaco rinchiuso di san Dionisio, con ordine di venire a Roma. Di più non dicono gli storici. Ma che questa fosse l'intenzione del papa, pare che chiaramente si deduca dalle parole di una lettera scritta dipoi al medesimo Carlo Martello da esso Gregorio III, riportata dal cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad ann. 740.]e nelle raccolte de' concilii, dove dice:Conjuro te per Deum vivum et verum, ut per ipsas sacratissimas claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus, ut non praeponas amicitiam regum Langobardorum amori principis Apostolorum, ec. E negli Annali di Metz presso il Du-Chesne[Du-Chesne, tom. 3 Rer. Franc.]si legge che in tal occasione papa Gregorio III mandò a Carlo Martello una letteracol decreto de' principali Romani, contenente che il popolo romano,relicta imperatoris dominatione, desideravano di mettersi sotto la difesa ed invitta clemenza di esso Carlo. Cosa risolvesse Carlo Martello, amico del re Liutprando, e da lui soccorso nell'anno precedente, resta ancora da sapersi. Solamente abbiamo dalla divisione de' regni fatta da Lodovico Pio fra' suoi figliuoli[Baluzius, Capitular. Regum Francor. tom. 1, pag. 685.], che egli loro raccomanda la cura e la difesa della Chiesa di san Pietro, cioè de' romani pontefici, siccome l'aveano avutaCarlosuo bisavolo,Pippinoavolo,Carlogenitore ed egli stesso. Ma questo non chiarisce se Carlo Martello accettasse veramente il patriarcato di Roma, in quanto esso portava seco anche la signoria di Roma e del suo ducato; nè se cessasse allora in essa Roma totalmente il dominio imperiale.
Intanto il re Liutprando continuava il suo viaggio per far pentire Trasmondo duca di Spoleti, i Romani e i Beneventani della lega fatta contro di lui. Ma qui si truova un gruppo assai intricato di storia, che non si può bene sciogliere,e convien solo giocar ad indovinare. Nè Paolo Diacono, nè Anastasio dicono punto che il re Liutprando passasse all'assedio di Roma; eppur pare che questo si deduca, e lo dedusse in fatti il cardinal Baronio dalle due lettere scritte da papa Gregorio III. Si sa che Liutprando conquistò il ducato di Spoleti, e parrebbe che questo dovesse precedere l'insulto fatto a Roma; ma Anastasio scrive che i Romani furono in aiuto del re contra degli Spoletini. Parimente è a noi noto che Liutprando passò anche a Benevento, e ne scacciò il ducaGodescalco; ma senza che si sappia il tempo preciso di tale azione. Dirò io quello che mi sembra più verisimile. Condusse il re Liutprando l'armata sua addosso al ducato di Spoleti, dove Trasmondo colle forze sue e de' collegati cominciò a difendersi con tutto valore. Mentre si disputava fra loro, l'armata regale, parte pel bisogno, e parte per gli eccessi quasi inevitabili delle guerre, attendeva a bottinare, non solamente in quel ducato, ma eziandio nelle terre vicine del ducato romano, certo essendo che la giurisdizione del ducato spoletino si stendeva per la Sabina ad una gran vicinanza di Roma, e fra gli altri andarono a sacco molti poderi e beni della Chiesa romana. In questi brutti frangenti, e nel timore di peggio, Gregorio III papa scrive le due lettere suddette[Labbe, Concilior., tom. 6.]a Carlo Martello, colle quali, il più pateticamente che può, lo scongiura d'aiuto, con dirgli, fra l'altre cose, che nell'anno precedente nel passaggio dei Longobardi verso Spoleti aveano patito di molto nelle parti di Ravenna i beni allodiali e livellarii spettanti alla chiesa di san Pietro, che servivano alla luminaria d'essa chiesa e al sovvenimento de' poveri. Che in ripassando per colà in quest'anno i Longobardi aveano fatto del resto, mettendo a ferro e fuoco quanto incontravano per cammino. Che facevano ora lo stesso in varie parti del ducato romano, con avere distrutti i benidel beato Pietro principe degli Apostoli, e condotti via gli armenti. Il prega di non credere ai re Liutprando ed Ilprando, se gli rappresentano d'aver giusti motivi di procedere contro i duchi di Spoleti e Benevento, perchè questi in niuna cosa hanno mancato, ed essere solamente perseguitati per non aver voluto nell'anno innanzi volgere le lor armi contra del ducato romano, nè devastare i beni de' santi Apostoli, nè dare il sacco ai Romani, come aveano fatto essi due re. Poichè per altro i suddetti due duchi si esibivano pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso dei resecondo l'antica consuetudine. Nell'altra lettera torna a toccare la persecuzione ed oppressione fatta dai Longobardi, con aver toltoomnia luminaria ad honorem ipsius principis Apostolorum. Unde et ecclesia sancti Petri denudata est, et in nimiam desolationem redacta. Di qui ricavò il cardinal Baronio che l'armata longobarda fosse sotto a Roma, ed empiamente saccheggiasse la basilica vaticana, con inveir poscia contra del re Liutprando, e trovare che per gastigo di questa iniquità egli mancò di vita senza prole; quasichè Dio in tanti anni di matrimonio per l'addietro non gli avesse data successione in pena di un peccato che egli dovea poi fare. Va anche dubitando lo zelante cardinale che Carlo Martello in quest'anno, per non aver dato aiuto al papa, presto e miserabilmente morisse, quando appunto egli da lunghe febbri e da una grave inappetenza oppresso, non potè accudire all'Italia, e morì in tempi di queste medesime turbolenze. Sebbene è probabile ancora che l'aiutasse con raccomandazioni al re Liutprando, giacchè vedremo fra poco s'esso re fosse o non fosse rispettoso verso i sommi pontefici e verso la santa Chiesa romana. Ma il punto principale è, che non sussiste il sacco che il dottissimo cardinale immaginò dato alla basilica vaticana dall'esercito di Liutprando. Papa Gregorio III non parla quivi d'essabasilica, parla dellaChiesa di s. Pietro, cioè dellaChiesa romana, secondo l'uso di questi tempi, ne' quali ogni chiesa e monistero prendeva il nome dal suo titolare. Nomavansi in questa maniera le chiesedi sant'Ambrosiodi Milano, disan Giminianodi Modena, e simili. Nè altro dice esso pontefice, se non che i beni posseduti dalla santa Chiesa romana in varii di quei territorii, dove si faceva la guerra, erano stati devastati; male accaduto in infiniti altri incontri di questa fatta, e spesso contra il volere dei lor re e dei generali. Però non si accorda colla verità che Liutprando andasse sotto Roma, e molto meno che saccheggiasse la basilica sacrosanta del Vaticano; e per questa ragione Anastasio, o chiunque sia l'autor della vita di papa Zacheria, non parlò punto di questa insussistente empietà.
Potrebbe poi parere che mentre il re Liutprando era impegnato nella guerra contro Spoleti, accadesse un altro fatto, raccontato fuor di sito da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.], cioè che i Romani, unito un grosso esercito, alla testa di cui eraAgatoneduca di Perugia, vennero per ritorreBolognadalle mani de' Longobardi. Ma v'erano di guarnigione tre bravi uffiziali, cioè Valcari, Peredeo e Rotari, i quali facendo una vigorosa sortita sopra essi Romani, molti ne tagliarono a pezzi, e il resto misero in fuga. Resta tuttavia in essa città di Bologna una bella memoria del dominio dei re Liutprando ed Ilprando, cioè un vaso di marmo nella chiesa di s. Stefano, per uso sacro, coll'iscrizione di stile barbaro, quale in quei tempi d'ignoranza sovente si trova. Fu essa inscrizione spiegata ed illustrata dal conte Valerio Zani, e si legge presso il conte Malvasia[Malvasia, Marm. Felsin. Section. IV, c. 10.]. Eccone le parole.
VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINEDOMNORVM NOSTRORVM LIVTPRANTEILPRANTE REGIBVS ET DOMNIBARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIEBONONIENSIS. HIC IN HONOREM RELIGIOSI SVAPRAECEPTA OBTVLERVNT, VNDE HVNC VASIMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORISET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERITDEVS REQVIRET
VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE
DOMNORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE
ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI
BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE
BONONIENSIS. HIC IN HONOREM RELIGIOSI SVA
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Per altro è incerto se il tentativo fatto dai Romani, cioè dai sudditi dell'imperadore, per ricuperar Bologna, appartenga alla precedente guerra dell'anno 728 e 729, ovvero ai tempi presenti. Ora noi sappiamo da Anastasio[Anastas., in Zachar.], che non intervenne il popolo romano alla difesa di Trasmondo, allorchè il re Liutprando armato venne per ritorgli il ducato di Spoleti. E ne adduce quello storico la ragione, o il pretesto, perchè Trasmondo, dopo essere rientrato nel possesso di quel ducato, non si prese più cura o pensiero di cavar dalle mani del re le quattro città dianzi occupate di ragion del ducato romano, e per non aver mantenuto altri patti seguiti fra loro. Soggiugne Anastasio, che mentre il re Liutprando si preparava con tutto l'esercito per passare all'offesa del ducato romano, Dio chiamò a miglior vita il ponteficeGregorio III, con lasciare in Roma un bell'odore di santità, e non poche memorie della sua pietà e munificenza, che son descritte ad una ad una dallo stesso autore. Finì egli di vivere sul fine di novembre. Diede alla luce monsignor Fontanini[Fontaninius, in Antiquit. Hort., lib. 2, c. 7.]una lettera non più veduta di questo papa, cavata dalla Raccolta MS. degli antichi Canoni, fatta dal cardinal Deusdedit. Essa è scritta ai vescoviTusciae Langobardorum, con pregarli di unirsi con Adeodato suddiacono regionario,ad obsecrandumet Deo favente obtinendum pro quatuor castris, quae anno praeterito beato Petro oblata sunt, ut restituantur a filiis nostris Liutprando et Hilprando.Leggesi la dataidus octobris Indictione IX, cioè, secondochè pensa il suddetto prelato, nell'anno 740. Ma non essendoci probabilità che nell'anno 739 il re Liutprando, impegnato co' suoi soccorsi nella guerra dei Saraceni in Provenza, facesse l'impresa di Spoleti, convien credere che l'occupazion di quelle quattro castella o città seguisseanno praeterito, cioè nell'anno 740, siccome ho detto; e per conseguente che quella lettera sia scritta nel presente 741, prima che questo pontefice passasse a miglior vita, e che in vece d'Indictione IX, si abbia a leggereIndictione X, se pure l'indizione allora non correva in Roma sino al fine dell'anno: nel qual caso nulla sarebbe da mutare. Che se lo stesso monsignor Fontanini ci fa quivi sapere chePerugiaera la capitaledella Toscana de' Longobardi, avrebbe egli durata fatica a provar quest'asserzione, perchè sotto i Longobardi non apparisce che la Toscana costituisse un ducato, o marca, di cui fosse capo qualche città. Quello ch'è peggio, abbiam veduto poco faAgatone duca di Perugiauffizial de' Romani, ossia degl'imperiali; e però neppur si vede chePerugiain questi tempi fosse sottoposta ai Longobardi, non che capitale della Toscana ad essi spettante.
Ora dopo quattro giorni di sede vacante fu assunto al pontificato romanoZacheriadi nazione greco, personaggiodi gran benignità, di tutta bontà, amatore del clero e popolo romano, che non sapea se non con fatica andare in collera, facile a perdonare, e che fu liberale infin verso coloro che dianzi l'aveano perseguitato. Questo buon papa[Anastas., in Zachar.], trovati i pubblici affari in iscompiglio per la guerra di Spoleti, in vece di mettere le sue speranze nel soccorso de' Franchi, lo mise in Dio, e coraggiosamente spedì tosto un'ambasceria al re Liutprando con esortazioni da padre, perchè non fosse turbata la pace del popolo romano, con pregarlo spezialmente della restituzione delle suddette quattro città, ed esibirgli la unione del popolo romano contro al duca di Spoleti di lui ribello. Con tutta sommessione accolse Liutprando questa ambasciata, e diede parola di restituir le città suddette. Dopo di che unitosi l'esercito romano con quello de' Longobardi, marciarono insieme alla volta di Spoleti. Il duca Trasmondo, veggendo che non v'era scampo per lui, elesse il partito di rimettersi nella clemenza del re Liutprando, e andò a gittarsi nelle di lui mani. Il re si contentò ch'egli si facesse cherico, ricompensa adeguata a chi aveva obbligato il padre ad abbracciar quello stato; e poi sostituì in suo luogo duca di SpoletiAnsprando, ossiaAgiprando, suo nipote. Così Anastasio, così Paolo Diacono[Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.]; se non che Paolo nulla dice che i Romani fossero in aiuto del re Liutprando contra di Trasmondo. Per altro non è sì facile l'accordare insieme la narrativa di Anastasio colle lettere sovraccitate di papa Gregorio III. Dice il papa non avere Trasmondo avuto altro reato presso di Liutprando, che quello di aver ricusato di muovere le sue armi nell'anno antecedente contra di Roma. Anastasio all'incontro narra che Liutprando, dopo essersi impadronito del ducato romano, fece istanza ai Romani, perchè gli dessero il fuggito Trasmondo; e a cagione del loro rifiuto occupò lequattro già mentovate città, e quietamente dipoi se ne tornò a Pavia. S'egli avesse avuto mal animo contro di Roma, era allora vittorioso, aveva accresciute le sue forze coll'acquisto dell'ampio ducato di Spoleti, e con un duca nuovo sua creatura: non potea darsi più propizia congiuntura di quella per far del male ai Romani. Pure, secondo Anastasio, nulla ne fece, e tornossene alla sua reggia. Vuole la lettera di papa Gregorio, che Trasmondo fosse innocente, ed ingiustamente perseguitato da Liutprando; e noi abbiamo da Anastasio che papa Zacheria, pontefice non inferior di virtù al suo antecessore, consigliava i Romani di unire le lor armi contra d'esso duca Trasmondo: il che maggiormente servì ad abbatterlo. Tralascio altre osservazioni. Fu in quest'anno maestro dei militi e governator di VeneziaGiovanni Fabriciaco, per quanto attesta il Dandolo[Dandulus, in Chron., tom. 12. Rer. Italic.]. Ma costui non arrivò a compire l'anno del suo governo, perchè i Veneziani il deposero, e gli cavarono anche gli occhi. Nel mese ancor d'ottobre del presente anno finì di vivere dopo lunga malattiaCarlo Martello, reggente per tanti anni della monarchia franzese; celebre per tante vittorie da lui riportate, e benemerito di quella corona per avere oppressi molti tiranni, ma più benemerito della sua famiglia, ch'egli incamminò ad occupar quella stessa corona. Tuttavia perchè questo principe si servì delle rendite delle chiese per pagare i soldati in occasion di tante guerre, e introdusse lo abuso di dar le badie dei monaci in beneficio ai suoi uffiziali laici, lasciò dopo di sè una memoria svantaggiosa, e servì d'esempio ai suoi figliuoli e nipoti per continuar nell'abuso suddetto. Restarono di lui tre figliuoliCarlomanno, ePippino, nati dalle prime nozze, eGriffonedalle seconde. Non accordandosi i due primi coll'altro, si venne all'armi. Griffone fu da quelli preso e confinato in una prigione, eSonichildesua madre inun monistero. Il cognome diMartellodato ad esso Carlo, non si truova presso alcuno degli antichi annalisti franzesi. Solamente comincia a leggersi nelle storie di Epidanno e Odoranno, che fiorirono nel secolo undecimo.